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	<title>Rivista Betile &#187; Utility</title>
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	<description>Tradizione, esoterismo, simbologia, esoterismo, storia delle religioni</description>
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		<title>Alcune riflessioni sull’astrologia karmica</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Sep 2020 19:30:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alcune riflessioni sull’astrologia karmica In quest’articolo prenderemo in considerazione e descriveremo una delle correnti più importanti del pensiero astrologico del xx secolo, ossia l’astrologia karmica. Essa sostiene che esiste uno stretto rapporto tra il tema natale degli individui e la loro situazione karmica. Secondo la teoria della reincarnazione in questa vita ci troviamo ad affrontare [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Alcune riflessioni sull’astrologia karmica</p>
<p>In quest’articolo prenderemo in considerazione e descriveremo una delle correnti più importanti del pensiero astrologico del xx secolo, ossia l’astrologia karmica. Essa sostiene che esiste uno stretto rapporto tra il tema natale degli individui e la loro situazione karmica. Secondo la teoria della reincarnazione in questa vita ci troviamo ad affrontare problemi e situazioni derivanti da azioni commesse in altre vite ( debito karmico e credito karmico). I credenti nella reincarnazione sono convinti che il tipo di esperienze positive o negative alle quali i vari soggetti vanno incontro nella loro vita non sono dovute al caso. Gli individui che si sono ben comportati nelle vite precedenti avranno un’esistenza felice e ricca di soddisfazioni, mentre quelli che hanno commesso nelle vite precedenti colpe di vario tipo si troveranno a vivere un’esistenza caratterizzata da eventi negativi e frustranti. L’astrologia karmica ritiene che sia possibile attraverso il tema natale, non solamente capire il tipo di comportamento e lo stile di vita che avevamo nelle precedenti vite ma anche l’entità e la natura del debito e del credito karmico , che abbiamo accumulato. Secondo l’astrologia karmica per andare avanti nel processo di evoluzione spirituale dobbiamo andare incontro ad avvenimenti negativi oppure ad avvenimenti positivi, a seconda del debito karmico o del credito karmico che possediamo. Secondo i credenti nella reincarnazione lo scopo principale del ciclo di reincarnazioni alle quali verrebbe sottoposta l’anima, sarebbe quello di darle la possibilità di raggiungere un determinato livello di evoluzione spirituale. In sintesi l’astrologia karmica afferma che gli avvenimenti non accadono alle persone ma le persone accadono agli avvenimenti, nel senso che sono gli individui ad attirarsi gli avvenimenti positivi o negativi in grado di permettere loro di pagare i debiti karmici oppure di riscuotere i crediti karmici, al fine di permettere l’evoluzione spirituale degli individui. Pertanto nell’astrologia karmica non hanno valore tanto gli avvenimenti predetti dagli astrologi quanto l’atteggiamento mentale che il soggetto assume nei confronti di tali avvenimenti. Secondo l’astrologia carmica gli individui devono considerare gli avvenimenti negativi predetti dall’astrologo come un’occasione per saldare il loro debito karmico, mentre devono considerare gli avvenimenti positivi predetti dagli astrologi come il modo per riscuotere i loro crediti karmici. Dobbiamo mettere in evidenza che l’astrologia karmica attribuisce grande importanza al pianeta Saturno, alle posizioni dei pianeti retrogradi e dei nodi lunari. Per quanto riguarda il pianeta Saturno gli astrologi Karmici ritengono che esso per la sua simbologia connessa alle prove della vita, alle privazioni e agli ostacoli, possa esprimere nella maniera migliore il significato di karma. Pertanto la sua posizione nel tema natale dell’individuo a dire degli astrologi karmici, importanti indicazioni su come il soggetto deve agire per pagare i debiti karmici che ha maturato nelle vite precedenti. Prima di parlare dell’importanza dei pianeti retrogradi nell’astrologia karmica dobbiamo chiarire quando in astrologia un pianeta viene definito retrogrado. Dal punto di vista astrologico un pianeta viene definito retrogrado quando il pianeta in questione è impossibilitato ad esercitare al massimo grado le sue potenzialità.. Per dirla in altro modo la retrogradazione determina inibizione degli influssi positivi che il pianeta dovrebbe esercitare sul soggetto. Per fare un esempio concreto un Mercurio retrogrado indica a dire degli astrologi una maggiore lentezza nell’apprendimento che resterà problematico per un certo periodo di tempo calcolabile con il metodo delle progressioni. A detta dell’astrologia karmica la presenza dei pianeti retrogradi nel tema natale è in connessione con la situazione karmica della persona. I pianeti retrogradi diventano particolarmente importanti nell’astrolgia karmica nei Transiti: in questo caso gli astrologi sostengono che bisogna evitare di dare inizio a qualsiasi tipo di attività, soprattutto se nel tema natale sono presenti vari tipi di pianeti retrogradi. Detto ciò, dobbiamo mettere in evidenza l’importanza che rivestono i nodi lunari nell’astrologia karmica. I nodi lunari sono considerati così importanti che occupano un posto di rilievo nell’oroscopo karmico. A differenza dell’oroscopo tradizionale, basato sul movimento del sole attraverso le costellazioni, in quello dell’astrologia karmica, ciò che conta è l’orbita della luna. I nodi lunari sono nell’astronomia i due punti in cui il percorso della luna va ad intersecarsi con l’eclittica (percorso apparente del sole). I due nodi lunari prendono il nome di nodo nord o ascendente e nodo sud o discendente. Nell’astrologia karmica questi due punti indicano due momenti diversi del percorso evolutivo del soggetto: ciò che è nel presente e ciò che sarà nel futuro se seguirà la strada indicata nell’oroscopo. Nello specifico dobbiamo dire che il nodo sud rappresenta lo stadio di evoluzione raggiunto dall’individuo nel presente, mentre il nodo nord rappresenta il punto di arrivo, ovvero il livello evolutivo che l’individuo dovrebbe raggiungere alla fine della vita. Inoltre l’astrologia karmica afferma che ogni volta che i nodi entrano in congiunzione con i pianeti lenti vi saranno nella vita dell’individuo avvenimenti inevitabili dovuti al karma: la natura di tali avvenimenti karmici può essere dedotta dall’astrologo considerando le case e i segni in cui si trovano i nodi lunari. Concludiamo il nostro discorso sull’astrologia karmica mettendo in evidenza che essa a differenza di altre scuole astrologiche sostiene di essere in grado di dare informazioni che riguardano anche le vite passate degli individui, mettendo insieme il concetto di determinismo astrologico con quello di karma.</p>
<p>Prof. Giovanni Pellegrino</p>
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		<title>Morte, la fine di tutto?</title>
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		<pubDate>Sun, 17 May 2020 17:54:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il presente articolo vuol essere una riflessione aperta sulla morte, visto che fin da piccoli si viene cresciuti con il timore e la riverenza di questo argomento, in contrapposizione a quello che, crescendo, è il business dei funerali e l’atteggiamento pseudo-scientifico o laicizzato che molti adulti sviluppano. Si pensi in particolare al fatto che, fin [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il presente articolo vuol essere una riflessione aperta sulla morte, visto che fin da piccoli si viene cresciuti con il timore e la riverenza di questo argomento, in contrapposizione a quello che, crescendo, è il business dei funerali e l’atteggiamento pseudo-scientifico o laicizzato che molti adulti sviluppano.</p>
<p>Si pensi in particolare al fatto che, fin dagli albori del genere umano, ci sia sempre stato un notevole riguardo nei confronti della morte, poiché i nostri antenati sapevano bene qual era l’importanza della morte tanto da venerarla e sollevarla a divinità.</p>
<p>Ma oggigiorno, effettivamente, come vediamo la morte?</p>
<p>Trascurando quello che potrebbe essere l’approccio di comparazione tra il pensiero religioso e laico, che potrebbe portare anche a un’analisi filosofica, l’idea è di provare a spostare il punto di vista in maniera più esterna e senza influenze di natura personale o regionale.</p>
<p>Questi aspetti <i>main stream</i>, ovvero il punto di vista religioso piuttosto che laico, sono quelli che gli individui ricevono per via del loro ambiente; infatti, fin da piccoli si riceve un imprinting su come vedere la morte e come approcciarsi a essa: dalla religione alla storia, dalla filosofia alla consuetudine, dalla scuola alla famiglia.</p>
<p>Naturalmente, bisogna considerare che agli aspetti metafisici si affianca quello ateistico e materialista, velato da approccio “<i>scientifico</i>”, in cui si relega la morte a fine delle funzioni biologiche seguite dalla decomposizione.</p>
<p><i>Paradossalmente, quest’ultimo approccio è, come si vedrà, semplicemente un punto di partenza a cui manca il poi. Infatti, è imprescindibile slegare la morte, per come si riesce a percepirla, da quelle che sono le funzioni vitali. Questo aspetto, banalmente, è esso stesso la definizione di morte. Prendendo un qualsiasi vocabolario, infatti, si legge:&lt;&lt;La cessazione delle funzioni vitali nell’uomo, negli animali e in ogni altro organismo vivente o elemento costitutivo di esso<a title="" href="applewebdata://263E67EA-8206-4200-B40D-71D8881A32C5#_edn1"><b>[i]</b></a>&gt;&gt;.</i> Sia un primitivo che un uomo moderno, davanti a un corpo inerme privo di reazioni vitali (battito del cuore e respiro) capisce di trovarsi davanti a una salma.</p>
<p>Il punto iniziale, dunque, è dato dal fatto che, in qualsiasi punto la si veda, la morte rappresenta uno stato finale, il termine della vita; ma questo non necessariamente significa conclusione dell’esistenza.</p>
<p>Facendo un passo avanti e fermandosi a meditare più a fondo, si può vedere che la morte ha un profondo significato simbolico che è stato tramandato dai tempi più remoti, che parte proprio dal concetto materiale di cessazione. La morte, infatti, è uno stato transitorio che porta da una condizione a un’altra, non necessariamente va slegata dal concetto di nascita: il frutto maturo cade sul terreno e muore, la sua decomposizione diventerà nutrimento per il seme che porterà alla nascita di una nuova pianta.</p>
<p>La morte diventa quindi uno stato di passaggio da una condizione di esistenza a una successiva. Se la si vuole vedere in termini non religiosi e scientifici, si può pensare al principio di conservazione della massa: <i>nulla si crea e nulla si distrugge</i>. Ampliando questo pensiero e applicandolo all’essere umano, ci si dovrebbe interrogare su cosa accade dopo la morte.</p>
<p>Anzitutto, è bene pensare al fatto che l’essere umano non è fatto di solo di corpo, questo si potrebbe esprimere prendendo in prestito l’aforisma della scuola Gestalt: &lt;&lt;<i>il tutto è più della somma delle parti</i>&gt;&gt;. Considerando concetti religiosi come Anima e Spirito, con le relative varianti culturali, ci si trova a dare un altro peso alla vita, poiché essa diventa l’esistenza nata da più componenti a costituire l’individuo. Ne deriva che, se alla morte il corpo fisico cessa di esistere, cosa accade alle componenti incorporee?</p>
<p>Questo porta a definire una sorta di incrocio da cui dipartono diverse strade, anche se tutte in modo più o meno differente convergono: lo spirito attende la fine dei tempi per essere indirizzato verso il Paradiso o gli Inferi (approccio cristiano); lo spirito, slegato dal corpo e dalle sensazioni terrene, viene reindirizzato a un nuovo inizio sulla base delle proprie esperienze vissute; lo spirito si ricongiunge con gli altri spiriti in una dimensione separata da quella materiale o, in alternativa, parallela a essa (si pensi per esempio all’Ade/Campi Elisi del mondo classico oppure Hel/Vahlalla della cultura norrena) in cui si conduce una sorta di “prosecuzione della vita”.</p>
<p>Queste interpretazioni si riconducono, effettuando una forte approssimazione, a una condizione in cui le diverse esistenze identitarie fanno capo a una principale. Nel caso Cristiano, si pensi a quando, dopo l’Apocalisse, le anime meritevoli saranno ammesse in paradiso per ricongiungersi a Dio. Allo stesso modo, si può vedere come alla fine del ciclo di apprendimento, Samsara, l’Atman individuale si ricongiunge con il Brahaman.</p>
<p>Questi aspetti, in ogni caso, sono fortemente collegati alla religione che, in accordo alla definizione di exoterismo, trasmette insegnamenti ai fedeli e poco si presta a essere manipolata per diverse interpretazioni da quelle ammesse. Proprio a tal proposito, si può proseguire questa meditazione passando al pensiero di un importante studioso moderno, René Guénon.</p>
<p><i>Guénon, in merito alla morte, scrive: &lt;&lt;La morte essendo concepita come la dissoluzione del composto umano, rappresenta un riassorbimento dell’individualità nello stato del non-manifestato<a title="" href="applewebdata://263E67EA-8206-4200-B40D-71D8881A32C5#_edn2"><b>[ii]</b></a></i>&gt;&gt;.</p>
<p>Questa definizione deriva dalla concezione orientale sposata dall’autore che la vita umana, come quella di tutto ciò che esiste nel mondo materiale e sensibile, si tratta di uno stato dell’essere specifico e manifestato che quindi viene limitato nel tempo e nello spazio. La vita stessa diventa un concetto illusorio, poiché viene percepita solo in base a ciò che si sente dal punto di vista sensoriale (salvo quegli individui illuminati che, attraverso le pratiche ascetiche o l’illuminazione, riescono ad avere uno stato di consapevolezza più espanso), infatti l’autore specifica: &lt;&lt; &lt;<i>L’individualità umana non può dunque essere situata temporalmente in rapporto agli altri stati dell’essere, poiché essi, in genere, sono extra-temporali, e ciò anche quando si tratta soltanto di stati ugualmente appartenenti alla manifestazione formale<sup>2</sup></i>&gt;.</p>
<p>Quindi la morte non è più la fine ultima dell’esistenza dell’individuo, quanto più la fine della sua rappresentazione materiale o, in altri termini, il completamento della sua esperienza esistenziale in quella forma: &lt;&lt; <i>Si deve considerare che l’idea di “morte” è essenzialmente sinonimo di cambiamento di stato, il che, come già abbiamo spiegato, corrisponde alla sua accezione più ampia<sup>2</sup></i>&gt;&gt;.</p>
<p>Se ci si ferma a meditare, questo tipo di concetto è ormai presente anche nella cultura occidentale. Quando si sente parlare di Karma, altro non è che un riallacciarsi a questa tipologia di interpretazione della vita. L’esistenza umana è data da un insieme di esperienze che predispongono l’individuo (naturalmente ragionando in senso spirituale ed esistenziale, quindi riferendoci all’Atman) a maturare una certa quantità di insegnamenti dovuti alle azioni compiute, siano esse positive o negative, che porteranno a definire quali saranno le condizioni del suo prossimo stato di esistenza.</p>
<p>La morte acquisisce, quindi, una forma che metaforicamente si può associare a quella di “esame finale” dopo il quale l’individuo prosegue con il percorrere una nuova strada o, in caso fosse “bocciato”, a ripetere l’esistenza nel mondo materiale come essere umano.</p>
<p>Si può avere un’altra interpretazione derivata dall’alchimia, la morte si può immaginare come il primo stadio, quello Nero, in cui si ha la degradazione della materia. Questo porta, tramite le successive fasi, all’ottenimento di una nuova materia. Si vede come, applicando quest’altro approccio, la concezione sia pressoché convergente: la morte è uno stato transitorio tra due forme o esistenze. Cessando di esistere in una forma, magari abbandonando le impurità e gli aspetti non più utili, la materia (o <i>altro</i>) si porta a un nuovo stato di esistenza e di purezza.</p>
<p>Questo aspetto ciclico della vita e, quindi, di una morte che rappresenta solo uno stato intermedio (in tutto e per tutto come la nascita), porterebbe ad applicare un diverso approccio nei confronti del decesso.</p>
<p>Bisogna specificare, tuttavia, che rispetto a come si voglia interpretare la morte, il decesso è comunque legato al lutto, che a sua volta è un concetto relativamente a parte. Il lutto è, di fatto, l’insieme di emozioni legate alla perdita di una persona cara o altro essere vivente (anche la morte di un animale domestico, spesso, provoca nei più sensibili un senso di melanconico vuoto). Questo dipende dal fatto che, per quanto ci si possa preparare ad affrontare il lutto, l’emotività può superare il raziocinio.</p>
<p>A questo punto si apre un altro concetto che lega morte e lutto, ed è come questo viene affrontato nelle diverse culture attuali. Si può fare facilmente una comparazione sulle due principali reazioni che, evidentemente, prescindono da come si interpreti la morte: una è quella che è comune in Italia, ovvero piangere il defunto con funzione religiosa e conseguente corteo funebre, vivere la dipartita con estrema tristezza; la seconda reazione è quella di svolgere la funzione religiosa e dalla sepoltura del defunto (sia essa tumulazione o cremazione), a cui segue ma celebrandone il decesso, mantenendo sempre il contegno per il lutto, con ricevimenti e con riflessioni sulla sua vita.</p>
<p>Questo porta a una rivalutazione della morte attribuendole una sorta di business. Si hanno, allora, professionisti della morte che, procedendo in maniera pragmatica e materiale, si occupano delle diverse incombenze legate alla salma. Si viene così portati a perdere di vista il significato della morte stessa, venendo investiti dalla materializzazione dell’evento.</p>
<p>In conclusione, si vede come la morte sia, abbandonando il preconcetto di “fine ultima”, lo stato intermedio che porta a una successiva esistenza. In questo il simbolismo ci aiuta, si pensi al serpente che si divora, l’uroboro:&lt;&lt;<i>Come il serpente costantemente si rinnova, così il ciclo della vita si ripete infinite volte</i><a title="" href="applewebdata://263E67EA-8206-4200-B40D-71D8881A32C5#_edn3">[iii]</a>&gt;&gt;.</p>
<p>Mattia Pisu</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="applewebdata://263E67EA-8206-4200-B40D-71D8881A32C5#_ednref1">[i]</a><a href="http://www.treccani.it/vocabolario/morte/">http://www.treccani.it/vocabolario/morte/</a> (ultima volta visitato il 4 maggio 2020)</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="applewebdata://263E67EA-8206-4200-B40D-71D8881A32C5#_ednref2">[ii]</a>René Guénon, <i>L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta</i>, Adelphi edizioni.</p>
</div>
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<p><a title="" href="applewebdata://263E67EA-8206-4200-B40D-71D8881A32C5#_ednref3">[iii]</a>Roberto Tresoldi, <i>Enciclopedia dell’Esoterismo</i>, De Vecchi editore.</p>
</div>
</div>
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		<title>I  PRINCIPALI  ELEMENTI DELLA CRISTOLOGIA DEL NEW AGE</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2020 05:31:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dobbiamo premettere che non è facile definire in maniera chiara e univoca quale sia la dottrina del movimento New Age poiché i gruppi che compongono la nebulosa acquariana presentano delle divergenze dottrinali abbastanza importanti . In questo articolo cercheremo di descrivere e sintetizzare i principali elementi della cristologia del New Age . Prima di cominciare [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Dobbiamo premettere che non è facile definire in maniera chiara e univoca quale sia la dottrina del movimento New Age poiché i gruppi che compongono la nebulosa acquariana presentano delle divergenze dottrinali abbastanza importanti .</p>
<p style="text-align: justify;">In questo articolo cercheremo di descrivere e sintetizzare i principali elementi della cristologia del New Age .</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di cominciare a descrivere tale cristologia vogliamo premettere che per gli acquariani Gesù non è il figlio di Dio,ma una delle numerose incarnazioni del Cristo cosmico . Di conseguenza appare evidente che la dottrina insegnata dal Cristo Acquariano è molto diversa da quella che i Vangeli Canonici attribuiscono a Gesù .</p>
<p style="text-align: justify;">Il Cristo acquariano non solo è molto diverso da quello della religione cristiana ma è altresì molto simile ai ricercatori metafisici del New Age . Vedremo ora quali sono le principali caratteristiche della cristologia acquariana.</p>
<p style="text-align: justify;">In primo luogo Gesù di Nazareth ( il Gesù storico ) è qualcosa di diverso dal Cristo cosmico in quanto il primo è un uomo mentre il secondo preesiste a Gesù di Nazareth essendo energia , forza , coscienza cosmica .</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo Gesù di Nazareth non è l’unica manifestazione del Cristo cosmico che si è incarnato in altri uomini ( Budda , Zoroastro, Maometto etc ) e s’ incarnerà in futuro in altri uomini . Di conseguenza per gli Acquariani Gesù non è l’unico Avatar ( manifestazione ) del Cristo cosmico .</p>
<p style="text-align: justify;">In terzo luogo gli acquariani negano che Cristo sia morto in croce in quanto essi sostengono che solamente l’uomo Gesù di Nazareth morì sulla croce poiché il principio cristico cosmico si staccò da lui prima della crocifissione .</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni gruppi acquariani sostengono che neppure Gesù morì in croce dal momento che Gesù di Nazareth sarebbe solamente svenuto sulla croce cosicchè si sarebbe trasferito in Oriente dove sarebbe morto in tarda età .</p>
<p style="text-align: justify;">In quarto luogo i documenti extrabiblici sono considerati fonte autentiche per conoscere gli aspetti nella vita di Gesù non descritti nei Vangeli Canonici .Ma gli acquariani non si feermano qua dal momento che una sorta di esegesi esoteerica viene applicata ai Vangeeli Canonici alfine di effettuare una forma di purificazione del cristianesimo da tutti quegli elemnti che a detta degli acquariani impedisconodi cogliere l’essenza esoterica. Di conseguenza per la cristologia acquariana i vangeli cristiani conterrebbero delle inesattezze che avrebbero almeno in parte deformato l’insegnamento autentico di Gesù per cui non sarebbero sempre attendibili .</p>
<p style="text-align: justify;">In quinto luogo la cristologia acquariana rifiuta l’idea che Gesù sia risorto in quanto lo ritiene un uomo e non l’ Unigenito Figlio di Dio .</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre per il New Age Gesù è un maestro cosmico venuto a ricordare agli uomini antiche verità dimenticate e ad indicare la strada per esprimere al massimo le potenzialità legate alla natura umana .</p>
<p style="text-align: justify;">In sintesi possiamo dire che per la cristologia acquaroana Gesù non è assolutamente il redentore dell’ Umanità sia perché gli Acquariani rifiutano il concetto di peccato nonché l’idea di un redentore e3sterno all’ uomo stesso sia perché negano che Gesù sia Dio.</p>
<p style="text-align: justify;">Vogliamo mettere in eidenza che per il new Age l’uomo non ha bisogno di nessun redentore esterno dal momento che l’uomo è in grado di salvare se stesso raggiungenfo l’Illuminazione ( nel caso del New Age gli storici delle religioni parlano di autosoteriologia .</p>
<p style="text-align: justify;">Nel New Age si parla di autosoteriologia dal momento che gli Acquariani accettano un’antropologia molto ottimistica che giunge fino al punto di considerare l’uomo di natura divina cosiccè il principale compito degli esseri umani per il new Age è quello di acquistare consapevolezza della loro natura divina attraverso lì Illuminazione .</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro elemento che caratterizza la cristologia acquariana è il netto rifiuto del concetto di Parusia e di quello di fine del mondo . Per quanto riguarda il rifiuto del concetto di Parusia ( Gesù Cristo sulla Terra ) dobbiamo dire che essa è dovuta a due ragioni : in primo luogo gli Acwquariani ritemgono che Gesù era un uomo e pertanto essemdo egli morto senza risorgere non può ritornare una seconda volta sulla Terra come Gesù ( dobbiamo mettere in evidenza che l’escatologia Acquariana si basa sulla credenza nella reincarnazione e non su quella della risurrezione ).</p>
<p style="text-align: justify;">In secondo luogo gli Acquarinai sono convinti che verrà sulla Terra nell’era dell’ Acquario una nuova manifestazione del Cristo cosmico che si incarnerà in un uomo diverso da Gesù .</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre gli acquariani rifiutano anche il concetto di fine del mondo poiché essi ritengono che nessun Dio distruggerà mai la Terra anche perché a loro dire siamo alle porte di una era nella quale l’ umanità raggiumgerà un livello spirituale ed una felicità mai raggiunti prima .</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso modo la cristologia acquariana rifiuta l’idea che Gesù verrà a giudicare gli uomini alla fine dei tempi o che li giudichi alla fine della loro vita terrena .</p>
<p style="text-align: justify;">Dobbiamo dire che gli adepti del New Age credono che dopo la morte gli uomini devono sottostare alla legge universale del Karma che deciderà se gli uomini dopo la morte si reincarneranno in modo tale da avere una vita felice oppure una vita infelice e triste .</p>
<p style="text-align: justify;">Tra l’altro gli Acquarinai non accettano neppure l’idea dell’esistenza della Trinità nella quale Gesù Cristo rappresenta la Seconda Persona Divina .</p>
<p style="text-align: justify;">Come tutti sanno il dogma della Trinità rappresenta uno dei capisaldi della dottrina della religione cattolica ragion per cui la cristologia cattolica non può fare a meno della dottrina della Trinità .</p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre gli adepti del New Age ritengono che Gesù non sia la sola via per conoscere Dio  dal momento che sono convinti che anche le altre manifestazioni del Cristo cosmico ( Budda , Zoroastro ,Pitagora ,Maometto etc ) siano vie altrettanto valide per conoscere Dio .</p>
<p style="text-align: justify;">Gli acquariani sono altresì convinti che il nucleo degli insegnamenti di tutti gli Avatar del Cristo cosmico ivi compreso Gesù siano gli stessi . I newagers non si rendono conto che esistono differenze importanti tra le dottrine delle principali religioni riscontrabili nella storia  cosicchè non si può dire che esiste un nucleo in comune significativo in tutte le più grandi religioni mondiali . Tra l’altro gli acquariani  sono convinti che la nuova manifestazione del Cristo cosmico ( Avatar ) che caratterizzerà l’era dell’ Acquario fornirà agli uomini degli insegnamenti più perfetti di quelli di Gesù  ed in grado di sostutuirsi ad essi . Al contrario la religione cattolica afferma che gli insegnamenti di Gesù non sono perfezionabili in nessun modo e da nessuno in quanto con la mvenuta di Gesù Crsito sulla terra è stato raggiunto l’apice della rivelazione di Dio agli uomini . Infine la cristologia acquariana sostiene che Gesù è il fondatore di una religione adatta agli uomini dell’era dei Pesci e pertanto non destinata ad essere la religione valida per tutti gli uomini e intorno tutte le epoche storiche .</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi per gli Acquariani non sarà mai detto che la Rivelazione di Dio agli uomini è conclusa una volta per sempre ma al contrario gli adepti del new Age credono nella rivelazione continua .</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la cristologia acquariana neppure il nuovo Avatar dell’era dell’ Acquario chiuderà la serie delle rivelazioni divine continue al genere umano  in quanto ogni era deve avere il proprio Avatar .</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prof. Giovanni Pellegrino</p>
<p>Prof. Ermelinda Calabria</p>
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		<title>ETICA E CONFLITTO NELLA TRAGEDIA GRECA DALLA LETTURA DI “SE’ COME UN ALTRO” DI PAUL RICOEUR</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2020 06:09:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il concetto di &#8220;nomos&#8221; (norma-legge) è in stretta connessione con quello di &#8220;ethos&#8221; (luogo in cui vivere). Il &#8220;demos&#8221; (popolo) necessita del “nomos”, perchè senza di esso avrebbe come conseguenza una società in perenne conflitto, in cui prevarrebbe unicamente la cura dei propri interessi individuali. Allo stesso modo il “demos” ha bisogno di un &#8220;ethos&#8221;, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il concetto di &#8220;nomos&#8221; (norma-legge) è in stretta connessione con quello di &#8220;ethos&#8221; (luogo in cui vivere). Il &#8220;demos&#8221; (popolo) necessita del “nomos”, perchè senza di esso avrebbe come conseguenza una società in perenne conflitto, in cui prevarrebbe unicamente la cura dei propri interessi individuali. Allo stesso modo il “demos” ha bisogno di un &#8220;ethos&#8221;, che non è solo il luogo in cui vivere, ma anche il modo in cui vivere, secondo giustizia e secondo volontà divina. Da &#8220;ethos&#8221; deriva il termine &#8220;ethikos&#8221;, &#8220;etica&#8221;, ossia l&#8217;insieme delle concezioni morali proprie di una determinata società e, in senso assoluto, la scienza della morale in quanto tale. Pertanto, se l&#8217;ethos è il costume, l&#8217;ethicos è la sua elevazione a norma morale, ossia il suo trascendimento in una istanza superiore, impegnativo per tutti i membri della comunità, e, in prospettiva, dell’umanità intera. L&#8217;elemento che funge da supremo regolatore del passaggio dall&#8217;&#8221;ethos&#8221; all&#8217; &#8220;ethikos&#8221;, ovvero dal costume alla legge, è, appunto, il &#8220;nomos&#8221;: la volontà degli dèi, che si pone a fondamento della legge umana e le conferisce valore assoluto. Nel dramma di Antigone viene messo in risalto il conflitto tra legge umana e legge divina, intendendo quest’ultima come legge imprescrittibile della coscienza. Antigone sfida la legge umana per dare degna sepoltura al proprio fratello. Ella considera superiore la legge divina, ma incorre consapevolmente nella condanna della legge umana, accettandone le tragiche conseguenze. In questo modo Antigone afferma il principio che quando le leggi umane sono ingiuste, come nel caso di Creonte che vuole negare la sepoltura di un morto, esse non discendono dagli dei e, pertanto, non gli si può attribuire la dignità e il carattere d’inviolabilità del nomos. Lo scarto che si viene a creare tra nomos ed ethos, legge umana e legge divina, condanna l’uomo della praxis a rimettersi in discussione e a rielaborare la propria azione e il proprio giudizio, tenendo conto di una saggezza tragica, dalla quale in qualche modo discende il diritto positivo e pratico. Il percorso etico e morale, oggetto dello studio ricoeuriano, che va dal virtuosismo aristotelico al rigorismo kantiano, non sembra tener conto del conflitto generato da una saggezza tragica e una saggezza pratica, come evidenziato nel dramma di Antigone. Conflitto, questo, che invece viene ben descritto e messo in evidenza da Hegel, che però lo risolve e lo supera attraverso una dialettica universalizzante e sistematica che conduce alla teoria dello stato e pretende di porsi al di fuori e al di sopra dell’etica stessa. Il tragico, afferma Ricoeur in polemica con Hegel, non è peculiare all’epoca aurorale della vita etica greca, ma è sempre in atto e si ripresenta nei conflitti che emergono ripetutamente durante il percorso che va dall’applicazione della regola al giudizio morale in situazione. La questione posta è se vi sia una contrapposizione tra la Sittlichkeit hegeliana, in cui la libertà si concretizza oggettivandosi in forme sempre più ampie (famiglia, società, stato) e la Moralitat kantiana; ovvero se sia preponderante l’obbligo di servire le istituzioni dello stato considerandole di altra natura rispetto all’obbligo morale, fosse, questo, anche di ordine e di natura superiore. Tale opposizione, scrive Ricoeur, perde molta della sua forza se si assegna alla giustizia distributiva kantiana, vista come diritto privato, e al diritto astratto della dottrina hegeliana, un campo di applicazione più vasto. Una cosa, infatti, è ammettere la derivazione dello stato non da individui, ma da altre istituzioni, altra è conferirgli una spiritualità distinta da quella degli individui. La tesi hegeliana crolla rovinosamente a seguito dei tragici avvenimenti del xx secolo, in cui i popoli percepiscono le istituzioni come nemiche e assassine, creando una lacerazione profonda tra la Sittlichkeit e la coscienza morale. A creare questo tipo di conflitto politico è la gravità della confusione interpretativa che crea lo scarto tra potere e dominio, in cui, all’interno della stessa istanza si contendono il primato la forma, che si esprime nella Costituzione, e la forza, che si esprime nella costrizione e nell’uso legittimato della violenza. In questo modo viene ribadita, parossisticamente, l’irresolutezza del tragico dell’azione. Altro campo di conflitto, scrive Ricoeur, è quello stagliato nel secondo imperativo categorico kantiano, che si propone di trattare l’uomo e l’umanità come fine e mai soltanto come mezzo. Ma la suggestione di una inscindibilità tra l’individualità e l’umanità viene meno nel momento in cui emerge l’alterità degli individui e l’eccezione fa crollare la pretesa universalità della regola morale. In altre parole Kant, nel suo concetto di universalizzazione delle massime appartenenti all’imperativo categorico, non tiene conto dell’eccezione che si rivolge verso il beneficio dell’altro, ovvero dell’applicazione della legge a situazioni particolari. La condanna della falsa promessa, ad esempio, dimostra come l’altro possa essere preso scarsamente in considerazione. La regola, allora, sostiene Ricoeur, deve essere sottoposta ad un esame che passi dal confronto tra le circostanze e le conseguenze; ovvero deve seguire sempre la regola della reciprocità. Citando Kemp : ”è necessario situare la felicità all’interno dell’etica, ma senza che questa entri in contrasto con il dolore”. Con tale spirito, allora, si possono affrontare temi spinosi come “la vita che comincia” e “la vita che finisce”, nel senso di una visione improntata sulla responsabilità dell’agente e del rispetto verso l’altro. In questo spazio dell’eccezione, lasciato vuoto dall’etica kantiana è situato il preciso limite in cui si attua il conflitto tra il tragico della morale e la saggezza pratica. Questo spazio vuoto, tuttavia, è anche il terreno di ricomposizione del conflitto. In altre parole, nel dubbio dell’applicazione del principio etico alla “vita che comincia”, che afferma il diritto alla vita, ad esempio su un embrione, questo va rimodellato come diritto ad una “possibilità” di vita, che esclude il rischio di commettere un omicidio. Nel conflitto tra scienza e saggezza, come afferma Hans Jonas, deve prevalere il “timore del peggio”. Pertanto, una scienza che si sostituisca a Dio o alla natura, pretendendo il diritto esclusivo della sentenza, non potrà che fare male. Anche la ricerca del “giusto mezzo” talvolta non è altro che un debole compromesso, poiché il bene risulta spesso un estremo e non una medietà, come afferma lo stesso Aristotele. Rimane la questione se di un sistema morale che non abbia un supporto giuridico si possa affermare che esso possegga una coerenza propria e indipendente. Ricoeur nega la possibilità sostenuta nella tesi kantiana, di una autonomia della legislazione in quanto meta-criterio della moralità, sostenendo che non ci sarebbe un tragico dell’azione se universalismo e contestualismo non fossero, di volta in volta, considerati nelle differenti situazioni in cui vengono a trovarsi e che solo attraverso una mediazione pratica, che si affidi alla “saggezza del giudizio morale in situazione” si può superare questa antinomia. La linea tracciata da Ricoeur in questo studio è quella di porre al centro una dialettica del sé e dell’altro da sé, introducendo il principio di reciprocità e di responsabilità. La nozione di responsabilità possiede al suo interno le nozioni di prospettico e retrospettivo. Si tratta di riconoscere il proprio debito verso coloro che ci hanno preceduto e ci hanno permesso di essere quelli che siamo e, contestualmente, di riconoscerlo verso coloro che verranno dopo di noi. La responsabilità del presente, che si integra tra passato e futuro, consiste nella dialettica tra ipseità e medesimezza. L’ipseità è l’aspetto mutevole che il soggetto costruisce e modifica attraverso il “racconto di sé”; la medesimezza riguarda l’identità come medesimo, ovvero l’aspetto immutabile dell’individuo, che alcuni definiscono carattere. La “Piccola etica” ricoeuriana si conclude con il superamento della virtù e del dovere, di memoria aristotelica e kantiana, attraverso un movimento, cosiddetto, a spirale, che non chiude mai il cerchio e non si fa sistema, ma è mosso e governato da un etica della responsabilità, collocandosi in una posizione di continua e sempre rinnovata relazione e intermediazione con l’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Sandro Secci</p>
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		<title>IL CHANNELLING COME FONTE DI NUOVE RIVELAZIONI</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Apr 2020 06:03:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da sempre l’uomo ha desiderato dialogare con i morti cosicchè da sempre sono esistiti medium che hanno messo in contatto gli uomini con coloro che si trovano nell’aldilà. Il Channelling, elemento fondamentale della dottrina del NEW AGE, è una forma moderna di spiritismo, ci si mette in contatto con l’aldilà, come si sintonizza su un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Da sempre l’uomo ha desiderato dialogare con i morti cosicchè da sempre sono esistiti medium che hanno messo in contatto gli uomini con coloro che si trovano nell’aldilà.</p>
<p>Il Channelling, elemento fondamentale della dottrina del NEW AGE, è una forma moderna di spiritismo, ci si mette in contatto con l’aldilà, come si sintonizza su un canale televisivo o radiofonico: un Channel.</p>
<p>Molti Acquariani sostengono che l’umanità sprofonderebbe nel caos se non prestasse ascolto agli ammonimenti che l’entità giunte sull’altra riva sono pronte a indirizzare agli uomini.</p>
<p>Il Channeling attira l’attenzione soprattutto in America nel grande pubblico e dei mass media. Ma in che cosa il Channelling si distingue dallo spiritismo classico?</p>
<p>In primo luogo, mentre nello spiritismo classico la maggior parte delle entità che si manifestavano, erano spiriti di morti, nel Channelling si manifestano entità di tutti i tipi: Dio, angeli, maestri cosmici, fate, elfi, gnomi, folletti, extraterrestri.</p>
<p>In secondo luogo nel Channelling sono rare le manifestazioni di tipo fisico, frequenti nello spiritismo classico. Non bisogna dimenticare che le opere di Allan Kardek e gli altri famosi spiritisti sono tra le letture preferite dagli Acquariani che attribuiscono grande importanza al pensiero di questi autori.</p>
<p>Riteniamo opportuno a questo punto esporre in maniera sintetica le principali dottrine dello spiritismo classico che è una dottrina fondata sulla credenza della esistenza, delle manifestazioni e dell’insegnamento degli spiriti. Gli spiritisti sono anche convinti che sia possibile conoscere l’aldilà utilizzando gli insegnamenti degli spiriti.</p>
<p>Con lo spiritismo, fin dalle origini si propose di raggiungere due fini per mettere agli uomini di entrare in contatto con le persone care morte e dimostrare in maniera oggettiva l’esistenza di un aldilà nel quale i morti conservano la loro individualità e la loro personalità. Ma si può considerare lo spiritismo compatibile con tutte le tradizioni religiose esistenti?</p>
<p>Per fare un esempio Allan Kardek (il più famoso spiritista della storia) ha sempre creduto che rivelazioni che aveva ricevuto dagli spiriti servissero a completare e chiarire la dottrina tradizionale della religione cattolica. Per Kardek lo spiritismo era la terza rivelazione della legge di Dio, mentre il Vecchio testamento era la prima rivelazione, il Nuovo Testamento la seconda.</p>
<p>Fin dall’ inizio del movimento gli spiritisti si preoccuparono di unirsi di formare il movimento con collegamenti a livello internazionale. Probabilmente gli spiritisti sono in tutto il mondo molti milioni se si contano coloro che lo praticano per ottenere contatti con parenti morti e coloro che frequentano con regolarità le conferenze spiritiche.</p>
<p>In sintesi possiamo dire che la intera dottrina spiritistica poggia sulle idee di evoluzione progresso indefinito e giustizia: ognuno subisce le conseguenze delle sue azioni e dei suoi pensieri e l’evoluzione degli esseri umani avviene attraverso una lunga serie di esistenze e di prove. Gli spiritisti hanno sviluppato una propria complessa concezione dell’aldilà basata sull’ informazione ricevuta dagli spiriti inoltre gli spiritisti sostengono che l’uomo é costituito da tre parti: il corpo fisico ; l’anima ( il principio immateriale che sopravvive alla morte) ; il perispirito ( esso corrisponde al corpo astrale che gli esoteristi ed è il fluido vitale che anima il corpo fisico ).</p>
<p>La dottrina spiritista si basa anche sulla credenza nell’esistenza di una intera gerarchia di spiriti: gli spiriti imperfetti, gli spiriti buoni, gli spiriti puri.</p>
<p>Alla sommità di tale gerarchia lo spiritismo pone un Dio eterno infinito e onnipotente.</p>
<p>Torniamo ora ad occuparci del Channelling che oltre a essere una forma moderna di spiritismo è anche una delle cause della nascita di nuove religioni in quanto crea le premesse per l’esistenza di “rivelazioni continue” in grado di dare origine a nuove religioni nate per la predicazione dei nuovi profeti. Il Channelling è una fonte di rivelazioni continue perché stabilisce un contatto permanente con entità di vario tipo in grado di rivelare in ogni momento concetti riguardanti qualsiasi argomento attinente alla dimensione religiosa. Per dirla in altro modo il Channelling permette una serie potenzialmente infinita, di rivelazioni private e la presenza di un numero altissimo di nuovi profeti il Channelling da anche luogo a un modello di religiosità incontrollabile e selvaggia dal momento che nessuno può prevedere l’evoluzione e l’andamento di queste nuove rivelazioni.</p>
<p>Gli storici delle religioni hanno studiato con attenzione il channelling proprio per i motivi appena detti dal momento che tale modello di religiosità derivante da esso è alla base di molte nuove religioni.</p>
<p>Gli Acquariani proprio perché credono nel Channelling ritengono che ogni individuo possa diventare un nuovo profeta e che le entità impegnate nel channelling forniscano continuamente nuove rivelazioni per facilitare il progresso dell’umanità e l’arrivo della nuova era.</p>
<p>In sintesi gli Acquariani credono nel concetto rivelazione continua e nella possibilità che nuove rivelazioni possano correggere contraddire, integrare le rivelazioni del passato oppure addirittura dire cose non presenti nelle antiche rivelazioni. Ma quale è l’atteggiamento della chiesa cattolica nei confronti del Channelling e dello spiritismo classico?</p>
<p>Dobbiamo dire che la Chiesa Cattolica condanna in maniera assoluta lo spiritismo e il Channelling e rifiuta in maniera altrettanta assoluta il concetto di rivelazione continua. Per quanto riguarda lo spiritismo dobbiamo dire che esso è condannato in maniera esplicita dalla Bibbia (il Deuteronomio dice che non deve essere nessuno che pratichi la magia o la divinazione oppure che consulti gli spiriti e interroghi i morti). La religione cattolica ritiene che nelle sedute spiritiche intervengono due specie di entità: i demoni e le anime dannate. Gli esorcisti mettono in evidenza che coloro che partecipano alle sedute spiritiche corrono il rischio di andare incontro a fenomeni di possessione in quanto risulta agli esorcisti che molte possessioni si verificano nel corso di sedute spiritiche. Inoltre gli stessi esorcisti mettono in evidenza che sono possibili durante le sedute spiritiche fenomeni di infestazione ambientale dovute proprio all’azione delle anime dannate che violano la legge divina che proibisce di interrogare i morti.</p>
<p>Per quanto riguarda il concetto di Rivelazione continua dobbiamo dire che esso viene rifiutato in maniera categorica dalla religione cattolica che ritiene che la Rivelazione si è chiusa definitivamente con la venuta di Cristo e con la morte dell’ultimo Apostolo. In sintesi per la Chiesa cattolica Cristo rappresenta lo’ ultima parola della Rivelazione ragion per cui non ci possono essere altre rivelazioni che perfezionino quella di Cristo in quanto il dialogo tra Dio e gli uomini ha raggiunto il suo apice in Cristo di conseguenza dopo le due rivelazioni (antico Testamento e Nuovo Testamento) non ci sarà una terza rivelazione. Ricordiamo che il New Age sostiene che è necessaria la rivelazione continua perché le esigenze spirituali degli uomini cambiano con il passare del tempo cosicchè servono sempre nuovi tipi di rivelazione.</p>
<p>Concludiamo tale articolo ribadendo che il Channelling Acquariano è la forma più sofisticata di rivelazione continua in quando a detta degli Acquariani è in grado di completare e perfezionare le rivelazioni del passato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prof. Giovanni Pellegrino</p>
<p>Prof. Ermelinda Calabria</p>
]]></content:encoded>
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		<title>I Cinque Periodi della missione del Buddha: un confronto con l’I Ching</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Dec 2017 20:28:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I Cinque Periodi della missione del Buddha: un confronto con l’I Ching [ SUDDIVISO IN DUE PARTI ]   [PRIMA PARTE] Mi è capitato di leggere in Storia della filosofia orientale, libro di cui ammetto di avere ignorato anche l’esistenza poco prima di trovarlo, una pagina interessante sulla diffusione della dottrina buddistica: &#160; Uno dei [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><b>I Cinque Periodi della missione del Buddha: un confronto con l’<i>I Ching</i></b></p>
<p align="center"><b>[ SUDDIVISO IN DUE PARTI ]</b></p>
<p><b> </b></p>
<p><b>[PRIMA PARTE]</b></p>
<p>Mi è capitato di leggere in <i>Storia della filosofia orientale</i>, libro di cui ammetto di avere ignorato anche l’esistenza poco prima di trovarlo, una pagina interessante sulla diffusione della dottrina buddistica:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Uno dei più illustri pensatori cinesi del VI secolo tentò un&#8217;ardita sintesi delle opposte opinioni [sulla dottrina del Buddha] allo scopo di trarre un sistema organico da tanta confusione: questo fu Chi-kai, nato nel 531 d.C.</p>
<p>Egli ammetteva che tutti gli esseri possiedono la natura del Buddha, ma sosteneva che la sua realizzazione dipende dallo sforzo personale. Vi è quindi bisogno dell&#8217;istruzione, e anche di un profondo impegno, onde rimuovere l&#8217;errore e giungere alle idee veraci. Questa era la pietra angolare del nuovo sistema di Chi-k&#8217;ai. Un profondo studio della letteratura buddistica lo convinse che nonostante le apparenti diversità e contraddizioni riscontrabili negli insegnamenti del Buddha, vi è in essi una profonda unità d&#8217;intenti. L&#8217;esistenza di diverse teorie filosofiche non deve far dimenticare che lo scopo ultimo è sempre il medesimo, cioè quello di superare i mali e conseguire la verità e il bene ultimo. [...]</p>
<p>Fu partendo da queste premesse che Chi-k&#8217;ai tentò una classificazione ordinata della letteratura e una sintesi della dottrina. Il sistema da lui elaborato era tanto ragionevole, che venne adottato da tutte le scuole buddistiche in Cina e negli altri Paesi dell&#8217;estremo Oriente,  ed è pervenuto fino a noi. [...]</p>
<p>Rispetto agli insegnamenti del Buddha quali sono incorporati nella letteratura, Chi-k&#8217;ai propose di classificarli in ordine cronologico. Egli suddivise la carriera attiva del Buddha in cinque periodi, in relazione ai quali classificò anche la sua predicazione.</p>
<p>Il primo periodo è [quello in cui] il Buddha, proprio subito dopo il conseguimento della <i>bodhi</i> [illuminazione o risveglio] trascorse 21 giorni sotto l&#8217;albero, abbagliato dalla luce della rivelazione. [...]</p>
<p>Il secondo periodo incomincia non appena egli lascia l&#8217;albero della <i>bodhi</i> e inizia la sua opera di insegnante religioso popolare. I suoi insegnamenti di questo periodo [...] sono riservati ai novizi e non contengono alcuna «verità sublime». Questo periodo durò 12 anni.</p>
<p>Nel terzo periodo, di 8 anni, si impegnò in un attacco a fondo contro le varie scritture religiose e filosofiche che predicavano dottrine contrarie alla sua fede.</p>
<p>Il quarto fu un periodo in cui gli attacchi delle altre scuole divennero così accesi da costringere il Buddha a rivelare ai suoi discepoli le verità metafisiche più profonde. [...] Tale periodo durò 22 anni.</p>
<p>Il quinto periodo fu quello culminante. Gli avversari erano stati costretti al silenzio e il buddhismo si era ormai stabilito su solide fondamenta. [...] Fu un periodo di 8 anni, che terminò con il <i>nirvana</i> del Buddha.<a title="" href="#_ftn1">[1]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se, facendo un esperimento, mettiamo gli anni dei cinque periodi della vita di Buddha dopo l&#8217;illuminazione in parallelo con il libro classico dell&#8217;antica Cina, l&#8217;<i>I Ching, Libro dei Mutamenti</i>, e consideriamo gli anni di età di Buddha durante i periodi individuati da Chi-k&#8217;ai, emergono legami sorprendenti inerenti proprio la dinamica dell&#8217;ascesi, sia in riferimento al Buddha sia in generale:</p>
<p><b>                                                                            </b></p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="92">
<p align="center"><b>Periodo</b></p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center"><b>Durata</b></p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center"><b>Età del Buddha</b></p>
</td>
<td valign="top" width="183">
<p align="center"><b>Esagramma dell’<i>I Ching</i></b></p>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">I</p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">21 giorni</p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">30 anni</p>
</td>
<td valign="top" width="183">30, <i>Li</i>, L’Aderente (il Fuoco)</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">II</p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">12 anni</p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">30-42 anni</p>
</td>
<td valign="top" width="183">30, <i>Li</i>, L’Aderente (Il Fuoco) – 42, <i>I</i>, L’Accrescimento spirituale</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">III</p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">8 anni</p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">42-50 anni</p>
</td>
<td valign="top" width="183">42, <i>I</i>, L’Accrescimento spirituale – 50, <i>Ting</i>, il Crogiolo</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">IV</p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">22 anni</p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">50-72 anni</p>
</td>
<td valign="top" width="183">- &#8211; - (l’<i>I Ching </i>si ferma all’esagramma 64)</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">V</p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">8 anni</p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">72-80 anni</p>
</td>
<td valign="top" width="183">- &#8211; -</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p align="center">
<p>L&#8217;esagramma 21 è <i>Chi-ho</i>, il Morso che spezza:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il segno rappresenta una bocca aperta, ma tra i denti si trova un ostacolo (linea al quarto posto). Di conseguenza le labbra non possono riunirsi. Per ottenere la loro ricongiunzione, bisogna mordere energicamente l’ostacolo da parte a parte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli ostacoli sarebbero</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>i turbamenti della convivenza armoniosa portati da criminali e calunniatori. [...] Quando un ostacolo si oppone all’unione, un energico morso che spezza provoca riuscita. [...] L’unità non si può stabilire laddove è sempre compromessa da delatori e traditori, da qualcuno che ostacola e impedisce. [...] Occorre però procedere nella maniera giusta. Il segno è composto dai trigrammi <i>Li</i>, chiarezza, e <i>Chên</i>, eccitazione. <i>Li</i> è tenero, <i>Chên</i> è duro. Durezza ed eccitazione da sole sarebbero troppo violente nel punire. Chiarezza e dolcezza da sole sarebbero troppo deboli. Riunite, producono la giusta misura.<a title="" href="#_ftn2">[2]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si tratta dunque del primo e indispensabile passo nell’ascesa (e nell’ascesi) spirituale: una netta recisione di ogni compromesso con il Male. Coloro che ostacolano e impediscono, soprattutto mediante la calunnia, sono le forze maligne: il significato greco della parola <i>diàbolos</i>, diavolo, è appunto questo: colui che separa, divide, che crea ostacolo (<i>skàndalon</i>); e il primo “luogo” in cui essi possono esercitare questa azione è ovviamente l’interiorità dell’individuo umano.</p>
<p>Il numero 21 è prodotto della moltiplicazione 3 × 7, e gli esagrammi rappresentati da questi ultimi due numeri implicano significati simbolici che si rivelano condizioni necessarie al significato simbolico dell&#8217;esagramma 21:</p>
<p>• il 3 è <i>Chun</i>, La Difficoltà iniziale o la Confusione iniziale, così composto:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il segno inferiore, <i>Chên</i>, è l’Eccitante: è diretto verso l’alto; per immagine ha il tuono; il segno superiore, <i>K’an</i>, è l’Abissale, il pericoloso: il suo moto va verso il basso; per immagine ha la pioggia. La situazione indica dunque una pienezza densa, caotica. Tuono e pioggia riempiono l’aria, ma il caos si rischiara. [...] Nel temporale le forze in tensione si scaricano, e tutto respira di sollievo. [...] È come un primo parto. Queste difficoltà derivano dall’affollarsi di ciò che sta lottando per formarsi. [...] Nel caos della difficoltà iniziale, l’ordine è già predisposto. Così il nobile deve, in questi tempi iniziali, suddividere e ordinare la caotica abbondanza.<a title="" href="#_ftn3">[3]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come in un temporale il tuono e il buio delle nubi precedono la distensione, anche nella sfera umana il tempo dell’ordine è preceduto da un’epoca di caos. [...] Nubi e tuono corrispondono alla struttura del segno. Qui si parla dello stato che precede la pioggia e simboleggia il pericolo. Per superarlo bisogna prima separare e poi unire, come avviene quando il temporale si scarica: dapprima nubi sopra e tuoni sotto, poi tuoni sopra e pioggia sotto.<a title="" href="#_ftn4">[4]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dal punto di vista dell’ascesi, il caos è, naturalmente, quello interiore, proprio, della persona che si mette sulla via ascetica, e le forze che si scontrano tra loro sono le sue dimensioni psicologiche, emozionali, passionali, ognuna delle quali a sua volta in conflitto con la volontà di distacco dalla dimensione mondana dell’esistenza. Si tratta dunque di strutturare le forze disordinate in un ordine finalizzato.</p>
<p>• il 7 è <i>Shih</i>, l&#8217;Esercito, segno formato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>dai segni primordiali <i>K’an</i>, acqua, e <i>K’un</i>, terra. Così è simboleggiata l’acqua sotterranea, quella che si raccoglie nel sottosuolo. Allo stesso modo si accumula la forza militare entro la moltitudine di un popolo: invisibile in tempo di pace, ma sempre a disposizione come fonte di potenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per questo la sua Immagine dice «<i>Nel grembo della terra vi è l’acqua: l’immagine dell’esercito</i>»:<i></i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’acqua sotterranea sta invisibile nel grembo della terra. Allo stesso modo la potenza militare di un popolo sta invisibile in seno alle masse.<a title="" href="#_ftn5">[5]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In virtù della coscrizione obbligatoria in uso nell’antichità, i soldati sono presenti nel popolo come l’acqua sotto la terra. Avendo cura della prosperità del popolo, si ottiene un esercito valoroso.<a title="" href="#_ftn6">[6]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il significato del 7 &#8211; la molteplicità preparata per gli eventuali conflitti &#8211; è quindi la logica evoluzione del significato del caos atmosferico rappresentato dal 3, tanto più che si tratta di acqua assorbita dalla terra, nelle falde freatiche diremmo oggi: esattamente quello che avviene in natura dopo un temporale; vale a dire, sul piano psicologico-spirituale, le passioni e le forze interiori della persona disciplinate e addestrate alla lotta spirituale (in arabo: <i>jihad</i>) contro le forze avversarie (avversario, in ebraico, è: <i>satan</i>).</p>
<p>Altri due significati simbolici dei numeri 3 e 7 si legano benissimo alla vicenda umana e ascetica del Buddha &#8211; e in generale all&#8217;ascetismo &#8211; e ai legami di questa con la simbologia espressa dall&#8217;<i>I Ching</i>:</p>
<p>• 3 sono le razze e le città dei demoni affrontati dal dio indù Shiva in un mito, descritto da Giuseppe Lanza del Vasto (1901-1981), discepolo del Mahatma Gandhi, che ebbe modo di osservarlo rappresentato in un bassorilievo di un tempio indiano:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;arco impugnato dal dio è Vishnu stesso, e la freccia è Brahma. [...] Sciva mira con la freccia il pilastro di faccia, su cui si trovano figurate in bassorilievo le Tre Città: la Città di Ferro, la Città d&#8217;Argento e la Città d&#8217;Oro, abitate rispettivamente dai demonii del ventre, dai demonii del cuore e dai demonii della testa. E distruggerà le tre città e i demonii che le abitano: è il distruttore delle tenebre, del desiderio e delle illusioni: è il Principe degli Yoği, il Redentore dello spirito.<a title="" href="#_ftn7"><sup><sup>[7]</sup></sup></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le Tre Città, ognuna costruita e denominata con un metallo prezioso in progressione &#8211; la Città di Ferro abitata dai demonii del ventre; la Città d&#8217;Argento abitata dai demonii del cuore; la Città d&#8217;Oro abitata dai demonii della testa – possono essere confrontate con le tre tentazioni di Gesù nel deserto, che, prima dell&#8217;inizio della sua vita pubblica, mirano a sedurlo proprio dal punto di vista del ventre, del cuore e della testa:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli si avvicinò il tentatore e gli disse: «Se sei il Figlio di Dio, dì che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: <i>Non di solo pane vivrà l&#8217;uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio</i>». Allora il diavolo lo condusse con sé nella Città santa e, postolo sul pinnacolo del tempio, gli disse: «Se sei il Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: <i>Darà ordini per te ai suoi angeli perché ti sorreggano sulle braccia, e perché non urti in qualche sasso il tuo piede</i>». Gli rispose Gesù: «Sta scritto anche: <i>Non tenterai il Signore Dio tuo</i>». Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e di qui gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro magnificenza, e gli disse: «Tutte queste cose io le darò a te, se, prostrato a terra, mi adorerai». Allora Gesù gli disse: «Vattene, satana! Sta scritto: <i>Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo presterai culto</i>». Allora il diavolo lo lasciò&#8230;<a title="" href="#_ftn8"><sup><sup>[8]</sup></sup></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;analogia fra le Tre Città distrutte da Shiva nel mito indiano, e le tre tentazioni affrontate da Cristo è possibile perché gli organi del corpo umano e le funzioni fisiche e psichiche che essi svolgono e rappresentano sono quasi le medesime sia nel caso delle Tre Città, sia nel caso delle tre tentazioni:</p>
<p>- il ventre, punto debole della fame, dei bisogni essenziali ma anche simbolicamente degli istinti e degli impulsi immediati: &#8220;ragionare con la pancia&#8221; (collegato ai demonii della Città di Ferro);</p>
<p>- il cuore, subito sopra, per molte culture antiche sede dei sentimenti e delle emozioni, quindi anche dell&#8217;orgoglio di sé e della soddisfazione personale nel vedersi &#8211; nel caso di Gesù &#8211; oggetto di un salvataggio miracoloso e spettacolare da parte degli angeli (collegato ai demonii della Città d&#8217;Argento);</p>
<p>- la testa, per definizione traslata simbolo del potere, del comando (si pensi alla doppia accezione del termine «capo»), dell&#8217;assenza di superiori cui sottostare; e infatti Gesù, in quanto Dio, non può sottostare all&#8217;invito di satana e adorarlo (collegata ai demonii della Città d&#8217;Oro).</p>
<p>Si sarà notato che la progressione dei metalli preziosi, delle Tre Città che essi definiscono, e delle tre tentazioni di Cristo, è parallela all&#8217;ordine delle stesse parti del corpo umane dal basso all&#8217;alto, così che in entrambi i racconti &#8211; mito indiano ed episodio evangelico &#8211; è implicata anche la loro crescente preziosità spirituale.</p>
<p>• 7 luci sono, nella <i>Bibbia</i>, l&#8217;attributo tipico di Dio: l’oggetto-simbolo cui si pensa subito al riguardo è la <i>menorah</i>, il candelabro a sette bracci tipico degli Ebrei. L’interpretazione forse più antica della <i>menorah</i> si trova nel libro del profeta Zaccaria:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;angelo che mi parlava venne a destarmi, come si desta uno dal sonno, e mi disse: «Che cosa vedi?». Risposi: «Vedo un candelabro tutto d&#8217;oro; in cima ha un recipiente con sette lucerne e sette beccucci per le lucerne». [...] Allora domandai all&#8217;angelo che mi parlava: «Che cosa significano, signor mio, queste cose?». Egli mi rispose: «Non comprendi dunque il loro significato?». E io: «No, signor mio». [L’angelo disse quindi] «Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra».<a title="" href="#_ftn9">[9]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo alcune tradizioni, la <i>menorah</i> simboleggia il roveto ardente in cui la voce di Dio si manifestò a Mosè sul monte Horeb; secondo altre rappresenta il sabato (al centro) e i sei giorni della creazione.<a title="" href="#_ftn10">[10]</a> Il rabbino Simon Philip De Vries scrisse: «Il candelabro è un albero della luce, che si sviluppa nella massima fioritura. La luce risplende fino a Dio, e verso di Lui risplendono tutte le altre luci» (<i>Riti e simboli giudaici</i> [<i>Jüdische Riten und Symbolen</i>, Wiesbaden 1986]).<a title="" href="#_ftn11">[11]</a> Per altre fonti, «rappresenta la diffusione verso l’uomo della luce della sapienza proveniente da Dio».<a title="" href="#_ftn12">[12]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Gli sono stati dati tanti bracci – scrive Giuseppe Flavio – quanti sono i pianeti»; è «imitazione terrena», secondo Filone, «della sfera celeste archetipa». Zaccaria ne dà una descrizione mistica che lascia supporre un simbolismo di origine astrale: corrisponderebbe ai sette pianeti e ai sette cieli; le sette lampade sono, per Zaccaria, i sette occhi di Dio (sette è il numero perfetto) che vedono su tutta la Terra. Alcuni scrittori ebraici posteriori, come Filone, Flavio Giuseppe e perfino qualche testimone dell’antico rabbinismo, sviluppano esplicitamente questo simbolismo. Per Filone (<i>Vita di</i> <i>Mosè</i>, 2, 105), il candelabro rappresenta il cielo con il sistema planetario al centro del quale brilla il Sole, di cui il fusto centrale è simbolo. [...] Simbolo della divinità e della luce che essa dispensa agli uomini, la <i>menorah</i> è stata spesso utilizzata come motivo ornamentale, ma ricco di significati, sui muri delle sinagoghe o sui monumenti funerari.<a title="" href="#_ftn13">[13]</a></p>
<p><b> </b></p>
<p>Allo stesso modo, Richard Wilhelm, nella sua spiegazione dell&#8217;<i>I Ching</i>, in riferimento alla Sentenza dell&#8217;esagramma 24, <i>Fu, </i>Il Ritorno, la quale recita: «<i>Al settimo giorno si ha il ritorno</i>», commenta: «il sette è il numero della luce giovane».<a title="" href="#_ftn14">[14]</a></p>
<p align="center"><b>[FINE PRIMA PARTE]</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>[SECONDA PARTE]</b></p>
<p>Tutto ciò che è luminoso e allo stesso tempo a portata di mano, per l’uomo antico si collega all&#8217;<i>accensione del fuoco</i>: il numero degli anni del Buddha durante questi primi 21 giorni è il 30, e il numero 30 nell&#8217;<i>I Ching</i> è <i>Li</i>, l&#8217;Aderente-il Fuoco:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il fuoco non ha una figura determinata, ma aderisce alle cose che ardono e perciò è luminoso. [...] Tutto ciò che splende nel mondo, dipende da qualcosa cui aderisce: così può splendere durevolmente. [...] Così la doppia chiarezza dell’uomo di valore aderisce al giusto e per questo può plasmare il mondo.<a title="" href="#_ftn15">[15]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I corpi sono anch’essi necessari affinché per loro tramite le forze della luce e della vita possano manifestarsi. Lo stesso vale per la vita umana: la natura psichica deve aderire alle forze della vita spirituale per riuscire a trasfigurarsi e a influire sulla terra.<a title="" href="#_ftn16">[16]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A sua volta torna possibile un parallelo con il Cristo, anche lui trentenne: Giovanni Battista disse di lui: «Egli è venuto per battezzare nello Spirito Santo e nel fuoco»,<a title="" href="#_ftn17">[17]</a> Gesù disse di se stesso: «Sono venuto a portare il fuoco, e come vorrei che fosse già acceso!»,<a title="" href="#_ftn18">[18]</a> e infine si lasciò attaccare al legno della croce &#8211; così come al legno aderisce il fuoco &#8211; per essere «luce del mondo» attraverso la sua morte e risurrezione.</p>
<p>Al numero 30, nella periodizzazione della vita pubblica del Buddha in relazione alla sua età,  segue il numero 42: gli anni iniziali della sua predicazione furono dunque 12, da quando ne aveva 30 a quando ne ebbe 42. Dodici anni sono per l’uomo gli anni che trascorrono dal concepimento alla possibilità di generare figli. Iniziare un percorso ascetico e, dopo un determinato tempo, ottenerne i risultati-figli, è un ri-nascere, un ri-generare se stessi, un diventare padre o madre di se stessi: da questo punto di vista si comprende benissimo la frase di Gesù:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In verità ti dico, se uno non rinasce dall&#8217;alto, non può vedere il regno di Dio. [...] Quel che è nato dalla carne è carne, e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t&#8217;ho detto: dovete rinascere dall&#8217;alto.<a title="" href="#_ftn19">[19]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell’<i>I Ching</i>, l’esagramma 42, è <i>I</i>, l’Accrescimento spirituale, che appunto non avviene <i>subito </i>dopo l’Adesione a ciò che è degno (esagramma 30), ma dopo 12 segni-mutamenti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’idea dell’accrescimento è qui espressa dal fatto che la linea forte [cioè intera, non spezzata in due segmenti] del trigramma superiore si è abbassata e si è posta sotto il trigramma inferiore. L’idea fondamentale del <i>Libro dei Mutamenti</i> si palesa anche in questa concezione: il vero dominare deve essere un servire. Un sacrificio del superiore, che provoca un accrescimento dell’inferiore, viene chiamato semplicemente accrescimento, con allusione al fatto che solo lo Spirito è in grado di aiutare il mondo. [...]</p>
<p>Il vero accrescimento avviene quando se ne creano in se stessi le condizioni necessarie: apertura e amore per il bene. Così la cosa ambita arriva da sé, per necessità della Legge naturale. Se l’accrescimento viene a trovarsi in piena armonia con le supreme leggi dell’universo, esso non può essere impedito da nessuna combinazione di circostanze.<a title="" href="#_ftn20">[20]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per questo il Commento alla Decisione recita tra l’altro: «<i>Dall’alto porsi sotto l’inferiore: questa è la via della grande luce. E intraprendere è propizio: centrale, conforme, prospero</i>».<a title="" href="#_ftn21">[21]</a></p>
<p>Gli otto anni successivi, dai 42 ai 50, implicano il passaggio dall&#8217;accrescimento spirituale (esagramma 42) alla <i>trasformazione</i> dell&#8217;energia in azione, cioè in insegnamento e pratica: l’esagramma 50, <i>Ting</i>, il Crogiolo, è allo stesso tempo strumento per la trasformazione e la mescolanza: da questo punto di vista, un “impasto” di divino e umano:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il crogiolo serve per sacrificare a Dio. La più eccelsa cosa terrena deve essere sacrificata al divino; ma ciò che è veramente divino non si mostra avulso dall&#8217;umano. La più eccelsa venerazione di Dio sta nei profeti e nei santi. La loro venerazione è la venerazione di Dio. La volontà divina da loro rivelata deve essere accolta con umiltà, e nascono allora l&#8217;illuminazione interiore [<i>bodhi</i>] e la vera comprensione del mondo che conducono a grande salute e successo.<a title="" href="#_ftn22">[22]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Commento alla Decisione dice infatti: «<i>Grazie alla mitezza, orecchio e occhio diventano acuti e chiari. Il tenero incede e va verso l&#8217;alto. Raggiunge il centro e trova corrispondenza presso il solido; perciò vi è sublime riuscita</i>».<a title="" href="#_ftn23">[23]</a></p>
<p>Otto come gli anni dal 42 al 50, a loro volta, sono le Nobili Vie di Buddha: «<i>il Santo Sentiero Ottopartito: retta cognizione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retto sapere, retto raccoglimento</i>»,<a title="" href="#_ftn24">[24]</a> nonché le Beatitudini dell&#8217;insegnamento del Cristo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.</p>
<p>Beati gli afflitti, perché saranno consolati.</p>
<p>Beati i miti, perché erediteranno la terra.</p>
<p>Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.</p>
<p>Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.</p>
<p>Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.</p>
<p>Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.</p>
<p>Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.<a title="" href="#_ftn25">[25]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In totale, gli anni della carriera di Buddha paralleli agli esagrammi dell&#8217;<i>I Ching</i> sono quindi 20, e nell&#8217;<i>I Ching</i> l&#8217;esagramma n. 20 è <i>Kuan</i>, la Contemplazione:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il nome cinese del segno ha, con un leggero cambiamento di tono, un duplice significato: da un lato significa il contemplare, dall&#8217;altro l&#8217;essere visto (come modello). Queste idee vengono suggerite dal fatto che il segno può essere interpretato come una torre quali ne esistevano molte nell&#8217;antica Cina. Da queste torri si godeva un&#8217;ampia vista e, d&#8217;altra parte, una torre simile sopra un monte era visibile da lontano.<a title="" href="#_ftn26">[26]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Commento alla Decisione dice infatti: «<i>Una grande visione sta in alto. Devoto e mite, centrale e conforme, egli </i>[il saggio, il mistico] <i>è una visione per il mondo intero. Gli inferiori lo guardano e vengono trasformati. Egli lascia che essi mìrino la divina via</i> [<i>Tao</i>] <i>del cielo&#8230;</i>».<a title="" href="#_ftn27">[27]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inoltre, seguendo ancora il parallelismo con i significati e il numero d&#8217;ordine degli esagrammi dell&#8217;<i>I Ching</i>, emerge anche che:</p>
<p>● il primo dei cinque periodi, quello di 21 giorni, si rivela un po&#8217; un embrione che contiene tutto lo sviluppo successivo della struttura o della situazione: 21 moltiplicato per 3 dà il risultato di 63, cioè un ciclo completo di tutti i mutamenti degli esagrammi del Libro cinese (escluso l&#8217;ultimo, il 64, che è <i>Wei Chi,</i> Prima del Compimento, e indica appunto una situazione in corso, aperta, e da un certo punto di vista rappresenta la possibilità accanto ad ogni esagramma di mutare in un altro), vale a dire una vita umana completa o una completa descrizione del mondo. Ora, 63 diviso per 3, che dà 21, rivela a sua volta gli esagrammi che indicano le tre tappe fondamentali della vita ascetica e dell&#8217;evoluzione spirituale:</p>
<p>I &#8211; 21: la rottura assoluta con il Male (il Morso che spezza l&#8217;ostacolo);</p>
<p>II &#8211; 42 (21 × 2): l&#8217;accrescimento spirituale, dovuto appunto alla rottura del rapporto con il Male;</p>
<p>III &#8211; 63 (21 × 3): <i>Chi Chi</i>, Dopo il compimento, cioè oltre la condizione di vita terrena, sia dal punto di vista biografico, naturale (il trapasso), sia da quello della conoscenza, la quale, in conseguenza dell&#8217;accrescimento spirituale, non è più limitata alle dimensioni soltanto tangibili e spazio-temporali:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;esagramma è una derivazione del segno <i>T&#8217;ai</i>, La Pace (n. 11). Il passaggio dalla confusione all&#8217;ordine è compiuto, e ora ogni particolare è al suo posto. Questo è un aspetto molto favorevole, ma dà anche da pensare: proprio quando si è raggiunto l&#8217;equilibrio perfetto, ogni movimento può turbare l&#8217;ordine e provocare un ritorno alla disgregazione. [...] L&#8217;esagramma allude dunque a una situazione culminante che esige un&#8217;estrema cautela.<a title="" href="#_ftn28">[28]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell&#8217;Immagine infatti si dice: «<i>Il nobile pondera la disgrazia e se ne premunisce per tempo</i>».<a title="" href="#_ftn29">[29]</a></p>
<p>La situazione è appunto molto simile a quella di una persona che ha compiuto la propria vita, ma è estremamente esposto ai rischi a causa della propria anzianità.</p>
<p>● Gli anni dal momento della <i>bodhi</i> in poi, se messi in parallelo con gli esagrammi dell&#8217;<i>I Ching</i>, vanno dal 30 al 64 e quindi sono 34 o 35, a seconda che si conti a partire dal trentesimo o dal trentunesimo. Gli esagrammi 34 e 35 sono rispettivamente <i>Ta Chuang</i>, La Potenza del Grande, e <i>Chin</i>, Il Progresso, entrambi ben attribuibili a una figura di santità come il Buddha: il primo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>indica un tempo in cui il valore interiore emerge con impeto e giunge al dominio. [...] Per questo è aggiunta [nella Sentenza] la frase: «<i>Propizia è perseveranza</i>», giacché la potenza veramente grande è quella che non degenera in mera violenza, ma resta interiormente connessa con i principii del diritto e della giustizia. [...] La vera grandezza si basa sulla concordanza con ciò che è retto.<a title="" href="#_ftn30">[30]</a></p>
<p>La forza fa sì che l&#8217;egoismo degli istinti più bassi si possa vincere; il moto fa sì che si metta in atto la ferma determinazione della volontà. [...] Quando si dice che il grande deve essere retto, si intende che grandezza e rettitudine non sono due cose diverse, e che senza rettitudine non vi è grandezza.<a title="" href="#_ftn31">[31]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il segno 35, Il Progresso,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>rappresenta il sole che si leva sopra la terra; è quindi l’immagine del progresso rapido e facile, il quale significa, nel contempo, crescente espansione e chiarezza. La luce del sole che si innalza al di sopra della terra è chiara per natura, ma quanto più il sole si leva, tanto più esce dalla foschia e splende nella sua originaria purezza, in tutte le direzioni. Così la natura dell&#8217;uomo è anch&#8217;essa originariamente buona, ma è offuscata dal legame con l&#8217;elemento terrestre. Richiede quindi una purificazione per poter splendere.<a title="" href="#_ftn32">[32]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il relativo Commento alla Decisione dice infatti: «<i>Il chiarore si innalza al di sopra della terra. Devoto e aderente al grande chiarore, ciò che è debole progredisce e va verso l&#8217;alto</i>».<a title="" href="#_ftn33">[33]</a></p>
<p>● Gli anni restanti, una volta chiusi i 20 anni già presi in considerazione, sono 14; nell&#8217;<i>I Ching</i> l&#8217;esagramma 14 è <i>Ta Yu</i>, Il Possesso grande, che ha quasi sempre i significati precisi di: tesoro spirituale, patrimonio di sentimenti puri, fede nel Divino, amore autentico per qualcuno/a, strettamente e necessariamente legati all’unione tra modestia e elevatezza spirituale:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il possesso grande è determinato dal destino e corrisponde al tempo. A chi è modesto e mite in posizione elevata, a lui ogni cosa appartiene. Il senso del segno concorda con le parole di Gesù: «Beati i mansueti, poiché erediteranno la terra»,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fa notare acutamente R. Wilhelm.<a title="" href="#_ftn34">[34]</a> Nel Commento alla Decisione infatti si dice: «<i>Il suo carattere e saldo e forte, ordinato e chiaro, trova corrispondenza nel cielo e si muove in armonia con il tempo; per questo si dice</i> [nella Sentenza] <i>“Sublime riuscita!”</i>».<a title="" href="#_ftn35">[35]</a></p>
<p>Descrizione, quest’ultima, che è quasi un icastico ritratto del Saggio o dell’Illuminato – Buddha, Cristo, un <i>Sufi</i> islamico, Gandhi, un <i>Lama</i> tibetano&#8230; &#8211; nei suoi tratti caratteristici di legame interiore con il Senso (<i>Tao</i>) profondo e metafisico dell’Universo, quiete, fermezza, profonda comprensione dell’istante e quindi della necessità, o meno, di inserirvisi con la propria azione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Piervittorio Formichetti</i></p>
<p><b> </b><b></b></p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Prabodh Chandra Bagchi, <i>L&#8217;influsso indiano sul pensiero cinese</i>, in Sarvepalli Radakrishnan (a cura di), <i>Storia della filosofia orientale</i>, Milano, Feltrinelli, 1978 (ed. or. London, Allen and Unwin ltd., 1952), tomo II, pp. 730-731.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> <i>I Ching. </i><i>Il Libro dei Mutamenti</i>, a cura di Richard Wilhelm, trad. it. Milano, Adelphi, 1991, pp. 130-131.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> <i>I Ching, </i>ed. cit.,<i> </i>pp. 66-67.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., p. 418.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., pp. 81-82. I regimi politici europei del secolo scorso hanno ricalcato questa realtà nelle politiche demografiche: nel ventre (terra) delle madri (acqua: si pensi al liquido amniotico) i futuri soldati (l’esercito). Emerge anche qui il tradizionale legame simbolico tra Femminile, acqua e terra.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., p. 482.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto, <i>Pellegrinaggio alle Sorgenti. L’incontro con Gandhi e con l’India, </i>Milano, Jaca Book, 1978, p. 38.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> Vangelo secondo Matteo, 4, 3-11.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> <i>Zaccaria</i>, 4, 1-2, 4-5, 10; cfr. Manfred Lurker, <i>Dizionario delle immagini e dei simboli biblici</i>, Milano, San Paolo, 1990 (ed. or. München 1989), pp. 104-105.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a>  http://it.wikipedia.org/wiki/Menorah.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref11">[11]</a> Cit. in Hans Biedermann, <i>Enciclopedia dei simboli</i>, Milano, Garzanti, 1991 (ed. or. München 1989), pp. 86-87.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref12">[12]</a> Scialom Bahbout, <i>Ebraismo</i>, Firenze, Atlanti Universali Giunti, 1996, p. 32.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref13">[13]</a> Jean Chevalier, Alain Gheerbrant (a cura di), <i>Dizionario dei simboli</i>, Milano, BUR Rizzoli, 1986-87 (ed. or. Paris 1969), vol. I, A-K, pp. 183-185.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref14">[14]</a> <i>I Ching </i>ed.<i> </i>cit., pp. 140-141. Non è possibile non pensare al ritorno per eccellenza, quello del Cristo risorto dalla morte, avvenuto appunto al <i>settimo</i> giorno, cioè il <i>primo</i> della settimana ebraica.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref15">[15]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., pp. 159-160. Con «doppia chiarezza», Richard Wilhelm allude alla doppia presenza del medesimo trigramma nell’esagramma cinese (il segno <i>Li</i> ripetuto, da cui l’esagramma prende nome).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref16">[16]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., p. 537.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref17">[17]</a> Matteo, 3, 11.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref18">[18]</a> Luca, 12, 49-50.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref19">[19]</a> Vangelo secondo Giovanni, 3, 3-7.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref20">[20]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., pp. 200-201.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref21">[21]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., pp. 590-591.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref22">[22]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., p. 229.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref23">[23]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., p. 629.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref24">[24]</a> Buddha, <i>I quattro pilastri della saggezza</i>, a cura di K. E. Neumann e G. De Lorenzo, Roma, Newton &amp; Compton, 1993 (ed. or. Leipzig, Reclam, 1921), p. 39.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref25">[25]</a> Vangelo secondo Matteo, 5, 3-10.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref26">[26]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., p. 126.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref27">[27]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., pp. 492-493.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref28">[28]</a> <i>I Ching</i>., ed. cit., p. 274.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref29">[29]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., p. 275.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref30">[30]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., pp. 173-174.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref31">[31]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., p. 554</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref32">[32]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., pp. 176-177.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref33">[33]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., pp. 557-558.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref34">[34]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., pp. 105-106.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref35">[35]</a> <i>I Ching</i>, ed. cit., p. 467.</p>
</div>
</div>
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		<title>Gesù Cristo e l’esagramma 25 dell’ I Ching: legami e analogie.</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Dec 2017 20:22:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gesù Cristo e l’esagramma 25 dell’ I Ching: legami e analogie   PRIMA PARTE Nel 1923 a Pechino, l&#8217;orientalista, teologo e missionario protestante Richard Wilhelm (Stoccarda, 1873 &#8211; Tubinga, 1930), amico dei poeti Rabindranath Tagore ed Hermann Hesse, dei filosofi Martin Buber e Carl Gustav Jung, e del missionario luterano in Africa Albert Schweitzer &#8211; [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><b>Gesù Cristo e l’esagramma 25 dell’ <i>I Ching</i>: legami e analogie</b></p>
<p><b> </b></p>
<p><b>PRIMA PARTE</b><b></b></p>
<p>Nel 1923 a Pechino, l&#8217;orientalista, teologo e missionario protestante Richard Wilhelm (Stoccarda, 1873 &#8211; Tubinga, 1930), amico dei poeti Rabindranath Tagore ed Hermann Hesse, dei filosofi Martin Buber e Carl Gustav Jung, e del missionario luterano in Africa Albert Schweitzer &#8211; dopo un lavoro decennale portava a termine la prima traduzione occidentale, in tedesco, dell&#8217;antico classico cinese <i>I Ching. Libro dei Mutamenti</i>, probabilmente la migliore traduzione tra quelle in circolazione ancora oggi (almeno stando alla traduzione italiana pubblicata da Adelphi nel 1991). Tra le righe conclusive dell&#8217;<i>Introduzione</i>, di Wilhelm stesso, si legge:</p>
<p>La traduzione del <i>Libro dei Mutamenti</i> è stata condotta secondo criteri che sarà bene esporre per facilitare sostanzialmente la lettura. La traduzione del testo è data nella forma più breve e concisa possibile per rendere adeguatamente l’impressione arcaica che si ricava dal cinese. Era quindi tanto più necessario che venisse dato non solo il testo, ma anche un estratto dei più importanti commenti cinesi. Questo estratto è ordinato in modo da permettere il miglior orientamento possibile. Esso contiene una rassegna di ciò che di più importante si è prodotto, da parte cinese, per la comprensione del Libro. Opinioni personali e paragoni con scritti dell’Occidente, spesso molto affini, sono stati ridotti al minimo e sempre segnalati come tali, così che il lettore possa considerare testo e commento come una resa fedele del pensiero cinese. È un punto da sottolineare, perché certi principii coincidono talmente con principii cristiani, da destare spesso addirittura un senso di sorpresa.<a title="" href="#_ftn1">[1]</a></p>
<p>Carl Gustav Jung, il celebre psicoanalista, nel 1949 scrisse una prefazione alla edizione inglese dell&#8217;<i>I Ching</i> tradotto da Richard Wilhelm; egli, dal suo punto di vista, pose in evidenza i rapporti tra la mente dell&#8217;interrogante e il <i>Libro dei Mutamenti</i>.<a title="" href="#_ftn2">[2]</a></p>
<p>Si può indicare qualcuna delle analogie tra il Taoismo espresso dall&#8217;<i>I</i> <i>Ching</i> da una parte, e il Cristianesimo e l’Ebraismo dall’altra, individuate da Richard Wilhelm stesso:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="230">
<p align="center"><i>I Ching / Taoismo</i></p>
</td>
<td valign="top" width="230">
<p align="center"><i>Bibbia / Ebraismo e Cristianesimo</i></p>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«A chi è modesto e mite in posizione elevata, a lui ogni cosa appartiene» (spiegazione della sentenza dell&#8217;esagramma 14, <i>Ta Yu</i>, Il Possesso grande)</td>
<td valign="top" width="230">«Beati i mansueti, perché erediteranno (il regno del)la terra» (Gesù; Vangelo secondo Matteo, 5, 5)</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«Il grande possesso, per lui [i. e. l'uomo meschino] si risolve in danno perché egli, anziché rinunciare, vuole trattenere» (spiegazione del 9 al terzo posto dell&#8217;esagramma 14, Il Possesso grande)</td>
<td valign="top" width="230">«Chi cerca di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» (Gesù; Vangelo secondo Luca, 17, 33)</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«Il nobile riduce ciò che è troppo e aumenta ciò che è poco. Egli pondera le cose e le rende eque» (testo dell&#8217;Immagine dell&#8217;esagramma 15, <i>Ch&#8217;ien</i>, La Modestia)</td>
<td valign="top" width="230">«Tutte le valli siano innalzate e tutte le montagne e le colline siano abbassate; ciò che è accidentato diventi piano, ciò che è scosceso diventi liscio» (<i>Isaia</i>, 40, 4);</p>
<p>«Chi si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato» (Gesù; Vangelo secondo Matteo, 25, 12);</p>
<p>«Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili» (<i>Lettera di Giacomo</i>, 4, 6).</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2" valign="top" width="461">«In questo esagramma [il n. 33, <i>Tun</i>, La Ritirata] trova espressione un&#8217;idea simile a quella contenuta nelle parole di Gesù: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio” (Matteo, 5, 39)».</td>
</tr>
<tr>
<td colspan="2" valign="top" width="461">«Siccome vuole ciò che è giusto, ed è determinato nella sua volontà, raggiunge la sua meta» (spiegazione del 6 al secondo posto nell&#8217;esagramma 33, La Ritirata, che dice: «<i>Egli lo vincola con giallo cuoio di bue; nessuno è in grado di strapparlo</i>»). «È qui accennata un&#8217;idea simile a quella della lotta notturna di Giacobbe con Dio a Penuel: &#8220;Io non ti lascerò se prima non mi avrai benedetto&#8221; (<i>Genesi</i>, 32, 23 ss.)»</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«<i>Un re si avvicina alla propria casata. Non temete. Salute</i>».</p>
<p>Testo del 9 al quinto posto nell&#8217;esagramma 37, <i>Chia Jên</i>, La Casata. Wilhelm spiega: «Un re è l&#8217;immagine di un uomo paterno, ricco nell&#8217;animo. Egli non agisce in modo che si debba temerlo, anzi tutta la famiglia può avere fiducia, perché nei rapporti reciproci regna l&#8217;amore», e aggiunge in nota:</td>
<td valign="top" width="230">«Nell&#8217;amore non vi è timore» (<i>I lettera di Giovanni</i>, 4, 18).</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«&#8230;Si adoperino pure due ciotoline per il sacrificio» (fine della Sentenza dell&#8217;esagramma 41, <i>Sun</i>, La Diminuzione). Wilhelm spiega: «Davanti a Dio non occorrono false apparenze. I sentimenti del cuore si possono manifestare anche con mezzi modesti»; e, in nota: «Cfr. l&#8217;episodio ["la parabola" nella trad. it. cit.] evangelico dell&#8217;obolo della vedova (Luca, 21, 1 ss.)».</td>
<td valign="top" width="230">«Alzàti gli occhi, Gesù vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro [del tempio].Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli, e disse: “In verità vi dico: questa vedova povera ha messo più di tutti; tutti costoro, infatti, hanno deposto come offerta del loro superfluo, lei invece, nella sua miseria, ha dato quanto aveva per vivere.”» (Vangelo secondo Luca, 21, 1 ss.)</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oltre a questi esempi, altre concordanze sono riscontrabili anche da parte del lettore che conosca a sufficienza la Bibbia, come nei casi seguenti da parte di chi scrive:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="230">
<p align="center"><i>I Ching / Taoismo</i></p>
</td>
<td valign="top" width="230">
<p align="center"><i>Bibbia / Ebraismo e Cristianesimo</i></p>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«Si finisce nella buca. [Ma] Ecco che arrivano tre ospiti non invitati. Onorali, e alla fine viene salute» (ultima linea dell&#8217;esagramma 5, <i>Hsü</i>, L&#8217;Attesa-Il Nutrimento)</td>
<td valign="top" width="230">«Abramo alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall&#8217;ingresso della tenda e si prostrò fino a terra [...], prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr&#8217;egli stava in piedi presso di loro sotto l&#8217;albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: “Dov&#8217;è Sara, tua moglie?”. Rispose: “È là nella tenda”. Il Signore riprese: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Intanto Sara stava ad ascoltare all&#8217;ingresso della tenda ed era dietro di lui. Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. Allora Sara rise dentro di sé e disse: “Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. Ma il Signore disse ad Abramo: “Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C&#8217;è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio”.» (<i>Genesi</i>, 18, 2 ss).</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«Per l&#8217;abbondanza del cuore, la bocca parla» (Wilhelm, sul 6 al secondo posto nell&#8217;esagramma 15, <i>Ch&#8217;ien</i>, La Modestia)</td>
<td valign="top" width="230">«L&#8217;uomo buono trae il bene dal buon tesoro del suo cuore; l&#8217;uomo cattivo, dal suo cattivo tesoro trae il male; poiché la bocca parla traendo dalla pienezza del cuore» (Gesù; Vangelo secondo Luca, 6, 45).</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«Il nobile, al tempo del crepuscolo, rincasa per ristorarsi e riposare» (dall&#8217; Immagine dell&#8217;esagramma 17, <i>Sui</i>, Il Seguire). Wilhelm commenta citando Goethe: «È giorno ancora, si muova alacre l’uomo; vien poi la notte, ed ogni oprare è vano» (Goethe, <i>Divano occidentale-orientale, Libro delle Sentenze</i>, v. 30 ss.).</td>
<td valign="top" width="230">«Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo, ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce» (Gesù; Vangelo secondo Giovanni, 11, 9-10).</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«Chi si accompagna all&#8217;uomo forte perde il ragazzino. Seguendo si trova ciò che si cerca» (spiegazione del 6 al terzo posto dell&#8217;esagramma 17, Il Seguire)</td>
<td valign="top" width="230">«Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma, divenuto adulto, ciò che era da bambino l&#8217;ho abbandonato» (san Paolo, <i>I lettera ai Corinzi</i>, 13, 11).</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«All&#8217;ignobile va in frantumi la casa» (spiegazione del 9 al sesto posto dell&#8217;esagramma 23, <i>Po</i>, La Frantumazione). Wilhelm commenta: «Il male finisce, nelle sue estreme conseguenze, con l&#8217;annientare se stesso, poiché dovendo la sua esistenza soltanto alla negazione, non può sussistere di per sé».</td>
<td valign="top" width="230">«Il diavolo è stato omicida fin dal principio, e non ha perseverato nella verità perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla di ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna» (Gesù; Vangelo secondo Giovanni, 8, 44).</p>
<p>(Cfr. la frase con cui, nel <i>Faust</i> di Goethe, si presenta il demonio Mefistofele: «Io sono lo spirito che sempre nega»).</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«Il sette è il numero della luce giovane [...] il sei è il numero delle grandi tenebre» (commento alla Sentenza dell&#8217;esagramma 24, <i>Fu</i>, Il Ritorno, che include inoltre la frase «Al settimo giorno viene il ritorno»).</td>
<td valign="top" width="230">La <i>menorah</i>, il candelabro ebraico simbolo della luce di Dio, ha sette rami con sette luci; nell&#8217;Antico Testamento (<i>Zaccaria</i>, 3, 9) e nel Nuovo Testamento (<i>Apocalisse</i>, 1, 12), si trova la metafora dei «sette occhi del Signore»; Gesù, che è giovane e «luce vera» (Giovanni, 1, 9) muore e risorge (il massimo ritorno!) il settimo giorno. Viceversa, nell&#8217;<i>Apocalisse</i> il 666 è il numero dell&#8217;Anticristo e della sua Bestia che traviano l&#8217;Umanità più gravemente che mai perché alle soglie della fine del mondo, quindi un tempo di «grandi tenebre» moltiplicate.</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«La luce si è immersa nella terra: l&#8217;immagine dell&#8217;ottenebramento della luce. Così il nobile vive tra la grande moltitudine: egli vela il suo splendore, pur rimanendo chiaro» (l&#8217;Immagine dell&#8217;esagramma 36, <i>Ming I</i>, L&#8217;Ottenebramento della Luce).</td>
<td valign="top" width="230">«La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l&#8217;hanno accolta [ma anche: «non l'hanno coperta, sopraffatta»]. È venuta nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo, eppure il mondo non la riconobbe» (Vangelo secondo Giovanni, 1, 5; 9-10).</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«Ella [la donna] è la dovizia della casa. Grande salute!» (spiegazione del 6 al quarto posto dell&#8217;esagramma 37, <i>Chia Jên</i>, La Casata).</td>
<td valign="top" width="230">«Una donna perfetta: chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Essa gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Ella è simile alle navi di un mercante, fa venire da lontano le provviste. Si alza quando ancora è notte, prepara il cibo alla sua famiglia e dà ordini alle sue domestiche. Pensa ad un campo e lo compra, e con il frutto delle sue mani pianta una vigna. Si cinge con energia i fianchi e spiega la forza delle sue braccia. È soddisfatta, perché il suo traffico va bene, neppure di notte si spegne la sua lucerna. Stende la sua mano alla conocchia e mena il fuso con le dita. Apre le sue mani al misero, stende la mano al povero. Non teme la neve per la sua famiglia, perché tutti i suoi di casa hanno doppia veste. Si fa delle coperte, di lino e di porpora sono le sue vesti. Suo marito è stimato alle porte della città, dove siede con gli anziani del paese. Confeziona tele di lino e le vende e fornisce cinture al mercante. Forza e decoro sono il suo vestito, e se la ride dell&#8217;avvenire. Apre la bocca con saggezza, e sulla sua lingua c&#8217;è dottrina di bontà. Sorveglia l&#8217;andamento della casa; il pane che mangia non è frutto di pigrizia. I suoi figli sorgono a proclamarla beata, e suo marito a farne l&#8217;elogio: “Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti, ma tu le hai superate tutte!”. Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Datele del frutto delle sue mani, e le sue stesse opere la lodino alle porte della città».</p>
<p>(<i>Proverbi</i>, 31, 10 ss.).</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">«Se smarrisci il tuo cavallo, non rincorrerlo: tornerà da sé» (spiegazione della prima linea dell&#8217;esagramma 38, <i>K&#8217;uei</i>, La Contrapposizione)</td>
<td valign="top" width="230">«Getta il tuo pane sulle acque, perché con il tempo lo ritroverai. [...] Chi bada al vento non semina mai, e chi osserva le nuvole non miete» (<i>Qohelet</i>, 11, 1-4).</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Particolarmente interessante è infine il caso dell&#8217;esagramma 46, <i>Shêng</i>, L&#8217;Ascendere, che letteralmente &#8220;anticipa&#8221; l&#8217;esagramma 25 di cui stiamo per occuparci:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="230">
<p align="center"><i>I Ching / Taoismo</i></p>
</td>
<td valign="top" width="230">
<p align="center"><i>Bibbia / Giudaismo e Cristianesimo</i></p>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="230">Se consideriamo come mutanti tutte e sei le linee dell&#8217;esagramma 46 e sommiamo il loro valore dal basso verso l&#8217;alto:</p>
<p align="center">6+9+9+6+6+6</p>
<p>otteniamo il totale di 41. Nella Bibbia, Mosè ascese alla vetta del monte Sinai durante 40 giorni di digiuno, alla fine dei quali, il quarantunesimo giorno, udì la voce di Dio «nella nube oscura»; la prima parte della spiegazione dell&#8217;ultima linea dell&#8217;esagramma 46, grazie alla quale è possibile il risultato di 41, dice: «Ascendere nel buio».</p>
<p>Inoltre, se &#8211; passando dall&#8217;ipotesi al caso concreto &#8211; tutte e sei le linee dell&#8217;esagramma 46 mutano, l&#8217;intero esagramma si trasforma esattamente nell&#8217;esagramma 25, <i>Wu Wang</i>, L&#8217;Innocenza, che come stiamo per vedere risulterà legatissimo alla figura di Gesù Cristo, così che l&#8217;ascesa di Mosè per ricevere la Legge di Dio per il popolo ebraico, si rivela l&#8217;anticipazione e la condizione necessaria per la seguente discesa di Gesù che diffonde la Legge di Dio in tutto il mondo.</p>
<p>A sua volta, Gesù percorse il deserto per quaranta giorni &#8211; nel suo caso fu un&#8217;ascesa interiore, anziché sulle balze di una montagna &#8211; e il quarantunesimo giorno fu tentato dal diavolo. In parallelo, l&#8217;ultima linea dell&#8217;esagramma 46 è spiegata, nella sua seconda parte, con la frase: «Propizio è essere incessantemente perseveranti».</td>
<td valign="top" width="230">
<p align="center"><i>Mosè</i>:</p>
<p>• <i>Esodo</i>, capitoli 19 e 32;</p>
<p>• <i>Deuteronomio</i>, 9, 9-29: «Quando io [Mosè] salii sul monte a prendere le tavole di pietra, le tavole dell&#8217;alleanza che il Signore aveva stabilita con voi, rimasi sul monte quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare pane né bere acqua; il Signore mi diede le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle quali stavano tutte le parole che il Signore vi aveva dette sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell&#8217;assemblea. Alla fine dei quaranta giorni e delle quaranta notti, il Signore mi diede le due tavole di pietra, le tavole dell&#8217;alleanza. Poi il Signore mi disse: “Scendi in fretta di qui, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dall&#8217;Egitto, si è traviato; presto si sono allontanati dalla via che io avevo loro indicata: si sono fatti un idolo di metallo fuso”. Il Signore mi aggiunse: “Io ho visto questo popolo; ecco, è un popolo di dura cervice; lasciami fare; io li distruggerò e cancellerò il loro nome sotto i cieli e farò di te una nazione più potente e più grande di loro”. Così io mi volsi e scesi dal monte, dal monte tutto in fiamme, tenendo nelle mani le due tavole dell&#8217;alleanza. Guardai ed ecco, avevate peccato contro il Signore vostro Dio; vi eravate fatto un vitello di metallo fuso; avevate ben presto lasciato la via che il Signore vi aveva imposta. Allora afferrai le due tavole, le gettai con le mie mani e le spezzai sotto i vostri occhi. Poi mi prostrai davanti al Signore, come avevo fatto la prima volta, per quaranta giorni e per quaranta notti; non mangiai pane né bevvi acqua, a causa del gran peccato che avevate commesso, facendo ciò che è male agli occhi del Signore per provocarlo. Io avevo paura di fronte all&#8217;ira e al furore di cui il Signore era acceso contro di voi, al punto di volervi distruggere. Ma il Signore mi esaudì anche quella volta. Anche contro Aronne il Signore si era fortemente adirato, al punto di volerlo far perire; io pregai in quell&#8217;occasione anche per Aronne. Poi presi l&#8217;oggetto del vostro peccato, il vitello che avevate fatto, lo bruciai nel fuoco, lo feci a pezzi, frantumandolo finché fosse ridotto in polvere, e buttai quella polvere nel torrente che scende dal monte. [...] Io stetti prostrato davanti al Signore, quei quaranta giorni e quelle quaranta notti, perché il Signore aveva minacciato di distruggervi. Pregai il Signore e dissi: “Signore Dio, non distruggere il tuo popolo, la tua eredità, che hai riscattato nella tua grandezza, che hai fatto uscire dall&#8217;Egitto con mano potente.”». (Vedi anche <i>Deuteronomio</i> 10, 1-5 per quanto riguarda la ricezione delle nuove tavole della Legge).</p>
<p align="center"><i>Gesù</i>:</p>
<p>• «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, di&#8217; che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: <i>Non di solo pane vivrà l&#8217;uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio</i>». Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: <i>Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti  sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede</i>». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: <i>Non tentare il Signore Dio tuo</i>». Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: <i>Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto</i>». Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Vangelo secondo Matteo, 4, 1-11).</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>FINE PRIMA PARTE </b></p>
<p><b> </b></p>
<p><b>SECONDA PARTE</b></p>
<p>I &#8211; Si era nel dicembre del 2008 quando mi accorsi delle prime analogie con la figura di Gesù Cristo implicite nell&#8217;esagramma 25, <i>Wu Wang</i>, L&#8217;Innocenza, che risulta composto dai due trigrammi Ch&#8217;ien, il Creativo, il Cielo, il Padre, la Luce (tutte qualità di Dio), e Chên, il Tuono, il Primogenito, il Giovane, «il segno in cui Dio si manifesta». .Il simbolismo di quest&#8217;ultimo trigramma è ben rappresentato nell&#8217;omonimo esagramma 51, Chên, l&#8217;Eccitante (il Tuono, lo Scuotimento), che è appunto il raddoppiamento di questo trigramma e «significa l&#8217;apparire di Dio, il risveglio della forza vitale».<a title="" href="#_ftn3">[3]</a> L&#8217;esagramma 25, infatti, è descritto così dalla sua stessa Immagine:</p>
<p><i>Sotto il cielo passa il tuono: tutte le cose acquistano lo stato naturale dell&#8217;innocenza.</i></p>
<p><i>Così gli antichi re curavano e nutrivano, ricchi di virtù e in armonia con il tempo, tutti gli esseri.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutte queste qualità ben si attagliano alla figura di Gesù Cristo: anch&#8217;egli &#8220;passava sotto il cielo&#8221; curando gli infermi e beneficando ai poveri, ma anche «parlando le parole del Padre»,<a title="" href="#_ftn4">[4]</a> il Quale, secondo la Bibbia, ha voce come di tuono (cfr. <i>Esodo</i>, 19, 16-19; <i>Apocalisse</i>, 10, 3-4), ed «insegnando come uno che ha autorità e non come gli scribi» (Matteo, 7, 28-29). Gesù che soprannominò «figli del tuono» due dei suoi apostoli, i fratelli Giacomo e Giovanni. Di costoro, Giovanni anni dopo scrisse &#8211; o fece scrivere &#8211; che, nel momento in cui il suo Maestro entrava in Gerusalemme,</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>venne allora una voce dal cielo: «L&#8217;ho glorificato e ancora lo glorificherò». La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato».<a title="" href="#_ftn5">[5]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Va notata anche la coincidenza, almeno apparente, nella somiglianza tra i nomi dei due esagrammi; cosa però che necessiterebbe della competenza di un sinologo che ne conosca l&#8217;esatta pronuncia, e tenendo conto del fatto che tale apparente similarità si ha nella traslitterazione <i>wade</i> dall&#8217;alfabeto cinese a quello latino &#8211; che è quella seguita da Wilhelm e dalla traduzione italiana di cui ci si sta servendo &#8211; ma si perde nella traslitterazione <i>pinyin</i>, con la quale, anziché Ch&#8217;ien e Chên, i due nomi si ottengono traslitterati rispettivamente come Qian e Zhen.</p>
<p>Come accennato precedentemente, in ogni esagramma dell&#8217;<i>I Ching</i> la quinta linea partendo dal basso è sempre «il posto del sovrano», «il luogo del re», «il signore del segno». Nel caso dell&#8217;esagramma 25, L&#8217;Innocenza, il testo relativo al mutamento della quinta linea (9 al quinto posto) dice:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>In caso di malattia senza colpa non adoperare farmaci. Passerà da sé.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>e &#8211; parafrasa efficacemente Wilhelm –</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la linea è per natura immune da malattie, ma la sua naturale tendenza a prendere su di sé le malattie degli altri è dovuta alla sua posizione centrale, conforme, dominante.<a title="" href="#_ftn6">[6]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il parallelismo con il ruolo di Redentore innocente di Gesù Cristo è evidente:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Egli si è caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori, è stato trafitto per i nostri delitti e schiacciato a causa delle nostre iniquità» (<i>Isaia</i>, 53, 4-5);</p>
<p>«Pur essendo di natura divina, uguale a Dio, spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, e umiliò se stesso fino alla morte in croce» (san Paolo, Lettera ai Filippesi, 2, 6-8);</p>
<p>«Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri [cioè del popolo ebraico], ma anche per quelli di tutto il mondo» (I Lettera di Giovanni, 2, 2).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche ciascuno dei tre attributi caratteristici della posizione della quinta linea può essere collegato a tre precise qualità di Cristo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="154">
<p align="center">Centrale</p>
</td>
<td valign="top" width="154">in quanto seconda Persona della Trinità di Dio</td>
<td valign="top" width="154">«Io sono nel Padre, e voi in me, e io in voi» (Vangelo secondo Giovanni, 14, 20); «[Gesù] Centro nel cuore di un sistema di  centri» (Pierre Teilhard de Chardin, <i>Il Fenomeno umano</i>, tr. it. Brescia, 1995, p. 244).</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="154">
<p align="center">Conforme</p>
</td>
<td valign="top" width="154">in quanto conforme alla volontà di Dio</td>
<td valign="top" width="154">«Padre, se è possibile, passi lontano da me questo calice; ma sia fatta la tua volontà, non la mia» (Vangelo secondo Luca, 22, 42).</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="154">
<p align="center">Dominante</p>
</td>
<td valign="top" width="154">in quanto unico Maestro (nella sua natura umana) e unico Signore (nella sua natura divina)</td>
<td valign="top" width="154">«Io Sono» (Vangelo secondo Giovanni, 8, 58; cfr. con <i>Esodo</i>, 3, 14); «Tu mi hai dato potere sopra ogni essere umano» (Giovanni, 17, 2); «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Vangelo secondo Matteo, 28, 18).</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>È rilevante che, quando la stessa quinta linea &#8211; il «signore del segno» &#8211; muta, l&#8217;esagramma 25 si trasforma nell&#8217;esagramma 21, <i>Shih Ho</i>, Il Morso che spezza, che rappresenta la Legge che vince sui «turbamenti della convivenza armoniosa provocati da criminali e calunniatori», poiché «l&#8217;unità non si può stabilire là dove è sempre compromessa da delatori e traditori, da qualcuno che ostacola e impedisce».<a title="" href="#_ftn7">[7]</a> Tutto ciò non può non far pensare alla sconfitta del Maligno da parte di Cristo stesso, tanto più che il termine «calunniatore» potrebbe essere benissimo tradotto in greco con «<i>diàbolos</i>» (da cui il nostro «diavolo»), colui che calunnia e ostacola, l&#8217;avversario/nemico (in ebraico <i>satan</i>).</p>
<p>Alla luce di tutto questo, è come se il trigramma Chên, che può rappresentare Cristo, si riassumesse tutto nella linea (seconda e centrale dell&#8217;esagramma superiore) di Ch&#8217;ien (Dio Padre), così che Chên risulta analogo a Gesù Cristo quale uomo storico, mentre la quinta linea di Ch&#8217;ien ha il ruolo della Persona divina (Dio Figlio) della Trinità di Dio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II &#8211; Quasi un anno dopo, a ottobre del 2009, avrei scoperto altri sorprendenti parallelismi (forse molto più di casuali analogie). Leggendo il numero della rivista &#8220;Confronti &#8211; Quaderni&#8221; del passato settembre 2008, a pagina 25 m&#8217;imbattei in quanto segue:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Re (<i>Wang</i>), scritto con tre tratti orizzontali che rappresentano, secondo gli etimologi, il Cielo, l&#8217;Uomo e la Terra, uniti da un tratto verticale individuato come il re, colui che ha il compito di unire i tre livelli. Compito del sovrano era infatti quello di trasmettere la volontà celeste, di cui egli stesso era il portatore, e spettava a lui solo presiedere il sacrificio al Cielo e alla Terra. Il sovrano doveva essere un modello di virtù per svolgere le sue funzioni regali.<a title="" href="#_ftn8">[8]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La parola cinese <i>wang</i>, «re», è dunque molto simile al trigramma superiore (Ch&#8217;ien, il Creativo, il Padre, il Cielo) dell&#8217;esagramma 25 dell&#8217; <i>I Ching</i>, e questo esagramma è l&#8217;unico, in tutto il Libro dei Mutamenti, a includere nel proprio nome la parola <i>wang</i> (re). In questo senso, l&#8217;esagramma si può leggere ancora come una sorta di sorprendente sintesi: l&#8217;Innocente, il Re, il Sacrificio e la Legge riuniti tutti in una sola figura di persona, che sarebbe il Cristo.</p>
<p>Vale la pena di considerare anche i suggerimenti offerti dall&#8217;aspetto grafico e geometrico del segno. La parola <i>wang</i> assomiglia molto, oltre che al trigramma cinese Ch&#8217;ien, al simbolo egizio della Colonna Zed, interpretato come Asse del Mondo e del Tempo, colonna vertebrale di Osiride (dio del mondo terreno e ultraterreno, raffigurato di colore verde, come il verdastro dei cadaveri ma anche come la Natura fertile), segno dell&#8217;equilibrio cosmico incarnato e garantito sulla terra dal Faraone regnante, e per questo &#8211; forse &#8211; struttura centrale, e nascosta, della Grande Piramide di Cheope nella piana di Giza. A sua volta, lo Zed e la parola <i>wang</i> sono simili alla croce cristiana, sia greca (cioè con entrambi i bracci di eguale lunghezza) sia latina (cioè con il braccio verticale più lungo di quello orizzontale. La parola cinese è composta infatti dal tratto verticale (in greco <i>stauron</i>, in latino <i>stipes</i>, da cui il nostro «stipite» e il romeno <i>tepes</i>, «palo»), che attraversa tre tratti orizzontali che possono essere collegati ai tre elementi orizzontali della croce:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img class="aligncenter" alt="" src="blob:http://www.rivistabetile.it/46e7ea48-6cc9-47c7-98e7-229ead9e92dc" /> cartello con il <i>titulus</i> «Gesù Nazareno Re dei Giudei»;</p>
<p>il <i>patibulum</i>, braccio orizzontale della croce, per inchiodare le braccia;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la tavoletta cui erano talvolta inchiodati i piedi del condannato, in modo da piegare le ginocchia e allungare così il tempo del supplizio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La croce con il condannato Gesù Cristo, Re Innocente, è leggibile anch&#8217;essa come una &#8220;colonna regale&#8221; anche senza un confronto obbligato con il segno cinese <i>wang</i>:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="176">
<p align="center">(immagine: particolare da Andrea Mantegna, <i>Crocifissione</i>, 1457, Parigi, Louvre)</p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center"><i> </i></p>
<p align="center"><i>Punto spaziale</i></p>
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center"><i> </i></p>
<p align="center"><i>Realtà cosmica</i></p>
</td>
<td valign="top" width="99">
<p align="center"><i> </i></p>
<p align="center"><i>Realtà anatomica</i></p>
</td>
</tr>
<tr>
<td rowspan="3" valign="top" width="176"> <img alt="" src="blob:http://www.rivistabetile.it/7364ab27-231a-4878-8a19-acd6b388bd91" /></td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">
<p align="center">Apice</p>
<p align="center">
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">
<p align="center">Cielo</p>
</td>
<td valign="top" width="99">
<p align="center">
<p align="center">Testa</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">
<p align="center">Centro</p>
<p align="center">
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">
<p align="center">Uomo</p>
</td>
<td valign="top" width="99">
<p align="center">
<p align="center">Cuore</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">
<p align="center">Base</p>
<p align="center">
<p align="center">
</td>
<td valign="top" width="92">
<p align="center">
<p align="center">Terra</p>
</td>
<td valign="top" width="99">
<p align="center">
<p align="center">Arti</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con un&#8217;operazione originale, il Crocifisso si può persino stilizzare e geometrizzare: ponendolo su un ipotetico piano orizzontale, unendo le parti anatomiche indicate come nella tabella sopra, e introducendo il movimento verso l&#8217;alto, esso si “trasforma” in una sorta di struttura a tenda o, meglio, a piramide, una &#8220;casa regale&#8221;. Nell&#8217;antica lingua egizia, «grande casata» si diceva <i>pher&#8217;ao</i>, da cui deriva il termine «faraone», che designa appunto l&#8217;uomo che è allo stesso tempo Re (in cinese <i>wang</i>), Dio e Legge cosmica perenne. Per questo, anche la piramide può accostarsi, in senso lato, al tempio quale casa del Dio; nel Cristianesimo, Gesù Cristo è unico Re e definitivo Sacerdote tra l&#8217;Umanità e Dio; e la «casa di Davide», annunciata nell&#8217;Antico Testamento, si concretizzò infatti sia nello spazio, nella costruzione del Tempio del re Salomone (figlio di Davide), sia nel tempo, nella discendenza di Gesù proprio da parte di uno dei molti rami della stirpe di Davide (cfr. <i>I Libro di Samuele</i>, cap. 7; <i>I Libro delle Cronache</i>, cap. 7; <i>Lettera agli Ebrei</i>, 3, 4-6).</p>
<p>La struttura geometrica che risulta dallo sviluppo verticale del Crocifisso posto in posizione orizzontale è quindi quella indicata nella tabella seguente. La &#8220;costruzione&#8221; di tale struttura è dovuta essenzialmente a tre fasi: Convergenza (A), Centratura (B), e Vettorialità (C), che avvengono in ordine cronologico e, dal punto di vista spaziale, implicano un movimento coestensivo dal basso verso l&#8217;alto (come lo sviluppo degli esagrammi dell&#8217;<i>I Ching</i>, ma anche come l’evoluzione naturale degli esseri senzienti, dall’Anfibio strisciante alla stazione eretta propria dell’Uomo) e restano corrispondenti alle realtà spaziali e anatomiche considerate:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td rowspan="3" valign="top" width="232">
<p align="center"> <img alt="" src="blob:http://www.rivistabetile.it/67202955-3c08-45d0-a899-fc3d0cd5a5bb" /></p>
</td>
<td valign="top" width="78">
<p align="center">Vettorialità</p>
<p align="center">(C)</p>
<p align="center">
</td>
<td valign="top" width="50">
<p align="center">Apice</p>
</td>
<td valign="top" width="50">
<p align="center">Cielo</p>
</td>
<td valign="top" width="50">
<p align="center">Testa</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="78">
<p align="center">Centratura</p>
<p align="center">(B)</p>
<p align="center">
</td>
<td valign="top" width="50">
<p align="center">Centro</p>
</td>
<td valign="top" width="50">
<p align="center">Uomo</p>
</td>
<td valign="top" width="50">
<p align="center">Cuore</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="78">
<p align="center">Convergenza</p>
<p align="center">(A)</p>
</td>
<td valign="top" width="50">
<p align="center">Base</p>
</td>
<td valign="top" width="50">
<p align="center">Terra</p>
</td>
<td valign="top" width="50">
<p align="center">Arti</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>In questo modo si nota ancora che il movimento ascendente è lo stesso movimento dell&#8217;intera evoluzione del cosmo verso una meta alta, il «Punto Omega» presentato da Pierre Teilhard de Chardin, per il quale il Motore Primo e la Meta Ultima di tutto l&#8217;Universo sono proprio lo stesso Gesù Cristo, insieme Dio coestensivo all&#8217;universo e vero uomo storico. Si nota anche, anzi soprattutto, che il punto cui convergono i quattro punti base, e dal quale l’elevazione inizia, è il cuore/centro e non la testa/apice (che in questa struttura assonometrica diventa infatti uno dei quattro punti base), in sintonia con le metafore poetiche di molte culture umane passate e presenti, in parallelo ad alcuni moderni indirizzi scientifici secondo i quali il motore principale di ogni azione umana risiede nel suo patrimonio emotivo-sentimentale, più che in quello puramente razionale e cognitivo, e ad alcune ipotesi secondo le quali il cuore sarebbe dotato di un proprio sistema nervoso autonomo da quello del cervello, e addirittura di un proprio campo magnetico&#8230;!</p>
<p>Si possono citare ancora due parallelismi (ma forse più che semplici parallelismi!). Il ricorrere della centralità dell&#8217;Uomo tra la Terra e il Cielo, e del cuore tra gli arti e la testa, ricorda questa frase tratta dall&#8217;appassionato discorso che il personaggio di Maria rivolge agli operai-schiavi nel romanzo <i>Metropolis</i>, scritto nel 1912 da Thea von Harbou (moglie del regista Fritz Lang, che ne trarrà il famoso film espressionista del 1926):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Cervello e le Mani hanno bisogno di un mediatore.</p>
<p>Il Mediatore tra il Cervello e le Mani deve essere il Cuore.<a title="" href="#_ftn9">[9]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Frase riferita alla costruzione della Torre di Babele &#8211; e in generale alla costruzione di ogni monumento grandioso della storia umana &#8211; ma quanto più valida se relativa alla &#8220;costruzione&#8221; dell&#8217;individuo umano&#8230;! Frase che si trova, nel romanzo, al capitolo 5; il numero 5 – altro parallelismo &#8211; numero chiave nella comprensione e nell&#8217;attuazione delle attività &#8220;paranormali&#8221; da parte del famoso sensitivo torinese Gustavo Adolfo Rol, che in molte delle sue sedute si concentrava ripetendo a se stesso «<i>Je suis le numéro cinq</i>» (io sono il numero cinque).<a title="" href="#_ftn10">[10]</a> Forse e soprattutto perché, come egli scrisse nel suo diario nel 1927 a Parigi, aveva «scoperto una tremenda legge che unisce il colore verde, la quinta musicale ed il calore». Compare il ruolo&#8230; centrale del colore verde, che a sua volta, nello spazio, è letteralmente centrale tra la terra e il cielo, proprio come l&#8217;Uomo stesso e come Gesù Cristo tra l&#8217;Umanità e Dio; santa Ildegarda di Bingen, nel XII secolo, figura eccezionale di donna medievale, scrisse che l&#8217;Universo, che è in Cristo il quale è in Dio, è creato, conservato e avviato in evoluzione da Dio attraverso tre forze: la <i>vis</i> (energia), la <i>virtus</i> (potenza positiva) e – singolarmente &#8211; la <i>viriditas</i>, cioè «l&#8217;eterno verde germogliare del Cosmo».<a title="" href="#_ftn11">[11]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>III &#8211; Un altro collegamento, successivo e inaspettato, tra l&#8217;esagramma 25 e la figura di Gesù Cristo è quello che ho poi potuto congetturare alla fine dell&#8217;estate del 2010, imbattendomi in questa tabella esemplificativa (da me copiata) della scrittura ideografica cinese nei suoi caratteri antichi e moderni, a p. 134 del volume XI dell&#8217;<i>Enciclopedia</i> <i>Universo</i> (Novara, De Agostini, 1962), alla voce &#8220;Scrittura&#8221;:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">
<p><img class="aligncenter" alt="" src="blob:http://www.rivistabetile.it/fed1378b-89f4-42bf-a1fd-0ae130f7b082" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come si vede, sia nell&#8217;ideogramma antico, sia in quello moderno, per la parola che significa sia «pecora» (<i>yáng</i>) sia «capra» (<i>shānyáng</i>) sono riconoscibili le due corna stilizzate in cima al segno, più marcate in quello antico, nel quale ricordano sia le corna dello stambecco, sia &#8211; se prolungate idealmente verso il basso &#8211; quelle dell&#8217;ariete. Nella forma moderna dell&#8217;ideogramma ritroviamo tuttavia le tre righe orizzontali unite dalla riga verticale, che designavano il termine «re» (<i>wang</i>) e che nell’<i>I Ching</i> costituiscono il trigramma Ch&#8217;ien (Dio, il Creativo, il Cielo, il Padre) e che è il segno superiore nell&#8217;esagramma 25, <i>Wu Wang</i>, L&#8217;Innocenza, collegabile &#8211; come si è visto &#8211; a Cristo Re innocente e alla croce. Ora l&#8217;ideogramma cinese per «pecora» e «capra» permette un altro collegamento alla simbologia giudaico-cristiana e quindi alla successiva iconografia cristiana: il Cristo quale «agnello di Dio», portato al sacrificio senza che dalla sua bocca esca un solo lamento (cfr. <i>Isaia</i>, 53, 7), l&#8217;agnello trafitto per cancellare i peccati del mondo (cfr. Vangelo secondo Giovanni, 1, 29), e tuttavia risorto e vivente (cfr. <i>Apocalisse</i>, capitoli 5-8, 14, 17, 21-22), e infine anche Agnello mistico, come ricorda il celebre dipinto dei fratelli van Eyck.</p>
<p>Concludo con una ennesima coincidenza riscontrabile tra l&#8217;esagramma 25 dell&#8217;<i>I</i> <i>Ching</i>, implicante il legame tra Dio Padre/Ch&#8217;ien e Dio Figlio/Chên, e il fatto che quest&#8217;ultima parte del mio articolo implica a sua volta un rapporto tra padre e figlio. Infatti, fino al mese di maggio del 2010, il volume citato dell&#8217;<i>Enciclopedia Universo</i> era uno dei tre volumi finali dell&#8217;opera ancora assenti da casa nostra, in quanto nei primi anni ’80 mio padre ne aveva interrotto l&#8217;acquisto al volume IX (il nono). Soltanto a maggio del 2010 io avevo imprevedibilmente trovato in un mercatino dell&#8217;usato di Torino al confine con Grugliasco, in cui peraltro mettevo piede <i>per la prima volta</i>, la medesima enciclopedia (vecchia di più di quarant&#8217;anni, perciò abbastanza rara), completa però di tutti i dodici volumi e invenduta da tempo; anche per questo, uno dei gestori mi aveva lasciato scegliere i volumi mancanti da acquistare a un prezzo simbolico (appunto gli ultimi tre che mancavano a casa nostra). Dopo quasi trent’anni, l&#8217;enciclopedia era così completata, e mi permetteva di aggiungere in conclusione questi collegamenti ulteriori riguardo l&#8217;esagramma 25 dell&#8217;<i>I Ching</i>, grazie a una scoperta inaspettata avvenuta nel mese di maggio, il mese numero 5 del nostro calendario, che moltiplicato per se stesso dà proprio 25.</p>
<p><img class="aligncenter" alt="" src="blob:http://www.rivistabetile.it/98499901-b389-4af0-b41c-255e40d49021" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Infine, delle tre fasi in cui le circostanze hanno fatto sì che si realizzasse questa mia ricerca, quella decisiva &#8211; la seconda e centrale &#8211; si è svolta, come detto, nel 2009: l&#8217;anno in cui io stesso avevo 25 anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><i>Piervittorio Formichetti</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b> </b></p>
<p><b>. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . </b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Fonti per le immagini:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>• Colonna Zed: parete della Stanza degli Avi del faraone Tutmosi III (XV secolo a. C.), ricostruzione al Louvre, Parigi (da www.gaeword.it).</p>
<p>• Croce ortodossa: <i>Occultismo, mistero e magia</i>, Grandi temi De Agostini, Novara, 1976, p. 11.</p>
<p>• Andrea Mantegna, <i>Crocifissione</i>, 1457, Parigi, Louvre (da www.artleo.it).</p>
<p>• Jan van Eyck e Hubert van Eyck, particolare dal Polittico dell’<i>Agnello mistico</i>, 1426-1432, Gand, cattedrale (da wikipedia.org).</p>
<p><b> </b><b>   </b></p>
<p>&nbsp;</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> <i>I Ching. Il Libro dei Mutamenti</i>, a cura di Richard Wilhelm, prefazione di Carl Gustav Jung, Milano, Adelphi, 1991, pp. 50-51.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> <i>I Ching. Il Libro dei Mutamenti</i> cit., pp. 15-33.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> <i>I Ching. Il Libro dei Mutamenti </i>cit., p. 634.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Vangelo secondo Giovanni, 3, 34, cit. in Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II <i>Sulla divina Rivelazione</i>.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> Vangelo secondo Giovanni, 12, 28-29.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> <i>I Ching. Il Libro dei Mutamenti</i> cit., pp. 516-517.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> <i>I Ching. Il Libro dei Mutamenti</i> cit., p. 130.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> Debora MARZI, <i>La natura nel pensiero cinese</i>, &#8220;Confronti &#8211; Quaderni&#8221;, n. 9 / settembre 2008, p. 25. Soltanto trascrivendo mi accorgo che anche la pagina su cui ho letto ciò è appunto la numero 25; si tratta di un altro dettaglio numerologico incredibilmente correlabile con il contenuto delle osservazioni che seguiranno.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> Thea VON HARBOU, <i>Metropolis</i>, Roma, Compagnia del Fantastico- Gruppo Newton, 1996, p. 39.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> Maurizio TERNAVASIO, <i>Gustavo Rol: la vita, l’uomo, il mistero</i>, Torino, Lindau-L’età dell’Acquario, 2002, p. 71. Soltanto nel cercare il presente riferimento bibliografico, scopro che Rol, anche sul citofono della sua abitazione a Torino, aveva applicato al posto del proprio cognome, la parola «Cinque»: Catterina FERRARI (a cura di), <i>“Io sono la grondaia”. Diari, lettere, riflessioni di Gustavo Adolfo Rol</i>, Firenze, Giunti, 2000, p. 15 (in questo libro, tra le molte parole di Rol citate, si fa anche opportunamente presente che il colore verde &#8211; vedi le righe successive di questo saggio &#8211; è <i>centrale</i> anche nello spettro cromatico &#8211; l’arcobaleno &#8211; percepito dall’occhio umano).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref11">[11]</a> <i>Il grande libro dei Santi</i>, a cura di Claudio LEONARDI, Andrea RICCARDI, Gabriella ZARRI, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, vol. II, p. 1112 ss..</p>
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		<title>LA MITOLOGIA DI CIRCE</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Sep 2017 19:38:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La mitologia di Circe   La maga Circe è colei che nel mito conduce al mondo dell’oltretomba. E’ questa la mitologia a cui spesso sono legate le antiche religioni. Anche il culto della fertilità può dirsi legato al mondo dell’oltretomba, poiché nella circolarità delle stagioni è sotteso il principio di morte e rinascita ciclici, il [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><b><i>La mitologia di Circe</i></b></p>
<p align="center"><b><i> </i></b></p>
<p style="text-align: justify;">La maga Circe è colei che nel mito conduce al mondo dell’oltretomba. E’ questa la mitologia a cui spesso sono legate le antiche religioni. Anche il culto della fertilità può dirsi legato al mondo dell’oltretomba, poiché nella circolarità delle stagioni è sotteso il principio di morte e rinascita ciclici, il cui potere sta in mano alla terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Circe in effetti vuol dire ruota, cerchio, circolarità della vita. Nel buddismo c’è la ruota del samsara o ruota dell’esistenza intesa come prima e dopo la vita. Gli etruschi parlano di pre &#8211; vita e di post – vita. Circe appartiene ad una religione precedente a quella di Ulisse, in cui si conosceva il mondo prima e dopo la vita ovvero l’oltre vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il neolitico è l’epoca della grande madre, perché è l’epoca dell’agricoltura, quando comanda la donna, mentre l’uomo si dedica alla caccia. In questo periodo nasce la dea madre che, inizialmente, è un animale. Narrandola in questo modo la dea madre non rappresenta un fatto etico religioso innato nell’uomo, ma è un  fatto culturale, prodotto di una epoca. Questa è una prospettiva assolutamente diversa da quella evidenziata da Maria Gimbutas e dai suoi seguaci, in  quanto si basa  su una serie di eventi storici o protostorici, e non su un innato sentire religioso. Ciò che l’uomo trova in se stesso attraverso l’ascolto della propria spiritualità non sarebbe pertanto un sentimento religioso innato, ma la consapevolezza di uno sedimento antico della propria filogenesi e della propria storia.</p>
<p style="text-align: justify;">E cosa ci dice Circe rispetto a questo? Lei parla della trasformazione dei maschi umani in animali. Circe è legata alle stagioni e alla fertilità. Ma è anche legata all’astronomia quindi alla circolarità della comparsa degli astri nella volta celeste. E’ colei che compie il passaggio dalla religiosità di natura femminile, costituita da dee e sacerdotesse, fino alla religiosità di tipo maschile, trasformando il maschio in animale sacro.</p>
<p style="text-align: center;" align="center"><i>Cibele, la maga Circe, e alcuni culti femminili italici</i></p>
<p style="text-align: justify;">Virgilio nell&#8217;Eneide descrive la maga Circe come una seduttrice, una femme fatale. E&#8217; possibile che il luogo natio della maga Circe sia il monte Circello, il quale forse prese il nome dalla maga seduttrice. Anticamente è possibile che il monte Circello fosse un&#8217;isola, quell&#8217;isola di Eea (anche se altre ipotesi dicono rispondente forse all’odierna isola di Zannone), lontana,  descritta nel libro X dell’Odissea, come assai distante da qualsiasi continente. Quel monte probabilmente era il luogo nel quale abitava la maga Circe, un monte attualmente collegato al continente e posto all&#8217;interno dell&#8217;odierno promontorio, nel quale si trova il monte Circello.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel settimo libro dell&#8217;Eneide, Virgilio parla di Circe e le sue scritture fanno riflettere anche sulla antica madre Cibele, il cui culto è diffuso in molte zone della penisola italiana. Come ad esempio testimonia il pozzo chiamato La magna madre, che è il pozzo più vecchio di Roma. Omero e Virgilio descrivono entrambi la maga Circe, ma in maniera differente, Virgilio, nell&#8217;Eneide, scrive che gli uomini vengono da lei trasformati in varie specie animali, nell&#8217;Odissea Omero narra invece che tutti i compagni di Ulisse vengono trasformati in porci. La dea Cibele è simile, per tante definizioni date dai due antichi narratori, alla dea Circe, ma assai distante geograficamente e culturalmente dalla terra nella quale si narrano storie della maga Circe.</p>
<p style="text-align: justify;">La dea Cibele è originaria molto probabilmente della penisola anatolica, come gli etruschi, originari anch&#8217;essi di quella terra. I veneti, provenienti dalla Siria, che si trovano a vivere nell&#8217;Anatolia durante la guerra tra Troia e la Grecia, offrendo un improvvisato aiuto ai troiani nell&#8217;ultima parte della guerra, passato quel breve momento che termina con la conquista di Troia da parte dei greci, vengono lasciati liberi di continuare il loro viaggio che li porterà a spostarsi fino a giungere nella penisola italiana, come narrato nel mito degli Argonauti. Anche constatando la lontananza geografica e culturale tra i popoli che professano le religioni delle due deità, si associa forse una comune origine tra la dea madre definita Cibele e la maga Circe, entrambi forse hanno l&#8217;antico ruolo di signore degli animali e appartengono all&#8217;epoca pre-neolitica, nella quale venivano praticate la caccia e la raccolta, un epoca dove la caccia veniva praticata dai maschi e la raccolta dalle femmine ed il fatto che entrambi le donne mitiche non fossero sposate sottolinea che non dipendessero da famiglie e uomini, ma appartenessero alla sfera sacerdotale.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel mito di Circe narrato da Omero, all&#8217;interno del decimo canto dell&#8217;Odissea, si racconta che, nell’isola Eea, a guardia delle case della maga Circe, figlia del sole, c&#8217;erano lupi montani dalle forti unghie e leoni, che grazie ai filtri maligni dati loro erano scodinzolanti come docili cani di fronte al gruppo dei marinai, che si erano avventurati nella remota isola immersa nel mare e distante assai dalle altre terre. Circe trasforma i compagni di Ulisse in porci con un filtro, mentre egli viene protetto dal farmaco procuratogli da Ermete e ricavato da una pianta dalle nere e solide radici e dai fiori bianchi come il latte. Così protetto dall’antidoto, nulla possono il beverone ed il farmaco offerti da Circe ad Ulisse.</p>
<p style="text-align: justify;">I leoni sono anche gli animali sacri della grande madre mediorientale Cibele, importata nell&#8217;antichità a Roma e  decantata nel capitolo settimo o dodicesimo dei canti di Ovidio. Ella, nata nel monte Ida, viene definita &#8220;grande idea&#8221;, cioè &#8220;dea di Ida&#8221;, dal cantore Ovidio. Gli animali selvatici sono quelli che la hanno allattata su quel monte e lei probabilmente riveste il ruolo, nella cultura classica, di &#8220;signora degli animali&#8221;, cioè la dea delle società pre-neolitiche, prima dell&#8217;avvento dell&#8217;agricoltura, che probabilmente nasce a causa del veloce surriscaldamento terrestre che distingue la  post-epoca glaciale del Riss-Wurm, iniziata circa diecimila anni fa.</p>
<p style="text-align: justify;">La maga Circe è colei che nel mito conduce al mondo dell’oltretomba. E’ a questa mitologia che spesso sono legate le antiche religioni. Come abbiamo già visto, anche il culto della fertilità può dirsi legato al mondo dell’oltretomba, poiché nella circolarità delle stagioni è sotteso il principio di morte e rinascita ciclici, il cui potere sta in mano alla terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Circe inoltre nutre l’ospite con cibi quali il miele la farina d’orzo e il formaggio, che sono cibi che si ritrovano anche tra le divinità femminili  etrusche e venete, e lo disseta con vino. Questo è il cibo di cui nutre Ulisse quando esercita i propri poteri magici, se poi guardiamo alle fasi successive del racconto, essa offre abbondante carne ad Ulisse ed ai suoi compagni, invitandoli addirittura a sacrificare, sgozzandoli, i migliori animali. Ma in questa fase è concluso l’effetto del farmaco e i porci son tornati uomini, è una Circe già passata ai culti religiosi maschili, legati alla cacciagione.</p>
<p style="text-align: justify;">A casa di Circe lavorano come domestiche quattro ancelle, nate da fonti, da boschi e da fiumi sacri, esse preparano il cibo e lavano gli ospiti con acqua bollita, molto somigliano alle divinità femminili etrusche e venete.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine Circe conduce all’Ade, lungo un viaggio che solo lei può propiziare attraverso i profondi gorghi di Oceano, prima che Ulisse possa rientrare a casa. Così come le suddette divinità compiono ciclici e simbolici passaggi al mondo dell’oltretomba attraverso sorgenti d’acqua  ed anfratti nascosti tra fitti boschi.</p>
<p style="text-align: justify;">In Virgilio si dice che Circe trasformasse gli uomini in vari animali, leoni, orsi, lupi, porci, nell’Odissea si narra invece che tutti i compagni di Ulisse siano stati trasformati in porci. Nel libro settimo dell’Eneide, in cui Virgilio narra di Circe, si parla dell’ &lt;&lt;antica madre&gt;&gt; Cibele, il cui culto, proveniente dall’Anatolia, è diffuso in varie zone d’Italia. Cibele era una divinità Vergine, non nel senso che rinunciasse all’accoppiamento, ma perché non era sottoposta all’uomo. Questo è il senso antico del concetto di &#8220;vergine&#8221;, diffuso nell’area asiatica e mediterranea. Virgo appartiene alla casta delle sacerdotesse, non appartiene ad alcune famiglia, nemmeno a quella dominante. Le famiglie sono di carattere maschile (dea della caccia).</p>
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		<title>Note sulla Grande Madre</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2016 21:33:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il legame tra il culto di San Michele Arcangelo e il culto della &#8220;Grande Madre&#8221;. Il culto di San Michele Arcangelo è sempre localizzato in ambiti in cui è necessario opprimere presenze e credenze pagane. E’ altresì un culto legato al potere catartico delle acque, come San Giovanni Battista, che battezzò Gesù Cristo con l&#8217;acqua, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><i>Il legame tra il culto di San Michele Arcangelo e il culto della &#8220;Grande Madre&#8221;.</i></p>
<p style="text-align: justify;">Il culto di San Michele Arcangelo è sempre localizzato in ambiti in cui è necessario opprimere presenze e credenze pagane. E’ altresì un culto legato al potere catartico delle acque, come San Giovanni Battista, che battezzò Gesù Cristo con l&#8217;acqua, cui egli rispose che come Giovanni avrebbe battezzato con l&#8217;acqua, egli avrebbe battezzato con lo spirito.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Arcangelo Michele è molto vicino a San Giovanni Battista, colui che battezza con l&#8217;acqua il figlio di Dio e che annuncia la nascita di Cristo. Anche l&#8217;Arcangelo Michele è estremamente collegato con le acque sacre e pure lui annuncia la nascita del Salvatore. San Michele Arcangelo è un santo escatologico e catarchico, per questo è collegato alle acque, che nel simbolismo cristiano ed ebraico sono sia acque punitivo-escatologiche, che acque catarchiche e quindi di salvezza. I due opposti, la morte terrena e la vita eterna, in San Michele Arcangelo si toccano profondamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Al di la del forte legame con il simbolismo delle acque, molto evidente nell&#8217;iconografia, nell&#8217;architettura sacra e negli scritti religiosi su San Michele Arcangelo, è potente la presenza del santo anche in luoghi di morte e rinascita, infatti il suo legame con le acque è potente proprio per questo motivo, un motivo legato alla caratterizzazione di San Michele Arcangelo a quella che è la sua missione, essere l&#8217;elemento primario dell&#8217;apocalisse. lnfatti lo troviamo come personaggio fondamentale nell&#8217;Apocalisse di San Giovanni e a questo proposito, anche nel comune dell’Aquila, ad Amiternum, nella chiesa dedicata appunto a San Michele Arcangelo, la quale fu eretta nel VI secolo, sopra alcune catacombe paleo-cristiane. Per un motivo analogo, nella Basilica di San Apollinare in Classe a Ravenna eretta nel 546 d. C. il celeberrimo abside presenta le figure a mosaico degli Arcangeli Gabriele e Michele a protezione della cristianità contro il culto Ariano; dove ora vi è la Basilica, precedentemente gli ariani avevano il proprio luogo di culto.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo lega molto il Santo Arcangelo Michele alla Dea Madre, anch&#8217;essa, come il Santo dell&#8217;apocalisse e dell&#8217;escatologica catartica salvezza, era suddivisa nei culti preistorici addirittura precedenti al neolitico in tre sotto-divinità, la divinità della nascita, la divinità della vita e la divinità della morte. Sia San Michele Arcangelo che la Grande Madre sono i primi battezzatori dell&#8217;umanità e le prime figure escatologico-catarchiche. Le tre moire della mitologia greca si rifanno appunto a queste tre divinità che nate probabilmente in un periodo ancora precedente a quello della grande Madre, di cui già si nota l&#8217;esistenza nelle immagini religiose di 15ooo anni fa, si trasformarono in personaggi divini che costituivano l&#8217;identità monoteista della Grande Madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Il culto di San Michele Arcangelo è possibile che abbia trovato diffusione nelle aree della penisola occupate dai Longobardi nel periodo a partire dal 500 d.C. I Longobardi dapprima erano pagani, poi divennero cristiani.</p>
<p style="text-align: justify;">A Novi di Modena per esempio vi è una Pieve romanica del XII sec. dedicata a San Michele Arcangelo, che sorge sopra una pieve preromanica del IX sec. (gli absidi sono sovrapposti) dedicata a Santa Maria Maddalena. In un terzo tempo, nel XVI sec. fu costruita e sovrapposta una nuova pieve dedicata sempre a San Michele Arcangelo. Ciò avvenne per paura del diffondersi dei movimenti eretici. Le precedenti costruzioni probabilmente furono abbattute a causa di inondazioni. Recentemente sotto l’abside preromanico sono stati scoperti resti di età romana, manufatti prodotti da una fornace e forse un altro abside. E’ importante notare che il basamento preromanico è costruito con sassi fluviali e in un secondo tempo con mattoni.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda la presenza nel Veneto, ne parlano Paolo Diacono e Ariperto I. Questi autori offrono anche testimonianze sugli antichi alvei dei fiumi che hanno formato la laguna prima della grande alluvione descritta da questi autori avvenuta nel 586 d.C. (Brenta, Muson, Marzenego e Sile). Brenta e Muson portano ancora testimonianze del culto di San Michele Arcangelo. A Venezia esistono tre siti dedicati a questo culto: San Michele in Isola (l’attuale cimitero) sede di una antica biblioteca camaldolese in parte custodita ora a Camaldoli e in parte alla Biblioteca Marciana di Venezia, e luogo dove operò anche il cartografo fra’ Mauro, che la leggenda vuole visionario e ispirato dal diavolo;  San Michele degli zoppi, chiesa rasa al suolo da Napoleone, di cui pare non si sia salvato nulla, resta solo un attiguo vecchio oratorio e il nome del campo, Campo San Angelo; San Michele delle polveri o San Michele di Contorta, che ospitò un convento di monache &#8220;corrotte&#8221;. Se osserviamo la presenza di luoghi religiosi dedicati a San Michele Arcangelo, ma anche a San Giorgio, santo anch&#8217;egli di carattere escatologico-catarchico, lungo il Canal Grande a Venezia, possiamo capire come mai in questi luoghi dove è forte la presenza dei due santi citati, si situino due luoghi negativi tristemente famosi, Palazzo Dario per la morte violenta di ogni suo proprietario e Palazzo Mocenigo dove Giordano Bruno il quale confidò a Cagliostro le sue arti di stregoneria nell’ultimo tentativo di salvarsi. Ma anche nell’isola di Burano vi è una zona si dice del diavolo e una zona d’acqua dalla quale pare esca del gas metano. Questi luoghi nei quali venivano vissute situazioni peccaminose, tra le quali quelle di carattere stregonico sopra dette, avevano bisogno dell&#8217;intervento di questi due santi nell&#8217;immaginario della città di Venezia.</p>
<p style="text-align: justify;"> <i>Le sacerdotesse nelle antiche religioni di area veneta</i></p>
<p style="text-align: justify;">Qui si pone la domanda se le antiche religioni di area veneta siano o meno legate al culto della Grande Madre. Vi è l’influsso dell’Ecate greca nella simbologia delle antiche religioni di area veneta, in particolar modo euganea. E vi sono similitudini con la simbologia etrusca: per esempio piccole edicole appese agli alberi o oggetti votivi o cibo sempre appesi agli alberi, per ingraziarsi le cornacchie.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre tracce si trovano nei riti delle sacerdotesse paleo – venete. Il Santuario situato nella località Meggiaro a Este (V – IV sec. a. C., andò abbandonato nel I sec a.C.) e scoperto a partire dal 1999 presenta similitudini con i santuari di Cosa (Ansedonia – Orbetello), Forentum (provincia Potenza), Marzabotto (Bologna) e Bantio (tra Apulia e Lucania): sono santuari del tipo cosiddetto &#8220;templum in terris&#8221;. A Meggiaro sono stati ritrovati circa 8000 resti ossei di animali, in prevalenza giovani e di genere femminile, di cui quasi la metà sono di scrofe e feti, il che fa supporre al sacrificio di scrofe gravide. E’ stato ritrovato anche un pozzo, che fu costruito in un secondo momento e sono stati ritrovati anche reperti che riconducono a libagioni. Questa tipologia di santuari è legato ai miti di fondazione così come li descrive Virgilio nel I libro dell’Eneide alludendo alla fondazione di Cartagine ad opera di Didone con un tempio dedicato a Giunone.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;aspetto linguistico in area euganea ci associa al legame tra indoeuropei e preindoeuropei, infatti la lingua veneta è un incrocio c tra lingue locali e lingue che sono venute attraverso le migrazioni indoeuropee. Attraverso lo studio delle lingue si può scoprire la relazione tra popoli preindoeuropei e quelli indoeuropei di provenienza aria. Il termine Euganeo deriverebbe dal greco e significa di nobili stirpe, ma potrebbe essere collegabile con gli Ingauni antichi abitanti della Liguria, quindi di probabili origini preindoeuropee. Studiosi come Giovenale Marziale Comelisio Italico e Lucano usano il termine euganeo per definire all’epoca di Roma imperiale l’Italia nord orientale.</p>
<p style="text-align: justify;">La lingua paleoveneta sarebbe invece originaria delle popolazioni indoeuropee che si sono stanziate nel nord della penisola. Gli indoeuropei si sono stanziati nel nord est della penisola italica attorno al VI sec. a.C. e con l’arrivo dei romani nel II sec. a.C,. si sono inglobati con loro. Precedentemente hanno avuto rapporti con gli etruschi. Si suppone che con l’arrivo dei veneti, gli euganei si siano spostati dai colli euganei verso le prealpi. Le iscrizioni paleovenete si trovano su ceramiche, vasi e monumenti funerari, sono spesso iscrizioni votive.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo alcuni studiosi il veneto più puro anzi il paleoveneto più puro chiamato anche venetico, sarebbe quello della parlata slava, lo slavo insomma sarebbe una lingua in parte di origine veneta indoeuropea. Ma è vero anche che all’epoca dei castellieri popolazioni istriane si spinsero fin dentro il veneto al confine tra le attuali provincie di Belluno e Treviso costituendo enclavi linguistiche antropologiche resistenti fino ai nostri anni, tanto che fino a pochi anni fa in quelle zone si riconoscevano nuclei fisionomici e tradizioni di derivazione istriana.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono poi similitudini tra il linguaggio scritto etrusco ed euganeo e venetico. Secondo alcuni autori le varie popolazioni presenti in area venetica erano in origine Ari, o comunque provenienti da quell’area. Gli euganei erano il nucleo originale ed erano probabilmente di diversa origine. Lo afferma anche Tito Livio (padovano di origine). Virgilio parla invece di Antenore, principe troiano che venne in Italia attraverso la Croazia a capo di una schiera di Eneti (o Veneti), e fondò Padova.</p>
<p style="text-align: justify;"> <i>Il culto del serpente</i></p>
<p style="text-align: justify;">Anche il culto del serpente ci riporta alla connessione tra indoeuropei e preindoeuropei,  come infatti è possibile notare nelle immagini che raffigurano la donna con mani e gambe a forma di serpente e in posizione che odiernamente sarebbe definita ypogica, essa appartiene alla cultura preindoeuropea. Lo stesso mito serpentario lo ritroviamo nel racconto biblico che è anch’esso preindoeuropeo. Nella tradizione indoeuropea il serpente è invocato in senso nefatico, ma è sempre presente nelle tradizioni mitologiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella Bibbia e nell’Eneide si parla del culto della Grande Madre, simboleggiata dal serpente, che è legato alla terra. Il demonio è legato al serpente, così come il drago. Chi ammazza un drago è sempre un santo. Nell’isola di Malta è molto presente il culto del serpente legato al culto di san Paolo, in Svizzera il serpente è chiamato arcobaleno, mentre tra gli indiani il serpente scaccia il fulmine. Quindi il serpente è legato all’acqua. Nell’Eneide gli animali di colore nero venivano sacrificati da Enea per propiziare la pioggia. Gli sloveni hanno il culto della vacca nera che viene sacrificata e l’usanza del sacrificio animale è ancora molto diffusa nelle zone tra il Kosovo e la Macedonia. Il fiume Timavo citato da Virgilio quando parla del mito di fondazione della città di Padova, è un fiume che nasce in Croazia, si sviluppa in Slovenia e sfocia nei pressi di Trieste, il cui percorso in parte sotterraneo è ancora sconosciuto, avvolto nell’enigma.</p>
<p style="text-align: justify;">La Grande madre prima nasce dalla terra, poi nasce il serpente e succhia la terra, così nasce il demonio. Poi la Grande Madre diviene animale nero cosicché l’animale viene ammazzato per propiziare la pioggia (il serpente arcobaleno per far piovere). Dalla pioggia nasce l’anima. Enea ammazza ancora animali per propiziare la pioggia. Infine dall’anima nasce la concezione di un Dio  &#8211; Zeus che determina la pioggia e la terra. Così dalla Grande Madre si arriva al Dio astratto: questa è l’ipotesi positivista – funzionalista.</p>
<p style="text-align: justify;"> <i>Sui Serpari di Cocullo (testimonianza orale, agosto 2016)</i></p>
<p style="text-align: justify;">Mi trovo nel paese di Filetto mt 1090 sul l. m., vicino alle frazioni di Camarda e Paganica (Jovi Paganico Sacro) nel Comune dell’Aquila, sulle pendici del Gran Sasso verso Campo Imperatore. La località anticamente in un territorio di confine tra i popoli dei Sabini e dei Vestini.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiedo ad un anziano se nei pressi vi siano località o tradizioni dedicati ai serpari. Risponde che solo a Cocullo esiste questa tradizione. Mi descrive la strada per arrivarci ed aggiunge &#8220;Ma ora nun è stagione&#8221;. Gli suggerisco che la stagione è maggio, il primo di maggio. Egli afferma &#8220;Quando si svegliano&#8221;. Provo a farmi spiegare cosa voglia dire questa affermazione. Egli continua a ripetermi &#8220;Quando si svegliano&#8221;. Penso che si riferisca ad una sorta di letargo invernale, ma non capisco. Egli col viso e col corpo fa un cenno di fastidio, più volte, e aggiunge &#8220;Ma come fanno a metterli sul collo?&#8221; Mi mostra come, a mo’ di sciarpa. &#8220;Ma come fanno, sembrano addormentati&#8221; ribadisce. Gli dico che forse sono ubriacati o drogati, egli fa un altro cenno di fastidio e repulsione. Intuisco che questo argomento lo infastidisca, infatti mi saluta ed entra nel portone di casa.</p>
<p style="text-align: justify;"> <i>La madre terribile</i><i>　</i></p>
<p style="text-align: justify;">La Grande Madre chiamata anche <i>madre terribile</i> era nata in Mesopotamia, era la grande madre Tiamat ovvero l’oceano primordiale. Era vicina come simbolismo a Saturno, che in greco è Kronos, il tempo non cronologico, Saturno e la Grande Madre sono simili archetipicamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Faccio spesso il paragone tra le “facce” nere che sono mesopotamiche e gli egiziani preclassici. Sono molto differenti: la grande madre è mesopotamica, mentre in Egitto comandano il dio Epafo figlio di Io – Iside, sacerdotessa di Era. Io fu trasformata in vacca da Era per gelosia ma, liberata da Ermes su richiesta di Zeus, fu di nuovo perseguitata da Era, e andò vagando per molti luoghi fino a giungere in Egitto. Ritornata nelle vesti di donna divenne moglie di Osiride, che è un dio che ogni anno muore e ogni anno rinasce attraverso l’accoppiamento. Sono molto vicini al culto ebraico e successivamente cristiano, infatti la vacca è la dea della fertilità per gli egizi e si trova anche nel racconto della nascita di Gesù, insieme all’asino che è un simbolo, il dio asino, di cui parla il re sapiente Salomone.</p>
<p style="text-align: justify;">Le dee avevano la coda di coccodrillo, leone, ippopotamo come la Tueret egizia perchè erano dell’età dei cacciatori, paleolitico inferiore, che precede la cultura della rivoluzione agraria del neolitico, erano le dee gravide. Gli ebrei possono aver attinto dal mito di Didone perché la Fenicia, e Didone è fenicia, è confinante col loro regno.</p>
<p style="text-align: justify;">La dea gravida veniva chiamata &#8220;donna gravida&#8221;, era la Grande Madre. In Mesopotamia ci sono la dea benevola e la dea malevola. La dea benevola è chiamata Tiamat, mentre la dea malevola è chiamata Istar. Inanna &#8211; Istar coincide con Urano (il cielo), è figlia del Cielo o della Luna e sorella del Sole. La dea benevola accettava il movimento dei figli, e dunque accettava il divenire temporale. La dea malevola invece si arrabbiava quando i figli si muovevano, voleva che stessero fermi, e li uccideva: in ciò era simile a Saturno. Questa divinità non accettava il divenire e quindi il tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Caos, il mare in Mesopotamia, genera Tiamat, la dea che pure ammazza i figli, tranne due. Tiamat è la divinità femminile che nasce dal mare, essa viene assorbita nella cultura dei Greci divenendo Afrodite. Urano &#8211; Kronos &#8211; Zeus secondo Esiodo sono i tre stadi della teogonia. Urano e Gea vengono dal Caos, sono l’ultima coppia dei figli di Caos. Tiamat, il Caos, ha anch’essa vari figli che uccide, tranne due.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia i precristiani e i preindoeuropei fondano il paese di Saturnia e insegnano a lavorare la terra. Ma in alcuni culti l’agricoltura è un’arte femminile, insegnata delle deità femminili. Ciò appartiene alla religione della Grande Madre. Tiamat è entrambe le cose, Urano e Kronos. Da Kronos successivamente nasce Zeus e da questi nasce Venere, che in realtà però di Zeus sarebbe la sorella. Dalla Venere preindoeuropea, cioè Tiamat mesopotamica, che è appunto simboleggiata dalle stella ad otto punte che rappresenta il pianeta Venere, si passa alla Venere greca che è figlia sorella di Zeus.</p>
<p style="text-align: justify;">Tifone, il drago, il serpente, è stato creato da Rea, la quale voleva uccidere Zeus, il quale aveva mandato sotto terra i Titani, figli di Rea. Zeus va in Egitto. Dalla cenere di Dioniso e dei Titani nasce l’uomo. Le religioni patriarcali sono centrate sul potere degli dei, mentre le religioni matriarcali sono centrate sulla fertilità. Esse inoltre sono diverse per il culto delle acque dove l&#8217;acqua è quella che dà fertilità e fa crescere la possibilità di trovare marito, fa venire il latte e questo uso delle acque paragona la pianta all&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: left;" align="center">Marco Viti, Stefania Pomiato</p>
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		<title>ACQUE CATARCHICHE ED ESCATOLOGICHE</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2016 22:08:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ACQUE CATARCHICHE ED ESCATOLOGICHE &#160; C&#8217;è un passo evangelico, nel quale Gesù Cristo dice che Giovanni Battista lo ha battezzato con l&#8217;acqua e che lui battezzerà con lo Spirito Santo. Questo passo apre a un interessante collegamento tra il cristianesimo e le religioni pre­cristiane, tra le quali quella che nella religione wicca è definita “vecchia [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><b>ACQUE CATARCHICHE ED ESCATOLOGICHE</b></p>
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<p style="text-align: justify;">C&#8217;è un passo evangelico, nel quale Gesù Cristo dice che Giovanni Battista lo ha battezzato con l&#8217;acqua e che lui battezzerà con lo Spirito Santo. Questo passo apre a un interessante collegamento tra il cristianesimo e le religioni pre­cristiane, tra le quali quella che nella religione wicca è definita “vecchia religione”, termine dato da Margareth Murray, un&#8217;egittologa inglese, studiosa di antiche religioni. Tra queste religioni, ad esempio, c&#8217;è quella, di cui sono deità le tre Moire, una religione probabilmente legata alla Grande Madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre figure, probabilmente definite da Margareth Murray, all&#8217;interno della “vecchia religione”, sono le fate dei racconti ladini e le ondine dei racconti tedeschi del Tirolo, le quali possiedono il dono della chiaroveggenza e vivono nelle grotte, da cui sgorgano acque di sorgente. Queste figure mitiche fanno pensare alle deità greche, come le Moire, ad esempio, che vivevano nelle grotte, dove si trovavano fonti di acque dolci e nei luoghi acquei dolci, che avevano forse origini legate ai culti matriarcali. Queste deità probabilmente adoravano i serpenti, culti dei quali si constata ancora oggi la sopravvivenza nella festa detta dei Serpari di San Domenico, celebrata a Cocullo, in Abruzzo, dove vengono catturati i serpenti nei boschi e portati nel paese, il giorno della celebrazione, per poi essere lì liberati. Le deità primadette, legate ai culti matriarcali pre­cristiani, come le ninfe, le egerie, le naiadi, erano molto probabilmente le guardiane dell&#8217;acqua, esse forse erano le antropomorfizzazioni dei serpenti, che vivevano nei pressi degli stagni, che nella religione della Grande Dea erano considerati animali mitici. Le ninfe sono simboleggiate da un animale che ama nell&#8217;immaginario culturale greco, stare attaccato al suolo terrestre, il serpente. Questa è una delle figure simboliche più potenti, relativamente alla divinità della Grande Madre.</p>
<p style="text-align: justify;">Le ninfe talvolta sono esse stesse antropomorfizzazioni di serpenti, molto probabilmente, infatti, si diceva che stessero a guardia delle fonti. Anche la figura mitica dell’anguana, presente nell’area piemontese, lombarda e soprattutto veneta, talvolta è legata a questo genere di antropomorfizzazioni. Se ci soffermiamo a considerare l’etimologia della parola anguana, scopriamo come questo termine derivi dal latino <i>aquana</i>, ninfa, creatura delle acque, ma l’etimologia popolare la associa all’etimologia della parola anguilla, dal latino <i>anguilla</i>, diminutivo di <i>anguis</i>, serpe. E’ molto singolare che la parola veneta <i>bisatto</i>, indicante l’anguilla, derivi da biscia, a sua volta derivante dal latino <i>bestia</i>, che dal V° sec. d.C. comincia ad indicare il serpente. Se poi si guarda alle caratteristiche di questo pesce, si scopre come esse siano simili a quelle attribuite all’anguana. L&#8217;anguilla è’ un pesce di abitudini notturne, che si muove in prevalenza con l’assenza di luna, poiché esso è lucifugo e possiede caratteristiche simil­anfibie, poiché si muove anche sul terreno al di fuori dei corsi d’acqua ed è amante del fango, dove ama cacciare e dove anche può sopravvivere a lungo. Altre sue caratteristiche lo pongono anche in diretto contatto col mistero e la morte. Per esempio è ancora poco chiaro il suo ciclo riproduttivo, per lungo tempo del tutto avvolto nel mistero. L&#8217;anguilla parte per un lungo viaggio, di cui si sa ancora poco con certezza, così come l’anguana, nelle tradizioni orali, ciclicamente si reca in luoghi solo a lei conosciuti. L’anguilla infine ha capacità necrofaghe e saprofaghe, amando cibarsi di animali morti. Le anguille, come rappresentazioni delle anguane e probabilmente in seguito, delle ninfe, delle moire e di molte altre figure mitiche femminili pre­cristiane, si rifugiano spesso nelle grotte d&#8217;acqua dolce e ogni anno forse, secondo le culture pre­cristiane, andavano oltre il concepibile, cioè in luoghi geografici immaginari, paragonabili al luogo dell&#8217;oltrevita.</p>
<p style="text-align: justify;">La figura mitologica dell’anguana prevalentemente è vestita di bianco, che simbolicamente per certe culture è il colore dell&#8217;aldilà ma, a volte, nelle narrazioni di tradizione orale del Veneto, del Trentino e del Friuli, si racconta che essa indossi abiti colorati, rossi, neri o verdastri e assuma le sembianze proprie dell’anguilla femmina. A volte infatti l’anguana nelle narrazioni delle culture orali venete, è descritta con la coda di pesce, attorno alla quale si avvolgono i lunghi capelli, in effetti l&#8217;anguana ricorda molto quell’animale mezzo pesce e mezzo serpente, che nell&#8217;immaginario popolare è l&#8217;anquilla. Altre volte invece è raffigurata con i piedi di capra,come in un disegno attribuito a Tiziano Vecellio, il grande pittore cadorino. È un&#8217;ipotesi e forse un paradosso, da <i>paradoxa</i>, opinione oltre la verità, ma i colori dell&#8217;anguana suscitano simbolismi legati al rapporto tra i colori e un&#8217;immaginario popolare arcaico, forse pre­cristiano, tanto da dovere essere definito come forma archetipale. I colori in esame sono il nero, il rosso e soprattutto il bianco, rappresentato nell&#8217;immaginario popolare e nell&#8217;arte medioevale, sopratutto veneta, dal colore delle vesti dell&#8217;anguana. Il nero la può ricollegare al mondo dei morti, il rosso alla fecondità, il verdastro al suo contatto con l’acqua e con la terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Le anguane in alcuni accezioni dei dialetti veneti e trentini sono chiamate <i>vane</i>. Questo ci apre a una fantasia interpretativa interessante, è possibile infatti che le vane siano collegate alle popolazioni pre- indoeuropee e matriarcali di origine germanica, i Vani. Questi erano una delle poche popolazioni pre- indoeuropee, ancora memoria storica dell&#8217;occidente, la cui lingua ancora oggi è parlata in una delle poche aree che gli Asii non poterono invadere.  Nel periodo post­glaciale, che probabilmente suscitò la ricerca da parte degli indogurganici di nuovi territori da colonizzare, la zona abitata dai Vani, che si colloca nell&#8217;attuale Finlandia, era troppo fredda per loro, che venivano in Europa da zone molto più calde. Questo mi fa supporre il motivo per cui in Finandia, ancora oggi c&#8217;è probabilmente il ceppo linguistico dei Vani. Nella loro lingua, insieme a quella dei baschi, ancora oggi persiste un nucleo linguistico pre- indoeuropeo.</p>
<p style="text-align: justify;">La ridefinizione veneta, trentina e ladina delle anguane, con il termine <i>vane</i>, può derivare da un sincretismo linguistico germanofilo. Tale germanismo, è presente in due culture: in quella connotata dal dialetto veneto e trentino, linguisticamente nel contempo germanico e italico e in quella connotata dalla lingua ladina, più specificamente, quella riguardante il dialetto ladino della val di Fiemme, uno dei quattro dialetti ladini di questa antichissima lingua italico­germanica, parlata da una popolazione di origine retica, proveniente dall&#8217;area germanica orientale, che incontrandosi con la cultura italica, durante la colonizzazione romana, prese il nome odierno di ladina. Anche simbolicamente le anguane sono legate alla vita e alla morte, così come alla purificazione. Pensare che lavare la biancheria, tipico di queste figure, era un lavoro che un tempo si svolgeva in primavera ed in autunno, al risveglio della vita e all’arrivo della morte. Ma si faceva anche in altre situazioni, alla nascita, durante il puerperio, durante la vecchiaia (pensiamo ai panni dei neonati e dei bambini, così come ai panni di un anziano). Si lavava poi tutta la biancheria di un morto subito dopo il funerale; così come si lavava il sangue mestruale. Tutto il resto poteva attendere il cambio delle stagioni, questi panni invece andavano lavati subito. Ma le donne gravide e le puerpere non potevano lavare, rischiavano la loro vita, così intervenivano le fate e le anguane, costituite in quell&#8217;immaginario culturale, spesso da donne morte di parto, da fanciulle e bimbe morte prematuramente o addirittura abortite, ancora avvolte nel sacco.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste figure antiche rappresentano, in tale immaginario tradizionale, il veicolo psicopompo tra il luogo della vita e il luogo dell&#8217;oltretomba, la morte, rappresentano il veicolo comunicazionale, all&#8217;interno delle ritualità stagionali delle antiche religioni, tra la primavera e l&#8217;autunno, tra spirito e carnalità. Nella loro essenza vive il serpente, e l’etimologia dei loro nomi ne è testimonianza. Sarebbe interessante interpellare anche la biologia, che ci insegna come il grado di salinità del sangue umano sia uguale al grado di salinità dell’acqua marina, retaggio della nostra primitiva origine. Mi piace fare questo parallelismo, seppure fantasioso, però considero bello pensare che le anguane, come le anguille che si riproducono in un mare salino per poi emigrare verso le acque dolci dei fiumi, immaginare che le anguane, appunto, siano figure, che attraverso l’acqua, siano veicolo di un lungo cammino che riconduce a dimensioni antiche e soprannaturali.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questa supposizione ne scaturisce un&#8217;altra: anche i serpenti e le apparizioni dei serpenti, che fanno la guardia ai tesori nascosti sotto terra, come nel caso della leggenda del cacciatore che si rifugia in una notte di pioggia in una grotta presso San Rabano e trova la gallina d&#8217;oro, che lo porta a scoprire dove è nascosto il tesoro, al quale però fa la guardia il serpente che gli impedisce di appropriarsene. Sembra che la figura mitica del serpente sia una antropomorfizzazione di deità femminili,come le egerie, le ninfe, le naiadi, probabilmente appartenenti al culto legato alla grande Madre, culto che verrà inglobato dalla religione cristiana.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella leggenda maremmana del cacciatore che scopre il tesoro posto dentro alla grotta nel bosco, dove si trova l&#8217;Abbazia di San Rabano, il serpente non è simboleggiato, è un protagonista vero e proprio della narrazione di tradizione orale e sta a guardia del tesoro, impedendo al cacciatore di appropriarsene. La figura del serpente, in questa narrazione, potrebbe teoricamente essere rappresentato anche da San Michele Arcangelo o essere la sua rappresentazione, come lo è probabilmente rispetto alle naiadi, alle egerie, alle moire, alle ninfe greche e romane, alle fate venete, friulane e trentine e alle ondine tirolesi. Infatti, sia lui, che San Domenico, sono legati entrambi alla figura serpentaria. San Domenico, celebrato in una festività a lui dedicata, in un paese del centro Italia e che ho già citato, è un santo serpentario, in onore del quale vengono catturati i serpenti per essere poi esposti e liberati in paese, durante la celebrazione a lui dedicata.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia San Domenico, che San Michele Arcangelo, sono probabilmente delle figure sostituitrici di deità pre­cristiane legate al culto del serpente, una religione probabilmente appartenente alla cultura matriarcale della Grande Madre. Quindi San Michele Arcangelo e San Domenico, sarebbero sostituzioni cristiane di figure divine legate alla Grande Madre e le celebrazioni laiche fatte nei racconti a veglia, nei tempi in cui non esisteva ancora la cultura scritturale e vigeva la tradizione orale, come modalità di continuità sociale e trasmissione delle conoscenze, che usava i racconti di tradizione orale, trasmessi durante le veglie, nelle quali venivano tramandati, in un ordine sociale di carattere gerontocratico, la memoria storico­culturale e religiosa che raccoglieva in se tutto, anche le competenze tecniche lavorative, ad esempio. La trasmissione attraverso le narrazioni di tradizione orale, delle competenze di ogni genere, ad esempio quelle professionali, all&#8217;interno di una memoria storico­culturale di carattere implicitamente religioso, nel senso di <i>religere</i>, unire l&#8217;uno alla molteplicità, l&#8217;individuo al <i>kosmos</i>, sarebbe legata a celebrazioni religiose antichissime, alle quali esse sono pervenute e nelle quali gli antichi rituali religiosi, dei culti legati alla Grande Madre, sarebbero semplificati proprio grazie alla immissione nei racconti di tradizione orale, apparentemente laici, giunti fino a noi, oggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, quando in queste narrazioni si parla del serpente che fa la guardia al tesoro posto dentro a grotte, in realtà si rinnovano le ritualità di simbolismi religiosi antichissimi, di culti oramai perduti e inglobati nella religione cristiana. San Michele sarebbe quindi l&#8217;antropomorfizzazione divina della figura sacra del serpente, figura liturgica legata a una precedente religione? La risposta non è certo definitiva, ma riallacciandomi alla narrazione di tradizione orale del cacciatore che scopre il tesoro di San Rabano, narrazione, la quale, pur non essendo legata all&#8217;acqua, è comunque una leggenda legata cripticamente alle divinità femminili delle religioni arcaiche matriarcali, in quanto il serpente è raffigurato nei miti delle acque dalle deità femminili e come le naiadi fa la guardia alle fonti, il serpente di San Rabano e San Michele Arcangelo, fanno entrambi la guardia a ciò che di sacro contiene la grotta: l&#8217;uno il tesoro, l&#8217;altro la sacra acqua miracolosa. Tra l&#8217;altro la leggenda di San Rabano ubbidisce ai quattro canoni che costituiscono la similarità tra le grotte che possiedono acque terapeutiche:</p>
<p style="text-align: justify;">1° sta in zone boscose e lontane dalla presenza umana,</p>
<p style="text-align: justify;">2° sta in grotte profonde, infatti la parte più importante della narrazione del tesoro di San Rabano, si sviluppa nel luogo dove sta nascosto il tesoro, proprio in una grotta profonda.</p>
<p style="text-align: justify;">3° si trova sopra monti o rialzamenti di terreno,</p>
<p style="text-align: justify;">4° l&#8217;avere al proprio interno un tesoro sacro, sacro come le acque considerate miracolose, entrambi tesori, nel caso di San Rabano, letterale e nel caso di San Michele Arcangelo, metaforico nel caso di San Michele Arcangelo.</p>
<p style="text-align: justify;">La figura protettrice è espressa letteralmente ed il tesoro, costituito dall&#8217;acqua, espresso metaforicamente, nel caso invece della narrazione di San Rabano, la figura protettrice è espressa metaforicamente ed il tesoro espresso letteralmente. Questa dualità diametralmente opposta, che raffigura immaginari simili è, a mio parere, un dato fondamentale, dal quale si può immaginare più da vicino la contiguità tra l&#8217;arcaica religione matriarcale e quella più recente del cristianesimo. Nelle grotte dedicate a San Michele si trova l&#8217;acqua sacra, un tesoro metaforicamente definito e nella grotte di San Rabano, protetta dal serpente, di cui sono antropomorfizzazioni le deità femminili precristiane, si trova un tesoro letteralmente definito. Ci sono i riallacciamenti alle acque sacre, al serpente, similarità molto forti, che mi fanno pensare al legame con i culti pre­cristiani, ai quali con una certa probabilità i due argomenti erano legati.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso che possa esserci un legame tra le religioni matriarcali legate alla Madre Terra e le credenze popolari nelle acque miracolose delle fonti lattaie e di altre sorgenti curative, come ad esempio quelle che si trovano in Sardegna, le quali hanno origine nelle loro caratteristiche cultuali dai santuari dell&#8217;antica Fenicia e dai punici, da cui deriva la cultura sarda.</p>
<p style="text-align: left;" align="center"><em>Stefania Pomiato, Marco Viti</em></p>
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		<title>Tanakh, Bibbia e Corano sono libri sacri? Certamente sì, per le dottrine iniziatiche lo sono!</title>
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		<pubDate>Fri, 13 May 2016 06:01:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’essere umano ha inventato le religioni, l’essere umano ha elaborato complessi riti e dogmi al fine di rendere più credibile, l’incredibile: che esiste un dio invisibile che ci osserva e ci giudica, in base ai nostri comportamenti più o meno sottomessi; che ogni cosa che accade nel nostro mondo è la conseguenza di un potere [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’essere umano ha inventato le religioni, l’essere umano ha elaborato complessi riti e dogmi al fine di rendere più credibile, l’incredibile: che esiste un dio invisibile che ci osserva e ci giudica, in base ai nostri comportamenti più o meno sottomessi; che ogni cosa che accade nel nostro mondo è la conseguenza di un potere “superiore” all’umanità, un potere il cui unico fine è punire o premiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Un giorno l’intera umanità scoprirà che nulla di più lontano dalla verità è stato mai elaborato: siamo noi gli artefici dei nostri destini individuali e collettivi, con le nostre “scelte”.</p>
<p style="text-align: justify;">Possediamo il libero arbitrio, ma non lo adoperiamo! Questo è il potere dell’élite: farci credere inermi, incapaci, indifesi alla merce di qualche divinità “superiore”.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie a uomini come Anton van Leeuwenhoek e Louis Pasteur, abbiamo scoperto, che quelli che i medici antecedenti alle loro scoperte definivano “demoni invisibili”, altro non erano che “batteri”.</p>
<p style="text-align: justify;">I batteri sono organismi, invisibili a occhio nudo, hanno fatto più morti di qualunque altra cosa nella storia umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Con tutta probabilità un giorno si scoprirà che quel che definiamo dio è qualcosa di cui noi tutti facciamo parte e non qualcuno a cui sottometterci o da temere e non di certo qualcuno che ci ama o teme.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli esseri umani un giorno comprenderanno di essere polvere di stelle, di essere un tassello dell’intera esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Se una qualsiasi cellula del vostro corpo prendesse “coscienza” di sé, e iniziasse a porsi domande sull’esistenza e quant’altro, a che conclusione giungerebbe?</p>
<p style="text-align: justify;">Probabilmente crederebbe di essere “speciale”, prescelta da un potere superiore. Il problema è, che quella cellula potrebbe iniziare a comportarsi in maniera “non armonica”, indipendente dalle altre, questo produrrebbe in voi o in me, la condizione che comunemente definiamo “malattia”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quando le cellule sono “consapevoli” d’esser un tutt’uno con il corpo che le ospita, anzi di formare il corpo che le ospita, allora esse faranno tutto il necessario per il “mutuo benessere e reciproco rispetto”, armonia o omeostasi, è questo produrrebbe in voi e in me “benessere”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’intero sistema Solare, di cui facciamo parte non è altro che un granello di sabbia nel cosmo… Quanto potremmo allora noi, comprendere di Dio?</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo arroganti esseri sensienti, che giocano a circoscrivere il tutto “Dio” in un’unità individuale e selettiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi esseri umani siamo polvere di stelle, togliamo la polvere e ridiventiamo stelle!</p>
<p style="text-align: justify;">Ogni dottrina religiosa della storia umana, ha da sempre manifestato una volontà scatologica nel rendere poco accessibile la conoscenza tenuta, gelosamente, nascosta nelle mani dei più alti ranghi iniziatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Dovuto a tale comportamento possiamo suddividere ogni dottrina religiosa in: esoterica e essoterica.</p>
<p style="text-align: justify;">Esoterismo è il termine con cui si indicano, in senso lato, le dottrine di carattere almeno in parte segrete o riservate. La verità occulta o i significati nascosti di tali dottrine sono accessibili solo ai cosiddetti iniziati, prevedendo spesso diversi gradi di iniziazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il termine appare per la prima volta in una lingua moderna, il francese, nel 1828. Si contrappone a essoterico, parola che indica una conoscenza aperta a chiunque.</p>
<p style="text-align: justify;">In altre parole, indistintamente, ogni dottrina ha diversi gradi di “interpretazione”, in base all’estemporanea prospettiva del seguace. Il livello acquisito all’interno della propria congregazione religiosa, oltre all’egocentrico stato mentale determinato dal credere d’esser diversi, dona una conoscenza superiore, per contenuti informativi, rispetto al livello di provenienza.</p>
<p style="text-align: justify;">Concettualmente anche le dottrine religiose sono state elaborate a forma piramidale, man mano che si sale di gradino nella piramide (grado iniziatico) si può accedere ad una conoscenza più ampia. Stesso sistema adoperato per ogni percorso scolastico: asilo, elementari, medie, superiori, università, dottorato.</p>
<p style="text-align: justify;">Si “la conoscenza” è tutto, infondo noi esseri umani siamo esseri immortali (anime) che provano un’esperienza mortale (la vita), attraverso il corpo (cervello) e grazie alla mente (software operativo) e lo spirito (energia bioelettrica).</p>
<p style="text-align: justify;">Io credo in “Dio”, ma non credo nelle religioni, come unico mezzo di comunione tra noi e il tutto. Come gli albigesi (catari) e gli esseni, credo che ognuno di noi può indistintamente, accedere alla condizione necessaria per esser ispirati, guidati da un “sé” superiore.</p>
<p style="text-align: justify;">Dottrine iniziatiche</p>
<p style="text-align: justify;">Il termine iniziazione, proveniente dalla lingua latina (initiatio), identifica un inizio. Il verbo relativo, iniziare, sta a significare l&#8217;avviare una particolare azione o evento. L’iniziato è colui formalmente è stato invitato da una forza maggiore, di natura umano o non, a intraprendere il percorso necessario per ricodificare la propria esistenza, smettendo d’esser uno schiavo dei sensi, per possibilmente divenire “il vero proprietario della propria esistenza”. Il termine utilizzato nella dottrina cristiana per indicare questo strumento è stato codificato come “libero arbitrio”: essere artefici del proprio percorso evolutivo (fato).</p>
<p style="text-align: justify;">Iniziati famosi nelle narrazioni allegoriche, sono per esempio, Pinocchio il figlio non naturale di Giuseppe, che compie un “viaggio” iniziatico che lo vede “burattino”, grazie a diversi gradi di iniziazione la sua storia “finisce” dove inizia la vita del bimbo vero; altro esempio famoso, è l’allegoria voluta dall’élite di un uomo che diventa un “super uomo”, Yeoshua Ben Yosef figlio non naturale di Giuseppe, attraverso una lunga ricerca interiore diviene dopo la morte, il vero figlio di dio; altri esempi provengono dalle storie di Edmond Dantès (il conte di monte Cristo), Eracle, Sansone, Luke SkyWalker, He man, etc. etc.</p>
<p style="text-align: justify;">Le tre consorelle figlie di Abramo</p>
<p style="text-align: justify;">Le tre grandi religioni monoteiste, dopo un attento studio risultano essere “dottrine iniziatiche” di natura archetipa/astronomica/astrologica/alchemica e scientifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Le tre religioni allegoricamente hanno un’unica matrice “Abramo” il nuovo “Adamo”, padre di Ismaele (Musulmani) e Isacco (Israeliti). Abramo il “papa” degli Arcani maggiori. Abramo che insieme al figlio Ismaele eresse la Kaʿba (o al-Kaʿba) anche nell&#8217;adattamento in lingua italiana Caaba o Kaaba; in arabo: كعبة†, Kaʿba, che deriva dal sostantivo kaʿb, che significa &#8220;dado&#8221; o &#8220;cubo&#8221;. Abramo il primo Cabalista. La Caaba è il sacro monolite a forma di masso nero, in cui è incastonata la Pietra Nera della Mecca (Alhajar Al-Aswad), inglobata nell’angolo sudorientale della Ka’ba, attorno alla quale i pellegrini compiono ritualmente sette giri in senso antiorario, una pratica che fa riferimento al culto degli astri (i sette pianeti dell’antichità – i sette chakra principali – i sette pianeti interni). Lo stesso masso nero sembra essere stata oggetto di venerazione anche prima di Maometto, ritenuta caduta dalla luna. Abramo il primo “massone”. La Caaba tanto omaggiata da Stanley Kubrick in uno dei suoi capolavori, 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey), ma anche da Luc Besson nel film “Lucy” (Lucifer, il portatore di Luce).</p>
<p style="text-align: justify;">Abramo il Monolatra e Re Giosia il Monoteista</p>
<p style="text-align: justify;">Abramo erroneamente definito “padre del monoteismo”, era consapevole dell’esistenza di diverse divinità e per proprio tornaconto ne scelse una da seguire. Per Abramo è stato coniato il termine “Monolatra”.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;enoteismo (dal greco antico εἷς &#8220;uno&#8221; e θεός &#8220;dio&#8221;), termine coniato da Max Müller, indica un tipo di religiosità che prevede la preminenza di un dio su tutti gli altri, tale da accentrare su di esso tutto il culto; è pertanto una forma di culto intermedia tra politeismo e monoteismo, in cui è venerata in particolar modo una singola divinità, senza tuttavia negare l&#8217;esistenza di altre divinità, di cui però di solito è sottolineata l&#8217;estraneità e/o l&#8217;inferiorità.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene siano concetti molto simili, enoteismo e monolatria (dal greco μόνος, &#8220;unico&#8221;, e λατρεία, &#8220;culto&#8221;) differiscono su alcuni punti. Nell&#8217;enoteismo ad esempio non è escluso che gli altri dèi, per quanto inferiori, siano oggetto di forme di culto significative e talvolta preminenti rispetto alle divinità maggiori. Sul piano temporale enoteismo e monolatria possono succedersi: accade dunque che nell&#8217;enoteismo il culto di un unico dio, all&#8217;interno di un più vasto pantheon, sia un sistema momentaneo per avere favori nell&#8217;immediato, da quella determinata forza divina; nella monolatria questo schierarsi dalla parte di un&#8217;unica divinità risulta essere più longevo nel tempo, vera passerella per il monoteismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ampie notizie sul regno di Giosia si trovano nella Bibbia e in particolare nel Secondo libro dei Re 22-23, 35 e nel Secondo libro della Cronache 34-35). Giosia divenne re a 8 anni e regnò per 31 anni. Nel suo dodicesimo anno di regno cominciò a restaurare il culto esclusivo di Yahweh, distruggendo dai santuari tutti gli oggetti di culto degli altri dei come Baal (&#8220;riempiendone il posto con ossa umane&#8221;), trucidando tutti i sacerdoti ancor vivi, e arrivando a dissotterrare e bruciare sui loro altari le ossa di quelli morti (Secondo libro dei Re 23, 4-16).</p>
<p style="text-align: justify;">Giosia fu a ragion o torto il “fautore” del Monoteismo dottrinale, imposto con severità e a volte con estrema ferocia. Il comportamento di Giosia fu riproposto da altri due condottieri; da Costantino il grande, che con estrema ferocia impose il cristianesimo romano evangelico apostolico; da Maometto, che con estrema ferocia impose l’islamismo.</p>
<p style="text-align: justify;">3 condottieri, 3 guerrieri, 3 conquistatori fondamentalisti, repressivi e autocratici, che si sono arrogati il diritto di “sapere” cosa vuole dio. Ma quale dio? Il loro… un dio che rispecchia la loro natura, violenta e repressiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Abramo e Melchidesech</p>
<p style="text-align: justify;">La figura di Melchidesech appare nel libro della Genesi 14,18: 17 Quando Abram fu di ritorno, dopo la vittoria su Chedorlaomer e dei re che erano con lui, il re di Sodoma gli uscì incontro nella Valle di Save, cioè la Valle del re. 18 Intanto Melchidesech, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo 19 e benedisse Abramo con queste parole: &#8220;Sia benedetto Abramo dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, 20 e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici&#8221;. Abramo gli diede la decima di tutto.</p>
<p style="text-align: justify;">Abramo, antenato degli Ebrei, rispettava Melchidesech come suo superiore, ma Melchidesech non apparteneva al popolo ebraico, in quanto Abram non lo aveva ancora fondato…</p>
<p style="text-align: justify;">Abramo è esistito?</p>
<p style="text-align: justify;">Non esistono prove storiche inequivocabili dell’esistenza di Abramo, ma esistono “similitudini”, come per ogni personaggio biblico, con personaggi mitologici o storici antecedenti alla presunta nascita dei personaggi biblici.</p>
<p style="text-align: justify;">Abramo condivide bizzarramente, alcune similitudine con il dio celeste della mitologia mesopotamica “An” in lingua sumerica, Anum o Anu in accadico.</p>
<p style="text-align: justify;">Abramo come Re “An” ebbe due figli, il maggiore con una concubina e il minore con la propria sorellastra. Come nella storia di Re An è il minore a ereditare il trono.</p>
<p style="text-align: justify;">Abramo il papa, padre, papà dei due popoli, Ismaeliti e Israeliti, Abramo il “Papa” degli Arcani Maggiori.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro: La Bibbia</p>
<p style="text-align: justify;">La Bibbia dell’Imperatore Costantino, con oltre 5 miliardi di copie vendute è il libro più “letto” al mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Urge una correzione: la Bibbia Giudaico/Cristiana è il libro più diffuso al mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Poiché la maggior parte dei possessori del suddetto libro, non lo hanno “mai” letto, ma unicamente tenuto come “monile” o oggetto di potere e protezione!</p>
<p style="text-align: justify;">La sorte della sua diffusione, proviene principalmente dall’operato dell’imperatore Costantino, che inizialmente dopo la sua falsa conversione, “IMPOSE” come religione di stato del vasto impero romano, la “neo fondata” religione imperiale cristiana romana apostolica.</p>
<p style="text-align: justify;">Falsa conversione, perché Costantino non ha mai smesso di far parte dei cultori del “Sol Invictus”, primo culto antropomorfo del Sole e delle sue consorelle “le stelle” (il Sole è una stella).</p>
<p style="text-align: justify;">Primo, per modo di dire… l’umanità consapevolmente o meno, ha fin dagli albori della “paleocorteccia” venerato tutti gli oggetti della volta celeste, visibili a occhio nudo e incredibilmente anche quelli non visibili, senza “moderni” strumenti, quali telescopi spaziali.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel globo terrestre sono stati ritrovati “osservatori” spaziali, e monumenti megalitici in pietra, che ricalcavano sulla superficie terrestre alcuni tra i più importanti “monumenti” della volta celeste (come in alto così in basso).</p>
<p style="text-align: justify;">In pietra, perché è l’unico materiale in grado di resistere al tempo, agli agenti atmosferici, alle radiazioni solari e in taluni casi alle bombe atomiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Albert H. disse: Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta sì: con bastoni e pietre.</p>
<p style="text-align: justify;">Albert, aveva ben compreso la ciclicità dei fenomeni ambientali e geopolitici, per cui le civiltà vengono distrutte o si autodistruggono, per dar spazio a nuove e fiorenti civiltà, che in parte adottano usi e costumi dei malcapitati predecessori.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin dagli albori dell’intelletto (la neocorteccia, il fuoco sacro), l’umanità ha onorato e adorato gli oggetti che illuminavano il buio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il buio… la primordiale paura intrinseca nell’inconscio collettivo descritto da Carl Gustav Jung nel suo studio dei ricordi “primordiali” o archetipi.</p>
<p style="text-align: justify;">La parola archetipo deriva dal greco antico ὰρχέτυπος col significato di immagine: arché (&#8220;originale&#8221;), típos (&#8220;modello&#8221;, &#8220;marchio&#8221;, &#8220;esemplare&#8221;); è utilizzata per la prima volta da Filone di Alessandria e, successivamente, da Dionigi di Alicarnasso e Luciano di Samosata.</p>
<p style="text-align: justify;">Il termine viene usato, attualmente, per indicare, in ambito filosofico, la forma preesistente e primitiva di un pensiero (ad esempio l&#8217;idea platonica); in psicologia analitica da Jung ed altri autori, per indicare le idee innate e predeterminate dell&#8217;inconscio umano; per derivazione in mitologia, le forme primitive alla base delle espressioni mitico-religiose dell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il buio… morte certa per i primi ominidi, che non potendo “vedere” i predatori notturni, divenivano facili prede per quegli esseri, divenuti i nostri “demoni”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il buio… morte lenta (dissenteria, parassitosi, etc.) per i primi ominidi, che non disponendo dell’illuminante fuoco, non potevano “cuocere” le carni occasionalmente mangiate.</p>
<p style="text-align: justify;">Il buio… che per molti millenni ha fatto della Luna, l’oggetto più venerato, essendo essa presente sia di notte che di giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">La Bibbia cristiana o più precisamente dell’Imperatore Costantino è un vero e proprio sunto e connubio, delle più antiche tradizioni esoteriche ed essoteriche del nostro globo. Per redarla è stata utilizzata in parte la &#8220;Bibbia ebraica&#8221;, termine solitamente usato per indicare i testi sacri della religione ebraica, l&#8217;etimologia di Bibbia è greca e significa semplicemente “libri”, il termine più frequentemente usato è tuttavia Tanakh, acronimo privo di significato nella lingua ebraica e formato dalle iniziali delle parti nelle quali vengono raggruppati i 24 libri:</p>
<p style="text-align: justify;">Torah (= Legge o anche Insegnamento; Pentateuco = 5 Testi (Libri) in greco)</p>
<p style="text-align: justify;">Neviim (= Profeti) a loro volta divisi in profeti anteriori e posteriori</p>
<p style="text-align: justify;">Ketuvim (= Scritti; Agiografi = scritti sacri in greco)</p>
<p style="text-align: justify;">Per comprendere “la Bibbia”, dobbiamo ripercorre brevemente il percorso storico di un popolo “misterioso”, per certi versi “inesistente”, il popolo di Abramo, detto “l’ebreo”.</p>
<p style="text-align: justify;">SECONDO LA TRADIZIONE EBRAICA, l&#8217;ascendenza ebraica è fatta risalire ai patriarchi biblici Abramo, Isacco e Giacobbe, che vivevano a Canaan intorno al XVIII secolo p.e.v. Storicamente, gli ebrei si erano evoluti in gran parte dalla Tribù di Giuda e Simeone, e in parte dalle tribù israelite di Beniamino e Levi, che tutti insieme formavano l&#8217;antico Regno di Giuda. La prima apparizione del termine &#8220;ebreo&#8221; o di una parola assonante, risale agli archivi egizi: i khabiri erano un popolo nomade del territorio a ovest del Giordano, una regione alla quale tali documenti si riferiscono come R-t-n-u (pronuncia Rechenu). La parola semitica &#8220;ever&#8221;, da cui deriva la parola ebreo, significa &#8220;colui che attraversa&#8221; o &#8220;colui che passa&#8221;. Secondo alcuni dietro questa denominazione si potrebbe celare il significato di &#8220;nomadi&#8221;, mentre secondo altri deriverebbe dall&#8217;espressione ever a Jarden, &#8220;al di là del Giordano&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò secondo la tradizione orale tramandata da padre in figlio, di generazione in generazione dai tempi dei Sumeri!</p>
<p style="text-align: justify;">Perché troppo spesso “dimentichiamo”, che qualunque sia la verità storica sul fantomatico popolo “ebraico”, di certo tutti i racconti narrati, inerenti il fantomatico popolo, hanno tratto ampio spunto dai racconti narrati nelle tavole di argilla scritte in una delle prime forme di scritture (cuneiforme), dopo L’ULTIMO DILUVIO UNIVERSALE (ultimo cronologicamente, ma non l’ultimo…).</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa Bibbia indica i natali di Abramo (circa 4000 anni fa) presso quell’area geografica oggi nota come Iraq (Ur dei Caldei). L’Iraq di 4000 anni fa, faceva parte di una delle prime grandi civiltà storicamente documentate, la civiltà Sumera dell’area Mesopotamica.</p>
<p style="text-align: justify;">Per comprendere a fondo, “la bibbia ebraica” e le sue consorelle “la bibbia Cristiana” e “il Corano”, dovremmo studiare minuziosamente il popolo Indù della tradizione Vedica, il popolo Sumero, il popolo Assiro Babilonese e il popolo Egizio. Perché attraverso la correlazione storica mitologica di questi popoli ch’è stato possibile, creare uno dei libri più “meravigliosi”, fantasiosi, ma minuziosamente esatti in termine di “trasposizione” della storia dell’umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Costantino seguace del Sol Invictus, fu solo l’ennesimo uomo di potere, che grazie alla bacchetta del comando, servi un “élite”, che fin dopo l’ultimo diluvio universale si contende le sorti dell’umanità, attraverso il controllo e la manipolazione della “conoscenza” e delle “coscienze” umane. Tale élite è stata definita in tantissimi nomi lungo la storia occulta della razza umana.</p>
<p style="text-align: justify;">L’élite si è frammentata nei millenni ed a volte autodistrutta o quasi, vi è traccia indelebile dei suoi membri e fautori. Gli ultimi 2000 anni della storia umana, sono stati brillantemente manipolati dagli appartenenti di questo gruppo di potere, che non ha una finalità oggettiva reale, ma lo scopo di mantenere l’umanità nel buio delle incertezze, perché essa non possa ridiventare “meravigliosa”, potente e indipendente.</p>
<p style="text-align: justify;">L’élite non ha una nazione, non ha unna bandiera, non ha un credo, non ha dogmi da seguire, ha solo uno scopo: dominare e controllare dividendo. “Divide et impera”.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli appartenenti all’élite sono diretti discendenti dei fautori delle più grandi atrocità della storia umana, sono diretti discendenti di chi ha detenuto il “potere” in ogni parte del globo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dell’élite fanno parte personaggi di ogni nazione e religione, non avendo essi un vero credo e sentendosi “i dominatori del pianeta terra”.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei prossimi passi, fondamentali per l’élite è la creazione di un “nuovo ordine mondiale”, nuovo, perché lungo la storia ve ne sono stati molti, prima e dopo l’ultimo diluvio universale:</p>
<p style="text-align: justify;">Sumer, Babilonia, Egitto, London, New York.</p>
<p style="text-align: justify;">Attualmente il centro di comando è stato innalzato nello Stato transcontinentale del Kazakistan presso la capitale “Astana”, anagramma di “Satana”. No, non quel satana, prepotentemente voluto, dagli artefici della campagna denigratoria ai danni di una delle massime divinità Sumere, “il dio Enki” signore della terra, signore della medicina, signore dell’acqua, etc.</p>
<p style="text-align: justify;">Il satana cristiano è servito e serve all’élite per far allontanare le coscienze dal risveglio necessario per illuminare il cammino dell’evoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">La campagna denigratoria dell’élite ha lo scopo di far allontanare le persone dalle corrette chiavi di lettura di uno dei libri di potere più importanti della storia umana.</p>
<p style="text-align: justify;">I templari erano entrati in possesso, di quelle chiavi di lettura, scoprendo per i loro tempi e anche per i nostri, qualcosa di “inverosimile” di assolutamente “inimmaginabile”; ma stranamente e minuziosamente narrato nelle tavole di argilla delle civiltà dell’area mesopotamica e nelle biblioteche dell’area mesoamericana.</p>
<p style="text-align: justify;">La confusa storia ufficiale, narra di come Colombo (la colomba) inviato con tre caravelle portatrici del sigillo templare (croce rossa), abbia scoperto il nuovo mondo&#8230; Come prima di lui un nuovo mondo era stato scoperto dai colombi di Noè e dalla Colomba proveniente dalla Luna, la regina Semiramide. La croce rossa simbolo del pianeta Nibiru, il pianeta del passaggio, con onore portato al petto di Jacques de Molay (ufficialmente, ultimo gran maestro templare) e dal personaggio principale dei “dominatori dell’universo” He Man, abitante del pianeta “Eternia”. La croce rossa, forma della chiesa di Saint George, una delle 11 scavate nella roccia a Lalibela, in Etiopia. La cappella è un monolite a forma di croce simmetrica, scavato per una dozzina di metri nella roccia tufacea (rossastra).</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie agli studiosi delle mummie Egizie e Mesoamericane, abbiamo prove certe, che vi è stato un qualche tipo di “contatto”, tra le due civiltà apparentemente distanti nel tempo e nello spazio.</p>
<p style="text-align: justify;">La dottoressa Svetla Balabanova, tossicologa dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Ulm, specializzata nell’identificazione di tracce di stupefacenti nei capelli dei cadaveri di tossicodipendenti. La scienziata nel 1992 stava conducendo studi sulle mummie peruviane precolombiane nella speranza di documentare l’uso della cocaina, conosciuta, come dimostrano i reperti archeologici, fin dal 2500 a.C. Animata da una simile scoperta, la Balabanova radunò una squadra di esperti in medicina legale con cui eseguì ulteriori test su mummie sia egizie sia peruviane, nonché su scheletri rinvenuti in Sudan e nella Germania meridionale. Ad infittire il mistero, anche questi campioni presentavano tracce di stupefacenti. Alla fine del 1992 gli studiosi avevano esaminato undici mummie egizie, trovando nicotina in ognuna di esse, cocaina in otto ed hashish in dieci; delle circa settantadue mummie peruviane, almeno ventisei presentavano tracce di nicotina, sedici di cocaina, venti di hashish. Nei due scheletri sudanesi venne riscontrata nicotina, mentre cocaina e hashish erano assenti; infine, otto dei dieci scheletri tedeschi contenevano tracce di nicotina, ma in nessuno di essi venne identificata la presenza di cocaina o hashish.</p>
<p style="text-align: justify;">La nicotina, sotto forma di tabacco, giunse nel Vecchio Mondo solo dopo Colombo, e si diffuse in seguito ai viaggi del famoso comandante inglese sir Walter Raleigh, che introdusse l’uso del fumo. Prima di allora anche la cocaina era sconosciuta nel Vecchio Mondo, e divenne una droga popolare solo nel tardo XIX secolo. La utilizzava anche Sigmund Freud, il padre della psicanalisi.</p>
<p style="text-align: justify;">La cocaina è un alcaloide che si ottiene dalle foglie della coca (Erythroxylum coca), pianta originaria del Sud America, principalmente del Perù, della Colombia e della Bolivia, o per sintesi dall&#8217;ecgonina.</p>
<p style="text-align: justify;">Le scelte strategiche dell’élite, e l’operato degli agenti inviati appositamente per depredare e cancellare le prove di uno scomodo passato, hanno reso quasi del tutto inaccessibile la conoscenza necessaria per poter esser certi che hai tempi delle piramidi, una società globale esisteva.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie all’operato di ricercatori e studiosi, non tutto è perduto… Vi sono le documentate scoperte di Padre crespi, la città di Tenochtitlan (capitale dell’impero Azteco) in onore di Enoch figlio di Caino, la scoperta di William Gadoury, di appena 15 anni, che soprapponendo la mappa delle costellazioni ha compreso che i Maya costruivano le città rispecchiano la mappa delle costellazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Esistono altre prove documentate, come quelle esposte da un accademico anticonformista che sta sfidando il sapere convenzionale diffuso sulla preistoria del Canada. Egli sostiene che un sito archeologico nel sud Alberta sia davvero un grande tempio del sole all’aperto, con un calendario molto preciso, antico di 5.000 anni, antecedente sia a Stonehenge in Inghilterra che alle piramidi d’Egitto. Gli archeologi classici considerano quel tumulo circondato da rocce, essere solo un’altra ruota della medicina lasciata dai primi aborigeni. Ma un nuovo libro del professore Gordon Freeman, professore in pensione dell’Università dell’Alberta, sostiene che il tumulo sia in effetti il centro di una raffigurazione in pietra con una dimensione di 26 chilometri quadrati che segna il passaggio delle stagioni e le fasi della luna, con una precisione maggiore rispetto anche al nostro calendario attuale. “La genialità esisteva nelle praterie di 5.000 anni fa”, sostiene Freeman, ex capo del dipartimento di chimica fisica e teorica di quell’università. La fascinazione di Freeman per la preistoria della prateria risale alla sua infanzia “indiana”. Ed altre ancora…</p>
<p style="text-align: justify;">L’élite non venera gli Astri, non venera la Luna, ma ne comprende l’influenza e l’interazione negli scambi energetici tra micro e macrocosmo, tra l’uomo, la terra e il cosmo. Attraverso la conoscenza ha manipolato indistintamente le sorti di ogni civiltà del passato e del presente…</p>
<p style="text-align: justify;">La bibbia è un trattato alchemico/archetipo/astronomico/astrologico/mitologico e dunque scientifico.</p>
<p style="text-align: justify;">Alchemico perché tratta la chimica del cervello umano (dio nel corpo).</p>
<p style="text-align: justify;">Archetipo perché il modello allegorico utilizzato per dar vita ai protagonisti, specialmente i 22 principali del vecchio testamento, ricalca i 22 archetipi della coscienza umana (i 22 modi di base di essere e comportarsi).</p>
<p style="text-align: justify;">Astronomico perché in special modo il nuovo testamento attraverso l’allegoria “il cristo sole” ricalca il sistema solare di cui il pianeta terra fa parte (dunque molto prima di galileo, l’élite era a conoscenza del sistema eliocentrico).</p>
<p style="text-align: justify;">Astrologico perché anche un astrologo neofita, potrà verificare come ogni personaggio biblico, subisca l’influenza dell’astro che gli viene attribuito. Non molto conosciuto è la correlazione tra le 12 tribù ebraiche e lo zodiaco. Normalmente si tende a ricordare unicamente la tribù di Giuda (il leone). Più conosciuta è la correlazione tra i 12 apostoli e le 12 costellazioni:</p>
<p style="text-align: justify;">Simone/ariete, Taddeo/Toro, Matteo/Gemelli, Filippo/Cancro, Giacomo Magg./Leone Tommaso/Vergine, Giovanni/Bilancia, Giuda/Scorpione, Pietro/Sagittario, Andrea/Capricorno, Giacomo Min./Acquario, Bartolomeo/Pesci.</p>
<p style="text-align: justify;">Mitologico perché attraverso una continua trasposizione, ogni popolo ha assorbito i culti ancestrali, revisionandone nomi e ambientazione. Esemplare il culto dell’eroe solare Sansone (figlio del sole, piccolo sole; quello che doveva essere il salvatore del popolo ebraico, il nazireo/nazareno), che a sua volta ricalca le orme di Eracle (Ercole) nelle diverse culture, andando a ritroso nel tempo fin riscoprirlo in Enkidu e Gilgamesh (il primo re eroe, dopo l’ultimo diluvio universale). Da chiarire, che ogni racconto “mitologico” ha anch’esso una basa storica/allegorica, un linguaggio a volte poco comprensibili, se non attraverso lo studio della cultura e del simbolismo che gli ha prodotti.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli esseri umani non hanno sempre ragionato alla stessa maniera, dunque il loro modo di concepire e interpretare il mondo esterno (al loro cervello), si è modificato gradualmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questa nozione antropologica, ritroviamo lungo la storia umana diversi modi di “interpretare” la conoscenza acquisita o esternata: graffiti, petroglifi, geroglifici, ideogrammi, alfabeto, musica, matematica, etc. Gli archetipi sono il punto di partenza e il punto di arrivo dell’espressione umana… Comunicare per archetipi, vuol dire essere “connesso” con i diversi modi di comunicare che possiede il nostro organismo: i sensi e le onde elettromagnetiche.</p>
<p style="text-align: justify;">In principio il dio Biblico, creo tutto attraverso il verbo, così come la massima divinità Brahman, generatore della trimurti Indù, Brahama, Vishnu e Shiva, crea tutto attraverso il sacro verbo “l’OM”, che non è un’espressione gutturale, ma energetica e sensoriale.</p>
<p style="text-align: justify;">Abramo il Brahma della tradizione Indù, Vishnu (Enlil, Isacco) e Shiva (Enki, Ismaele).</p>
<p style="text-align: justify;">Esistono buone probabilità che la razza umana, evolva ulteriormente da un punto di vista antropologico, generando uno strato cerebrale superiore alla neocorteccia. Probabilmente avremo la capoccia (cranio) più grande, per ospitare l’ulteriore strato cerebrale. Quel passo evolutivo potrebbe “ridarci” le capacità cerebrali, necessarie a comprendere con estrema chiarezza i messaggi implicitamente lasciati dai nostri avi, messaggi che parlano di una nuova fine del mondo e di un nuovo inizio di era.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dice l’illuminato Yeshua Ben Yosef: In Luca (22:10), quando i discepoli chiedono a Gesù dove si preparerà la Pasqua dopo la sua morte, Gesù replicò:” Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà.”</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la morte di Gesù dei pesci, noi (la terra) seguiremo la casa astrologica dell’acquario!</p>
<p style="text-align: justify;">Il valore dei tre libri sacri del falso monoteismo</p>
<p style="text-align: justify;">I potenziali massoni, come i cultori delle tre grandi religioni monoteiste, non si rendono conto dell’universalità della massoneria e delle tre consorelle. Ogni neo massone giura fedeltà dinanzi ai tre testi sacri, ogni massone crede in dio, così come i seguaci delle tre consorelle.</p>
<p style="text-align: justify;">Il valore dei tre testi non è semantico ma scientifico, dovuto a le nozioni contenute in essi, nozioni che narrano di un antico passato, dove dio plasmo l’umanità, dove i grandi sauri regnavano, dove i discendenti dei grandi sauri camminavano in mezzo a noi, dove i figli di dio si univano carnalmente alle donne, dove una bomba atomica distrusse Sodoma, dove l’inseminazione artificiale assistita era possibile, dove una banca dati di sequenze genomiche era già stata ideata per dar vita a un nuovo mondo, dove i profeti viaggiavano in mezzi volanti, dove è stato possibile la selezione artificiale del bestiame, dove è stato possibile l’addomesticamento dei cereali grazie, alla manipolazione genetica delle piante, come fanno i genetisti della compagnia Monsanto, dove attraverso droghe psicotrope si accedeva ai reami del “sé” superiore, e tanto, tanto altro ancora.</p>
<p>Parte di questo articolo è stato estratto da “La Bibbia dell’Ermeneuta”</p>
<p>Autore dell’articolo, Ben G.R.A. (l’Ermeneuta)</p>
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		<title>LA DESTITUZIONE DEL SENSO INIZIATICO NELL&#8217;EPOCA MODERNA</title>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2016 06:57:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qual&#8217;è il significato oggi del decreto nietzschiano che annuncia la morte di Dio? Ha ancora senso parlare di Dio in un epoca, la nostra, dove tutto è ridotto a merce e quelli che un tempo erano considerati dei mezzi per soddisfare i bisogni, cioè il denaro e la tecnica, oggi sono diventati i fini primi, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Qual&#8217;è il significato oggi del decreto nietzschiano che annuncia la morte di Dio<i>? </i>Ha ancora senso parlare di<i> </i>Dio in un epoca, la nostra, dove tutto è ridotto a merce e quelli che un tempo erano considerati dei mezzi per soddisfare i bisogni, cioè il denaro e la tecnica, oggi sono diventati i fini primi, tali da sostituire perfino Dio nella concezione del senso esistenziale ? Cos&#8217;è diventato l&#8217;uomo in questo contesto se non un mezzo anch&#8217;esso, da asservire a quei nuovi fini che prima abbiamo nominato?  E ancora, si può enunciare che insieme a Dio anche l&#8217;uomo muore con lui e che questo condurrà inevitabilmente al declino e alla morte anche della civiltà occidentale? E quando affermiamo che i mezzi hanno sostituito i fini invertendone i ruoli, quella che i filosofi chiamano l&#8217;eterogenesi dei fini, abbiamo nominato la causa prima di questa morte annunciata? Esiste, infine, ancora una possibilità di liberazione e di riscatto della dignità cosmica dell&#8217;uomo, in quanto essere pensante?</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><b>La morte dell&#8217;uomo</b></p>
<p style="text-align: justify;">Quando l&#8217;uomo da fine diviene mezzo è possibile decretarne la propria morte?</p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;etica aristotelica col denaro non si può produrre ricchezza in quanto questo non è un bene, ma il simbolo di un bene e con i simboli non si produce ricchezza. Hegel formulò la teoria basata sulla necessità che il denaro dovesse essere considerato solo un mezzo idoneo al raggiungimento di determinati scopi, che sono la produzione dei beni e il conseguente soddisfacimento dei bisogni. Qualora il denaro fosse divenuto la condizione universale per realizzare qualsiasi altro scopo, allora sarebbe diventato esso stesso il fine primo, con la conseguenza che non necessariamente si sarebbero soddisfatti i bisogni e, di volta in volta, si sarebbero decise la quantità, la qualità e la tipologia dei beni da produrre, in base a leggi eterogenee di mercato. Secondo Hegel in occidente viene considerata <i>persona</i> colui che possiede ricchezza, ovvero colui che è in grado di pagare una sanzione qualora trasgredisca una legge. Tutti gli altri sono considerati <i>individui, </i>uomini esclusi dalla società: <i>“L&#8217;uomo senza denaro è l&#8217;immagine della morte”. </i>Siamo giunti a questo: la nostra società percepisce e riconosce il denaro come l&#8217;unico generatore di tutti i valori. Ma una società che fonda se stessa riassumendo i propri valori in un unico valore universale e relega l&#8217;uomo a un ruolo di semplice ingranaggio di una macchina complessa, è destinata disastrosamente a  franare su se stessa. Nel suo <i>“L&#8217;uomo è antiquato”,</i> la riflessione antropologica di Günther Anders, (filosofo ebreo e primo marito della ben più nota Hannah Arendt) maturata nel contesto degli eventi storici in cui è vissuto, ci fornisce una analisi tragica sul destino dell&#8217;uomo dei tempi moderni. La condizione dell&#8217;uomo inserito in un contesto di produzione e di consumo esasperati, dove l&#8217;unica legge è quella di ottenere il massimo risultato da un impiego minimo di mezzi e di risorse, è di essere relegato a semplice funzionario asservito alla tecnologia, ovvero a divenire, egli stesso, un ingranaggio e un fattore produttivo, il cui apporto è considerato utile nella misura in cui valgono le sue competenze specifiche. Tale limite riguarda anche la sua responsabilità soggettiva, circoscritta e limitata alle sole mansioni che gli sono assegnate, delineate in base alle proprie competenze. Ad esempio, in una fabbrica di armi atomiche, la realizzazione di una bomba da impiegare per lo sterminio di intere popolazioni innocenti richiede parecchie competenze e molti sono coloro che partecipano alla sua realizzazione. Nessuno di essi, tuttavia, sarà ritenuto responsabile degli effetti che quest&#8217;arma causerà, ma risponderà solamente in termini di efficienza produttiva e per la parte di competenza relativamente alle proprie mansioni.  Ma c&#8217;è di peggio: la morte stessa  può essere considerata un prodotto. Così  i morti di Hiroshima e dei campi di sterminio nazisti, nel pensiero dell&#8217;autore, sono considerati alla stregua di un laboratorio, come prodotti dell&#8217;efficienza organizzativa e tecnico-scientifico. Tutto assume la parvenza di una fabbrica in cui la tecnica è l&#8217;autrice del misfatto, mentre gli esseri umani sono semplici operatori o ingranaggi che svolgono la propria mansione e fanno funzionare una macchina complessa. L&#8217;uomo tecnologico, in quanto “mezzo” di produzione, oltre che della responsabilità soggettiva è stato così privato, per conseguenza, anche della sua libertà di giudizio e di decisione. L&#8217;uomo ha alienato da se la propria anima, fondando i propri precetti morali sulla produzione e sul consumo dei prodotti. Di fatto, <i>l&#8217;homo faber</i> ha soppiantato <i>l&#8217;homo cogitans</i> nel mondo della produzione, ma si scopre impreparato e inadeguato di fronte alla perfezione della macchina e del mondo dei congegni, deve solo obbedirle. Scopertosi superato nel proprio essere finito e obsoleto di fronte alla perfezione della tecnica, getta se stesso nel vortice indifferenziato del <i>«dislivello tra il fare e l&#8217;immaginare, l&#8217;agire e il sentire, la conoscenza e la coscienza, la macchina e il corpo».</i></p>
<p style="text-align: justify;">Nel saggio <i>“L’uomo e la tecnica”</i> Spengler ci fornisce la sua visione apocalittica del momento attuale: “<i>Oggi ci troviamo all’apice, là dove comincia il quinto atto. È l’ora delle decisioni ultime. La tragedia si conclude. Ogni civiltà superiore è una tragedia; la storia dell’uomo nel suo insieme è tragica” </i>.</p>
<p style="text-align: justify;">La perdita dell&#8217;identità dell&#8217;uomo coincide con la sua morte e consiste nella metamorfosi della <i>forma mentis </i>in modalità univoca, che è causa prima nell&#8217;ignoranza delle differenze nella distinzione degli opposti: non sappiamo più cosa è giusto e cosa è ingiusto, cosa è bello e cosa è brutto, ma sappiamo bene solamente cosa è utile. La mente umana ha disimparato a pensare in termini qualitativi, essa pensa solo in termini quantitativi e di calcolo. La domanda che precede ogni intenzione-azione è posta in termini di utilità: “è conveniente?”. Pensare poco significa vivere in modo acritico e affidarsi a idee generali o, peggio ancora, precostituite, le quali conducono tutte, inevitabilmente, verso un pensiero uniformato e unico. Tale pensiero solitamente è tranquillizzante e protettivo e consiste nella mancata problematizzazione dei concetti e nella creazione di falsi miti, quali sono ad esempio il mercato e la crescita economica. Problematizzare un concetto consiste nel discernerne il significato, ad esempio tra crescita e progresso: il progresso è un concetto qualitativo, mentre la crescita (economica) è un concetto quantitativo. All&#8217;interno di questo scenario, tutto ciò che <i>l&#8217;homo cogitans</i> è stato capace di produrre nei secoli passati in termini di cultura, arte, religione, filosofia, letteratura, musica e poesia, non  è più capace di creare se non all&#8217;interno di spazi <i>utili</i>; egli esiste solo attraverso una collocazione specifica di mercato, in grado, cioè, di generare profitto. Un opera d&#8217;arte è tanto più <i>“artistica”</i> quanto più elevata è la sua quotazione di mercato. Siamo giunti all&#8217;epilogo. La parola <i>occidente</i> significa <i>terra del tramonto. </i>Il suo destino sta scritto nella genesi del nome.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><b>La scelta amletica e il senso iniziatico del domandare</b></p>
<p style="text-align: justify;"><b><i>«</i></b><i>Il dio: giorno-notte, inverno-estate, guerra-pace, sazietà-fame; come il fuoco si tramuta quando ad aromi si mescola, prende nome secondo l’olezzo di ognun d’essi</i><b><i>»</i></b><i> (Eraclito).</i><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La ragione umana ha terrore del sacro e per questo il suo scopo nel tempo della storia è stato quello di alienarsi dal sacro, per la sua salvazione e per il suo riscatto. Essa infatti si basa sulla univocità del giudizio e sul principio di non contraddizione: una cosa è se stessa e non altro, mentre il sacro è il luogo del linguaggio simbolico, dove una cosa è se stessa ma anche altro. E&#8217; il luogo dell&#8217;indifferenziato e dell&#8217;armonia degli opposti, dove la cosa è pregna di ulteriorità. In una parola è&#8217; il luogo della follia, abitato dal dio che non distingue il giusto dall&#8217;ingiusto, il bello dal brutto, la notte dal giorno e il vero dal falso. Un luogo sacro, dunque, è un luogo assai pericoloso e chi si avvicina o alberga in esso senza una adeguata preparazione e in maniera improvvida, a lungo andare rischia la folgorazione e la malattia mentale. Ciò nonostante continuiamo a recarci, forse non del tutto consapevoli, in luoghi che consideriamo sacri. Ci domandiamo, nel momento in cui varchiamo la porta di un tempio, di una sinagoga, di una chiesa o di una moschea, il senso del nostro ingresso e del nostro permanere in un luogo considerato sacro? E&#8217; prudente, di questi tempi, varcare quella soglia? E&#8217; prudente attribuire un senso irrazionale a un luogo fisicamente concreto e tangibile, cioè collocato in un tempo e in uno spazio determinati? La ragione, lo sappiamo, ha terrore dell&#8217;infinito e dell&#8217;imponderabile. Allora ci domandiamo il senso di questo paradosso, della nostra presenza in questo luogo, quale esso sia nel contesto di una coabitazione con la prerogativa, tutta umana, che consiste nella razionalizzazione del senso delle cose. Perfino azzardare una risposta a questa domanda potrebbe nascondere delle insidie e potrebbe rivelarsi pericolosa se tentata in maniera avventata e frettolosa.  Dunque, per il momento soffermiamoci a meditare solo sul senso del nostro domandare, ma intanto prendiamo atto che un senso, sebbene del tutto irrazionale, a questo luogo che abitiamo, è stato già attribuito: il senso del sacro, appunto. Ancora secondo Anders, rispondendo alla domanda fondamentale dell&#8217;antropologia filosofica: <i>«che cosa è l&#8217;uomo?»</i>  andrebbe negata una <i>«differentia specifica»</i> rispetto alle altre specie. Proprio le domande sul <i>«che cosa»</i> e sul <i>«chi»</i> sia l&#8217;uomo farebbero parte dell&#8217;impareggiabile autocompiacimento umano, secondo il quale egli sarebbe beneficiario di una posizione metafisica e teologica del tutto particolare. In altre parole, la domanda sull&#8217;essere ha significato solo se ha presupposti teistici. Chi è allora quest&#8217;uomo, che osa domandare il senso delle cose? Secondo Anders l&#8217;uomo è un errore della natura, una specie di mostruosità, o un incidente, destinato all&#8217;estinzione in quanto con la sua presenza e il suo domandare disturberebbe l&#8217;equilibrio naturale. Pertanto l&#8217;uomo sarebbe un folle a domandare, una sorta di disturbato mentale. Senonché Jung ci dice che: <i>“La psiconevrosi è, in ultima analisi, una sofferenza della psiche che non ha trovato il proprio senso”</i>. Quindi saremmo dei pazzi in ogni caso! Siamo giunti al bivio amletico: sprofondare ancor di più nel nichilismo più profondo, o aggrapparci disperatamente alla ricerca del senso.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><i>“Il camminare nella direzione di ciò che è degno di essere domandato non è avventura, ma Ritorno in patria. Seguire una via, che una cosa ha già di per se presa, si dice senso”</i>. In tedesco la parola  è <i>sinn</i>, la cui estensione in <i>sinnen </i>significa <i>musa. “Impegnarsi nel sinn, cioè nel senso di una cosa, è l&#8217;essenza della meditazione, besinnung. Questa significa di più del semplice divenire di qualcosa, ma non siamo ancora nel besinnung quando siamo ancora nella coscienza. La meditazione è qualcosa di più, che va oltre la coscienza. Essa è il tranquillo abbandono a ciò che è degno di essere domandato. Tuttavia, anche quando per un favore particolare si giungesse al grado più elevato della meditazione, essa dovrebbe pur sempre contentarsi di predisporsi a ricevere quella parola, di cui la nostra umanità ha estremo bisogno. Che cosa riusciamo a capire se riflettiamo adeguatamente su questo? Che il tratto fondamentale del pensare non è l&#8217;interrogare, bensì l&#8217;ascoltare ciò che viene suggerito da ciò che deve farsi problema. Fare esperienza di qualcosa significa che </i><i>quel “qualcosa” al quale aneliamo, proprio mentre siamo in cammino per raggiungerlo ci sopraggiunge, ci colpisce, ci pretende e ci trasforma secondo se stesso.</i><i>”                        Da “Saggi e discorsi” di Martin Heiddegger. </i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Qual&#8217;è, allora, il senso del nostro domandare sulla presenza dell&#8217;essere razionale per eccellenza in un luogo sacro? La risposta richiede una grande umiltà. Essa non tiene conto del livello della scala sociale che ognuno di noi ha raggiunto, o del grado di cultura a cui siamo pervenuti, dal momento che è la medesima per tutti. Si tratta di riconoscere, umilmente, ciò che sentiamo come una insufficienza nelle risposte razionali al nostro domandare, che si tramuta in una insufficienza di qualità nella vita che conduciamo. Sentire questo vuoto, questa mancanza di qualità nelle risposte razionali equivale a riconoscere l&#8217;insufficienza di noi stessi.  Nasce così il bisogno di colmare questo vuoto e questa mancanza di pienezza qualitativa. Ma i luoghi in cui a volte ci rechiamo per cercare di colmarlo, proprio questi luogo sacri, sono luoghi inconsueti, irrazionali e fuori dalla concezione esistenziale moderna. Qui sono vivi concetti che la ragione ha ucciso e sepolto da tempo: il concetto di sacro appunto, di iniziazione, di simbolismo, di sapienza. Ma solo qui e in pochi altri luoghi, questo tipo di domanda riacquista un  senso, che non è più razionale. Nel frammento di Heiddegger che abbiamo citato, comprendiamo il significato della Conoscenza Iniziatica, la riassumiamo in: <i>“diventare ciò che vogliamo conoscere”</i>. Tuttavia, tutta la Tradizione è d&#8217;accordo e Heiddegger lo riafferma, non siamo noi a pervenire alla Conoscenza con la nostra ricerca, ma è lei che si rivela a noi quando il nostra domandare, il nostro desiderare va nella giusta direzione, ovvero verso la ricerca del giusto senso. Ma la Conoscenza, ci insegnano tutte le Tradizioni, non ci è mai data senza una nostra collaborazione, ovvero senza una nostra predisposizione a riceverla. Collaborare significa crescere e creare, dare un senso alla propria esistenza e riacquistare la propria dignità. La questione assume in questo modo una dimensione collettiva e non più solo personale, perché in gioco non c&#8217;è solo la dignità e la libertà personale, ma la disumanizzazione e la schiavitù dell&#8217;umanità intera. Pertanto è indispensabile, nella ricerca del giusto senso, modificare la forma della nostra mente, predisponendola e preparandola ad accogliere l&#8217;intuizione e la rivelazione della Parola. Dice  Heiddegger:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>“Il senso è un esistenziale dell&#8217;esserci (di stare nel mondo), e non è una proprietà che inerisce all&#8217;ente”</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque è l&#8217;uomo che da il senso alle cose del mondo: le cose di per sé non hanno alcun senso se non è l&#8217;uomo ad attribuirglielo. Nessun altro essere al mondo, tranne l&#8217;uomo, si domanda quale sia il senso delle cose; quale il senso del venire al mondo, dell&#8217;esistere e quale il senso della morte. Ad ogni azione della sua vita l&#8217;uomo attribuisce un senso razionale, ma domanda il perché anche di ciò che razionale non è. Questo domandare, prerogativa esclusiva dell&#8217;essere umano, è in grado, da solo, di mandare in frantumi ogni teoria filosofica meccanicistica e riduzionista tentata da molti filosofi sull&#8217;essenza dell&#8217;uomo. Si tratta però di riconoscere l&#8217;elevatezza della natura umana, di prenderne coscienza, rinvenendola proprio in quel <i>“bisogno di qualità mancante o perduta”</i> di cui abbiamo poc&#8217;anzi parlato. A dirla anche dal punto di vista heiddeggeriano, siamo liberi di scegliere se vivere in forma <i>autentica</i> oppure <i>inautentica</i>. Il nichilismo è esattamente lo stato contrario a questa visione dell&#8217;esistenza. Esso è la conseguenza della morte annunciata nietzschiana di Dio che porta alla mancanza di senso e di scopo, alla mancanza dei perché, alla svalutazione di tutti i valori, al precipitare in un infinito nulla, all&#8217;implosione del senso della storia. Ma un Dio che muore è un Dio che è esistito: se pensassimo il medioevo senza Dio non avrebbe più senso storico e diventerebbe incomprensibile; mentre con la morte di Dio la nostra epoca rimane comprensibile, ma non lo sarebbe più se togliessimo le parola tecnica e la parola denaro dal senso antropologico moderno. Tutto nel medioevo, infatti, è impregnato della presenza di Dio: arte sacra, inferno, purgatorio e paradiso, donna angelo. Nietzsche distrugge quel mondo scoprendo la grande menzogna bimillenaria, che consiste in una visione metafisica distorta dell&#8217;uomo egocentrico, vittima e perdente. L&#8217;uomo, schiacciato dalla sua stessa debolezza di fronte alla debordante grandezza di Dio e dell&#8217;universo, precipita lo stato dell&#8217;essere nel nichilismo più profondo. Il nichilismo, dice Heiddegger, è l&#8217;epoca in cui l&#8217;essere viene dimenticato nella rappresentazione dell&#8217;ente: <i>“l&#8217;uomo dimentica se stesso per rivolgere la sua attenzione all&#8217;oggetto”</i>. Ma Zarathustra annuncia il sacrificio e l&#8217;uccisione dell&#8217;io egocentrico e annuncia la venuta sulla terra de <i>”l&#8217;oltre uomo”</i>:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>“In realtà, ogni grande crescita comporta un enorme sbilanciamento e deperimento. Il dolore dei sintomi di decadenza fanno parte delle epoche di enorme avanzamento. Ogni fruttuoso e potente movimento dell&#8217;umanità ha creato contemporaneamente anche un movimento nichilistico. In determinate circostanze sarebbe sintomo di crescita, incisiva ed essenzialissima, </i><i>di passaggio a</i><i> </i><i>nuove condizioni di esistenza</i><i>, il fatto che venisse al mondo una forma estrema di pessimismo, il vero e proprio nichilismo. Questo ho compreso!” (Nietzsche, aforisma: “Visione complessiva”).</i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Dunque l&#8217;umanità si trova di fronte a un bivio: il senso o il non senso dell&#8217;esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci ritroviamo ad oscillare continuamente come dei pendoli tra questi due stati, come tirati da due corde legate alle braccia, con alternanza, di volta in volta più violentemente da una parte o dall&#8217;altra. E&#8217; qui che ritorna attualissima e prende forma la concezione di libertà e di dignità umana nel <i>“De hominis dignitate”</i> di Pico della Mirandola. Tutte le Tradizioni parlano di <i>anima straniera sulla terra</i>, di estraneità di fronte al mondo. L&#8217;origine dell&#8217;uomo è lontana e proviene da un ordine superiore rispetto alla natura della terra. Anche in questo le Tradizioni concordano, sul fatto che la verità dell&#8217;uomo, del suo essere, non è indagabile con le leggi manifestate della natura, ma appartiene ad un ordine superiore.</p>
<p style="text-align: justify;"><i> </i><b><i>«</i></b><i>L’armonia invisibile è superiore all’armonia visibile</i><b><i>» </i></b>(Eraclito).</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa ci fa dire questo? L&#8217;uomo porta nel mondo ciò di cui l&#8217;universo non è capace, il problema del senso. Riconoscere ed esaltare questa singolarità umana significa confrontarsi con le Tradizioni e riconoscerne la serietà dei suoi enunciati:</p>
<p><i>“Ciò che da sempre è stato da tutti creduto merita di essere preso in seria considerazione” </i></p>
<p><i>(Carl Gustav Jung).</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sandro Secci</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>IL SENSO RELIGIOSO E LA SOFFERENZA PSICHICA FEMMINILE</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2016 20:28:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Andando per le vecchie strade ed i crocicchi del Veneto s’incontrano frequentemente piccole edicole o capitelli dedicati alla Vergine o ai Santi, specialmente a San Antonio da Padova. Non è certo che i templi dedicati a Sant&#8217;Antonio da Padova siano originati all&#8217;interno del contesto di una religione pre-cristiana che costruì ab origine un santuario dedicato [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Andando per le vecchie strade ed i crocicchi del Veneto s’incontrano frequentemente piccole edicole o capitelli dedicati alla Vergine o ai Santi, specialmente a San Antonio da Padova. Non è certo che i templi dedicati a Sant&#8217;Antonio da Padova siano originati all&#8217;interno del contesto di una religione pre-cristiana che costruì <i>ab origine</i> un santuario dedicato alle acque sacre, ma spesso è vicina la presenza di canali, fiumicelli o torrenti, di cui questa terra è ricchissima, alla cui guardia, si racconta nelle narrazioni di tradizione orale venete, stavano un tempo le fate.</p>
<p style="text-align: justify;">Da sempre considerate custodi di questo bene naturale, fonte di vita e salute, esse ammonivano l’uomo nel farne buon uso. Non avendo la presunzione di farne un lavoro esaustivo, pensiamo di mettere in risalto questa realtà attraverso alcuni siti esemplari, di certa devozione popolare e che annoverano alcune caratteristiche comuni.</p>
<p style="text-align: justify;">Procedendo nello studio ci accorgiamo di quanto numerosi siano in questo territorio i luoghi con tali caratteristiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Veneto, la ricerca iniziò casualmente un mattino in cui, passeggiando tra vecchie strade, mi imbattei in una minuscola edicola affissa ad un albero, al crocicchio tra due canaletti con un piccolo ponticello. Vi riporto l’iscrizione che vi trovai,a cura di un anonimo:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>La Madonéta del Ponte.</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Situata tra le località ai Boschi e la Frusta.</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>La Vergine, rappresentata in questa sacra immagine, è stata presente in questo luogo campestre a difesa della popolazione contro credenze magiche e presenze maligne.</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Ha conservato per secoli nella fede generazioni di Salzanesi, ed è stata promotrice di grazia e favori celesti per chiunque a lei si fosse rivolto. E’ stata anche presente durante l’epidemia di colera che ha infestato queste terre nell’estate del 1873, muta testimone di un fatto riferito dallo storico prof. Eugenio Bacchion (1899 – 1976):</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Il trasporto dei defunti al cimitero veniva fatto di notte per ragioni igieniche; nel mese di agosto, durante il trasporto di un&#8230; morto di colera a soli 21 anni, i necrofori ubriachi si reggevano male sulle gambe, giunti in questo luogo detto “Ponte dea Madonéta”…..</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Come lo fu per i nostri predecessori, questa sacra immagine ti sia propizia per tutte le tue necessità spirituali e materiali.</i></p>
<p style="text-align: justify;">Questo racconto contiene alcuni elementi, non tutti, propri dei luoghi di culto pagani legati alle acque: una figura sacra femminile, l’acqua salvifica o guaritrice. Non sono presenti le caratteristiche sulfuree dell’acqua ed il culto di San Michele Arcangelo. Ma tanto bastò a suscitare la necessità di una ricerca che andasse a dipanare le figure sacre pagane di questo territorio così intriso di <i>strighe</i> (fate, streghe) e <i>maranteghe</i> (la vecchia madre, la donna anziana), che era la strega (o fata) più vecchia della congrega.</p>
<p style="text-align: justify;">Il termine strega ora ha un&#8217;accezione negativa ma, in origine, questa figura che poi è stata rinominata come strega, era positiva. Il termine <i>strega</i> o <i>fata</i> si rifà probabilmente al culto della Dea Madre, di tradizione pre-indoeuropea. In seguito, dopo il concilio di Trento, questa divinità è diventata negativa e alcuni dicono che dopo questo concilio siano spariti definitivamente i culti pre-cristiani e le fate o le streghe, ma anche le anguane  siano state uccise. Questi culti di antica origine non esistono più a livello ufficiale, in coincidenza con altri culti che la chiesa ha eliminati, come quello dei catari, ad esempio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma le leggende  e la storia che, dopo il Concilio di Trento, non sono più ufficiali, vengono tramandate dalle generazioni matriarcali (i culti che seguono quelli della grande madre erano patriacali) soprattutto sulle Alpi, ad esempio nella Valle del Waltser, e sono legati ai culti di antica origine. Sopravvivono ancor oggi, con fatica, nonostante il perpetuo ostracismo rivolto loro dalle istituzioni e la distruzione dell’ambiente che, in questa straordinaria terra veneta, purtroppo complottano ogni giorno contro la natura e le sue protettrici e madri.</p>
<p style="text-align: justify;">C’e’ chi dice che questi spiriti femminili e maschili siano definitivamente scomparsi al tempo del concilio di Trento, quando la Chiesa li paragonò al diavolo, declassando così la loro natura. Le fate  e le anguane divennero streghe o meglio il termine strega assunse una connotazione negativa, così come gli esseri maschili furono ridotti tutti a maghi connotati negativamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Raccontano gli anziani che le streghe non hanno mai fatto niente di bene, e anche adesso, quelle poche che ci sono, non fanno che rovinare bambini, bambine, donne, uomini e tutti. Le fate invece quando c’erano, facevano anche del bene: facevano diventare ricco chi fosse povero, bello chi fosse brutto, e giovane chi fosse vecchio. Ma delle fate si è distrutta la razza. E, a proposito degli spiriti maschili, si dice che non avessero mai fatto niente di cattivo. Anch’essi però sono stati messi al confino, non si sa dove, dal santo Ufficio, così come le streghe, le fate e i maghi.</p>
<p style="text-align: justify;">Penso che non sia stato così. Ritengo inoltre che in talune zone dell’area veneta strighe, anguane, fate o ninfee si confondano nella nomea popolare, ma che proprio tale confusione abbia consentito loro di sopravvivere nascoste in molti luoghi, non necessariamente nei loro veri e propri santuari.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal proposito una questione particolare che mi pongo è quella della sopravvivenza del culto della divinità Sainate e delle sue sacerdotesse, accertato da ritrovamenti archeologici in Veneto,ad Este e Lagole. La ritualità tipica di queste sacerdotesse è costituita dalle libagioni di gruppo seguite dalla rottura dei contenitori usati (situle, simpuli) e dai sacrifici di interi animali bruciati sul focolare perenne di cui esse erano custodi. Offrono cibo e si ingraziano gli uccelli, in particolare i corvi. Alcune di queste ritualità sono simili o uguali a quelle delle fate, per esempio le libagioni di gruppo nelle acque solforose e guaritrici, la custodia del focolare e delle fonti di acque guaritrici, la localizzazione in luoghi lacustri e con anfratti, l’offrire cibo agli animali. Altre tradizioni invece sono pienamente discordanti, per esempio il sacrificio animale, infatti caratteristica delle fate è di non uccidere mai alcun essere, uomo o animale. Erano infatti esseri dediti non solo al lavoro ma anche all’amore e alla spiritualità, muse del canto e delle melodie e delle danze, amanti della natura e degli animali. La convivenza nello stesso luogo di questi due gruppi femminili risultava talmente difficoltoso che addirittura sorgevano veri e propri contrasti.</p>
<p style="text-align: justify;">Esemplificativo mi pare, a tal proposito, il sito di Lagole, localizzato nell’attuale Calalzo di Cadore (Belluno)e una particolare leggenda ad esso legato.Si tratta di un luogo incantato situato lungo le pendici di un bosco alpino nel quale emergono dal fondo roccioso numerosissime fonti, venti delle quali sono accertate essere solforiche e curative. Negli anni &#8217;40 è iniziato uno scavo che ha portato alla luce circa settanta ex voto, statuette in bronzo, appartenenti all’epoca che va dal IV sec. a.C. al IV sec. d.C., più suppellettili rituali nella fattispecie numerosi e variegati esempi di simpuli, una situla,lamine bronzee,anforette,figure in bronzo, un piccolo santuario in muratura a forma di pozzo, alcune iscrizioni, ossa e zone combuste. Il tutto risultava seppellito sotto un fronte di frana, a cui si sono aggiunti i lavori eseguiti per la ferrovia inaugurata nel 1914. Interessantissimi i reperti, che contribuiscono a definire i contorni di un’area paleoveneta più ampia nel Cadore e nella valle del Piave, ma gettano le basi di uno studio anche sui legami con i popoli alpini del nord e con gli etruschi a sud, anche da un punto di vista linguistico. Fu un’area dedicata a ad una divinità Sahnate o divinità sanatrice (non è chiaro se questa divinità fosse maschile o femminile) custodita da sacerdotesse che con libagioni rituali mantenevano fertili e giovani e soprattutto curavano infezioni cutanee e altre malattie della pelle, come dimostrano gli ex voto rappresentati da statuine di soldati. Fu quindi un luogo di religiosità paleoveneta con la venerazione di <i>Trumusiatei Sahnate</i> o <i>Trumusiatis sainatis</i> e successivamente romana con la venerazione di Apollo (le due divinità possedevano caratteristiche simili). All’epoca cristiana il santuario fu abbandonato e andò sepolto e dimenticato. Mentre a monte del paese, nella valle d’Oten, si trova una chiesetta campestre intitolata alla Madonna del Caravaggio, fino a pochi anni or sono meta di una processione annuale,su un precedente capitello dedicato a Santa Margherita, patrona delle partorienti. Tutta l’area dalla valle d’Oten a Lagole al Lago di Centro Cadore era inoltre zona di transumanza di ovini e caprini, come testimoniano i reperti di campanellini per gli animali, ma sono state ritrovate anche ossa combuste di maiale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che colpisce però dell’area di Lagole è che la zona subito a valle del santuario, poche decine di metri più in basso, era considerata abitata dalle Anguane o Lagane. In particolare il Lago delle Tose (<i>ragazze</i>, ndr) era il lago delle Anguane in cui tutte le donne della zona andavano a immergersi nella notte di plenilunio di agosto, perché tale rituale concedeva il dono della giovinezza e della fertilità. Ancora più a valle il Lago di Centro Cadore, un lago artificiale (ahimè!), quando viene parzialmente prosciugato, rende visibili ancora molti anfratti abitati dalle Anguane o Lagane.</p>
<p style="text-align: justify;">Anguane e sacerdotesse di Sahnate non andavano d’accordo, e questo è oggetto di una leggenda popolare ripresa e raccolta in varie versioni, che evidenzia il carattere astioso e vendicativo delle Anguane di Lagole, ma anche le differenze culturali con le sacerdotesse: non compivano sacrifici animali, erano dedite al lavoro e curavano essenzialmente le donne in quel genere di problemi che le mettevano in forte difficoltà con i maschi, la giovinezza, la bellezza, la fertilità, i lavori domestici, soprattutto il lavare la biancheria nelle gelide acque di montagna. Le Anguane con le acque di sorgente e solforiche, non solo potevano lavare lenzuola e altra biancheria, e con un’acqua di temperatura costante intorno ai quindici gradi, circondate dal ghiaccio e dalla neve, ma potevano anche sbiancarle grazie all’azione dei minerali contenuti in quelle acque, ed infine asciugarle velocemente appendendole negli stretti canaloni delle valli alpine (in particolare in quella dove sorge la chiesetta della Vergine del Caravaggio).</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco una delle versioni della leggenda di Bianca:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>“Tra queste fanciulle vi era anche Bianca, una bellissima ragazza figlia del capo del villaggio. Nessuno era al corrente che in quel bellissimo specchio d’acqua dimorassero le malvagie Anguane, le quali, oltre ad essere sempre più infastidite dall’invadenza delle giovani bagnanti erano invidiose della bellezza di Bianca. Così una sera, quando gli uomini del villaggio andarono a caccia, le mostruose ninfe decisero di tendere un agguato alle donne per liberarsi definitivamente di loro e godere in via esclusiva dei prodigiosi poteri benefici delle acque del laghetto. Appena Bianca e le sue compagne si immersero nell’acqua le Anguane le trascinarono sul fondale e colpendole con gli zoccoli nel volto le uccisero in pochi minuti.</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Subito dopo appiccarono il fuoco al villaggio con lo scopo di spingere gli abitanti ad andarsene. Gli uomini, vedendo le lingue dell’incendio in lontananza, corsero subito indietro, ma ormai era troppo tardi per salvare vite e abitazioni. Quando le fiamme furono spente questi ritrovarono solo il corpo esanime di Bianca. Decisero allora di deporre il cadavere ancora sanguinante su di una barella e di seppellirlo presso la Cima della Croda Bianca sulle montagne delle Marmarole. La Natura, assistendo a tale terribile spettacolo, fu così dispiaciuta per la morte della giovane e bellissima Bianca che, per renderle omaggio, fece spuntare delle nuvole di fiorellini bianchi per ogni goccia del suo sangue che toccava terra. In più, impietosita e disgustata per il comportamento crudele ed indegno delle sue ninfe punì le Anguane cacciandole dal laghetto di Lagole, del quale vanificò tutti i prodigiosi poteri di modo che queste fossero costrette a vivere da quel momento nelle grotte, dove il buio e l’asprezza delle rocce le rese ancora più brutte e intrise d’odio”.</i></p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, come è possibile che le fate e le anguane, più antiche nel tempo, siano sopravvissute nei racconti popolari fino a pochi anni fa, e il loro culto, legato a quello delle acque salvifiche soprattutto per le donne, sia inossidabile nel tempo senza essere alterato, mantenendo le caratteristiche originali? Mentre, del culto di Sahnate e di Apollo, curato da vere e proprie sacerdotesse, non sia sopravvissuta traccia, se non nella trasposizione del culto della Vergine e che, senza gli importanti scavi effettuati, poco o nulla se ne sarebbe saputo?</p>
<p style="text-align: justify;">La distruzione dei culti pagani da parte del governo dell&#8217;antica Roma è avvenuta solo parzialmente. Gli antichi romani, infatti, pur con alcuni limiti, rispettavano i culti pagani, perché questo faceva parte della loro strategia colonizzatrice. Infatti quando i comandanti degli eserciti legionari invadevano i paesi di altri popoli, non li privavano dei loro gerarchi ne&#8217; tantomeno delle divinità, cui questi popoli credevano.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questa strategia colonizzatrice nasce la strategia di espansione della chiesa cristiana cattolica, che si sviluppa all&#8217;interno della madre chiesa romana. La grande espansione della chiesa cattolica, dovuta al sincretismo religioso che essa attua rispetto alle religioni dei paesi che va ad evangelizzare, questa forma di colonializzazione occidentale industrialista e plutocratica, rispecchia la strategia attuata duemila anni fa dall&#8217;antica Roma, antesignana nell&#8217;uso del diritto pubblico e nell&#8217;amministrazione politica che tuttora vige nei paesi occidentalizzati. Per esempio si ritiene che le fate avessero potere sui cippi romani messi ai confini di proprietà e considerati sacri, così come erano sacre le divinità casalinghe dei Lari; le fate infatti potevano varcare i confini senza incorrere in alcun sacrilegio, e questo solo a loro era concesso.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idea che fate, streghe ed anguane siano scomparse del tutto potrebbe essere vera nel senso che la cultura definita della informazione ha divorato e fatto diventare altro ciò che un tempo era un culto antico. Ma credo che l&#8217;idea di sopravvivenza culturale di questo elemento in realtà sia stata trasformata in altro, e che l&#8217;entrata massiccia nella nostra cultura di religioni come il taoismo e l’induismo, e il conseguente grande accrescimento di concezioni che allontanano da una visione economicistica del mondo, ne costituisca una buona chiave di lettura. Inoltre bisogna tener presente che i culti dell’antica religione preindoeuropea legati alla Grande Madre si sono sincretizzati con il culto patriarcale indoeuropeo della liturgia degli indemoniati e questa è un’altra e complementare chiave di lettura.</p>
<p style="text-align: justify;">Accade per esempio che, nella non lontana Fanzolo di Vedelago, nella provincia di Treviso, nella seconda metà dell’ottocento sia stato eretto un Santuario, per ottenere la grazia di un buon raccolto dopo un decennio di carestia, e che esso sia dedicato alla Madonna del Caravaggio, così come è universalmente conosciuto in questi territori, o Santa Maria del Fonte di Caravaggio. Situato lontano dalla frazione in un luogo campestre, è meta continua di pellegrinaggi. Secondo la tradizione il simulacro della Vergine ha il potere di guarire gli ammalati e gli indemoniati. Il simulacro della Madonna veniva esposto ogni anno alla ricorrenza del 26 maggio e, per proteggerlo dagli ammalati che andavano in trance per opera del demonio o diventavano aggressivi, fu necessario costruire una gabbia di ferro e, per questo, è conosciuta come la “Vergine in gabbia”. E’ da precisare come la titolazione del santuario di Fanzolo sia riferito a quello madre di Caravaggio in Lombardia e che i nomi siano Nostra Signora del Caravaggio o Santa Maria del Fonte o Santa Maria alla Fontana. Tutti ricordano la presenza di una fonte sacra e miracolosa le cui acque guariscono. La zona di Caravaggio è peraltro conosciuta per essere una zona ricchissima di <i>fontanassi</i>, fenomeni spontanei di risorgiva, proprio come quella di Vedelago.</p>
<p style="text-align: justify;">Il miracolo di Caravaggio richiama ad una guarigione corporale e spirituale e, solo come corollario, vi è per chi non ha avuto abbastanza fede, il miracolo della trasformazione di un bastone di legno secco in un virgulto fiorito. Pertanto appare quanto meno singolare che, in una zona pullulante di acque come è la parte meridionale del territorio comunale di Vedelago, anche i toponimi ricordano con forza la massiccia presenza di acqua boschi e di lavori legati ad essi, Pozzobon, Fossalunga, Albaredo, Carpenedo, Fossa Storta, Cavasagra, Casacorba, in una Vedelago appunto famosissima per i suoi <i>fontanassi</i>, ci si preoccupasse di sconfiggere la carestia con un sacello dedicato alla Madonna protettrice contro gli ammalati e gli indemoniati. Le frazioni di Barcon e Fanzolo si trovano sempre nel comune di Vedelago, ma a nord della linea delle risorgive, in un territorio più aspro ma comunque ricco di canali costruiti dalla Serenissima che deviavano torrenti e fiumi provenienti dalle colline a nord per irrigare le campagne, come il canale Brentella.</p>
<p style="text-align: justify;">A nostro avviso non basta a giustificare la decisione di dedicare il sacello alla Madonna del Caravaggio nemmeno il fatto che spesso, e anche in quegli anni, quei territori e altri limitrofi fossero colpiti da colera. Si tratta dei luoghi delle fate, anticamente abitati, in particolare la zona dei <i>fontanassi</i> tra le località di Cavasagra e Torreselle nel Comune di Piombino Dese, come testimoniano i reperti palafitticoli da varie fonti citati. Le ritualità di guarigione erano custodite dalle fate già in epoca precristiana, come anche tutta la ritualità sulla protezione della terra e dell’agricoltura, fino almeno agli settanta del Novecento, quando il territorio si trasformò da agricolo in artigianale ed industriale. Sopravvivono tutt’ora alcuni riti, legati principalmente al passaggio tra l’inverno e la primavera, come i <i>Pan e vin</i>, <i>I brusa a vecia</i>, <i>El bater marso</i>, precisando che questi territori appartennero per lungo tempo alla Serenissima, che datava l’inizio dell’anno il 25 di marzo, festa dell’annunciazione di Gesù e di fondazione della Serenissima, poi convenzionalmente anticipato al 1 marzo. Ma soprattutto sono presenti nel territorio altri importanti culti, per esempio nella frazione di Barcon la chiesa ha come titolare l’Apparizione di San Michele Arcangelo, che è il patrono della località.  E’ peraltro presente il culto di San Biagio di Sebaste, medico, vescovo e martire, protettore della gola e degli animali. Ed è presente anche il culto di san Mamante o Santa Mama, dal nome del martire Manete di Cesarea, protettore delle puerpere e delle balie, con un oratorio a lui dedicato tra Fanzolo e Vedelago: nella tradizione veneta Santa Mama si accompagna sempre ad una fonte sacra le cui acque donano latte abbondante e sostanzioso.</p>
<p style="text-align: justify;">La malattia fisica o mentale e quella spirituale, sono tradizionalmente collegate, infatti il paziente per legge, fin oltre il medioevo, doveva prima farsi visitare dal sacerdote e soltanto dopo dal medico. Dentro a questo contesto di legame tra malattia fisica, mentale e spirituale, anche nella Maremma toscana, quando una persona prendeva la malaria, era spesso considerata indemoniata. La stessa cosa è presente nel caso delle donne, che nelle regioni italiane del sud soffrivano di quella che De Martino denominò come <i>crisi di presenza</i>, la cui cura era costituita dal rituale religioso della taranta, piuttosto conosciuto nell&#8217;espressione musicale della tarantella.</p>
<p style="text-align: justify;">Il termine taranta deriva dalla tarantola, che a dire delle leggende pizzicava le raccoglitrici durante la raccolta del grano, ma questo fa parte in gran parte dell&#8217;immaginario popolare, l&#8217;origine vera è scatenata dalla dea Aracne, che nel periodo della <i>Magna Grecia</i> era ben conosciuta nel meridione d&#8217;Italia, proprio nelle aree dove è maggiormente sviluppata la tarantella, da Napoli, la cui origine etimologica significa <i>nea polis</i>, nuova città, e fu fondata dai greci, fino a tutto il meridione d&#8217;Italia, soprattutto in una zona dove ancora oggi si parla il greco antico, una zona situata in Puglia, nella quale la taranta è maggiormente conosciuta.</p>
<p style="text-align: justify;">In Toscana meridionale ci sono molte fonti che permettevano alle donne in età da marito, compiendo dei rituali, di riuscire a sposarsi o ad avere il latte se ne scarseggiavano. È sempre un mondo piccolo, il mondo che fisicamente e  metaforicamente è concepito localmente. È chiaro che è un mondo in cui il credere storico e il sentire magico si danno più lievemente la mano, nel quale le madri bevendo l&#8217;acqua sacra alla fonte del Santo, compiono un rituale che le porta a credere di sentire di poter ricominciare a produrre il latte materno per il proprio bambino, come avviene nel caso delle fonti lattaie oppure, grazie al rituale propiziatorio, che compiono, possono sentire il matrimonio vicino, quando, nelle società pre-industriali, sono in età da marito. Era un mondo nel quale la benedizione acquea che, fino a qualche decennio fa, veniva distribuita annualmente, agli animali domestici, presso la fonte di acqua sulfurea del paese di Saturnia, situato nella Toscana meridionale, un&#8217;acqua considerata sacra da un&#8217;infinità di anni, ricollegante, molto probabilmente,la tradizione religiosa della Grande Madre a quella cristiana cattolica.</p>
<p style="text-align: justify;">A nostro avviso, come nel caso della malaria (e della pellagra in Veneto), alcuni sintomi riconducevano ad una malattia mentale, ed era considerata una caratteristica femminile, e spesso il genere femminile era visto come indemoniato. Le fonti che aiutavano le donne in età da marito a maritarsi e sempre a quelle a far venire il latte, serviva per risolvere una crisi esistenziale della donna, una crisi di presenza che era particolarmente forte presso il genere femminile, perché le donne dovevano sempre essere subalterne al potere dominante maschile. Quindi come la ritualità della taranta nel meridione, anche il rituale del far venire il latte alle madri serviva per aiutare loro nella loro crisi <i>post partum</i>. Nel caso in cui la donna non trovasse marito, attraverso il rituale della fonte risolveva il problema di ruolo, perché con il matrimonio la donna nella nostra cultura tradizionale poteva essere più valorizzata. Infatti le donne che non si sposavano erano definite zitelle, cioè coloro che non dovevano parlare, che dovevano stare sempre zitte e se non ci stavano erano considerate prostitute o malate di mente. Basti pensare a “La bisbetica domata” di Shakespeare che è un frutto emblematico di una cultura medioevale dove è grande questa crisi, e infatti la commedia racconta di una donna che non si voleva sposare perché voleva comandare lei medesima la propria vita, e alla fine trova un uomo più forte  di lei che la doma.</p>
<p style="text-align: justify;">La stessa situazione della tragedia shakespeariana la si ritrova anche negli episodi di malattia mentale che si sono rivelati nella seconda metà dell&#8217;ottocento, quando molte donne giovani andavano a finire in un ospedale psichiatrico del sud della Francia. Ciò avvenne finché un medico capì e scrisse che la loro malattia non era organica ma funzionale e che nasceva dalla impossibilità di esprimere loro stesse, così quelle donne si ammalavano.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa caratteristica non è propria solo delle donne ma anche di alcuni uomini, come per esempio Vincent Van Gogh,che fu ricoverato nella stessa clinica proto psichiatrica per problemi legati alla impossibilità di espressione del sé. Pensiamo alla malattia sociale che porta la cultura maschilista violenta a definire le donne malate di isteria come malate nell&#8217;<i>isterion</i> cioè nell’apparato genitale. Il termine <i>isterion</i> infatti indica l’apparato genitale femminile,e perciò la derivazione di isteria, perché si pensava che solo le donne potessero ammalarsi di isteria. Questo è il frutto della perversione maschilista della maggior parte delle società, nelle quali il genere maschile è considerato forte ma in realtà è solo rigido e bloccato a livello psichico, infatti un poeta dell&#8217;immagine come Van Gogh niente affatto rigido e bloccato a livello psichico, si ammalò della stessa malattia funzionale di cui soffrivano molte giovani donne.</p>
<p><em>Marco Viti e Stefania Pomiato</em></p>
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		<title>”Ossimori, Verità e la forza propulsiva dell’Equilibrio.”</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Mar 2016 19:50:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Messo lì volutamente, l’uomo, nella sua piena consapevolezza di stato contingente,  si trova all’interno di una condizione “ossimorosa”;  se così mi è concesso l’uso di questo termine e così anche della sua immagine semi-onirica che vorrei darne. La parola “ossimoro1” indica un qualcosa che contiene, simultaneamente, due termini di senso contrario, due differenti realtà, due condizioni [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Messo lì volutamente,</p>
<p>l’uomo, nella sua piena consapevolezza di stato contingente,  si trova all’interno di una condizione “ossimorosa”;  se così mi è concesso l’uso di questo termine e così anche della sua immagine semi-onirica che vorrei darne.</p>
<p>La parola “<i>ossimoro</i><i>1</i><i>” </i>indica un qualcosa che contiene, simultaneamente, due termini di senso contrario, due differenti realtà, due condizioni in antitesi tra loro. Come, ad esempio, ”oscura luce”,   “silenzio assordante”,  “lunghissimo attimo”  e così via.</p>
<p>Una condizione meravigliosa quella dell’uomo, di “vitale morte”2</p>
<p>Condizione meravigliosa difficile da afferrare se si insiste nel vedere, e nel vivere, la condizione umana solo all’interno dello spazio mono-dimensionale dell’immanente.</p>
<p>Una condizione unica quella dell’uomo, in quanto dotato di <i>Ragione </i>e <i>Sentimento</i>, simultaneamente. Due differenti forze che, se unite, indicano una direzione verso la quale l’uomo non guardava. Una direzione che, forse, lo conduce verso altre <i>condizioni conoscibili </i>di ordine superiore.</p>
<p>Una condizione unica e privilegiata che, se lo vuole, lo può condurre lungo un tracciato ascensionale, progressivo e tutto proteso in avanti. Un percorso costruito all’interno di uno spazio pluri-bi-dimensionale3 “immanente-trascendente”. Una linea nuova e diversa, che si innalzerà al di sopra della sconfinata area del <i>Dubbio</i>: la scelta giusta, per l’uomo, rimarrà sempre un’impresa difficile.</p>
<p>I grandi ritorni, le ciclicità, l’alternarsi delle stagioni, il giorno e la notte, il bene ed il male altro non sono che delle manifestazioni di due potenti forze contrapposte, generate dal primordiale sdoppiamento dell’Uno <i>sconosciuto</i>. L’uomo  è chiamato a dominare e governare queste forze.</p>
<p>Una “ottimizzazione”, una Sintesi data dall’unione di due palpiti, due limiti, due antitesi che possono manifestarsi, ad esempio, sia nelle materie primordiali come acqua e fuoco, aria e terra, quanto nelle energie magnetiche positivo/negativo, ed ancora nei numeri binari; una Sintesi “<i>Divina” </i>che ha dato origine a Tutto4.</p>
<p>Forze contrapposte dalle quali, grazie ad una misteriosa fusione, nasce un’unica forza propulsiva chiamata Equilibrio. Queste forze permettono ogni perenne ciclico movimento, ogni evoluzione, ogni morte che termina con una sensazionale rinascita. Forze che permettono all’Uomo Verticale di essere messo lì, come asse di congiunzione tra la sfera Terrestre e quella Celeste. <i>Uomo</i><i> </i><i>Verticale Pensante</i>, capace di generare ragionamenti sensati sull’etica, sulla morale e sulle possibili “<i>Verità</i>” delle cose in genere, sia nel campo dell’immanente che in quello del trascendente.</p>
<p>La parola verità, in lingua ebraica <i>Emeth</i>, ha una costruzione interessante: essa è formata dalla radice triconsonantica Alef, mem e tau.</p>
</div>
<p>La “alef” è la prima lettera dell&#8217;alfabeto e rappresenta, in termini cabalistico-esoterici, il numero uno ed il soffio vitale: l’<i>En-Sof </i>, così viene definita la alef nella mistica ebraica.</p>
<p>Alla lettera “alef” si contrappone la lettera “tau”, che è ultima lettera dell&#8217;alfabeto ebraico, con un valore numerico- cabalistico di 400, quello più alto e quello posto più lontano dal numero uno.</p>
<p>La mem è  la lettera centrale della parola Emeth.</p>
<p>Togliendo  la lettera Alef, cioè quella corrispondente allo <i>“spirito vitale”</i>, si ottiene la parola Meth, che significa morte. Pertanto, la parola “<i>Emeth-verità</i>”, vedendola come un ossimoro, contiene al suo interno vita e morte, alto e basso, vicino e lontano. Un  vero ed un falso, o meglio un “diversamente vero” se vogliamo.</p>
<p>E’ la verità che si svela per quella che è, cioè per un qualcosa di impossibile da afferrare, se non per brevi e continui “divenire” all’interno di un <i>presente perpetuo </i>che possiede contemporaneamente, nel momento che lo si vive, una componente di  passato <i>definito  </i>ed una  di futuro <i>indefinito</i>.</p>
<p>Una verità, quindi, che sfugge alla acquisita conoscenza del momento, in quanto si é sempre impegnati con le accelerazioni evolutive del “<i>dopo</i>”.5</p>
<p>Un luogo, quella della Verità per la mente umana, instabile. È questa la meravigliosa condizione dell’uomo in cammino, tutto proteso in avanti.  Un luogo dove la conoscenza acquisita, seppur di momentaneo  valore  concreto,  ogni  volta permette di dare delle forme alle cose. E l’uomo comprende così l’esistenza di una <i>Causa Prima </i>e per cui tutto è ciò che è.</p>
<p>Proprio come la Sintesi Divina, posta tra tesi ed antitesi, l’<i>Equilibrio </i>può essere per l’uomo un intelligente mezzo propulsivo che gli permette di raggiungere una possibile felicità. Una “<i>serena felicità” </i>fatta di Terra e di Aria, di Acqua e di Fuoco. Di Sole e di Luna.</p>
<p>La verità può essere paragonata, quindi, ad un <i>progresso dinamico </i>dove la nostra mente si evolve fino ad un attimo prima della meta, per poi vedere questa nuovamente come uno stimolante punto di ripartenza e certamente non come un punto zero.</p>
<p>Curiosamente, sotto la lettera <i>mem </i>(in lingua ebraica), componente centrale della parola Emeth, vi troviamo le seguenti parole col significato di:</p>
<p>Metà, mezzo, retto, perfezione, chiave, colonna, santuario, speranza, divinazione, elevato, in cima, spazio vasto, fantasia e livella.</p>
<p>Baltasar</p>
<div>
<p>1 Figura logica che consiste nell’accordare, nella medesima espressione, parole di senso opposto (Dizionari Garzanti)</p>
<p>2 Vita e morte, nell’uomo, sono due condizioni certe, reali; pertanto la piena consapevolezza, l’accettazione ed il riconoscimento di ciò non può che condurre l’uomo verso uno stato di “logica”serenità.</p>
<p>3 Nello spazio bi-dimensionale immanente-trascendente, si aprono altri infiniti spazi verso la conoscenza.</p>
<p>4 La nascita, avvenuta per scissione e da un qualcosa che era UNO, di due forze contrapposte, uguali e contrarie; generando così un moto perpetuo alimentato dalle due polarità.</p>
<p>5 Il presente perpetuo è uno spazio <i>elastico</i>, dove la capacità di “allungamento” molto dipende dalle capacità intellettive, e sensitive, del singolo; uno spazio, dunque, di diversa dimensione per ogni singolo uomo.</p>
</div>
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		<title>Analisi contemplativa del concetto di «conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino» &#8211; Agostino e Porfirio.</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Mar 2016 21:38:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Abstract. In questo articolo ci siamo proposti di esaminare la questione critica dell’effettiva possibilità della conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino (CIAD). Possibilità ammessa nel contesto del Paganesimo ma negata nel contesto del Cristianesimo. Nel primo essa veniva ammessa in tutta la metafisica neoplatonica pagana (specie sulla base della dottrina plotiniana dell’identità dell’intelletto umano con quello divino), [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Abstract.</b></p>
<p>In questo articolo ci siamo proposti di esaminare la questione critica dell’effettiva possibilità della conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino (CIAD). Possibilità ammessa nel contesto del Paganesimo ma negata nel contesto del Cristianesimo. Nel primo essa veniva ammessa in tutta la metafisica neoplatonica pagana (specie sulla base della dottrina plotiniana dell’identità dell’intelletto umano con quello divino), ma anche nel contesto della prassi cultuale-rituale di tipo iniziatico. Nel secondo essa veniva invece negata sulla base del tradizionale argomento dell’assoluta trascendenza di Dio nei confronti dell’uomo, e senza alcuna eccezione per l’intellettualità di quest’ultimo. Posizione questa che poi si sarebbe strutturata nella rigida separazione dogmatica tra teologia positiva (o razionale-naturale) e negativa (o sovrannaturale). Con questa seconda è stato poi sempre inteso il corpus  sapienziale della Rivelazione, il cui contenuto in verità divine veniva pertanto ritenuto inaccessibile alla Ragione umana. Radicalmente diversa a tale proposito è sempre stata la posizione pagana, rappresentata poi in primo luogo da quella filosofia neoplatonica che concepì una vera e propria ascesa «filosofica» (o «teoretica»). La quale può senz’altro essere intesa come una vera e propria ascesi mistica. Abbiamo indagato questo complessivo scenario di idee selezionando un suo luogo storico-filosofico particolare, e cioè la ben documentata polemica intercorsa tra Porfirio e gli apologeti cristiani, specie Agostino. L’indagine è stata condotta su una selezione di testi del primo raffrontate a loro volta con il <i>De Trinitate</i> di Agostino. Ebbene, per mezzo di tale raffronto testuale, ci è sembrato di poter concludere che la controversia sull’effettiva possibilità della CIAD non ha una vera base dottrinaria di tipo metafisico-integrale. Per cui essa può essere negata solo su un piano dialogico-discorsivo di tipo razionalistico, naturalistico ed immanentistico. Non lo può invece affatto se concepita nel contesto di un pensiero davvero iper-razionale. Cosa che, almeno in via di principio, ci sembra del tutto alla portata anche della metafisica cristiane, e non solo invece di quella pagana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Introduzione</b></p>
<p>È ben noto che il tema della conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino (CIAD) è stato fin da subito un tema estremamente conflittuale entro il rapporto tra metafisica teologica pagana e cristiana. E qui senz’altro il Neoplatonismo assume un ruolo di primo piano. Come attestato dalla Remes<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>, secondo la quale il distacco dal mondo ha in esso un senso radicalmente diverso da quello cristiano proprio per il fatto che con tale atto non si tende alla salvezza ma invece proprio all’esperienza intellettuale immersiva (“<i>immersion in perfect intelligibility</i>”) nel divino.</p>
<p>Ci riferiamo qui comunque in particolare alla fase già piuttosto avanzata di tale polemica e cioè quella che si sviluppava intorno al pensiero di Porfirio (allievo e successore di Plotino). Proprio questo pensatore veniva infatti commentato da più autori cristiani, e precisamente in un modo estremamente critico se non sarcastico ed offensivo<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>. E sta di fatto che proprio attraverso siffatti commenti che conosciamo testi originali andati perduti.</p>
<p>Uno dei commentatori qui in causa è quell’Agostino di Ippona sul cui pensiero in questo articolo ci soffermeremo per mezzo del suo testo <i>De Trinitate</i>. E così impiegheremo qui il pensatore ed il relativo testo come rappresentanti della posizione filosofico-metafisica cristiana. In tempi moderni Fritjof Schuon ha riassunto l’intera problematica nel suo testo <i>Logica e trascendenza</i><a title="" href="#_ftn3">[3]</a>, nel quale si sostiene la piena possibilità e legittimità di una CIAD da parte dell’uomo. E ciò principalmente sulla base delle capacità naturali che sarebbero proprie dell’intelletto umano ; e quindi sulla base della naturale e completa affinità di quest’ultimo con l’Uno divino quale oggetto di conoscenza. Tali argomentazioni di Schuon non sono in verità molto lontane da quelle sviluppate da buona parte del platonismo e neoplatonismo cristiano intorno alla conoscenza animico-interiore di Dio, e con particolare accento sulla presenza effettiva di Dio stesso, quale verità, <i>in interiore homine</i> (argomento ontologico). Ed Agostino è stato senz’altro uno dei principali sostenitori di tale dottrina.  Certamente comunque, entro l’esposizione sintetica offertaci da Schuon, non si può affatto parlare della capacità della divinizzazione della razionalità umana (animica ma immanente), e quindi della capacità proprio di quest’ultima di conoscere la verità divina. Seguendo l’impostazione neoplatonico-pagana, specie plotiniana, lo studioso mantiene infatti costante una netta distinzione tra Intelletto e Ragione. Laddove resta chiaro che quest’ultima costituisce una «dianoia» meramente dialogico-discorsiva, e quindi un <i>logos</i> esclusivamente filosofico (inferiore in quanto immanente), che segue il destino nell’anima nella sua radicale discrepanza onto-metafisica rispetto a quell’intelletto che invece in sé non cessa mai di essere divino. È certo inoltre che in Plotino si può e si deve parlare di una “<i>non-discesa</i>”<a title="" href="#_ftn4">[4]</a> dell’anima rispetto all’intelletto. Ma ciò significa in primo luogo che essa non ha una sostanza indipendente rispetto al secondo, sebbene si trovi ontologicamente più in basso. Ben più ambizioso è invece l’accento posto da Agostino sulla Ragione umana – per quanto ciò avvenga nel contesto della dottrina platonica dell’anima<a title="" href="#_ftn5">[5]</a>, e peraltro con non pochi apporti plotiniani. Il Gilson<a title="" href="#_ftn6">[6]</a> ritiene anzi il pensiero dell’Ipponate dipendente in modo molto stretto da quello di Plotino. Insomma il pensatore assolutizza la razionalità (che intanto ha però posto, come Plotino, al culmine stesso dell’anima conoscente, o mente), considerandola così di fatto l’elemento più trascendente dell’animicità interiore umana. E ciò in quanto posta di fatto sul piano dell’eternità e dell’immortalità. Dunque capace in sé (in forza della sua immateriale sostanza) di quella “<i>contemplazione</i>” senza la quale il pensiero è sempre troppo distante da Dio per poterlo davvero conoscere. In questo senso, pur riconosciute le debite distanze rispetto alla dottrina neoplatonico-pagana della CIAD (qui affermata in modo decisamente positivo), va comunque qui ritrovato almeno lo spazio per una riflessione sulla tendenziale espansibilità di questa stessa dottrina. Che comunque in ambito cristiano viene invece affermata solo in senso negativo.</p>
<p>Ebbene credo che si debba iniziare senz’altro proprio da qui per affrontare la questione per mezzo di un criterio che permetta di  seguire non il filo delle opposizioni ma invece il filo delle potenziali prossimità tra i due fronti (così fieramente schierati l’uno contro l’altro). Siamo infatti convinti che siano state soprattutto urgenti necessità storiche quelle che hanno generato tra queste due posizioni un conflitto che non ha in sé ragioni davvero oggettive, ovvero dottrinarie. Tali necessità storiche sono senz’altro quelle che spingevano un Cristianesimo volontariamente missionario verso la vocazione universale («ecumenica») che esso sentiva così fortemente in sé. Ed il cui primo passo in tal senso fu lo sforzo di sfruttare la rivolta delle masse contro l’aristocrazia ellenistico-romana<a title="" href="#_ftn7">[7]</a>, impersonando così sul piano teologico le esigenze delle prime (e sgominando così anche le teologie metafisiche concorrenti, sia delle religioni misteriche orientali sia di quella vera e propria religione filosofica che fu lo stoicismo). Il secondo passo fu poi quello di occupare lo stesso spazio storico-geografico e politico dell’«Imperium»<a title="" href="#_ftn8">[8]</a>. Operazione che si sarebbe conclusa poi solo molti secoli dopo con la conquista del mondo intero da parte delle armate ispano-cattoliche. E con l’annientamento in tal modo di ogni residuo planetario di Paganesimo.</p>
<p>Insomma, se la metafisica pagana iniziava a rendersi conto solo allora (ma decisamente troppo tardi) del prezzo da pagare per non aver voluto essere una vera e propria teologia, cioè una Chiesa istituzionale<a title="" href="#_ftn9">[9]</a> –  e così iniziava a mobilitarsi contro il Cristianesimo –, la prima mossa della guerra va attribuita senz’altro a quest’ultimo. E quindi anche la responsabilità di una polemica tanto virulenta quanto in primo luogo strumentale, ovvero posta in atto a fini ben più strategici che non invece dottrinari. Una polemica di guerra, insomma, che poi sarebbe continuata ininterrottamente nel corso delle incessanti lotte storiche contro le «eresie». Ed in tale contesto bisogna dunque prendere atto senz’altro dell’evidenza di una vera e propria usurpazione a danno del Paganesimo. Consistita a nostro avviso soprattutto nel volersi attribuire la proprietà esclusiva su un pensiero metafisico (con la presentazione di una metafisica sofisticata che invece un Paganesimo ingenuo, volgare e corrotto non avrebbe mai avuto), che in verità però non era mai stato affatto suo. Al di là infatti dell’elaborazione del concetto metafisico di Dio immanente o vivo, che trova nel Cristianesimo una formulazione forse davvero unica (ma che comunque trova notevoli una precisa eco in moltissime tradizioni pagane, oltre che in quel politeismo monoteista che fu l’induismo)<a title="" href="#_ftn10">[10]</a>, è chiaro che la metafisica cristiana del Dio trascendente (poi sviluppata notevolmente nella sua mistica) trova le sue radici nella religione giudaica. Ma quest’ultima va poi riconosciuta come strettamente legata al quella tradizione teologico-metafisica mazdeico-avestica che aveva costituito  l’autentico ponte tra il politeismo monoteista orientale (induismo vedico) ed il monoteismo storico-geografico occidentale<a title="" href="#_ftn11">[11]</a>. Inoltre vanno riconosciuti perfino i legami della religione giudaica con molte religioni pagane del bacino mediterraneo orientale, inclusa quella greco-cretese<a title="" href="#_ftn12">[12]</a>. Una testimonianza in tal senso ci viene peraltro proprio dallo stesso Eusebio (nella sua lettura di Porfirio), che parla di un’autentica stretta prossimità tra il dio Apollo e gli Ebrei<a title="" href="#_ftn13">[13]</a>.  Ed a tale proposito qui non si può davvero dimenticare il fatto che Nietzsche<a title="" href="#_ftn14">[14]</a> accusò il Cristianesimo di non aver fatto altro che appropriarsi della metafisica greca, specie platonica.</p>
<p>Tutto questo però non significa altro che questo : – quando si parla di metafisica, non bisognerebbe mai dimenticare che essa è una ed una sola! Non però nel forzoso senso dell’universalismo ecumenico (cioè in forza di un mero atto storico), bensì invece in sé e per sé. Come del resto sostenuto da moltissimi studiosi tradizionali<a title="" href="#_ftn15">[15]</a>. I quali convergono tutti (sebbene nelle differenze che comunque li contraddistinguono) verso la delineazione di un’unica metafisica a diffusione planetaria (eterna, trascendente e sovrumana), alla quale si può dare il multiplo nome di “<i>Scienza Sacra</i>” o “<i>Religio aeterna</i>”. Ebbene, tale metafisica può e deve essere riconosciuta come “<i>integrale</i>” (Vallin), e quindi come in grado di riassorbire in sé qualunque metafisica storico-geografica (e conseguentemente anche qualunque locale tradizione metafisico-religiosa o teologica). Ed il Cristianesimo rientra senz’ombra di dubbio in tale riducibilità. Così come anche il Paganesimo greco-romano stesso. Sebbene, con l’estremamente rilevante differenza tra le due posizioni, rappresentata dalla ben diversa consapevolezza di tale riducibilità. Massima nel Paganesimo greco-romano<a title="" href="#_ftn16">[16]</a>, e minima, anzi per la verità nulla, nel Cristianesimo. Possiamo dunque riscontrare proprio in questo il nucleo dell’intera questione. La differenza tra le due posizioni appare infatti segnata proprio da quella propensione polemica del Cristianesimo che è chiaro indice del violento rigetto di questa pur necessaria consapevolezza. Pena lo snaturamento completo dell’esperienza religiosa che ne risulta (completamente offuscata dalle esigenze di una mera Istituzione). Ed in realtà, in base a quanto chiarito da Schuon<a title="" href="#_ftn17">[17]</a>, la vera vocazione del Cristianesimo non appare essere stata affatto questa. Insomma deve stare proprio qui  il nucleo negativo e fuorviante dell’intero questione della CIAD. Perfino al di là del fatto del se la CIAD sia effettivamente possibile o meno. Difficoltà che senz’altro viene sottolineata con forza da Agostino, e non senza ragione. Ma che è comunque impossibile che non sia stata ben presente alla metafisica pagana. E peraltro nel contesto di una propensione alla sublimità del pensiero (propria della prospettiva iper-razionale) che è tale da rende ben più probabile, nel suo contest, una consapevolezza addirittura maggiore di quella cristiana. Constateremo molte tracce di questo proprio nel pensiero di Porfirio.</p>
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<p><b>I- La CIAD presso Porfirio</b></p>
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<p>Proprio per questo, prima di dedicarci agli spunti emergenti dal testo di <i>De Trinitate</i>, e prima anche di prendere in esame il pensiero di Porfirio, crediamo di dover illustrare il più sinteticamente possibile gli elementi per poter raffigurare il modo in cui la CIAD dovette essere sentita entro il Paganesimo greco-romano.</p>
<p>In primo luogo va dunque gettato uno sguardo sulla stessa tradizione costituita dalla religiosità misterica<a title="" href="#_ftn18">[18]</a>. E che poi costituisce in primo luogo quella cultualità religiosa largamente popolare alla quale sempre mettè capo una dottrina metafisico-religiosa invece estremamente sofisticata. Come tale in gran parte segreta, e pertanto appannaggio delle sole <i>élites</i> aristocratico-sacerdotali (esoterismo élitario). Ebbene, la prassi iniziatica era senz’altro al centro di questa così multiforme dottrina ed essa costituiva indubbiamente un’ascesa verso il Principio divino. Del resto proprio quest’ultima fu la base sulla quale il pensiero filosofico-metafisico neoplatonico-pagano si mosse nel concepire una vera e propria “<i>teurgia</i>” (sebbene il valore attribuito ad essa abbia conosciuto accenti abbastanza diversi)<a title="" href="#_ftn19">[19]</a>. Ossia una base cultuale e pratica che può bene essere assimilata alla dimensione della «Fede» quale punto di partenza della dimensione della «Ragione».  Ora, non vi è dubbio che si può riscontrare qui un’intensità dell’esperienza religiosa che non trova pari nel corrispondente versante cristiano. Ed uno dei suoi principali aspetti può essere considerato senz’altro proprio la doppia valenza, ignorante e colta, che ha la stessa unitaria esperienza. Cosa poi senz’altro in relazione con l’ammissione del fenomeno di quel manifestarsi discendente del dio che sempre soverchia così completamente l’essere umano (“<i>enthousiasmos</i>”) da portarlo letteralmente fuori di sé. Proprio su questa linea verticale, però, appare essere concepibile anche l’ascesa al divino. E questa senz’altro deve anche prescindere (trascendendole) dalle componenti sensuali-orgiastiche dell’esperienza religiosa discensiva. Il che rivela poi che le caratteristiche indubbiamente inquietanti di quest’ultima sono da attribuire  semplicemente alle cogenze imposte dal punto di vista di un’umano-immanente. Il quale, essendo letteralmente invaso dal divino-trascendente, non può in alcun modo conservare la sua usuale integrità. Ma è allora del tutto ovvio che, intraprendendo la direzione opposta (quella dell’ascesa), tali inconvenienti vengano corretti. In questo senso allora l’ascesa va a correggere la discesa. Ma comunque nel senso di una correzione e non invece di una sostituzione esautorante. E qui viene decisamente in primo piano l’aspetto genuinamente «filosofico» (ma anche ovviamente metafisico-religioso) – e dunque in qualche modo razionale e non invece sensuale – della correzione che è qui in causa. Va anche considerato  che, nella figura di Śiva<a title="" href="#_ftn20">[20]</a> (estremamente simile a Dioniso), la religione indù ha sempre conosciuto la non contraddizione tra gli aspetti pur sfrenatamente dionisiaci dell’esperienza religiosa e quelli più elevatamente spirituali. Il che significa che l’ascesa filosofica ricalca alla fine proprio questa non contraddizione</p>
<p>Ebbene, proprio in relazione a tale ultimo aspetto, va tenuto conto anche della complessiva critica fatta dal Graves a tutto questo<a title="" href="#_ftn21">[21]</a>. Egli accusava infatti proprio lo spirito filosofico della cultura greca di aver coartato completamente i tratti di un’esperienza religiosa originaria<a title="" href="#_ftn22">[22]</a>. Che per lui aveva invece il suo valore di per sé, e che quindi non necessitava di alcuna correzione. Non possiamo però soffermarci su questo. Fatto sta che la complessità polimorfa, ed in un certo senso anche debitamente disinibita (quanto alle esigenze di un troppo angusto moralismo), di tale complessiva dimensione di prassi e pensiero, dovette essere presente ancora nella sua interezza entro la riflessione neoplatonico-pagana che abbiamo prima menzionato. E proprio così essa si presenta presso quel Porfirio che da un lato si ingegna di difendersi dalle così pressanti accuse degli intellettuali cristiani (ormai estremamente agguerriti) e dall’altro lato sembra anche letteralmente condizionato dalle perplessità indotte in lui da tale polemica. E ciò senz’altro anche a fronte da un lato della necessità urgentissima della religione pagana di organizzarsi in una Chiesa (cioè in una ben definita Teologia) e dall’altro lato dalle esigenze tematiche poste da quel Cristianesimo ormai già decisamente trionfante. Era infatti ormai decisamente quest’ultimo il vincitore storico, e quindi quello, tra i due contendenti, che sceglieva il campo di battaglia e prendeva l’iniziativa. Per essere dall’altro solo seguito.</p>
<p>E qui assume allora importanza primaria il ruolo (preparatorio ma anche unificante) affidato a quella “<i>teurgia</i>” entro la prospettiva di un’ascesa filosofica che punta decisamente a raggiungere Dio stesso per penetrarlo intellettualmente – essa è pertanto una vera e propria ascesi e quindi è mistica in senso molto prossimo alle religioni moralistiche<a title="" href="#_ftn23">[23]</a>.  Ma la teurgia è in sé comunque estremamente prossima al vissuto immanente del divino, e quindi alla sua manifestazione nella carne così come nella storia – e ciò fino agli aspetti inquietanti ed imbarazzanti che abbiamo prima accennato. Si può insomma presumere che essa sviluppi sul piano appena orizzontale ed immanente una consapevolezza metafisico-religiosa che conserva però solo sul piano trascendente (in alto e nella prospettiva verticale) la sua vera integrità. Ebbene, una parte delle tesi filosofico-neoplatoniche rispetto a tale aspetto (Giamblico)<a title="" href="#_ftn24">[24]</a> prevede invece un vero e proprio procedere parallelo di teurgia e filosofia. Qui la teurgia non viene vista allora come l’amministrazione meramente <i>in orizzontale</i> della realtà divina, ma invece in primo luogo come una via di tipo verticale costantemente aperta (e di direzione bilaterale) tra l’umano-terreno ed il divino. E bisogna dire che è stato proprio sulle tracce di tale interpretazione che si è mossa molto tempo dopo tutta una prospettiva di moderno pensiero metafisico-religioso incentrato sulla prassi teurgica e di cui ultimamente Evola<a title="" href="#_ftn25">[25]</a> ci ha disegnato gli specifici tratti ermetico-alchemici. Dove poi ciò che qui domina è l’aspirazione dell’uomo a sopravanzare Dio stesso nella sua divinità. Siamo però con ciò appena nel contesto di un moderno Titanismo del tutto iconoclastico. Il quale, se afferma di voler recuperare tutta la tradizione metafisico-religiosa effettivamente oppressa dal Cristianesimo, in verità si muove in senso decisamente deicida e quindi anti-religioso. Non a caso il brodo di cultura in cui è maturato tutto questo è stato quel così controverso movimento della “<i>rivoluzione conservatrice</i>”<a title="" href="#_ftn26">[26]</a> entro il quale è insorto poi di fatto l’intero nucleo di idee antimetafisiche che Heidegger (sviluppando così Nietzsche) faceva assurgere alla dignità di quel moderno paradigma dogmatico di pensiero. Per il quale l’intera metafisica è quanto di più spregevole l’uomo abbia mai conosciuto<a title="" href="#_ftn27">[27]</a>. E ciò con l’aggravante di costituire perfino un’estremamente moderna versione, ormai solo de-costruttiva (cioè distruttiva) ed apertamente rivoluzionaria,  del tradizionale pensiero esoterico, escatologico e tendenzialmente neo-pagano<a title="" href="#_ftn28">[28]</a>. Ed è esattamente su questa base che oggi buona parte della Filosofia accademica celebra il culto di Heidegger. Sta di fatto che comunque non pochi aspetti della riflessione più esoterica (quanto anche anti-semita) del pensatore tedesco<a title="" href="#_ftn29">[29]</a> si sposano apparentemente in modo perfetto con quella metafisica religiosa tradizionale che, se interpretata con spirito anti-religioso, può ben fungere da base per un moderno neo-paganesimo titanista e demonico. Che è poi di stampo tanto dionisiaco quanto anche shivaita. Emblematico è l’intendimento heideggeriano dello spirito come “<i>fuoco</i>” distruttivo, che trova una precisa eco nel culto di Śiva – qui il fallo divino sempre eretto (fremente distruttore e creatore) è appunto una “<i>colonna di fuoco</i>”<a title="" href="#_ftn30">[30]</a>.</p>
<p>Ebbene, Porfirio risente fortemente delle perplessità qui accennate (e quindi in qualche modo legittime). Come ci mostra il Girgenti, infatti, già nel suo <i>De regressu animae</i> ( DRA) egli si chiede se la teurgia non vada considerata appena come un primo passo dell’ascesi filosofica a Dio<a title="" href="#_ftn31">[31]</a> e quindi appunto un’esperienza solo basilare. Dunque una mera amministrazione orizzontale del divino. O tutt’al più una mera prassi preparatoria, che può pertanto sì elevarsi (inarcandosi verso l’alto con il maggiore sforzo possibile) ma solo di pochissimo. Tutto il resto deve invece farlo la filosofia. E proprio qui di delinea un punto di insanabile contrasto con Agostino : – per lui infatti la filosofia (per quanto strenuamente metafisica) non ha affatto questo potere! Ma qui si delinea anche già la possibile estensibilità del concetto di intima relazione tra Rivelazione  (Fede) e Filosofia (Ragione)<a title="" href="#_ftn32">[32]</a> che si sviluppò poi in tutto il pensiero platonico-cristiano ma che trova evidentemente proprio qui le sue premesse.</p>
<p>Ancora più importante ci sembra comunque l’opera di Porfirio dal titolo <i>Filosofia rivelata dagli oracoli</i> (FRDO). Dalla quale pare che lo stesso Agostino, assetato di Dio già prima della conversione, apprendesse la teologia mistica<a title="" href="#_ftn33">[33]</a>. In quest’opera viene teorizzata una purificazione dal sensibile (<i>katharsis</i>), da ottenersi proprio per mezzo degli oracoli divini (teurgia), grazie alla quale poi elevarsi all’ascesi filosofica (<i>theoria</i>). Ma si tratta proprio del senso pieno del termine “<i>theoria</i>”, e cioè quello di “<i>visione</i>” (non a caso poi illustrato dallo stesso Agostino più volte nel <i>De Trinitate</i>). Dunque si tratta di una CIAD che è contemplazione di Dio nell’unione a Lui. Non a caso Porfirio ritiene che sia essenziale in questo una vera e propria “<i>apparizione</i>” (“<i>epiphaneia</i>”) di Dio al filosofo. Ed è da notare bene che qui il distacco dal sensibile come carne è ancora più intenso che non nel Cristianesimo – dato che in tale contesto non vi è alcuna traccia di un Dio vivo. Ed infine Porfirio, nel suo <i>Gli oracoli della Teosofia</i><a title="" href="#_ftn34">[34]</a> ci offre un fondamentale elemento per la CIAD, e cioè quello di una conoscenza che è del tutto al di sopra della stessa intellettualità. Essa è “<i>agnosia</i>”, ovvero «non-conoscenza». Sarebbe però più corretto parlare di «iper-conoscenza»<a title="" href="#_ftn35">[35]</a>. Un’idea comunque del tutto contraria a quella della Gnosi. Gli studiosi pensano che proprio con quest’idea, si arresti entro il neoplatonismo il misticismo speculativo (che da Platone procedeva fino a Plotino e Porfirio) ed inizi invece, da Giamblico in poi, il misticismo fideistico, ovvero pienamente teurgico. E quest’ultimo si pronuncia però poi esattamente come Agostino : – l’Uno divino è del tutto inaccessibile, e pertanto è accessibile solo con la fede. In ogni caso va considerato che lo stesso Porfirio introduce una notevole deriva teurgica al così rigoroso intellettualismo di Plotino<a title="" href="#_ftn36">[36]</a>. Anzi l’altro commentatore dei testi porfiriani, il Muscolino<a title="" href="#_ftn37">[37]</a>, parla a tale proposito di una vera e propria degenerazione del neoplatonismo nel senso di una magia stregonesca.</p>
<p>Un ulteriore importante punto di riferimento emerge anche laddove il Girgenti menziona le radici platoniche della prospettiva sviluppata da Porfirio<a title="" href="#_ftn38">[38]</a>. E particolarmente quella figura del <i>Daimon</i> che è centrale nel senso di costituire un intermedio tra uomo e Dio. Per mezzo del quale si prende dunque atto proprio del fatto che in via di principio la CIAD non è affatto alla portata del primo. Per cui l’ascesa può essere intesa solo come il riconoscimento nel profondo dell’uomo di ciò che in lui è essenzialmente divino. Il che è poi la ricerca della propria profonda identità profonda alla quale il <i>Daimon</i> ci guida. È esattamente in questi termini e con questo senso che il Viola<a title="" href="#_ftn39">[39]</a> ci illustra il cammino per mezzo del quale il <i>Daimon</i>, o Dio immanente, ci riconduce al <i>Genius</i> quale Dio trascendente. Ma di tutto questo si trova una traccia tangibilissima nel pensiero di Agostino.</p>
<p>Sta di fatto che, come posto il luce dal Muscolino<a title="" href="#_ftn40">[40]</a>, con Porfirio si affaccia la realtà di quella “<i>teosofia</i>” che introduce un elemento davvero significativo, e cioè quello della Rivelazione della Sapienza divina. E tuttavia la teosofia non chiude affatto il discorso su tutto questo. Dato che con essa va sì intesa la rivelazione concessa da Dio ma anche la scienza di tale rivelazione (sebbene Dio resti inconoscibile). Si lasciano intravvedere proprio qui una serie di significati che nel Cristianesimo sono restati del tutto occultati (e che peraltro in Agostino riemergono qua è là)</p>
<p>In particolare il concetto della connessione di ininterrotta continuità esistente tra Dio, come Causa del tutto sconosciuta (dalla quale procede la Sapienza come ineffabile Rivelazione). Ma anche il concetto del mondo come sua fattiva Rivelazione. Non nell’esteriore però, bensì nel più puro e nascosto interiore di ogni cosa (uomo incluso) ; laddove Dio stesso è presente nuclearmente come Spirito impregnante ogni cosa. La “<i>Sophia</i>” è dunque proprio questo, di fatto una scienza occulta della Natura, rivelante un mondo di presenze divine statiche e dinamiche. La dottrina di Proclo poi svilupperà particolarmente la così compatta ed inesorabile connessione di cause ed effetti, ripercorribile continuamente a ritroso sulla via dell’intelligibile<a title="" href="#_ftn41">[41]</a></p>
<p>Infine conviene lasciar parlare alcuni punti dei testi stessi di Porfirio. Che però purtroppo conosciamo quasi solo attraverso il commento critico degli apologeti cristiani, tra i quali appunto Agostino.  A proposito del DRA<a title="" href="#_ftn42">[42]</a> l’Ipponate stesso (specie nel suo <i>De Civitate Dei</i>) svaluta totalmente la prassi e la teoria della teurgia, considerandola poco più che un’abusiva elevazione di demoniche e spregevoli divinità della natura (p. 51-59). Cosa che per lui destituisce poi completamente di fondamento la pretesa natura religiosa di un’ascesa, che è filosofica solo nel senso che essa si occupa appena di fenomeni naturali. Eppure invece proprio qui si fa sentire l’effetto costruttivo delle perplessità nutrite da Porfirio. Dato che egli istituisce una netta differenza tra il soffermarsi volgare e di massa sulla sola teurgia (che rischia di essere effettivamente solo vizioso e turpe) ed invece l’elevarsi per il suo tramite. La purificazione per via teurgica può infatti toccare appena l’anima “<i>pneumatica</i>” (ovvero “<i>sensitiva</i>”) ma non invece l’anima “<i>razionale</i>”. Quest’ultima in verità non ha alcun bisogno di purificazione. Si tratta insomma della chiara segregazione esistente tra un’ascesa filosofica solo falsa (che resta nei limiti di un fideismo superstizioso) ed un’ascesa filosofica invece davvero autentica.</p>
<p>In realtà, come lo stesso Agostino ci mostra, Porfirio pensa all’anima razionale come alla sola che sia in grado di pervenire alla CIAD (p. 69-73).  E ciò su una base ontologica che è poi quella solita della divisione dell’anima in livelli. Ma che è anche antropologica nel senso di gradi gerarchici  evidenzianti uno vero e proprio stato elettivo. Solo gli eletti sono infatti in possesso dell’anima razionale e solo ad essi è pertanto riservato l’accesso intellettivo a Dio. e questi eletti sono “<i>i filosofi</i>”. Un concetto, questo, che il Cristianesimo si è sempre rifiutato di accettare. Rifiuto del quale troviamo traccia nella polemica del Viola<a title="" href="#_ftn43">[43]</a> proprio contro il personalismo di stampo agostiniano. Il quale pretenderebbe secondo lui di affermare un concetto incondizionato ed indifferenziato del valore dell’individuo quale “<i>persona</i>”. Ebbene, Agostino nel suo commento a Porfirio si schiera proprio in questo modo (definendolo peraltro “<i>falso filosofo</i>”). Più precisamente egli invoca l’intervento della Grazia in una prospettiva insostenibile senza concepire le due realtà congiunte dell’Incarnazione e della Resurrezione.</p>
<p>Nella FRDO poi (commentata prevalentemente da Eusebio) emerge l’esposizione da parte di Porfirio di un vero e proprio concetto di Rivelazione pagana<a title="" href="#_ftn44">[44]</a>. Egli prende infatti a riferimento della sua riflessione filosofica una grande serie di scritti (oracolari) di Tradizioni metafisico-religiose, e cioè quelle di vari popoli (romani, greci, egizi, caldei, ebrei…), che egli definisce anche come “<i>popoli eletti</i>” (303F-304F p. 87-91). Ed egli dà a tutto questo il nome di “<i>loghion</i>”, riferendosi così ad una teologia di ispirazione divina. Ma comunque egli precisa anche che si tratta di una “<i>teosofia</i>”, e come tale da proteggere nella sue segretezza esoterica con un rigorosissimo impegno. E proprio qui emerge nuovamente il significato specificamente esoterico di ciò che è “<i>mysterion</i>”, in quanto Verità divina destinata ad essere rivelata. Rivelata, evidentemente, solo agli iniziati.</p>
<p>Più avanti (343 F-346F, p. 147-159) nell’esposizione del testo commentato emerge poi il fatto che Porfirio sottolinea fortemente la dimensione morale dell’ascesa filosofica. Entro la quale emerge poi la fondamentale importanza della fede. Si tratterebbe pertanto di una via non solo epoptica (iniziatica) ma anche mistica. E ciò riproporrebbe la messa in guardia di Plotino circa l’eccessiva facilità nel concepire l’approssimazione al divino. Ma qui si parla anche addirittura di “<i>preghiera</i>”. Ed il commentatore avvalora perfino l’ipotesi che Porfirio alluda qui addirittura alla persona di Gesù Cristo. Il che lascia poi pensare al sussistere effettivo presso lo stesso pensatore di un’intenzione di superare la contrapposizione tra Paganesimo e Cristianesimo.</p>
<p>Infine c’è da registrare quanto emerge in uno scritto che compare in appendice rispetto alla FRDO, e cioè il testo dal titolo <i>Dalla Teosofia di un anonimo Monofisita</i> (1-5a p. 169-179). Qui è all’opera la metafisica teologica caldaica stessa, che non fa altro che darci di Dio una raffigurazione sublimemente apofatica. Quello che viene raffigurato è pertanto il Dio trascendente stesso, che poi viene narrato da Apollo quale suo oracolo. Alla fine però emerge che il discorso verte su Apollo stesso come Dio vivo ed immanente. Ccioè come un “<i>dio che soffre, ma non soffre la sua natura divina</i>”, che condivide la natura umana e quella divina e quindi è “<i>anche uomo</i>” –  ovvero Cristo stesso. Egli non è altro che il Figlio che per mezzo di sé stesso ci parla del Padre. Ebbene un testo come questo sembra mostrarci chiaramente con quale forza, decisione e coerenza la metafisica pagana tendeva a trapassare in quella cristiana. E Porfirio ci appare allora proprio come un anello di congiunzione di capitale importanza tra le due sfere di pensiero. Il riferimento proprio a lui da parte di Agostino, sebbene solo polemico e demolitorio, ci sembra pertanto estremamente significativo proprio nel senso della tesi che qui sosteniamo.</p>
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<p><b>II- La CIAD presso Agostino</b>.</p>
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<p>E veniamo ora al <i>De Trinitate</i> di Agostino, per il quale procederemo ad un’esposizione ordinata secondo la successione dei quindici libri in cui l’opera si divide. Ma prima di entrare le merito del testo, bisogna dire che un pensatore che era stato così intellettualmente intimo a Porfirio ed al neoplatonismo non può essere preso in considerazione solo per le posizioni polemiche assunte a partire dalla sua conversione in poi. Bisogna insomma tener presente che una sostanziosa parte della dottrina criticata da apologeta deve essere stata da lui anche assorbita e perfino condivisa. E questo può spiegare le così tante suggestioni che vedremo emergere nel testo nel senso di una larvata apertura alla possibilità di una CIAD.</p>
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<p>Nel primo libro<a title="" href="#_ftn45">[45]</a>  il pensatore attacca direttamente il concetto gnostico di CIAD definendolo come appena vano quanto vuoto orgoglio. Dato che l’uomo può solo limitarsi a desiderare Dio nella fede, affidandosi peraltro al vissuto di Lui per mezzo del Figlio. E tuttavia egli porta in primo piano anche l’esigenza esoterica affermando che la stessa reticenza della Scrittura riguardo alla natura di Dio (con rarissime eccezioni, quali l’”<i>Io sono</i>” dell’Esodo) rinvia ad un’assolutamente primaria dimensione teologico-negativa della CIAD. Che va poi intesa nel senso più affermativo della negatività, dato che essa segna la sfera di conoscenza che è del tutto inaccessibile all’intelletto umano. Considerando invece la negatività  in un altro senso – e cioè come indicazione di una sfera nella quale l’intelletto si muoverebbe in senso sì «negativo» ma comunque pieno –, non si farebbe altro che consentire il tradimento di Dio quale oggetto di conoscenza. Il rinvio alla dimensione esoterica viene qui comunque completato dal richiamo all’Apostolo Paolo. Quale esempio di un “<i>uomo spirituale</i>” che è senz’altro più prossimo alla CIAD di quello medio. Ci sembra quindi evidente che la sua negazione della dimensione elettiva della CIAD non è poi così totale.</p>
<p>Nel secondo libro<a title="" href="#_ftn46">[46]</a> persiste questo sia pur larvato rinvio all’elettività della CIAD. Sebbene sempre insistendo sul presupposto indispensabile di uno stato ontologico che è solo ultra-terreno e post-mortale. Inoltre Agostino sottolinea qui anche la necessità assoluta della rinuncia a sé stessi quali esseri pensanti, per sottomettersi invece sempre alla Scrittura (nonostante quelle sue “<i>ambiguità</i>” che comunque mettono così a dura prova la fede). E tuttavia, nonostante questo pressante richiamo alla passività, il rinvio all’elezione si riconferma attraverso la menzione esplicita dell’attività implicata nella CIAD (il suo contrario è infatti solo “<i>pigrizia</i>”).  Attività che poi caratterizza lo stato ontologico pre-mortale della CIAD. E cioè quello vissuto dal fedele per l’intermediazione del Figlio (Dio immanente), da intendere a sua volta come l’operare dello stesso Padre (Dio trascendente). E tuttavia la complessiva «azione passiva» qui configurata (equivalente all’affidarsi totalmente al Cristo) mette alla fine comunque capo alla comprensione di quella realtà divina trinitaria che è poi l’incomprensibile stesso. Qui si discute non a caso proprio del Figlio quale “<i>mandato</i>” – in quanto Egli non solo è Colui che manda sè stesso ma è anche ciò verso cui viene mandato, ovvero il mondo o essere nella sua estensione orizzontale. La sua intermediazione chiama quindi in causa quell’Essere senza il quale la conoscenza di Dio è impossibile. Ma si tratta di un sublime Essere totale, che pone in continuità (in verticale) il livello ontologico divino (esplorabile solo in modo iper-razionale) con il livello ontologico terreno-umano che comunque è qui pressantemente chiamato alla conoscenza. L’accento posto pertanto sullo stato ontologico non indica solo ciò che ci sarà solo nella vita ultraterrena (ma ora non c’è), bensì indica anche quello jato tra determinato ed Indeterminato che chiede di essere superato. E così perdono non poco di spessore tutte le accuse dell’apologetica cristiana a quell’ascesa filosofica che propria a tale così sublime continuità verticale si appellava. Proprio qui ci appare dunque evidente quanto iper-razionale ed esoterico fosse il concetto dell’ascesa filosofica a Dio, e quanto ingiustificato sia stato liquidarlo come una volgare e vanagloriosa ingenuità. Dato però che chi ha fatto questo sono stati pensatori ai quali ciò non poteva sfuggire, è evidente che si è trattato solo di un espediente apologetico.</p>
<p>Ma Agostino nel quarto libro<a title="" href="#_ftn47">[47]</a> sente comunque l’esigenza di demolire la prospettiva filosofica come muoventesi esclusivamente sul piano naturale ed esteriore. E ci richiama pertanto ad una conoscenza pienamente interiore, che è poi quella del “<i>conosci te stesso</i>”. Qui poi la differenza rispetto alla prospettiva dell’imperativo delfico (pagano) sta nel fatto che, nel suo intendimento agostiniano, il ritrovamento della propria identità è scoperta di una debolezza e non di una potenza. Ma di nuovo è la sublime ontologia del Figlio quella che qui offre sé stessa come intermedio – e precisamente attraverso la sua valenza di Dio presente interiormente nella forma di una potenza conoscitiva, quella animico-razionale.  L’indicazione è quella di una via interiore alla vera dimensione ontologica, e questa è chiaramente quella del Ritorno. Per cui, se qui Agostino condanna di nuovo la filosofia (in quanto non fa riferimento alla Rivelazione), tuttavia anche distingue in essa la parte (platonica) pregevole in quanto tiene presente il Ritorno. E qui menziona peraltro espressamente il Platone del <i>Timeo.</i> In ogni caso decisiva appare essere quella dimensione ontologico-morale in assenza della quale l’ascesa filosofica resta nei fatti solo freddamente teoretica. Ma qui, insieme all’usuale sottolineatura dell’elemento della fede (quale immanenza temporale dell’esperienza di Dio), emerge anche decisamente quell’elemento dell’eternità che costituisce poi l’orizzonte sovra-temporale trascendente e sovrannaturale. E così ci sembra che sia chiaramente indicata almeno (nella sua effettiva apertura) la prospettiva della CIAD.</p>
<p>Il che è ancora più significativo se si tiene conto del fatto che nel quinto libro<a title="" href="#_ftn48">[48]</a> Agostino fa una davvero significativa distinzione rispetto alla dimensione esoterica della CIAD. In quanto afferma che Dio può essere anche pensato, ma di certo non può essere detto. Non viene però precisato se tale difficoltà sia dovuta ad un’incapacità oppure ad un’impossibilità. Laddove in quest’ultimo caso si dovrebbe pensare al segreto esoterico da osservare circa la realtà divina. Del resto il pensatore sottolinea qui nuovamente l’umiltà umana come caratteristica dello stato ontologico per mezzo del quale esso si approssima a Dio. E ciò viene giustificato con la non parità dell’intelletto umano con l’intelletto divino. Anche qui resta comunque però aperta la questione se tale incapacità sia dell’uomo totale, o invece sia limitata alla sua condizione media.</p>
<p>Nel settimo libro<a title="" href="#_ftn49">[49]</a> viene condotta un’argomentazione che non ci interessa direttamente. Ma essa, introducendo il tema della differenza tra essenza, persona e sostanza (entro la realtà trinitaria) – che poi sarà trattato più diffusamente dopo – sottolinea comunque la necessità di una conoscenza del tutto iper-razionale della realtà divina. Nel nono libro<a title="" href="#_ftn50">[50]</a> comunque cade poi un accenno piuttosto suggestivo alla possibilità che tale conoscenza venga effettivamente perseguita. Qui infatti il pensatore afferma che comunque noi “<i>cerchiamo la Trinità</i>”, ovvero aspiriamo a conoscere Dio. Sebbene ciò non sia affatto impossibile, bensì comunque “<i>difficilissimo”</i>. Le argomentazioni usate per questo sono quelle già menzionate, eppure sembrerebbe qui che quell’incapacità costituzionale prima attribuita all’intelletto umano non venga poi considerata come assoluta ed omni-valente. Peraltro qui si parla della necessità di preferire l’essere conosciuti da Dio piuttosto che conoscerlo. Ed a ciò viene aggiunto che siamo costretti ad invocare il suo “<i>aiuto</i>” per poter assurgere a quella condizione di “<i>faccia a faccia</i>” («visio beatifica») senza al quale la CIAD è davvero impossibile. Ora si può davvero pensare che, nel caso di un oggetto conoscitivo quale è Dio, la dimensione passiva della conoscenza (nella quale l’uomo è ridotto al Suo cospetto) revochi davvero ogni conoscenza in assoluto? Come se Agostino stesso dice che l’intelletto umano è nulla rispetto a quello divino? Non è invece ben più probabile che, in questo «essere conosciuti da Dio», si  intenda una conoscenza umana che viene potenziata proprio in quanto trascesa ed abbracciata?</p>
<p>In realtà la richiesta di aiuto deve venire, dice il pensatore,  “<i>proprio da colui che vogliamo comprendere</i>”. Quali che siano le condizioni ontologiche effettive in cui la CIAD può effettivamente avvenire, sta di fatto, pertanto, che con essa va comunque intesa una pienezza di conoscenza. Ma allora il <i>credo quia intelligam</i> al quale qui ci si riferisce può anche significare che noi (almeno tendenzialmente) vogliamo anche comprendere anche ciò in cui intanto crediamo. E forse che l’assoluta non ordinarietà dell’atto di ascesi filosofica (che abbiamo visto affermato con tanta cura da Porfirio) non prende atto proprio di questo? Ovvero di una prospettiva sempre solo tendenziale e dal risultato aperto. Del resto nessuno ha mai detto che la stessa ascesi iniziatica fosse sempre destinata ad essere coronata da sicuro successo.</p>
<p>In ogni caso ne prosieguo di tale discorso Agostino sviluppa la sua ben nota dottrina di quell’auto-conoscenza animica che è caratterizzata anche dall’auto-erotismo. Non entreremo qui nel merito di tale discorso perché esso è estremamente complesso e ci porterebbe fuori tema. Comunque va detto che emergono qui come decisivi gli elementi della spiritualità incorporea caratterizzante una realtà la cui sostanza unitaria va definita come “<i>essenza</i>”, e quindi rimanda continuamente ad una relazione tra termini che è sempre auto-riflessiva. Dunque è insieme sempre Conoscenza ed Essere. In tale contesto si configura quindi una conoscenza strenuamente interiore che riporta decisamente la spiritualità umana a quelle dimensioni dell’eterno (immortale) e del trascendente che in sé sono solo divine. E ciò riduce decisamente la prospettiva epistemologica ed immanente dell’anima conoscente (così com’è stata colta in Agostino dalla filosofia moderna) ad una prospettiva nello stesso tempo anche ontologica, il cui supremo termine è il vero Soggetto, e cioè Dio stesso. E qui decisamente ritorniamo alla CIAD, che risulta fortemente sottolineata in una prospettiva così strenuamente spirituale-interiore, entro la quale la dimensione erotica (desiderio) sfugge completamente a cogenze esteriori e sensibili. A tale proposito si parla non a caso di conoscenza di un vero che è solo trascendente. E questo è un oggetto del tutto sovrannaturale e trascendente di conoscenza. Non solo però, perché secondo Agostino si profila dall’altro lato (quello umano) quella “<i>razionalità</i>” che è poi il vero nucleo e baricentro dell’intera dimensione animico-conoscitiva.  È infatti proprio in essa che sboccia quella “<i>parola interiore</i>”, che poi è in ininterrotta connessione con la Parola sublime ; ovvero quella che è <i>Logos</i> proprio nel senso che per suo mezzo tutte le cose sono state create. Ecco allora che alla razionalità umana viene concessa la potenzialità assoluta di esistere solo per conoscere proprio la verità nella sua trascendenza. Proprio in questi termini si parla di una vera e propria “<i>nascita</i>” in essa della parola interiore. Con essa però non si tratta affatto di un “<i>parto</i>”, ovvero generazione immanente. Il fenomeno non conosce infatti alcun condizionamento naturale. Qui invece si realizza quell’estrema similitudine con l’oggetto di conoscenza (Dio) che poi,  realizzando il culmine stesso della dimensione auto-erotica dell’auto-conoscenza, assimila di fatto quest’ultima alla possibilità piena della CIAD. Ecco allora che (data anche la natura strenuamente morale di tale conoscenza) con l’auto-conoscenza si tratta del raggiungere il culmine qualitativo immanente stesso delle proprie potenzialità. Ma questa è solo una stazione intermedia, su una via che incontestabilmente ha proprio la CIAD come sua stazione davvero ultima. Ecco dunque che nuovamente la CIAD viene considerata nella sua non solo possibilità ma addirittura indispensabilità. Essa deve almeno essere concepita come orizzonte della conoscenza nella sua vera integralità.</p>
<p>Nel decimo libro<a title="" href="#_ftn51">[51]</a> Agostino sviluppa ulteriormente il discorso fatto prima ponendo in luce il vero e proprio mistero della potenza conoscitiva propria della razionalità animica. Ed egli conduce qui il discorso in un modo che richiama molto da vicino l’intera riflessione di Platone sul rapporto tra la conoscenza animica ed una scienza del tutto previa (quindi solo trascendente) nella quale soltanto è attingibile l’autentica Verità. E quindi è in realtà sapienza. Non a caso tutta la riflessione agostiniana sulla dimensione erotica di tale conoscenza risulta riportabile fortemente alla dottrina esposta nel Simposio e che verte sulla ricerca della proprio profonda e misteriosa identità. Nascosta proprio nell’anima. È dunque in questi termini che giunge a compimento qui quella riflessione dell’Ipponate sul “<i>conosci te stesso</i>” che è poi di per sé fortemente platonica – ciò specificamente nel senso del richiamo all’interiore ed all’eterno quale assoluti valori. E che quindi riconduce ad una fondamentale moralità di tale atto che non è affatto solo cristiana</p>
<p>Nel dodicesimo libro poi Agostino riporta l’intero discorso alla realtà di quell’”<i>uomo interiore</i>” nel quale sembrano convergere la sua complessiva dottrina dell’<i>imago dei </i>(che solo in esso trova pienezza). Ed inoltre quella, di forte impronta plotiniana, della parte superiore dell’anima nella sua così forte relazione di appartenenza all’Intelletto divino. È già così evidente che la conoscenza deve essere così intesa come elevazione. È pertanto in tale contesto che la prospettiva della CIAD riemerge proprio nei termini della relazione esistenza tra la “<i>scienza</i>”, solo materiale corporale e sensibile (cioè immanente ed esteriore), e la “<i>sapienza</i>”. Che è invece solo trascendente perché concerne solo l’eterno. Come tale essa è solo contemplativa e non invece speculativa sul piano naturale.  Nonostante le consuete prudenze, a tale proposito emerge comunque qui di nuovo (sempre per mezzo di Paolo) il tema dell’elettività della conoscenza – laddove lo Spirito stesso viene qui chiamato in causa come Colui che pone in tale condizione. Ma tutto ciò viene affermato nel contesto di un’estremamente significativa precisazione circa la prospettiva della CIAD. Essa viene dichiarata essere infatti ricerca infinita. Come in quel “<i>culto di Dio</i>” (“<i>theosébeia</i>”), o anche “<i>devozione</i>”, nel quale la dimensione erotica trova una sua definizione specifica. Ed a proposito di questo termine va decisamente il concetto shivaitico di “<i>Bhairava</i>”<a title="" href="#_ftn52">[52]</a>, che è devozione n quanto “<i>realizzazione meditativa</i>”, ovvero fulminea intuizione intellettuale nella quale ogni dispersione mentale si dissolve e si raggiunge così il massimo della potenza conoscitiva (quella che tutti più o meno conosciamo nel fenomeno dell’assorbimento intellettuale). Nel pensiero di Agostino si tratta comunque ancora una volta dell’accento posto sul presupposto dello stato ontologico. E se qui parliamo chiaramente di una condizione terrena e pre-mortale, tuttavia l’elemento primario non è questo bensì invece quello della straordinaria intensità dell’esperienza. Si tratta insomma con ciò di un paradigma massimo di conoscenza. Del quale poi la metafisica integrale (Viola)<a title="" href="#_ftn53">[53]</a> parla – ma senza alcuna preclusione moralistica rispetto ad una CIAD tutta terrena –, a proposito di quel Principio divino da conoscere quale Identità assolutamente sovra-essenziale (al di sopra anche del Primo Ente). Ed in questo caso si tratta comunque della pienezza di un’esperienza intellettuale. Ebbene allora, il dire chi, come, quando e dove se ne può fare (o meno) protagonista non ci sembra che intacchi molto quest’ultimo aspetto. Che è da considerare quello davvero fondamentale.</p>
<p>Con ciò giungiamo al quattordicesimo libro<a title="" href="#_ftn54">[54]</a> nel quale Agostino dichiara definitivamente che la Sapienza è Essere prima ancora che Conoscenza. Mentre tutto il resto semplicemente non è sapienza : – né la fede (come amore di Dio) né la “<i>filo-sofia</i>” (come amore della sapienza). Entrambe sono solo ricerca e non invece sapienza. Ciononostante egli però non nega a tale proposito la legittimità del pensare. Che è però da considerare non come sapienza bensì come un semplice “<i>discutere la sapienza</i>”. È la chiara indicazione di un limite. Ma anche di una prospettiva, che è quella propria della “<i>scienza delle cose umane e divine</i>”. La ricerca si muove pertanto tra questi due termini. Pertanto quella fede che è ricerca resta di certo nella sfera terrena caratterizzata dall’”<i>esilio</i>”. Ma è anche ciò si muove verso l’eternità e non verso le cose terrene. L’antidoto a tale impotenza consiste però ancora una volta in quanto dell’uomo è insieme ontologico e conoscitivo, ovvero l’interiorità animica di tipo razionale. Che supera pertanto la stessa fede, e lo fa mettendo capo ad una forma di conoscenza ben superiore (in quanto trascendente il tempo e lo spazio), che è poi la contemplazione dell’eternità.  In questo l’anima è senz’altro ben più che mente. Qui insomma la razionalità sfocia decisamente nella contemplazione, e con ciò in un piano di essere decisamente trascendente.</p>
<p>Ci sembra che il passo dal parlare di una conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino (CIAD) sia qui davvero molto breve.  Insomma, a conclusione del suo intero discorso, Agostino sembra pronunciarsi qui davvero per la possibilità della CIAD. Il solo limite al quale egli la sottopone è pertanto quello che abbiamo già visto, e cioè quello di un non-pienezza di uno stato conoscitivo per il quale davvero non è detto che l’uomo funga da misura. Qui si tratta della sua attualità</p>
<p>in uno stato che non può essere definito in termini piattamente spazio-temporali<a title="" href="#_ftn55">[55]</a>. E diremmo che proprio qui sta allora la chiave sia del concetto di CIAD sia della prossimità ad esso da parte di Agostino.</p>
<p>È insomma del tutto vero che va ammesso che la CIAD è irrimediabilmente lontana dalla nostra condizione terrena. Ma ciò non vuol dire affatto che tale lontananza non possa essere trascesa una volta trasceso lo spazio-tempo.</p>
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<p><b>Conclusioni</b> :</p>
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<p>Pailiina Remes<a title="" href="#_ftn56">[56]</a> mostra come la relazione tra neoplatonismo pagano e Cristianesimo abbia costellato di fatto sia la nascita che la vita del primo. E precisamente essendo all’inizio caratterizzato da una convivenza del tutto pacifica. Solo l’epilogo è stato conflittuale e perfino cruento, con la chiusura nel VI secolo della scuola di Atene e l’assassinio di Ipazia per mano cristiana (vescovo Cirillo e turbe scalmanate di proletari). Il che significa che molto probabilmente lo stato naturale delle cose è proprio quello della pacifica convivenza. Peraltro bisogna notare anche (sempre sulla base della Remes) che il neoplatonismo nasce senz’altro pagano, ma poi, nonostante questi tristi eventi, si trasfonde completamente nel pensiero cristiano. Con la nascita in tal modo di quel neoplatonismo cristiano che è poi la testimonianza vivente e storica della possibilità di convivenza tra lo spirito intellettuale-religioso pagano e quello cristiano. Però non senza che i motivi del dissidio si perpetuino comunque nel senso stesso del pensiero cristiano. Con il fatto che il platonismo non solo non ha in esso mai prevalso ma inoltre è anche stato sempre considerato con molto sospetto se non antipatia. E ciò poi con l’ovvia conseguenza che molti pensatori neoplatonico-cristiani sono andati molto vicini al rogo o almeno al ludibrio ufficiale (Origene, Dionigi, Scoto Eriugena, Eckhart, Bruno…).</p>
<p>Ma comunque va preso atto del fatto che chi è stato maggiormente interessato al dissidio è stato proprio il Cristianesimo. Anche se con l’imperatore Giuliano vi fu un movimento contrario e non poco influenzato proprio dalla teologia di stampo neoplatonico. Ma si trattò appena di una parentesi della storia. Chi semina vento, però, non può che raccogliere tempesta. Ed ecco allora l’inevitabile svilupparsi progressivo di un movimento di idee del tutto contrario. Nutritosi per lunghi secoli delle linfe di dottrine occulte non solo di per sé ma anche per il rischio di persecuzione cui erano continuamente esposte (gnosi, ermetismo alchemico…), esso è poi esploso e fiorito tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Con uno scenario estremamente vario e composito di idee ed intenti. Troppo per essere qui sintetizzato. Di questo movimento di idee ci interessa in particolare la parte più positiva e costruttiva (in quanto affatto iconoclastica), cioè la corrente di studi che abbiamo già menzionato (con le sue principali voci) nella definizione di ciò che “<i>Scienza sacra</i>” (o anche “<i>metafisica integrale</i>”). Ebbene proprio in tal contesto la dottrina metafisica pagana greco-romana (in gran parte neoplatonica) veniva ripresa in forte considerazione. E con ciò si sviluppava comunque (e non senza ragione) un atteggiamento decisamente anti-cristiano e pro-pagano. Del quale può essere considerato significativo rappresentante quel Viola che da noi è poi considerato obbligatorio punto di riferimento dottrinario nell’esplorazione del neoplatonismo pagano connesso alla metafisica integrale. Ebbene la sua polemica anti-cristiana ha appunto moltissime e fondatissime ragioni. La prima della quali può però essere considerata proprio la mancata giustificazione della polemica anti-pagana da sempre sviluppata dal Cristianesimo. La cui così piatta se non volgare virulenza si può constatare proprio nelle critiche ad un pensatore come Porfirio, così come espresse da ingegni davvero notevoli (come Agostino).</p>
<p>Ora, a noi personalmente sembra che tutto ciò non ci fa procedere di un solo passo entro quello scenario della Modernità il cui fenomeno prevalente è proprio l’atto violento, ormai irreversibile, dell’annientamento di tutto ciò che è “<i>metafisica</i>”<a title="" href="#_ftn57">[57]</a>. In primo luogo se essa è religiosa, e specialmente in modo davvero strenuo (in quanto decisamente iper-razionale, spiritualista ed interiorista). Come avviene appunto nell’intero neoplatonismo – cristiano o pagano che sia. Crediamo che sia dunque giunto il momento di archiviare ogni dissidio. Così che, almeno nel contesto della metafisica più autenticamente religiosa, cioè quella neoplatonica, è decisamente giunto il momento di cercare i motivi di convergenza e non più quelli di conflitto tra Paganesimo e Cristianesimo. Ebbene, tali motivi sono evidenti nell’opera di pensatori neoplatonico-cristiani (come appunto Origene, Dionigi, Eriugena ed Eckhart) presso i quali la continuità tra neoplatonismo pagano e cristiano è più evidente<a title="" href="#_ftn58">[58]</a>. E ciò senz’altro per la decisiva intermediazione del neoplatonismo cristiano greco, e cioè quello della Patristica greca (Basilio, Massimo, Gregorio di Nissa, Gregorio da Nazanzio, Nemesio). Ma abbiamo anche visto in Porfirio che ciò trova una precisa eco anche dal lato pagano.</p>
<p>Ed è esattamente su tale aspetto che questo articolo intende focalizzare l’attenzione degli studiosi e dei lettori. In particolare però di coloro ai quali sta a cuore la sopravvivenza storica di una metafisica religiosa – per quanto in una nicchia isolata dalla moderna devastazione.</p>
<p>Ma un ultimissimo argomento va aggiunto a tutto ciò. E questa volta abbastanza sbilanciato verso la sfera cristiana del pensiero metafisico. Ma siccome il tema della CIAD ha rappresentato il nostro principale punto di vista in questo articolo, vedremo subito che il nostro argomento rientra benissimo anche nella sfera pagana dello stesso pensiero. In realtà (come peraltro supportato dal significato primario del termine “<i>mistico</i>”, e cioè quello relativo al “<i>mysterion</i>”) la mistica è per definizione una, e non conosce pertanto, almeno in via di principio, alcuna differenziazione confessionale. Ciò già storicamente – come mostrato dalla così forte tendenziale convergenza della mistica pagana con quella cristiana (come si presentava nel pieno dell’era neoplatonica) e come mostrato anche dal fatto che l’intera mistica cristiana (specie nella sua così strenua fase del XVI secolo presso i suoi pensatori ispanici) sconfina di fatto in una metafisica religiosa in cui Paganesimo e Cristianesimo sono davvero difficilmente distinguibili<a title="" href="#_ftn59">[59]</a>. Ma la cosa diviene ben più impressionante proprio quando si prende in considerazione primariamente la CIAD. La mistica è infatti (del tutto intuitivamente) l’attualità stessa più piena di quest’ultima. Pertanto tutte le prudenze adottate dai pensatori cristiani, nel pensare l’effettiva possibilità di una CIAD, recedono davanti alla vera e propria sua evidenza nell’unione mistica. Infatti, come che stiano o non stiano le cose, il mistico guarda realmente in faccia a Dio. Come è spiegabile questo da quel punto di vista (sia teologico che filosofico) che fa di tutto per considerare irrealistica tale realtà? Ed ecco allora quell’accusa di insania mentale al mistico che poi fa prestissimo ad estendersi all’intera metafisica, ed ovviamente anche all’intera esperienza religiosa. Significativo però il fatto che proprio la moderna ricerca empirista sull’esperienza religiosa<a title="" href="#_ftn60">[60]</a>  prenda le mosse proprio dalla profonda messa in discussione di tale accusa. E su questa base poi essa ci illustra addirittura i così coerenti meccanismi fisiologici cerebrali per mezzo dei quali l’esperienza mistica può essere descritta, compresa ed anche giustificata<a title="" href="#_ftn61">[61]</a>.</p>
<p>Con la messa in discussione dell’effettività della CIAD; siamo insomma al cospetto di una gigantesca operazione di occultamento. La quale non può che avere come protagonista quel così miope “<i>razionalismo</i>” (comune all’intera filosofia, alla teologia e perfino a buona parte della metafisica, sia filosofica che religiosa), il cui primario effetto, come dimostrato da Schuon, è poi proprio quello di nascondere le capacità alla portata dell’”<i>intelletto</i>” sotto un impiego della Ragione che è però meramente fine a sé stesso. Ebbene, in questo articolo crediamo di aver apportato un significativo argomento a questa complessiva questione. Esso parte proprio dalla doverosa ammissione che la CIAD, quando intesa in termini troppo letterali (e quindi solo pedestri), è effettivamente inammissibile. E qui avrebbe completamente ragione Agostino (Cristianesimo) ed invece completamente torto Porfirio (Paganesimo). Sta di fatto però che, accostando i due pensatori, si può iniziare finalmente a vedere che la CIAD non va affatto intesa in termini letterali. La sua piena possibilità inizia infatti a delinearsi in modo chiarissimo quando si prescinde dalla sua troppo stretta collocazione entro le categorie di giudizio che sono solo dell’immanenza, e cioè in  primo luogo spazio e tempo (con il conseguente dominare di quella causalità meramente consecutiva e del fondamentale principio logico di non-contraddizione ai quali Kant ha vincolato in modo riduttivo ed inibitorio qualunque discorso metafisico). Ebbene l’esperienza mistica ci mostra proprio, ed in modo tangibile ovvero naturale (se si è disposti a credere ad essa), che esistono, nel contesto della nostra esistenza terrena, sfere di esperienza nelle quali tali categorie vengono del tutto revocate. E la sfera di esperienza propria della conoscenza dell’Assoluto divino (CIAD) rientra proprio in tali circostanze.  Non a caso Schuon<a title="" href="#_ftn62">[62]</a> chiarisce che l’atteggiamento conoscitivo da tenere in essa deve essere adeguato proprio a queste ultime.</p>
<p>Ebbene il grande apporto dato a tutto ciò dalla moderna ricerca empirista sull’esperienza religiosa è che tutto ciò può essere anche descritto in modo scientificamente assolutamente coerente e documentato. Un discorso finalmente disinibito circa la CIAD ha pertanto il grande merito di permettere non solo la riconciliazione tra Paganesimo e Cristianesimo, ma anche di revocare l’ormai datata polemica della Ragione contro la Fede, e così anche l’orientamento fondamentalmente anti-religioso dell’intera scienza moderna.</p>
<p><em><strong>Vincenzo Nuzzo</strong></em></p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Pauliina Remes, <i>Neoplatonism</i>, Berkeley Los Angeles : University of California Press 2008, 1 p. 16-17</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti,  <i>Porfirio.</i> <i>La filosofia rivelata dagli oracoli, </i>Milano  : Bompiani 2011 ; Étienne Gilson, <i>La filosofia nel medioevo</i>, Milano : Rizzoli 2014, I-II, p. 11-201</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Frithjof Schuon, <i>Logica e trascendenza</i>, Roma : Mediterranee 2013, 2 p. 26-28, ibd. 4 p. 53-67, ibd. 5 p. 71-72</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Elena Gritti, <i>Proclo. Dialettica anima esegesi</i>, Milano : LED 2008, Introd. p. 9-23, ibd. I-II p.  25-120</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> Agostino, <i>De immortalitate animae</i>, in : Giovanni Catapano (a cura di), <i>Agostino. Sull’anima</i>, Milano : Bompiani 2012, i1 p. 65, ibd. iii4 p. 73, ibd. v8 p. 79, ibd. i1-vi10 p.83-85, ibd. vii 12 p. 89 ; Agostino, <i>De quantitate animae</i>, in : Giovanni Catapano, <i>Agostino</i> i1-2 p. 123-127, ibd. xxvi-xxvii, 50-53 p. 243-251</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> Étienne Gilson, <i>La filosofia, </i>II, 2 p. 139-154</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> Arnold Toynbee, <i>Il mondo ellenico</i>, Torino : Einaudi, 1967,  XIV-XVI, p. 200-229 ;  LMA Viola, <i>Essere italiani</i>, Forlì : Victrix 2015, I, II p. 35-49</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> Julius Evola, <i>Federalismo imperiale</i>, Napoli : Controcorrente 2004 ; Carl Schmitt, <i>Il Nomos della terra</i>,  Milano Adelphi 2003, I, 3-5 p. 38-77, ibd. III, 1 p. 163-178 ; Vincenzo Nuzzo, <i>Elogio della monarchia imperiale</i>, Napoli : Controcorrente 2010</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> <b>Nota</b> : Si trova una sensibile traccia di tale consapevolezza nello sforzo fatto da Proclo per ovviare a tale carenza [Giovanni Reale, <i>Proclo di Costantinopoli ultimo grande esponente del pensiero greco-pagano</i>, in : Michele Abbate (a cura di),<i> Proclo</i>. <i>Teologia platonica, </i>Milano : Bompiani 2005, I-VI p. XIII-LVI]. Ed è da rilevare anche che tale necessità era stata recepita in pieno dall’imperatore Giuliano già al tempo di Plotino.</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> Paolo Scarpi, <i>Le religioni dei misteri</i>, Milano : Mondadori, 2004, II, VI p. 157-257, ibd. VII, p. 261-347 ; Plutarco, <i>Iside e Osiride</i>, Milano : Adelphi 1994 ;</p>
<p>Filippo Càssola, <i>Inno I. A Dioniso</i>, in : Filippo Càssola (a cura di), <i>Inni omerici,</i> Milano : Mondadori 2004, p.5-17 ; Karl Kerényi, <i>Dioniso</i>, Milano : Adelphi 2011, II, 2, IV p. 224-244 ; Raimon  Panikkar, <i>I Veda</i>, Milano : Rizzoli 2008 ; Anne-Marie Esnoul (a cura di), <i>Bhagavadgītā, </i>Adelphi Milano, 1992</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref11">[11]</a> Alessandro Bausani (a cura di), <i>Testi religiosi zoroastriani</i>, Edizioni Paoline Roma 1964 ; Tersilla Gatto Chanu, <i>Miti e leggende della creazione, </i>Fabbri Milano 2001, I p. 30-41</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref12">[12]</a> Robert Graves, <i>La Dea Bianca</i>, Milano : Adelphi 2012, 4-5 p. 71-110, ibd. 7 p 129-139, ibd. 9 p. 161-187</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref13">[13]</a> Porfirio, <i>La filosofia rivelata dagli oracoli, </i>in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio, </i>323F-324F p. 117  &#8211; 119.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref14">[14]</a> Friedrich Nietzsche, <i>Al di là del bene e del male</i>. Adelphi Milano 2006, III p. 53-70, ibd. IX, p. 175-206 ;  Friedrich Nietzsche<i>, La volontà di potenza,</i> Newton Compton Milano 2005, § 32  p. 44-45, ibd. § 95 p. 64, ibd.  § 240-296 p. 106-130, ibd. § 368-399, p. 161-177</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref15">[15]</a> Renè Guènon, <i>Simboli della Scienza Sacra, </i>Milano : Adelphi 1975, p. 15-59 ; LMA Viola, <i>Religio aeterna</i>,  Forlì : Victrix 2004,  p. 7-79 ; Fritjof Schuon, <i>Sulle tracce della religione perenne</i>, Roma : Mediterranee 1988 ;  Swami Sri Yukteswar, <i>La scienza sacra</i>, Roma : Astrolabio 1993, p. 31-5, ibd. 107-117 ; Georges Vallin, <i>La prospettiva metafisica</i>, Roma : Victrix 2007</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref16">[16]</a> <b>Nota</b> : Ed in tale contesto si delinea in modo estremamente significativo la “<i>tradizione romano-italiana</i>” così come esposta in modo dal Viola. Essa si fa infatti portatrice dell’intuizione della trascendente e divina missione storico-religiosa, in qualche modo propria dell’intero Paganesimo greco-romano, che è stata affidata ad uno specifico spazio storico-geografico ed alla sua intera cultura (<i>in primis</i> religiosa). Spazio storico-geografico che però non dimentica né mistifica affatto la sua ristretta identità. Anzi se ne fa carico fino alle sue estreme conseguenze (e senza alcun sagace calcolo strategico-demagogico) sul piano dell’assetto sociale (aristocratico) e dell’azione politica (esplicitamente legata alla conquista bellica). Con la conseguenza che in tal modo diviene ben più chiaro come debbano essere davvero intesi lo spirito missionario e l’afflato ecumeni stico. E quindi diviene ben più chiaro quale sia il vero sfondo della loro formulazione presso il Cristianesimo. Ma oltre a ciò diviene soprattutto chiaro che la planetarietà ed eternità della Scienza Sacra (ovviamente ben più che ristrettamente geografica e storica) non esclude affatto il suo impersonamento storico-locale. Con la conseguenza del vero e proprio manifestarsi di una suprema Realtà divina (del tutto puramente trascendente), che però è evidentemente tutt’altro che indifferente al valore specifico dell’identità di un luogo e della sua storia. Questa suprema Intenzione permette dunque che, entro le perfino oscure vicende storico-locali, possano (sebbene solo entro i termini concreti consentiti da un superiore Disegno) tralucere per un tempo lo splendore, l’altezza e la grandezza di una Realtà che è utopica come tutto ciò che è trascendente ed eterno. Ed è questo il significato che va allora attribuito alla straordinaria saldatura tra una dottrina metafisico-religiosa e le vicende dell’<i>Imperium,</i> così com’è avvenuta (in modo senz’altro unico e forse irripetibile) nella terra Italia con Roma al suo centro. Certamente tutte le complesse e multiformi vicende della planetaria ed ecumenica “<i>Respublica christiana</i>” non sono che una pallida ombra di tutto questo. E ciò peraltro anche a causa di una molto poco onesta retorica mistificatrice della vera identità nascosta sotto tali apparenze. Retorica che in primo luogo mistifica circa la vera natura dell’universalismo qui in causa.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref17">[17]</a> Frithjof Schuon, <i>Sulle tracce della religione perenne</i>,  5, p. 65-75 ; Frithjof Schuon, <i>L’unità trascendente delle religioni</i>, Roma : Mediterranee 1997, 8, p. 145-172</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref18">[18]</a> Paolo Scarpi, <i>Le religioni dei misteri</i>, I, I p. 3-219</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref19">[19]</a> Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio ierofante. Il platonismo come religione</i>, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio</i>, p . V-CXV ; Pauliina Remes, Pauliina Remes, <i>Neoplatonism</i>, 1 p. 1-33</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref20">[20]</a> Raffaele Torella, <i>Introduzione</i>, in : Raffaele Torella<i> </i>(a cura di),<i> Vasugupta. Gli aforismi di Śiva</i>, Milano : Adelphi 2013, p. 13-77</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref21">[21]</a> Robert Graves, <i>La Dea Bianca</i>, Introd. p. 13-20</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref22">[22]</a> <b>Nota</b> : Lo studioso suppone in quest’ultima il paradigma arcaico stesso di ogni religione proprio dello spazio culturale ed antropologico europeo, e precisamente quella religione della Grande Madre che trovò la sua fioritura nell’Egeo e che fu caratterizzata dalla divinizzazione della spiritualità femminile e della Vita.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref23">[23]</a> <b>Nota</b> : Va ricordato qui il significato originario di “<i>mistico</i>”, che ha diverse valenze (Paolo Scarpi, <i>Introduzione</i>, in : Paolo Scarpi<i>, Le religioni dei misteri</i>, I p. XI-XIX). Come “<i>mystikós</i>”  (aggettivo relativo all’insieme delle realtà “<i>mistiche</i>”, o τὰ μυστικά) esso indica un complesso rituale codificato, istituzionale e pubblico, di riti festivi detti anche “<i>misteri</i>” (τὰ μυστήρια). Inoltre indica anche la dimensione orgiastica quale “<i>agire rituale</i>”. Ed infine indica la necessità del silenzio esoterico, o “<i>myesis</i>” ( dal verbo μυῶ)</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref24">[24]</a> Giamblico, <i>I misteri dell&#8217;Egitto,</i> Como : Red 1995 ; Giamblico Giamblico, <i>Vita pitagorica,  </i>Milano : Rizzoli   2008</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref25">[25]</a> Julius Evola, <i>La Tradizione Ermetica</i>, Mediterranee Roma 2002</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref26">[26]</a> Ernst Nolte, <i>La rivoluzione conservatrice, </i> Soveria Mannelli : Rubbettino 2009</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref27">[27]</a> Vincenzo Nuzzo, <i>Heidegger</i>. <i>Il moderno pensiero della distruzione</i>, Forlì : Victrix 2014</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref28">[28]</a> Donatella Di Cesare, <i>Heidegger e gli Ebrei</i>, Torino : Bollati Boringhieri 2014, 3,2 p. 86-88, ibd. 3, 9 p. 118-121, 3, 12 p. 129-131, 4, 12-14 p. 270-279 ; Donatella Di Cesare, <i>Heidegger &amp; Sons</i>, Torino : Bollati Boringhieri 2015, 2, 1 p. 77-80, ibd. 2, 8 p. 99-105, ibd. 2, 16 p. 127-130</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref29">[29]</a> Donatella Di Cesare, <i>Heidegger e gli Ebrei</i>, 3, 9 p. 118-121</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref30">[30]</a> Raffaele Torella, <i>Introduzione</i>, in : Raffaele Torella,<i> Vasugupta,</i> p. 19</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref31">[31]</a> Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio ierofante. Il platonismo come religione</i>, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio</i>, I, p. XXX-XXXV.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref32">[32]</a> Étienne Gilson, <i>La filosofia</i>, V p. 295-392</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref33">[33]</a> Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio ierofante, </i>in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio</i>, I, p. XXXV-XXXIX</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref34">[34]</a> <b>Nota</b> : Testo per il quale viene comunque messa in dubbio la sua paternità (Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio ierofante, </i>in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio</i>, I p. LXVII-LXIX)</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref35">[35]</a> <b>Nota</b> : L’esposizione della cui prassi può essere poi constatata proprio entro la riflessione sulla dimensione “<i>sovra-essenziale</i>” del divino così come si trova in Scoto Eriugena [Giovanni Zuanazzi, “Dire l&#8217;indicibile. Negazione e trascendenza nel Periphyseon di Giovanni Scoto Eriugena<i>”, Acta Philosophica,</i> 12(1), 2003, 89-121]</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref36">[36]</a> Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio ierofante, </i>in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio</i>, II, p. XCIX-CV</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref37">[37]</a> Giuseppe Muscolino, <i>Magia, stregoneria, teosofia e teurgia. La trasformazione del neoplatonismo</i>, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio, </i>p. CXVII-CCXI</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref38">[38]</a> Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio ierofante, </i>in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio</i>, II, p. LXXI-LXXIX</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref39">[39]</a> LMA Viola, <i>Essere Italiani</i>, I, V p. 73-82</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref40">[40]</a> Giuseppe Muscolino, <i>Magia, </i>in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio</i>, p. CLIV-CCVI</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref41">[41]</a> Proclo, <i>Elementos de teologia</i>, Aguilar Buenos Aires 1975  ; Jesús de Garay, &#8220;La dialéctica en Proclo&#8221;, <i>Revista Archai</i>, 5 (2010),  p. 83-90</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref42">[42]</a> Porfirio, <i>Sul ritorno dell&#8217;anima</i>, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio, </i> 284aF-302bF p. 51-83</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref43">[43]</a>LMA Viola, <i>Essere Italiani</i>, I, II-III p. 35-67</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref44">[44]</a> Porfirio, <i>La filosofia rivelata dagli oracoli, </i>in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, <i>Porfirio, </i>p. 87-278</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref45">[45]</a> Giovanni Catapano (a cura di), <i>Agostino. La Trinità</i>, Milano : Bompiani 2013, I p. 10-93</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref46">[46]</a> ibd. p. 96-175</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref47">[47]</a> ibd. p. 242-325</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref48">[48]</a> ibd., p. 327-371</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref49">[49]</a> ibd., p. 408-455</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref50">[50]</a> ibd., p. 505-547</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref51">[51]</a>ibd. p. 550-595</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref52">[52]</a> Vasugupta, <i>Śivasūtra. Primo dischudimento</i>, in : Raffaele Torella,<i> Vasugupta, </i>5 p. 111-114</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref53">[53]</a> LMA Viola, <i>Essere Italiani</i>, I, I p. 21-34</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref54">[54]</a> Antonio Catapano, <i>Agostino. La Trinità</i>, p. 792-865</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref55">[55]</a> <b>Nota</b> : Un estremamente suggestivo riflesso di tutto ciò si può ritrovare nello shivaismo, laddove lo stato di unificazione a Śiva da parte dello yogin diviene possibile proprio in forza della definitiva dissoluzione di tutto ciò che era ancora “<i>corpo</i>”, e quindi ancora “<i>differenziazione</i>” (consecuzione spazio-temporale), che è solo del molteplice (Vasugupta, <i>Śivasūtra. Terzo dischudimento</i>, in : Raffaele Torella,<i> Vasugupta, </i>25, p. 237-238)</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref56">[56]</a> Pauliina Remes, <i>Neoplatonism</i>, 1, p. 1-33</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref57">[57]</a> <b>Nota</b> : Ci sembrano emblematiche di tutto questo le ragioni recentemente addotte dalla Prof. Di Cesare (vedi le opere già citate) per l’assoluzione di quell’Heidegger che è stato del tutto giustamente accusato del crimine di anti-semitismo. Il principale capo dell’atto di difesa è qui infatti proprio il presunto merito imperituro acquisito dal pensatore con la sua così radicale lotta alla metafisica (che non a caso trova proprio nell’”<i>Ebreo</i>” il suo bersaglio centrale). In un recente articolo abbiamo esposto parte delle nostre considerazioni critiche verso un’inaccettabile operazione come questa (Vincenzo Nuzzo, “Santo Heidegger”, www.succedeoggi.it, 23.02.2016)</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref58">[58]</a> Dermot Moran, <i>The Philosophy of John Scottus Eriugena</i>, Cambridge: Cambridge University Press 2004, p. 241-242; Étienne Gilson, <i>La filosofia</i>, I p. 11-103</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref59">[59]</a> Juan Cruz Cruz, <i>Neoplatonismo Y Mistica</i>, Pamplona : Ediciones Universidad de Navarra 2003</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref60">[60]</a> Franco Fabbro, <i>Neuropsicologia dell’esperienza religiosa</i>, Roma : Astrolabio  2010, <i>Introd</i>. p. 15-19</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref61">[61]</a> Franco Fabbro, <i>Neuropsicologia,</i>10, 1, p. 174-179, ibd. 11, 8-10 p. 246-257  ; ibd. 13, 2-4 p. 307-3171</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref62">[62]</a> Frithjof Schuon, <i>L’unità trascendente delle religioni</i>, 1 p. 15-21</p>
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		<title>La via della conoscenza e della salvezza nel darœana SāÉkhya</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2016 21:28:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Introduzione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La pragmatica correlazione tra esistenza e tempo (e di converso tra immortalità ed eternità) ha da sempre portato alla ricerca di un modo per svincolare il tempo da mutamento (riscontro pragmatico nella percezione degli esseri). Tra le molteplici dottrine sorte nei secoli, l’accento è spesso caduto su diversi fattori quali la devozione personale, il potere delle prescrizioni rituali o la prerogativa salvifica della conoscenza. In quest’ultimo paradigma, ovvero nello sviluppo di una conoscenza dotata di un’essenziale prerogativa soteriologica (per ottenere appunta la salvezza dal tempo tiranno), ricade la millenaria sapienza del <i>S</i><i>am</i><i>khya</i>. Traducibile letteralmente come “Enumerazione” <i>,  S</i><i>a</i><i>mkhya</i> va ad indicare uno dei sei <i>darœana</i> (lett. “visione”, ovvero “corrente, orientamento filosofico”) tradizionali nati in seno al brahmanesimo. L’ Enumerazione a cui fa riferimento è quella dei 25 <i>tattva</i> (“Questità”) ovvero principi della realtà, la cui conoscenza per l’appunto costituisce un sistema rispondente a una propria cosmologia, epistemologia e soteriologia. A differenza dello Yoga, in cui svolgono un ruolo fondamentale sia una rigorosa disciplina fisica sia la sentita pratica devozionale verso un’ <i>Ish</i><i>ṭ</i><i>adevata</i> (Dio personale) chiamato <i>Ishvara</i> (Signore), il <i>S</i><i>am</i><i>khya</i>  ripone tutte le sue aspettative soltanto sul potere della <i>Viveka Jnana </i>(conoscenza discriminativa), rifiutando qualsiasi possibile ruolo di divinità o delle azioni all’interno del processo costruttivo del mondo e dell’iter di liberazione dell’essere – pur non negando comunque la loro possibile esistenza al di fuori del suo ambito. Diverse innovazioni e meriti sono riconducibili a questa branca dell’ <i>anvikshiki</i> (Ricerca della conoscenza), ma indubbiamente una costruzione tanto imponente si è consolidata nel tempo e vanta precedenti molto più antichi rispetto alla canonica data d’inizio. In quella che Mircea Eliade non esita a definire una “Gnosi Indiana”<a title="" href="#_edn1">[i]</a>, l’eminente studioso rumeno scorge l’ampliamento sistematico di una terminologia che ricorre a partire dalla <i>Katha Upanishad</i> (IV a.C.)<a title="" href="#_edn2">[ii]</a>, e altre ricorrenti concezioni appaiono in più punti del <i>M</i><i>a</i><i>h</i><i>a</i><i>bh</i><i>a</i><i>rata</i> (d’ora in poi MBh). Il Samkhya non risponde a questioni metafisiche, un po’ come il Buddha nell’apologo dell’uomo colpito da una freccia avvelenata<a title="" href="#_edn3">[iii]</a>: non cerca di capire se c’è una divinità oltre o no (cosa che farà lo Yoga innestandosi proprio sui presupposti teorici del Samkhya), ma si propone come mezzo per rimuovere la sofferenza dell’esistenza. Le <i>S</i><i>am</i><i>khyak</i><i>a</i><i>rik</i><i>a</i> (“Strofe del Samkhya” , d’ora in poi SK<a title="" href="#_edn4">[iv]</a>), testo chiave del darshana composto da un certo <i>Ishvarak</i><i>ri</i><i>shna</i> attorno al IV sec. d.C., esplicitano lo scopo della dottrina fin dai primi versi<a title="" href="#_edn5">[v]</a>. Il <i>samsara</i> (trasmigrazione) è fonte di sofferenza, non è un perpetrarsi felice dell’esistenza ma un eterno ripetersi della sofferenza. L’ <i>avidy</i><i>a </i>(Ignoranza) è fonte di errore, e l’errore è causa del legame con il mondo e con il fluire delle esistenza; per contro il Samkhya è lo strumento unico dello <i>Jnana-marga</i>, il “cammino della conoscenza” la cui meta finale è il MokÈa (Liberazione). In questo senso, l’identificazione con la gnosi ha un grosso margine di validità, pur articolandosi in modi diversi. A differenza di quel completo mutamento ontologico propugnato da altre credenze (l’Apocalisse, per dirne una), il Samkhya propugna si fa alfiere di un processo che riscrive il tempo e la realtà intera tramite una rivoluzione copernicana che fa dell’anima non più un soggetto passivo ma un fautore attivo della propria esperienza e della sua eterna esistenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>“L’architettura” <i>Samkhya</i></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il <i>Samkhya</i> consta di un’architettura di venticinque <i>tattva</i> (principi), di cui i due basilari sono 1)Il <i>purusha</i> comunemente inteso come &#8216;l’anima&#8217; (il principio individuale) e 2) la <i>mula-prakrti</i> (Natura Radice), e da quest’ultima sono derivati – in virtù dello squilibrio tra i tre <i>guna</i> (qualità) che la caratterizzano, ossia <i>Sattva</i> (purezza, essenza, luminosità), <i>Rajas</i> (passione, dinamismo) e <i>Tamas</i> (inerzia, oscurità) &#8211; gli altri ventitre principi: 3) <i>Buddhi</i> (&#8216;intelletto&#8217;, luogo in cui si formano le idee, legato a otto <i>Bhava</i> o modi di essere), 4) <i>Ahamkara</i> (&#8216;senso dell’io o egoità&#8217;, generato dalla <i>Buddhi</i>) che raccolto in sé vede il predominio del <i>Rajas</i>, mentre sotto il predominio del <i>Sattva</i> produce 5) <i>Manas</i> (mente), 6-10) i cinque <i>Buddhindriya</i> (&#8216;organi di senso&#8217; cioè occhi, orecchie, naso, lingua, pelle) e 11-15) i cinque <i>Karmendriya</i> (&#8216;organi d’azione&#8217;; cioè voce, mani, piedi, ano e genitali), e sotto il predominio del <i>Tamas</i> produce 16-20) i cinque <i>Tanmatra</i> (&#8216;elementi sottili&#8217;; cioè colore, suono, odore, sapore e tatto.) Da questi cinque si producono i cinque <i>Mahabhuta</i> (&#8216;elementi grossolani&#8217;; cioè etere, aria, fuoco, acqua e terra).<a title="" href="#_edn6">[vi]</a> Questi venticinque principi della realtà servono a dare ragione del funzionamento dell’universo secondo una stringente logica di causa ed effetto che riesca a ricostruire il funzionamento e lo scopo dei diversi corpi (ad ogni livello, <i>dal</i><i> Brahman sino ad un tronco d’albero</i><a title="" href="#_edn7">[vii]</a><i>, </i>secondo SK 54). Sembra strano fornire una lista simile senza giustificazioni, ma così fanno le SK, provvedendo poi ad appianare ogni perplessità mano a mano che l’esposizione sulle singole parti avanza. Il dualismo originario tra <i>puru</i><i>sh</i><i>a</i> e <i>prak</i><i>r</i><i>ti</i> presenta i due poli basilari dell’intero sistema con caratteristiche opposte, in una divergenza tale da renderli di per sé quasi non comunicanti.</p>
<p style="text-align: justify;">1) Il Purusha è il centro conoscitivo e ha le seguenti caratteristiche: “<i>a) </i>pura presenza passiva<i> (sakshitva), b) </i>separazione dal processo tripartito <i>(kaivalya), c) </i>non coinvolgimento nello squilibrio dei tre guõa tranne che per la sua presenza<i> (madhyasthya), d) </i>fondazione della soggettività o pura coscienza<i>, e) </i>incapacità di azione<i> (akartrbhava)<a title="" href="#_edn8"><b>[viii]</b></a></i>. Per queste sue caratteristiche, R. Guenon non esita ad accostarlo a un principio eterno come il “Primo motore Immobile” di Aristotele<a title="" href="#_edn9">[ix]</a></p>
<p style="text-align: justify;">2) La <i>Prak</i><i>r</i><i>ti </i>è la Natura che genera tutto tranne il <i>purusha</i>. Inizialmente essa è raccolta in sé stessa, unica, ma quando i principio senziente giunge nella sua prossimità, le tre qualità di essa (<i>sattva, rajas e tamas</i>) giungono in uno stato di squilibrio e questo squilibrio la porta a generare il resto dei tattva. Le sue caratteristiche sono l’esatto opposto di quelle del <i>Purusha</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">3) La <i>buddhi</i> è il primo <i>tattva</i> generato dalla <i>prak</i><i>r</i><i>ti </i>e genera a sua volta il &#8216;Senso dell’io&#8217; (vedi prossimo punto). La sua funzione, oltre alla mediazione tra <i>purusha e prakrti</i> (come vedremo a breve) è quella di referente della conoscenza, essendo essenzialmente determinazione, inteso come “quella facoltà che permette di dire «questo è un vaso» oppure «questo è un vestito<i>»” <a title="" href="#_edn10"><b>[x]</b></a></i>.</p>
<p style="text-align: justify;">4) L’<i>ahamkara</i> (Senso dell’Io, letteralmente &#8216;io facente&#8217;) è il quarto <i>tattva</i>, generato dalla <i>buddhi</i> e generativo degli altri 11 (mente, organi di senso e organi d’azione) nel suo stadio relativo al <i>sattva</i> e dei cinque elementi sottili nel suo stadio relativo al <i>tamas</i>. Dalla K XXIV leggiamo: <i>“</i>Il senso dell’io consiste nella presunzione; da esso si dipartono due creazioni: quella degli undici e quella dei cinque<i>”<a title="" href="#_edn11"><b>[xi]</b></a>. </i>Il senso dell&#8217;Io è associato al termine <i>abhimana</i>, che implica nozioni come &#8216;presunzione&#8217;, &#8216;orgoglio&#8217; o &#8216;concezione erronea&#8217;<a title="" href="#_edn12">[xii]</a>. La sua funzione è di asserzione del Sé, cioè di centro unificatore delle percezioni con il soggetto che le percepisce, base di una &#8216;propriocezione&#8217; <i>ante-litteram</i>. Lo snodo della creazione del mondo fenomenologico risiede proprio in questo <i>tattva</i>, che nelle sue condizioni alterate genera gli undici e i cinque; significativamente viene attribuito proprio a questo <i>tattva</i> uno stato isolato caratterizzato dal <i>rajas</i> e non dal <i>sattva</i>, sostenendo che il senso dell’io sia per l’appunto essenzialmente energia passionale e dinamismo.</p>
<p style="text-align: justify;">5) Il <i>manas</i> (mente/pensiero), che costituisce l’ultimo dei sensi interni, svolge la funzione di mediatore finale tra organi di senso e azione e il senso dell’io. Essa sveglia la consapevolezza dell’esperienza e svolge un primo coordinamento dei sensi, prima che i dati da loro raccolti giungano all’<i>ahamkara</i> e alla <i>buddhi</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">6-15) I cinque <i>buddh</i><i>i</i><i>ndriya</i> (organi di senso), cioè occhi, orecchie, naso, lingua e pelle; e i cinque <i>karmendriya</i> (organi di azione), cioè voce, mani, piedi, ano e genitali sono i restanti dieci degli undici generati dal senso dell’io caratterizzato dal <i>sattva</i>. Mentre i primi cinque hanno una funzione meramente percettiva, gli altri 5 invece sono responsabili del mantenimento delle funzioni del &#8216;corpo grosso&#8217; (che vedremo tra poco) assieme ai cinque respiri (<i>pancavayu</i>).</p>
<p style="text-align: justify;">16-25) I cinque <i>tanmatra</i> (elementi sottili) cioè suono, tatto, colore, sapore e odore, sono generati, ma a differenza dei dieci organi precedenti essi possono generare, e lo fanno nei 5 Elementi Grossolani (<i>mahabhuta</i> cioè etere, aria, fuoco, acqua e terra). I cinque elementi sottili non sono oggetto di percezione diretta, essi possono solo essere inferiti dai comuni mortali o percepiti dai <i>deva</i> o dagli <i>yogin</i> che conoscono.</p>
<p style="text-align: justify;">Sorge spontaneo chiedersi, una volta conosciuti i principi, in quale modo essi riescono a rappresentare la totalità della realtà e a dare una via di salvezza?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La struttura della realtà</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Punto di partenza è il dualismo tra un principio senziente passivo, non agente, a sé stante, e una Natura agente, matrice di ogni cosa attraverso un sistema di generazione progressivo dei suoi elementi. Questi due principi sono separati sempre, tuttavia quando il primo si accosta all’altra, quest’ultima comincia ad evolversi e a generare. Come o perché resta un enigma pure per i maestri del Samkhya, ma il suo rapporto con la <i>prak</i><i>r</i><i>ti</i> è quello di una “goccia d’acqua dentro un loto” (MBh XII, 180, 23), poiché egli è il “conoscitore del campo” (<i>Kshetrajna</i>.) e il “testimone” della natura <i>(s</i><i>a</i><i>kshin</i>). I tattva tuttavia non agiscono mai da soli, al contrario ognuno ha un suo ruolo ben preciso e forma una serie di organi complessi:</p>
<p style="text-align: justify;">-       Lo <i>sthulasharira</i> (corpo grosso): è l’insieme delle varie componenti che generano il corpo umano così come noi lo percepiamo. La sua struttura è composta dagli elementi grossi  e quelli sottili più, elementi “di padre e madre” (ovvero liquidi seminali). Questa combinazione porta a maturazione dagli elementi un aggregato organico che cresce in tessuti sovrapposti (come riportato da Gaudapaça<a title="" href="#_edn13">[xiii]</a>, i sei involucri”, uno sovrapposto all’altro sono: midollo, ossa, tendini, carne, sangue e peli ).</p>
<p style="text-align: justify;">-       Il <i>Lingasharira</i> (Corpo Sottile): ), composto di diciotto principi (dal terzo al ventesimo <i>tattva</i> dei venticinque elencati dal <i>SÀÉkhya</i>, cioè: <i>buddhi, ahamkara, manas</i>, i cinque <i>buddh</i><i>i</i><i>ndriya</i>, i cinque <i>karmendriya</i> e i cinque tanmatra). Al contrario dei corpi grossi,  che essendo composti di elementi nati da padre e madre risultano essere defettibili e come tali condannati alla dissoluzione (<i>pralaya</i>), gli elementi sottili del  Lingasharira sono fissi e come tali indistruttibili.</p>
<p style="text-align: justify;">La funzione precipua della differenza tra i due è spiegata nel commento alla K XXXIX:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>“</i><i>E in mezzo a questi gli elementi che sono detti “sottili” sono immobili e permanenti. Il corpo composto da questi, essendo soggetto al Karman, trasmigra in questo modo dentro animali come belve, volatili esseri striscianti, ecc. Invece il corpo sottile, immobile, trasmigra finché non insorge la conoscenza. Giunto alla conoscenza, il saggio, abbandonato il corpo, giunge alla liberazione.”</i></p>
<p style="text-align: justify;">Il corpo grosso, essendo deperibile, si sfalda, mentre il corpo sottile è quello che risente del Karma e che quindi trasmigra fino a quando non sovviene la conoscenza liberatoria. Il perché è dato proprio da alcune delle sue componenti. La Buddhi difatti ha una funzione particolare, risente anche essa dei tre guõa ed è il ponte tra la conoscenza del puruÈa e l’evoluzione della natura, è “<i>come uno specchio a due facce, di cui l’una accoglie il riflesso dell’oggetto e l’altra invece accoglie il riflesso dell’anima</i>”<a title="" href="#_edn14">[xiv]</a>. Come tale, la <i>Buddhi</i> possiede otto determinazioni (<i>bhava</i>), delle quali quattro legate al <i>Sattva</i> (<i>Dharma</i> &#8216;comportamento meritevole&#8217;, <i>Jnana</i> &#8216;conoscenza&#8217;, <i>Vairagya</i> &#8216;non-attaccamento&#8217; e <i>Aishvarya</i> &#8216;potere&#8217;) e quattro legate al <i>Tamas</i> (opposte alle prime quattro, cioè comportamento immeritevole, ignoranza, attaccamento e impotenza). Essa segue le diverse direzioni a seconda della lucidità che possiede nella scelta, tenendo conto che questa lucidità di scelta viene viziata dagli eventuali semi karmici negativi che  il corpo sottile si porta dietro dalla vita precedente. Come tale quindi, ciò che trasmigra è un aggregato ben preciso appunto, e lo fa in virtù del fatto che appunto è “viziato” dal karman negativo che agisce come ignoranza, impedendogli di seguire le disposizioni più consone. Il <i>Lingasharira</i> quindi è il “<i>veicolo delle disposizioni acquisite (samskara) che fornisce forma alla personalità del nuovo individuo</i><i>”<a title="" href="#_edn15"><b>[xv]</b></a>.</i></p>
<p style="text-align: justify;"> Ma il corpo sottile non è completamente adibito alla conoscenza, solo una parte di esso lo è, ovvero quello che è chiamato <i>Trayodashakarana</i> (Strumento dalle 13 parti), che corrisponde ai 3 sensi interni (<i>buddhi, ahamkara e manas</i>) e ai 10 sensi esterni (gli organi di senso e di azione). Questo è il vero mezzo fisico attraverso il quale avviene la percezione e l’elaborazione dei dati psico-fisici, in rapporto gerarchico perché mentre gli ultimi sono <i>Dv</i><i>a</i><i>ra</i> (porte), i primi tre sono <i>Dv</i><i>a</i><i>rin</i> (Guardiani) di ciò che passa per gli altri. <i>. </i></p>
<p style="text-align: justify;">A partire da questi corpi e funzioni, la Natura manifesta tutte le sfaccettature che noi vediamo, ma le leggi per cui ciò accade e le modalità risiedono nei meccanismi che regolano il processo conoscitivo e quello dell’evoluzione naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">A) Il meccanismo della struttura conoscitiva è precisamente scandito nello “strumento dalle 13 diramazioni”, assieme alle occasioni che regolano l’insorgere dell’errore e la sua rimozione:  1) organi di azione comunicano agli organi di senso à 2) organi di senso comunicano al <i>manas</i>à 3) il manas unifica i dati e li riporta all’<i>ahamka</i><i>ra</i> à 4) l’<i>ahamkara</i> fornisce il tutto alla <i>buddhi</i>à 5) La <i>buddhi</i> riflette verso il <i>Purusha.</i>  Ma tale struttura, vista al contrario, mostra subito la causa dell’errore: (tralasciando un momento il <i>Purusha</i> senziente passivo, unico e immobile) L<i>’Intelletto conosce il vaso presente, passato e futuro. Il Senso dell’Io induce a presumere l’esistenza di presente, passato e futuro, e così la Mente produce l’ideazione nel presente, passato e futuro<a title="" href="#_edn16"><b>[xvi]</b></a></i><i> (</i>in cui sono appunto suddivisi i dati dei sensi). Emerge con chiarezza che l’intera struttura conoscitiva è viziata da un errore progressivo, quello che porta dall’isolata condizione del puruÈa alla sua “identificazione” con la <i>buddhi</i> (che è solo un prodotto della <i>prak</i><i>r</i><i>ti</i>), da questa alla fondazione della soggettività e conseguentemente alla creazione dei tre tempi (come modalità dell’esperienza) a cui sono soggetti sia la mente che il resto dei sensi. Ma la conoscenza della reale struttura delle cose, dell’originaria condizione dei due principi base della “natura” e dello “spirito” (legate con un rapporto in parte simile a quello che lega il mondo fisico e l’iperuranio delle idee in Platone), diventa in tal senso strumento di liberazione, poiché rimuove l’errore della conoscenza che porta a ritenersi come frutto esclusivo dei “2 corpi” e quindi destinati al decadimento fisico e alla trasmigrazione eterna. Quando la <i>viveka jð</i><i>ā</i><i>na</i> insorge, tutto ha un senso, come fa notare SK 44:<i>  </i></p>
<p style="text-align: justify;">“Dal Dharma sorge la risalita, dalla mancanza di<i> Dharma</i> la discesa. Dalla conoscenza la liberazione, dal suo opposto l’insorgere del legame”.<i>                                                                              </i></p>
<p style="text-align: justify;">B) Pur apparendo in menzione esplicita solo in SKBh 22, la <i>Prak</i><i>ṛ</i><i>ti </i>assume in sé tutti i caratteri della<i> M</i><i>a</i><i>y</i><i>a</i> divina, ovvero di quella “grande illusione” posseduta dalle divinità e addetta a perpetrare il corso delle cose per gli orientamenti devozionali. Ciò che emerge con l’acquisizione della conoscenza è che nulla ha mai afflitto l’eterno e immobile principio spirituale: la natura matrice si è evoluta in sua prossimità, differenziata ed espansa, al solo fine di poter fare insorgere la conoscenza; quando ciò è avvenuto improvvisamente si ritira “come una ballerina a spettacolo concluso”<a title="" href="#_edn17">[xvii]</a> .  Come è possibile tuttavia che la natura si ritiri, che tutto “imploda” nuovamente nella sua forma indifferenziata? Sotto questo aspetto i dotti del Samkhya innalzano una costruzione concettuale dotata di una forza inaudita. Tre sono i principi che regolano la “fisica” Samkhya:<i> </i></p>
<p style="text-align: justify;">1) Tripartizione “Manifesto/Immanifesto/Conoscente”: recita SK II “<i>Il (mezzo di conoscenza) migliore è quello che discende dal discernere ciò che è manifesto, ciò che è non-manifesto e l’agente della conoscenza</i><i>”. </i>Echeggiando le parole di <i>K</i><i>rishna</i> in <i>Bh</i><i>a</i><i>gavad Gita</i>. II, 16 per cui “non si crea ciò che non è e non si distrugge ciò che è”, il Samkhya pone come condizione base che le componenti della realtà siano o manifeste o non-manifeste, con la sola esclusione del Purusha, che è il testimone dell’intera manifestazione della natura. Non c’è nascita o estinzione delle cose, vi è solo un passaggio da una forma non manifesta a una manifesta e viceversa, ciò che scompare non è distrutto ma è solo celato.</p>
<p style="text-align: justify;">2) Dottrina della “Pre-esistenza dell’effetto” (<i>Satk</i><i>a</i><i>rya)</i>: inquadra il perché e il come della tripartizione suddetta, poiché i due ordini sono visti in relazione come “causa” ed “effetto”. Recita la K 9: “<i>Poiché l’inesistente non può essere una causa, poiché il sostrato materiale può essere scelto, per l’inesistenza della possibilità di esistere di tutto, poiché la causa è resa possibile da parte di ciò che ha la possibilità di esserlo, e perché la condizione [dell’effetto]  è quella di una causa, dunque l’effetto [pre]esiste [nella causa].”. </i>Poiché non è possibile che le cose vengano a essere dal nulla o tornare ad esso (una sorta di legge di Lavoisier ante-litteram), le cose possono soltanto divenire manifeste o non manifeste, e nel farlo rispondono a una causalità precisa: l’effetto sgorga dalla causa poiché era già contenuto in essa in forma occulta. L’importanza di questo principio, come legge universale, ha una portata incredibile. Per la stessa legge, la natura radice si sviluppa appunto in una serie di effetti che, all’insorgere della conoscenza salvifica, si comprende come in realtà siano sempre stati all’interno della natura, sempre presenti seppure non manifesti. Qualsiasi <i>samskara </i>(aggregato di fattori condizionati, ovvero di elementi riconducibili ai tattva inferiori) implode in sé, inclusi il tempo, lo spazio: l’estensione e il fluire del tempo sono difatti il dispiegarsi di segmenti e istanti già contenuti fin dall’inizio in un unico punto/istante originario. Sorge spontaneo un dubbio: il Samkhya intende allora suggerire che lo spazio, il tempo e la struttura delle cose è illusione, pura maya? In realtà no, è esattamente l’opposto.</p>
<p style="text-align: justify;">3) Dottrina dell’Evoluzione (<i>Parinama</i>) della Prakrti: “<i>Il mondo fenomenico, nei </i><i>suoi due aspetti fisico e psichico, non è altro che il frutto di un’evoluzione (parinama) di questa prak</i><i>r</i><i>ti o natura originale, la quale, in virtù di una forza intrinseca, divorzia dal suo stato di tensione equilibrata e si evolve in una serie di stati intermedi”<a title="" href="#_edn18"><b>[xviii]</b></a>. </i>A differenza dell’altro grande pensiero della filosofia indiana che sostiene la necessità del <i>Satk</i><i>a</i><i>rya</i>, ovvero <i>l’Advaita Ved</i><i>a</i><i>nta</i> di Shankara, il Samkhya non ricade nella “dottrina dell’Illusione” (<i>Vivartav</i><i>a</i><i>da</i>) che valse al vedantin l’accusa di “cripto-buddhismo” da parte di altri maestri. Se si ammettesse difatti che la pluralità di mutamenti che ci circonda è pura illusione e che in realtà vi è solo un essere unico (una posizione molto simile all’Eleatismo di Parmenide e Zenone), tutto il castello del Samkhya crollerebbe, assieme alla via di salvezza propugnata. L’illusione sussiste solo nel fatto che, sotto l’errore della conoscenza, il <i>Purusha</i> si riflette nella <i>buddhi</i> e conosce quel che deriva dal dispiegarsi della natura. La <i>prak</i><i>r</i><i>ti</i> per l’appunto, dotata per sua essenza di una componente attiva tramite i tre guõa, non si dispiega illusoriamente ma lo fa per davvero. In tal senso si “dispiega”, da adito alla serie di generazioni che portano alla costituzione dei corpi e della realtà tutta, e persiste fino a quando non sorge la conoscenza salvifica. Sempre realmente, quando ciò accade, il processo opposto è alla stessa maniera una serie di passaggi di forma manifesta e non-manifesta, fino a tornare alla <i>Mula-Prak</i><i>r</i><i>ti</i> (come riportato con la metafora della danzatrice). <i></i></p>
<p style="text-align: justify;">Con questi elementi e leggi il Samkhya intesse un sistema compatto che da adito di una fisica basilare, di una cosmologia “ateistica” (ma non per questo profana, anzi&#8230;), di una teoria della conoscenza e di una teodicea sorprendente matura (a partire dai presupposti del <i>samsa</i><i>ra</i> e del <i>brahman/atman</i> alla base di ogni speculazione nata in seno al brahmanesimo). Ma qual è lo scopo ultimo e la via di salvezza che sorgono da questa visione del mondo? <i></i></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Samsara e Moksha</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La prima impressione, dopo tutto quello che è stato scritto, è che l’’intero sistema sia in realtà un enorme ciclo pleonastico. Se già in principio natura e spirito sono separati, a che pro la loro prossimità (improvabile poi) e tutto quel che ne segue, per poi ritornare alla loro separazione ontologica? Scrive R. Gnoli:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Se le anime sono tuttavia già libere, qual è lo scopo del darshana stesso? E il fine atteso, cioè la liberazione, dell’anima dalla natura, non è già realizzata? Verissimo. Ma quest’obiezione non tiene conto di un fatto fondamentale, vale a dire di un’illusione che non ha principio nel tempo e che consiste nel fatto che noi attribuiamo erroneamente all’anima qualità che sono in realtà della natura, o dell’intelletto. La liberazione consiste nell’eliminazione di questa confusione illusoria&#8230; Ciò che è imprigionato, e si libera non è in realtà se non la natura, la quale a un certo punto si annichila di per sé medesima&#8230; Tale ritirarsi della natura dalla scena non interessa tutte le anime ma solo l’asceta, che questo vuole e desidera. Tale anima d’ora in poi è liberata dalla legge del Karman, tutta conclusa, di là dal tempo e dallo spazio, nella sua ineffabile e totale solitudine.<a title="" href="#_edn19"><b>[xix]</b></a>                  </i></p>
<p style="text-align: justify;">Il sistema Samkhya quindi non si accontenta di ribadire una mera condizione iniziale ma, al contrario, sviluppa una conoscenza che renda conto delle due direzioni in cui il soggetto senziente, il <i>Purusha</i>, può conoscere la realtà e i risultati a cui portano rispettivamente la conoscenza e l’errore. Lungi dall’essere solo un pleonastico percorso di una diade già separata, il Samkhya è la conoscenza dell’ineluttabilità dell’esistenza e della sofferenza che essa comporta, se manca la conoscenza salvifica. Affinché questa conoscenza tuttavia possa svilupparsi, il <i>Purusha</i> è costretto a servirsi passivamente del corpo sottile (sede della trasmigrazione), del corpo grosso (veicolo di questo) e dello Strumento dai 13 volti (struttura conoscitiva). L’accostamento alla struttura della <i>prak</i><i>r</i><i>ti</i> è inevitabile, così come lo è la sofferenza che questo causa quando la stessa attività dei corpi e dello strumento porta a concepire la trasmigrazione; eppure da questa stessa discesa nell’esistenza sorgono i presupposti di una conoscenza discriminativa che comporta un duplice risultato: il <i>Parinama</i> della <i>Prak</i><i>rt</i><i>i </i>e <i>il Kaivalya</i> (Isolamento) definitivo del <i>Purusha</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">Letto in maniera discendente, secondo il “sentiero del Samsara”,  il Purusha si approssima alla Prakrti e da questa sorgono gli altri tattva e i corpi; il corpo sottile è affetto dai residui Karmici negativi conseguenza dell’azione (negli otto <i>bhava</i> della <i>Buddhi)</i> e ciò influisce anche sullo strumento a 13 volti. Da questo, nel passaggio dalla <i>buddhi</i> all’<i>ahamkara</i> si forma la soggettività e la definizione dei tre tempi e tali fattori condizionano a loro volta, lo strumento, il corpo sottile e quello grosso fino al deperimento di quest’ultimo e alla trasmigrazione. Tramite il riflesso della <i>buddhi</i> nella sua componente <i>sattva</i>, il <i>Purusha</i> “conosce” la trasmigrazione e la sua sofferenza, cadendo nell’errore e nel suo rinnovarsi ciclico.</p>
<p style="text-align: justify;">In maniera ascendente, secondo la “via del <i>Moksha</i> (Liberazione)”, la conoscenza salvifica porta a intuire la diversità basilare tra i due poli principali del sistema. SK LXIV riporta significativamente “<i>quando dirà &lt;Io non sono, Io non posseggo nulla&gt;.”</i> Ma come vi si arriva? L’insorgere della conoscenza porta a risalire la scala: gli elementi del corpo grosso sono perituri, quelli del corpo sottile no ma sono comunque limitati, sussunti in uno dal manas e dipendenti da un senso dell’io che li assimila secondo criteri infondati. Tramite le leggi del <i>Satk</i><i>a</i><i>rya</i> e del <i>Parinama</i>, tutti i corpi sono solo dispiegamenti destinati a essere riassorbiti nella natura matrice, indistintamente, non appena si percorra lo stesso sentiero già accennato però a ritroso. I tattva non cessano di esistere, semplicemente tornano ad essere non manifesti, lasciando come unica manifestazione la <i>Natura Radice.  </i></p>
<p style="text-align: justify;">L’intero percorso del Samkhya è un itinerario complesso, una forma di conoscenza tanto potente quanto raffinata che, al di là di quanto potrebbe sembrare a prima vista, non può e non deve essere ridotta a una mera sistematizzazione del sapere. Il Samkhya è uno strumento, un potente strumento di salvezza che sorge dalla più intima necessità di spiegare le assurdità del ciclo delle esistenze, comprenderne e giustificarne sia le dinamiche che vi portano al suo interno sia quelle che consentono di fuoriuscirne, e lo fa partendo da un’urgenza pressante per l’anima umana: come è possibile giungere all’Isolamento totale, alla pace eterna, lontano dalle sofferenze che porta con sé la materialità? Non a caso, nell’indicare il motivo per cui <i>Purusha e Prak</i><i>r</i><i>ti</i> si trovano a cooperare nonostante la assoluta incomunicabilità, i maestri del Samkhya si affidano a una suggestiva metafora. La K 21 recita:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>“ L’unione ha per scopo la visione da parte del PuruÈa, così pure ha per scopo l’isolamento della Natura originaria, ed è come [l’ unione] di un cieco ed uno zoppo: da qui nasce la creazione”. </i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Purusha </i>e <i>Prakrti</i> sono come un cieco e uno zoppo che si trovano soli e dispersi in una foresta minacciata dai briganti: decidono di unire le forze per uscire assieme dall’ambiente infausto, e lo zoppo sale sulle spalle del cieco, indicando a questo la strada per uscire dalla foresta. Una volta raggiunto lo scopo i due si separano per non rivedersi mai più. Quale metafora meglio di una foresta fitta e piena di pericoli può rendere meglio l’idea di un mondo in cui, se si ignora la via, si è dannati a vagare in eterno, mentre se si uniscono gli sforzi si riesce ad abbandonare definitivamente il pericolo? <i></i></p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ednref1">[i]</a> Eliade, M. “Storia delle Credenze e delle dottrine religiose” (vol. 2), BUR, Milano, 2006, p. 57.</p>
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<p><a title="" href="#_ednref2">[ii]</a> Ibid.</p>
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<p><a title="" href="#_ednref3">[iii]</a> Majjhima Nikaya, 63 in “La rivelazione del Buddha” (2 voll.), I meridiani Mondadori, 2001.</p>
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<p><a title="" href="#_ednref4">[iv]</a> Si abbrevierà di seguito SK per Sāṃkhyakārikā e SKBh per SaṃkhyakarikaBhaÈya (Commentario redatto da Gauçapada). Nonostante le citazioni da queste opere fondamentali siano frutto di traduzione libera dell’autore dall’originale in sanscrito, per il testo originale si fa riferimento (anche per le citazioni successive)  a “Strofe del Saṃkhya”, a cura di R. Gnoli, Ashram Vidya, Roma, 1994.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ednref5">[v]</a> SK 1 enuclea che la sofferenza è un dato costante e può avere tre cause: interne, esterne, divine.</p>
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<p><a title="" href="#_ednref6">[vi]</a>  Rizzi, C. “Introduzione al Samkhya”, Emi, Bologna, 1988.</p>
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<p><a title="" href="#_ednref7">[vii]</a> SK 54</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ednref8">[viii]</a> Larson, G.J./ Bhattacharya, R.S. “Samkhya: a dualist Tradition in Indian Philosophy”, p. 81 in “The Encyclopedia of Indian Philosophies” (a cura di K.H. Potter), Princeton Legacy Library, 2001. ;</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ednref9">[ix]</a> R. Guenon, “L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta”, Adelphi, 1992, p. 65.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ednref10">[x]</a> SKBh 23.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ednref11">[xi]</a> SK 24.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ednref12">[xii]</a> Chenchulakshmi, K. “The Concept of Parinama in Indian Philosophy”, Sundeep Prakashan, 2005, p. 64.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ednref13">[xiii]</a> SKBh 39.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ednref14">[xiv]</a> Torella, R. “Il Pensiero dell’India”, Carocci, 2007,  p. 71.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ednref15">[xv]</a>Hulin, M. ”Samkhya Literature”, O. Harrassowitz, 1978. p. 165</p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ednref16">[xvi]</a> SKBh 30</p>
</div>
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<p><a title="" href="#_ednref17">[xvii]</a> SK 59</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ednref18">[xviii]</a> Gnoli, R. , Introduzione alle SK , p. 18.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ednref19">[xix]</a>  Gnoli, R.  ,“Introduzione alle SK , p. 21-22.</p>
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</div>
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		<title>Gli aspetti Iniziatici e spirituali della Carboneria</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2015 06:14:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Gli aspetti Iniziatici e spirituali della Carboneria La Carboneria oltre ad essere un elemento chiave del risorgimento Italiano, fu anche un ordine iniziatico a tutti gli effetti, un ordine desideroso di ritrovare e di lavorare quei principi iniziatici che una certa massoneria aveva, ormai, abbandonato in favore di un progressivo clientelismo borghese. Molte pagine d’inchiostro [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b><span style="text-decoration: underline;">Gli aspetti Iniziatici e spirituali della Carboneria</span></b></p>
<p>La Carboneria oltre ad essere un elemento chiave del risorgimento Italiano, fu anche un ordine iniziatico a tutti gli effetti, un ordine desideroso di ritrovare e di lavorare quei principi iniziatici che una certa massoneria aveva, ormai, abbandonato in favore di un progressivo clientelismo borghese. Molte pagine d’inchiostro reale o virtuale, sono state vergate sull’aspetto socio-politico della carboneria, ma quasi nulla su quello iniziatico, tanto che la maggior parte delle persone crede che la Carboneria sia stata solo un movimento reazionario di matrice politica. Nel presente testo non ci occuperemo dell’aspetto socio-politico o rivoluzionario della Carboneria, ma di quello iniziatico che presenta aspetti molto interessanti per lo studioso, nonché per l’iniziato appartenente ad una corrente iniziatica occidentale.</p>
<p>La Carboneria affonda le sue radici in diverse organizzazioni iniziatiche di tipo massonico. Fra di esse vi sono l’Ordine massonico è il Rito Scozzese Antico ed Accettato (da qui in poi abbreviato in R.S.A.A). Vediamo, infatti, confluire nei suoi rituali gli elementi fondanti dell’Ordine (composto dai gradi di Apprendista, Compagno e Maestro) ai quali si uniscono tematiche alchemiche e cristiane tipiche del R.S.A.A. Anche i regimi egizi hanno concorso a fornire elementi per la costruzione iniziatica della Carboneria<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>Nelle riflessioni che seguiranno vi sono sicuramente elementi che non sarebbero potuti essere appannaggio del carbonaro, tuttavia magari anche inconsapevolmente i carbonari hanno mutuato, dal corpus di rituali massonici, dei simboli archetipici molto importanti. Gli archetipi non hanno un corpo specifico, ma solo, anche se in certi casi sia molto ricco, uno schema generale di sviluppo. Non tutte le piante di ulivo, seppur provenienti sempre dal seme dell’ulivo, sono uguali, quanto si svilupperanno dipenderà dal terreno, dal clima e dalle cure, inoltre, ciascuna configura il proprio sistema di rami secondo le condizioni esterne. Lo stesso vale per il simboli archetipici, il loro sviluppo ed il livello di approfondimento nella conoscenza delle possibilità dipendono dalle condizioni esterne, come Tempo, Luogo, Cultura etc…</p>
<p>Ad esempio è molto significativo il fatto che fra le decorazioni dei buoni cugini vi fosse una “rosa bianca”, attaccata dalla parte del <b>Cuore</b> per gli <b>Apprendisti</b>, all’estremità di una fascia che andava dalla spalla destra al fianco sinistro (“<b>Milza</b>”) per i <b>Maestri</b> e per i Gran Maestri al centro delle due fasce incrociate all’altezza del petto (“<b>Sterno</b>” o “<b>Plesso Solare</b>”)<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p>Cuore, Milza, Plesso Solare e Plesso Sacro, oltre ad avere funzioni biologiche naturali, hanno anche funzioni inerenti i corpi sottili dell’uomo, pur sempre legati alla natura. Vi è però anche un altro piano sul quale questi giocano un ruolo importante, anzi fondamentale, ed è quello spirituale.</p>
<p>Sul piano materiale, il Cuore è legato all’emotività, la milza all’ingresso degli eteri naturali che alimentano il corpo fisico e quelli sottili, il fluido astrale invece penetra nel sistema attraverso il fegato, lo sterno irradia verso l’esterno lo stato del Cuore e quindi l’emotività e il Plesso Sacro è lo specchio del subconscio.</p>
<p>Vediamo, ora, le corrispondenze di queste strutture biologiche sul piano Spirituale. Sia chiaro però che tali funzioni possono divenire attive se e solo se l’uomo si impegna in un serio lavoro spirituale, secondo un metodo scientificamente strutturato a tal fine, come era il caso delle Scuole dei Misteri dei tempi andati ma anche di quelle che ai nostri giorni sono rimaste coerenti con l’antica missione.</p>
<p>Sul piano Spirituale il Cuore, ma non l’emotività, è la porta d’accesso all’uomo interiore, al vero uomo perso nella foresta. La Milza è la porta d’ingresso degli eteri che alimentano l’essere, anche di quelli con i quali dovrà costruirsi il corpo dell’uomo interiore, il cosiddetto “corpo di gloria”. Lo Sterno è l’osso contrale dal quale affluiscono le sette costole superiori, ed ha la funzione d’irradiare, sia verso l’interno, sia verso l’esterno, quanto proviene dalla Porta del Cuore. Per quanto riguarda il Plesso Solare, questo è legato al Desiderio e quindi simboleggia l’essere infiammato da un profondo desiderio di salvezza dalle insidie della Foresta. Il Plesso Sacro, infine, funge da specchio per la Luce, che deve così essere riflessa in tutto il sistema umano.</p>
<p>Riassumendo, l’Apprendista, deve orientarsi sul principio unico, sull’immagine dell’uomo originale, il Maestro grazie al suo lavoro deve consentire una giusta alimentazione eterica, il Gran Maestro deve essere, come direbbe un martinista, un Uomo di Desiderio, un Buon Cugino infiammato dal desiderio di Salvare dalla Foresta tutti i Pagani dispersi e chiaramente anche se stesso in quanto uomo fra gli uomini. Animato da questo “santo fuoco” deve condurre tutta la propria vita facendo scaturire tutti i suoi atti da tale fuoco e consumandovi quelli che provengono dalla sua natura inferiore. Grazie ad un tale stato di vita il Gran Maestro può irradiare la forza dell’atto dentro di sé alimentando la propria fede, la propria speranza, riconoscendo così l’operato dell’Amore. Nel contempo può irradiare verso l’esterno toccando l’anima dei Pagani dispersi.</p>
<p>Al Buon Cugino che si recava in visita ad una Baracca in occasione di una Vendita veniva chiesto dal Gran Maestro:</p>
<p><b>Gr. M. &#8211; Che portate voi dalla vostra Foresta?<br />
R. &#8211; Delle legna, delle foglie, della terra, per costruire, accendere e cuocere un Fornello.<a title="" href="#_ftn3"><b>[3]</b></a> </b></p>
<p>Nel linguaggio Carbonaro la Foresta è il mondo, il proprio mondo, che nello stato di Pagano è pieno d’insidie delle quali non si ha coscienza, ma per il buon Cugino esso è il luogo che fornisce i materiali per poter costruire ed alimentare il Fornello.</p>
<p>Per l’ottenimento di carbone vegetale è necessario che la legna non sia bruciata da un fuoco troppo vivo, quindi, per evitare questo e regolare il fuoco, si usavano, nelle carbonaie, intrecci di legna, foglie secche senza rametti e terriccio senza sassi. Interventi periodici dei carbonai che alimentavano la bocca della carbonaia, o aprivano sfiati, facevano sì che la combustione avvenisse in presenza di poco ossigeno e quindi carbonificasse la legna.</p>
<p>Si tratta di un processo di calcinazione, un processo che separa il minerale dal volatile, che lo purifica estraendone il sale, il corpo autentico.</p>
<p>Tre sono i doni come tre sono anche gli elementi alchemici principali.</p>
<p><b>Il Sale</b> è il corpo ovvero <b>la</b> <b>Terra</b>.</p>
<p><b>Il Mercurio</b> è la materia prima dell’opera, è il solvente universale il vero alkaest, è l’Anima di tutti i metalli, ovvero di tutti i corpi. <b>Il Legno</b> è la materia prima per la produzione del Carbone e quindi esso è il simbolo del Mercurio.</p>
<p><b>Lo Zolfo</b> è il fuoco senza il quale l’opera non può compiersi. <b>Le foglie secche</b> possono essere usate come esca per innescare il fuoco, ma anche come isolante per l’aria, onde regolare la sua intensità nella carbonaia. Le Foglie quindi rappresentano lo Zolfo.</p>
<p>Altre due domande erano poste al visitatore prima di essere ammesso nella Vendita:</p>
<p><b>Gr. M. -  Non ci recate niente di più?<br />
R. &#8211; Fede, Speranza e Carità a tutti i buoni Cugini di questa Camera d&#8217;Onore e il desiderio di avere un posto fra voi. </b></p>
<p>Si tratta delle tre virtù paoline, che figurano anche sui trasparenti posti su tre colonne nel Tempio del Capitolo Rosacroce nel R.S.A.A.</p>
<p>Nel rituale d’iniziazione al grado di Apprendista Carbonaro vi è quello che il rituale definisce il “Battesimo dell&#8217;Iniziato”, e che avviene come segue:</p>
<p><b>II Gran Maestro gli tocca gli occhi, le orecchie, le narici e i labbri con un panno di lino leggermente bagnato nell&#8217;acqua, dicendogli successivamente:</b></p>
<p><b>- Non vedrete che per mezzo dei nostri occhi.</b></p>
<p><b>- Non udirete che per le nostre orecchie.</b></p>
<p><b>- Odorerete gli effluvi del nostro Carbone.</b></p>
<p><b>- Non parlerete che parole savie.</b></p>
<p>Il lino è simbolo di purificazione, e la tradizione racconta di un procedimento con il quale mediante il lino, l’acqua e una adeguata, metodica e calibrata esposizione alla luce, è possibile accendere il fuoco nell’acqua.</p>
<p>Nel Battesimo dell’Iniziato, il lino bagnato d’acqua è imposto come sigillo, su tutti e cinque i sensi, come a voler significare che questi debbano essere progressivamente purificati, perché in essi possa un giorno divampare il medesimo fuoco dello Spirito che dovrebbe bruciare in ogni fornello.</p>
<p>Prima di poter accendere tale fuoco nel buon cugino, questi deve esservi preparato, e questa preparazione può avvenire solo se si affida alla guida del sistema iniziatico del quale ha deciso di far parte, la qual cosa non deve intendersi come una cieca obbedienza ma come lo zelo necessario a penetrare nell’essenza del lavoro.</p>
<p>1)   “Non vedrete che per mezzo dei nostri occhi.” L’iniziato deve apprendere la “Visione” sulla quale tutto il lavoro si basa, l’insegnamento che delinea questa visione.</p>
<p>2)    “Non udirete che per le nostre orecchie.” L’iniziato deve giungere a condividere il “sentire” comune dei buoni cugini. L’udito è un senso che consente a quanto fuori di noi di penetrare nella nostra coscienza. In apparenza sembra un senso passivo, tuttavia la sua attività sta nel fatto che possiamo scegliere cosa voler sentire. Il detto popolare “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” o “senti solo ciò che ti conviene” etc… sono esempi della capacità di questo senso di sintonizzarsi su qualcosa di specifico. Il Pagano perdutosi nella Foresta e che batte alla porta desidera la Luce, quindi è su questa Luce che dovrà imparare a sintonizzarsi, distogliendo il suo ascolto dai rumori incessanti della Foresta, ovvero, di questo mondo.</p>
<p>3)   “Odorerete gli effluvi del nostro Carbone.” Il Carbone è il risultato del lavoro del fornello. Abbiamo visto come gli elementi del fornello siano l’immagine dei tre elementi classici dell’alchimia. Quindi il risultato del fornello è immagine della concretizzazione di un processo alchemico. Ogni vero processo alchemico libera delle forze e produce una materializzazione di tali forze. “Odorare gli effluvi del nostro carbone.” Significa quindi respirare la forza di radiazione liberata dal processo, grazie alla quale possono compiersi i processi interiori necessari all’edificazione del buon cugino. L’olfatto ci consente di riconoscere cosa la nostra coscienza sia disposta ad accettare. Il detto “questa cosa mi puzza”, indica che non ci si fida di una cosa. Quando odoriamo qualcosa per noi di sgradevole, questo può creare reazioni di disgusto, di rifiuto, che possono coinvolgere anche pesantemente il nostro stomaco, causando il vomito. Quali odori siano gradevoli o meno è un fattore soggettivo. L’iniziato, per trarre profitto dal suo lavoro, deve giungere a non avere reazioni di rifiuto rispetto all’insegnamento ed a percepirlo come qualcosa di edificante. Se, invece vi sono reazioni di rifiuto, allora è meglio che l’iniziato torni fra i pagani, vagando ancora nella Foresta, alla ricerca di un’altra porta che conduca ad un tempio a lui più affine.</p>
<p>4)   “Non parlerete che parole savie.” La parola testimonia dello stato d’essere, è l’espressione dell’essere. Questo atto magico che è la parola è legato al senso del Gusto. Il Gusto figurativamente parlando (come riportato nelle definizioni della Treccani) esprime il modo personale e soggettivo di vedere, giudicare e apprezzare le cose, soprattutto con riguardo alle inclinazioni, ai desideri, alle simpatie individuali, inoltre, la capacità di intendere, riconoscere e apprezzare il bello, e specificatamente la bellezza dell’arte. Più in generale significa stile, maniera, modo. Il Gusto, quindi, è l’immagine del nostro stato d’essere e se le parole devono essere savie, in noi deve regnare la saggezza. Chiaramente la saggezza non è lo studio ma la personale esperienza della conoscenza che da l’impronta al nostro modo d’essere, al nostro Gusto. Il divenire saggi è un percorso di crescita progressivo, tuttavia, già al suo inizio un elementare saggezza consente alla coscienza di “mettere un freno alla lingua”, di “pesare le parole”, di “Dare la parola e mantenerla”, di “contare fino a dieci prima di parlare” etc…</p>
<p>Sembra che un senso il Tatto, sia assente, ma in realtà è proprio il senso grazie al quale il detto battesimo può avvenire, è infatti con il tatto che il pagano battezzato percepisce tale battesimo. È il senso grazie al quale può stabilirsi il con-tatto fra il candidato ed il lavoro Iniziatico al quale desidera unirsi. Grazie a questo senso può “toccare con mano” la consistenza del lavoro che gli si presenta, può “tastare il terreno” per capire dove si trova e come muoversi, può “afferrare” la mano tesagli come aiuto per uscire dall’insidiosa foresta nella quale vaga come bendato, può accettare e condurre il combattimento con le fiere che abitano la foresta, nella quale si dovrà recare, “ad occhi aperti”, per raccogliere i materiali necessari al fornello.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Bibliografia</span>:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Le citazioni di rituale e catechismo sono tratte da &#8211; Anonimo &#8211; <b>Rituali e Società Segrete, Nardini Editore. </b>Da una ricerca d&#8217;archivio della R.·.L.·.&#8221;Concordia&#8221; degli ALAM di Firenze.</li>
</ul>
<p>Rituale e catechismo in rete:</p>
<ul>
<li>“<b>Rituali e Catechismo della Carboneria</b>”, documento presente nella sezione “Documenti” del sito <a href="http://www.massoneriascozzese.it">www.massoneriascozzese.it</a></li>
<li><a href="http://www.carboneria.it/rituale_carbonaro.htm">http://www.carboneria.it/rituale_carbonaro.htm</a></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li><b>Origini della carboneria e sette affini</b>, di <b>Marcello Vicchio</b>, ed <b>Tipheret</b>.</li>
</ul>
<ul>
<li>Nel 2014 è uscito un testo di sicuro interesse, per quanto concerne la storia e alcuni rituali della Carboneria: “<b>Per una storia della Carboneria dopo l’unità d’Italia (1861-1975)</b>”, Gian Mario Cazzaniga e Marco Marinucci, per i Quaderni dell’Accademia degli Incolti, ed. Gaffi.</li>
</ul>
<ul>
<li>Molto interessante a proposito delle origini dei diversi gradi è il testo di Marcello Vicchio dal titolo “<b>Origini della Carboneria e sette affini</b>”.</li>
</ul>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Vedi <b>Origini della carboneria e sette affini, </b>di <b>Marcello Vicchio, </b>ed <b>Tipheret</b></p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> <b>Per una storia della Carboneria dopo l’unità d’Italia (1861-1975)</b>, Gian Mario Cazzaniga e Marco Marinucci, per i Quaderni dell’Accademia degli Incolti, ed. Gaffi. A pagina 32 sono riportate delle indicazioni tratte dalle carte Dolfi, depositate presso la Domus Mazziniana di Pistoia: &lt;&lt; I maestri avranno il camicio bianco e la fascia del medesimo colore del G. M. la quale deve cadere a tracolla dalla spalla diri[t]ta alla sinistra e alla sua estremità starà attaccata la rosa bianca e i nastrini collo scentiglione di argento.</p>
<p>Gli apprendenti avranno la rosa bianca appuntata dalla parte del cuore, coi tre nastrini e lo scentiglione di ferro. Il maestro terribile deve avere camicio nero, con cappuccio cadente sul viso, e la morte in fronte, cinta di raso nero ed un pugnale al fianco.&gt;&gt;</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> Per la fonte di questa e delle altre citazioni rituali, vedi Bibliografia a fine articolo.</p>
</div>
</div>
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		<title>INTERPRETAZIONE ALCHEMICA DEL VANGELO</title>
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		<pubDate>Sun, 18 May 2014 19:55:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[INTERPRETAZIONE ALCHEMICA DEL VANGELO   Qual è lo scopo dell’alchimista? In un primo impeto viene da rispondere che l’intento di una vita di lavoro e di studi sia finalizzato alla creazione della pietra filosofale che, permettendo la trasformazione del piombo in oro e la creazione dell&#8217;elisir di lunga vita,  permetterebbe di vivere in eterno senza [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><b>INTERPRETAZIONE ALCHEMICA DEL VANGELO</b></p>
<p>  Qual è lo scopo dell’alchimista? In un primo impeto viene da rispondere che l’intento di una vita di lavoro e di studi sia finalizzato alla creazione della pietra filosofale che, permettendo la trasformazione del piombo in oro e la creazione dell&#8217;<i>elisir di lunga vita</i>,<i> </i> permetterebbe di vivere in eterno senza problemi economici. Senz’altro questa motivazione spinse molte persone a cimentarsi inutilmente in quest’Arte, sperando di raggiungere il fine ultimo.</p>
<p>Invece questo è solo uno dei motivi che spingono l’alchimista nella sua opera, anzi più che una finalità è una conseguenza delle proprie fatiche. Il vero studioso dell’Arte vuole conoscere i meccanismi che hanno portato alla creazione dell’universo, in quanto manifestazione tangibile della Divinità, e unirsi fisicamente, mentalmente e spiritualmente con essa. Per fare ciò partirà dal lavoro sulla materia grezza, fino ad arrivare gradualmente allo Spirito. Questo lo porterà a fruire dei tre privilegi che guadagna chi raggiunge lo scopo supremo: ricchezza materiale, salute e immortalità.</p>
<p>Per trovare le istruzioni che lo guidino nel suo Lavoro, dovrà consultare testi incomprensibili alle persone che non hanno avuto una preparazione specifica, tentando di decifrarne il significato. Inoltre prenderà spunto dalla natura con i suoi fenomeni. Infatti molti alchimisti, osservando le manifestazioni naturali, furono matematici o scienziati che posero le basi della scienza moderna, uno per tutti Isaac Newton, che ci ha lasciato una quantità di scritti alchemici notevolmente superiore rispetto ai suoi trattati scientifici. Egli praticò operativamente per molti anni, tant’è che nelle sue ossa, analizzate recentemente, sono state riscontrate elevate quantità di mercurio, a dimostrazione del fatto che, durante i suoi esperimenti alchemici nel proprio laboratorio, ne aspirò i vapori per lungo tempo.</p>
<p>Anche osservare la spirale di una conchiglia può essere fonte di ispirazione per un alchimista: in quel disegno che la natura crea inconsapevolmente, ottenuto con le precise proporzioni matematiche della successione di Fibonacci, c’è il movimento del creato, dalla crescita dei tronchi degli alberi giovani alla forma della galassie, dalla formazione dei cicloni alla crescita dei capelli nei neonati.</p>
<p>Ma l’alchimista consulta soprattutto i libri sacri, che analizza per arrivare a comprendere la santità che permea la materia e che, una volta trovata la chiave per interagire col Creato, lo aiuta nelle sue fatiche.</p>
<p>Uno dei testi che vengono interpretati metaforicamente, è il Vangelo. Senza togliere nulla al messaggio religioso che vi è contenuto, i riferimenti alle fasi della trasformazione, dalla materia grezza alla pietra filosofale, sono molteplici. La materia che, dallo stato primigenio, raggiunge la perfezione sublimandosi nelle varie fasi, nel Nuovo Testamento è personificata dallo stesso Gesù.</p>
<p>Andiamo ad esaminare le varie fasi del racconto della vita di Cristo, metaforicamente interpretata dal punto di vista dell’Alchimia.</p>
<p align="center"><b>L’ANNUNCIAZIONE</b></p>
<p>   L&#8217;arcangelo Gabriele appare a Maria annunciandole la gravidanza. Alchimisticamente la Madonna, che incarna il principio femminile, rappresenta la terra che viene fecondata dal cielo (il principio maschile), impersonato in questo caso dallo Spirito Santo. E&#8217; la “Dea Madre” delle culture preistoriche, quella che origina la vita. Infatti <i>mater </i>ha la stessa radice di <i>materia.</i></p>
<p>Le cosiddette “Madonne Nere” che troviamo praticamente in tutta l’Europa, non sono originariamente cristiane, ma derivano da quelle celtiche. Per esempio nella Cattedrale di Chartres, vero libro in pietra di nozioni alchemiche, la statua nera della Madonna, in legno d’olivo, è la riproduzione di una divinità celtica, seduta su un trono e con un bambino in grembo, che fu distrutta durante la rivoluzione francese. Tale divinità fu rinvenuta durante gli scavi per costruire le fondamenta della cattedrale, quando furono riportati alla luce i resti di un tempio celtico, nel quale era originariamente situata la statua.</p>
<p>Il nero è il simbolo della terra ubertosa, come nera è la materia che l’alchimista prepara come punto di partenza per il suo lavoro. D’altronde una delle tante possibili origini della parola alchimia deriverebbe dall’antico egiziano “al chemia”, “terra nera”, la materia primordiale, prendendo spunto dallo scuro limo che si depositava sui campi dopo le piene del Nilo, rendendoli fertili.</p>
<p>Dal legame dei due elementi opposti del cielo e della terra, nasce la terza forza, la più completa in quanto possiede le caratteristiche sia del maschile che del femminile. Se cerchiamo analogie con altre culture ne troviamo, per esempio, nel simbolo del Tao, dove il nero (yin) rappresenta la terra, femminile, ricettiva, passiva, negativa; invece il bianco (yang) simboleggia il cielo, maschile, espansivo, attivo, positivo. Dall’unione di queste due forze nasce il figlio, infatti ci dice il “<i>Tao te ching</i>” che dall’uno nasce il due, dal due il tre, dal tre le diecimila cose, a confermare che il tre ha in sé la potenza di entrambe le forze e può così creare l’universo. Nell’alchimia il figlio delle due energie considerate precedentemente, è personificato dall’androgino alchemico, un essere con due teste, una maschile e l’altra femminile che si uniscono in un unico corpo che ha entrambe le caratteristiche sessuali, tant’è che è simbolicamente rappresentato dalla lettera Y, che rappresenta le due forze che si uniscono alla base in una sola.</p>
<p>Il tre col suo significato creativo, lo vediamo simboleggiato nella svastica celtica a tre bracci spiraliformi, il <i>triskal</i>, i quali manifestano col loro movimento l’energia del maschile, del femminile e della creazione originata dalla loro unione, lo stesso dicasi per il <i>tomoe</i> della trinità shintoista.</p>
<p>Entrambi questi esempi sono inscritti, come nel simbolo del Tao, all’interno di un cerchio che non ha solo una funzione grafica di “contenitore”, ma rappresenta l’universo che tutto racchiude, manifestando l&#8217;Assoluto oltre i poli opposti, “al di là del Bene e del Male”.</p>
<p align="center"><b>LA NASCITA</b></p>
<p>   La nascita di Gesù avviene a Betlemme. Il significato di questa parola è  “la casa del pane”. Quindi il toponimo preannuncia che il neonato diventerà nutrimento per il corpo e lo spirito, come lo è la pietra filosofale. Per di più è deposto in una mangiatoia, a voler sottolineare il suo significato edule.</p>
<p align="center"><b> LA GROTTA </b></p>
<p>   Nel presepe, la nascita avviene in una stalla o in una grotta. Quale delle due versioni è quella vera? Probabilmente entrambe, in quanto le case di allora spesso erano costruite addossate a pareti di roccia, nella quale era scavato un ambiente che fungeva da stalla.</p>
<p>La materia alchemica, all’inizio del processo di lavorazione, è quanto di più lontano dalla luce si possa immaginare, tanto da essere definita nei testi ermetici “nero più nero del nero”. E cosa c’è di più scuro del luogo e del tempo che vide la nascita del bambino Gesù? Siamo in inverno, nei giorni meno soleggiati dell’anno, di notte, nel buio di una grotta. Questa interpretazione è propria del folclore cattolico, poiché sappiamo bene che il giorno della nascita fu arbitrariamente stabilito da Costantino, che lo fece sovrapporre alla festa del Sol Invictus che si celebrava il 21 dicembre, quando il sole inizia ad aumentare di giorno in giorno la sua presenza nel cielo.</p>
<p>In questa ambientazione abbiamo la manifestazione materiale dell&#8217;acronimo VITRIOL: Visita Interiora Terrae, Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem (visita l’interno della terra, e correggendo troverai la pietra nascosta).</p>
<p>La terra è la Madre primordiale di tutti gli esseri viventi, infatti in latino <i>homo</i> ha la stessa radice di <i>humus</i>, a significare che l&#8217;essere umano è stato creato dalla terra. Sorge spontaneo il confronto con Adamo nella <i>Genesi</i>.</p>
<p>Nel medioevo, l’unione dei due elementi, il cielo e la terra, era personificata dal grifone che, essendo formato nella metà inferiore dal corpo di leone e in quella superiore da quello di aquila, rappresentava l’unione della forza della terra-materia unita a quella del cielo-spirito. Questo mostro mitologico simboleggiava dunque Cristo con la sua doppia natura umana e divina. Lo stesso Dante, ne tratta nel Purgatorio, Canto XXIX, dove il grifone-Gesù traina il carro trionfale della Chiesa.</p>
<p>Quindi la grotta rappresenta l&#8217;utero della terra, nella quale si genera la Luce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><b>LA STELLA</b></p>
<p>   Il luogo della nascita è segnalato da una stella che, dopo un lungo peregrinare nel cielo, si posò sopra la grotta della natività.</p>
<p>Una stella fiammeggiante si dice che appaia all’alchimista quando questi ha raggiunto il suo obiettivo; a questo proposito esiste un&#8217;incisione di Rembrandt che rappresenta una stella che appare allo studioso nel suo laboratorio.</p>
<p>La stella indica il momento in cui avviene la separazione del nero dal bianco, la successiva fase del lavoro e quindi l’inizio della creazione microcosmica. Simbolicamente Gesù rappresenta, quindi, la luce che nasce dalle tenebre.</p>
<p>I pastori, presenti nei campi quella notte, vedendo la stella la seguono.  Diventa quindi il loro astro, che per antonomasia è il pianeta Venere che brilla prima dell’alba, quando i pastori portano le pecore al pascolo. Venere anticipa la luce del giorno, e così Gesù diventa un “Portatore di luce”. Con lo stesso nome, Lucifero, era stato designato l’angelo ribelle prima che fosse precipitato all’inferno e gli venisse cambiato il nome in Satana.</p>
<p align="center"><b>I RE MAGI </b></p>
<p>   Arrivano dall’oriente, cioè da dove sorge il sole (e già questo ha un significato importante) e la tradizione ci dice che ognuno di loro porta un dono, con un preciso significato esoterico.</p>
<p>L’oro: nel linguaggio alchemico rappresenta la materia che ha raggiunto la sua massima evoluzione, e cioè il metallo che dal più grossolano, il piombo, si è trasformato nel più perfetto, simboleggiando il passaggio dalla materia grezza a quella sublimata nello spirito.</p>
<p>L’incenso: il fumo profumato che si eleva in cielo, rappresenta lo spirito di Cristo che sale al Padre e anche qui, allegoricamente, abbiamo l’innalzarsi della materia, già purificata col fuoco, trasformata nella sua dimensione spirituale, che si innalza in cielo.</p>
<p>La mirra: è la pianta in cui fu trasformato il personaggio che ne porta il nome e che &#8220;arse d&#8217;Amore per il Padre&#8221; (l&#8217;Amore che Gesù porta al Padre). Ecco la sua storia: Mirra, o Smyrma, era la figlia unica del re assiro Teia. Fu punita da Afrodite perché non le era sufficientemente devota, la quale per vendicarsi, la fece innamorare del padre. Grazie alla complicità della nutrice, Mirra riesce a giacere per dodici notti consecutive, al buio, con Teia. Questi, l’ultima notte, desiderandola vedere in volto, accese un lume e, scoperto l’inganno, la inseguì per ucciderla, in preda all’ira. Lei fuggì supplicando gli déi di renderla invisibile. Fu accontentata e trasformata in un albero, la cui resina profumata appunto prese il suo nome. Passati nove mesi, il tronco dell’albero si aprì e nacque il bellissimo Adone. Diventato adulto, fu ucciso da un cinghiale mentre cacciava nel bosco e dal suo sangue, germogliarono gli anemoni. Adone, associato all’inizio della primavera, rappresenta la morte e la risurrezione. Infatti era la diretta trasposizione della divinità mesopotamica Tammuz, legato al ciclo delle stagioni, il cui appellativo Adon, che significa <i>signore</i>, verrà successivamente utilizzato dai Greci come nome proprio del dio. La mirra simboleggia quindi la morte e resurrezione di Gesù.</p>
<p align="center"><b>IL BATTESIMO</b></p>
<p>   Il battesimo avviene nel fiume Giordano. Giovanni comunica ai suoi discepoli, che mentre lui battezza con l’acqua, Gesù battezzerà col fuoco. Qui si parla dei due principi cosmici, tradizionalmente rappresentati da due metalli nobili: il primo è l’argento che origina l’acqua (femminile), raffigurata nella simbologia alchemica con un triangolo col vertice rivolto in basso, a significare il principio cosmico che discende sulla terra (come la pioggia); invece il secondo è l’oro (maschile) che origina il fuoco, simboleggiato da un triangolo che ha il vertice rivolto in alto, per il principio cosmico che dalla terra sale al cielo (il calore). La sovrapposizione di questi due simboli forma la stella a sei punte, il Sigillo di Salomone.</p>
<p>Nel rito del battesimo tutt’ora sono presenti entrambi gli elementi: l’acqua del fonte battesimale e il fuoco del cero, entrambi benedetti il giorno di Pasqua, appunto il giorno della risurrezione.</p>
<p>L&#8217;acqua simboleggia universalmente la fecondità e la fertilità.</p>
<p align="center">   <b>LA VESTE</b></p>
<p>   La tunica di Gesù è tradizionalmente bianca, simbolo di purezza, benchè non si parli  da nessuna parte, nelle Sacre Scritture, del colore della veste di Cristo.</p>
<p>Come abbiamo già visto, il bianco in alchimia è la seconda fase del lavoro dell&#8217;alchimista, quella della purificazione della materia di partenza, che è nera. In seguito il bianco diverrà energia e il colore che la rappresenterà sarà il rosso, come la veste di Gesù dopo la resurrezione, secondo l’iconografia bizantina e successivamente cattolica. Da notare che anche la Madonna, nei dipinti che la rappresentano durante l’ascensione, ha la veste rossa, simbolo dell’energia divina che s’innalza in Cielo. Il rosso è anche il colore della maestà, infatti già dal tempo dei romani era usato per le vesti dell’imperatore e, nei secoli seguenti, dei re.</p>
<p align="center"><b>L’ULTIMA CENA</b></p>
<p>   In questo episodio della vita di Gesù, abbiamo la parte finale del Lavoro dell’alchimista. La mensa rappresenta il tavolo del laboratorio, mentre il vino e il pane rappresentano rispettivamente le due principali vie della ricerca alchemica: la via umida, che adopera sostanze liquide trattate all’interno di alambicchi con un calore moderato, e quella secca, dove invece si fa uso del crogiolo su fuoco a temperatura elevata.</p>
<p>Per arrivare al risultato finale, l’alchimista deve essere in sintonia con le forze del cielo, rappresentate dai dodici segni zodiacali, lo stesso numero degli apostoli. Non è una coincidenza se anche i cavalieri di re Artù furono dodici, impegnati nella ricerca del Sacro Graal, la coppa dell’ultima cena che servì a Giuseppe d’Arimatea per raccogliere il sangue delle ferite e l’acqua scaturita dal costato del Crocifisso, trafitto dalla lancia di Longino<b>.</b></p>
<p align="center"><b> </b><b>LA TRANSUSTANZIAZIONE</b></p>
<p>   Rappresenta la trasmutazione alchemica, che si può ottenere sia con la via umida che è  rappresentata dal vino, sia con la via secca, simboleggiata dal pane.</p>
<p>Come in ciascun pezzetto dell’ostia è racchiuso il corpo di Cristo, così è nella pietra filosofale, dove la più piccola parte ne racchiude comunque tutta la potenza.</p>
<p>A questo proposito voglio citare un episodio che capitò al filosofo Spinoza. Un giorno gli si presentò un uomo vestito come un eremita. Questi era a conoscenza dello scetticismo nutrito dal filosofo per l’alchimia. Allora il viandante gli diede un sassolino di una sostanza vetrosa, rossa come un rubino, fornendogli le istruzioni per trasformare una certa quantità di piombo in oro, tramite quella pietra. Spinoza obbiettò che gli sembrava poca la quantità di quel minerale sconosciuto, in proporzione al quantitativo di piombo da trasformare. Allora l’uomo lo spezzò in due, e gliene diede una parte ancora più piccola, a significare che non era la dimensione a creare il risultato, ma l’energia contenuta nella pietra. Fatto questo, l’uomo se ne andò. Il filosofo si mise al lavoro e fuse in un crogiolo la quantità di piombo che gli aveva indicato lo sconosciuto, vi fece cadere dentro la scheggia e istantaneamente il piombo si tramutò in oro. Lo fece analizzare e gli fu detto che si trattava di oro purissimo.</p>
<p align="center"><b>LA CROCE</b></p>
<p>   Nella simbologia alchemica, il crogiolo è simboleggiato da una croce. Come si sa, esso è un contenitore utilizzato per contenere la materia, già precedentemente purificata, da raffinare ulteriormente col calore del fuoco. Alla fine del Lavoro, essa si trasforma. In questo caso il corpo di Gesù, la sua parte umana, muore sulla croce per dare il suo Spirito, come la materia muore nel crogiolo per trasformarsi in pietra filosofale.</p>
<p>A questo proposito l’acrostico INRI, col significato di Iesus Nazarenus Rex Iudeorum, apposto dai romani sulla croce per ridicolizzare il crocifisso, per gli alchimisti invece ha il seguente significato: Ignis Natura Renovatur Integra, e cioè: la natura si rinnova totalmente per mezzo del fuoco; chiaramente si fa riferimento al fuoco spirituale, la Vita-vibrazione che permea il Creato, minerali compresi.</p>
<p>L&#8217;alchimista, per estrarre dalla pietra grezza lo spirito, deve compiere tre operazioni, simboleggiate da tre punte che possono essere rappresentate dal tridente di Poseidone, da tre frecce o, in questo caso, dai tre chiodi che crocifissero Gesù. Infine dalla materia grezza viene fatta sgorgare l&#8217;acqua bianca e pura, metaforicamente il liquido che uscì dal costato del Cristo per mezzo della lancia di Longino.</p>
<p>La croce, con la sua forma, è un altro riferimento simbolico all’unione del cielo con la terra, rispettivamente l’intersezione del verticale con l’orizzontale.</p>
<p>Inoltre simboleggia coi suoi bracci i quattro elementi, nello specifico: il braccio in alto il Fuoco, quello in basso la Terra, quello di destra l’Aria e quello di sinistra l’Acqua. I bracci, e quindi i quattro elementi, si originano dalla Quintessenza, che è un punto immateriale situato al centro della croce. In ogni tradizione esoterica del mondo, questo punto è un vuoto creativo che riveste un&#8217;importanza notevole: è l’etere primo, lo zero della carta dei tarocchi (il Bagatto, il personaggio che ha la funzione di creare), l’ein sof della cabala mentre, dal punto di vista astronomico, è il buco nero al centro della galassia, dove tutta la materia cosmica si riversa per essere, forse, trasformata ed espulsa nella creazione di un altro universo.</p>
<p align="center">
<p>   A questo proposito mi sia permessa un’ulteriore digressione: Tesla, il geniale scienziato serbo, in contrapposizione con la teoria della relatività di Einstein, teorizzava alla fine degli anni trenta del secolo scorso, che la Terra fosse attraversata da onde trasversali e longitudinali che, compenetrandosi, generavano il campo magnetico gravitazionale che poteva essere annullato o respinto manipolando queste forze. Unendo questi due tipi di onde otteniamo la croce.</p>
<p>Nelle illustrazioni inserite nei testi alchemici, spesso su una croce è rappresentato un serpente inchiodato al legno, al posto del Cristo. Lungi dall’avere un significato blasfemo, è il simbolo della forza curativa dell’elisir mercuriale, poiché il serpente è considerato una potente forza naturale che cura il mondo intero come un balsamo salino. Ma per essere efficace, il suo corpo materiale deve essere fatto a pezzi per eliminare la parte salina e, successivamente, il suo spirito volatile deve essere fissato alla croce con un chiodo d’oro, a quanto ci dice A. Eleazar, nella sua opera <i>Uraltes chemisches Werk</i>, stampata a Leipzig nel 1760. Ecco perché l’Ostia sacrificale della Messa non deve contenere il sale, elemento terrestre per eccellenza.</p>
<p>Un&#8217;altra interpretazione dell&#8217;esempio di cui sopra, vede nella croce lo zolfo e nel serpente il mercurio, le due essenze primordiali che si trovano miscelate, con diverse gradazioni, in ogni materiale. Paracelso  aggiunse poi una terza sostanza, il sale, che costituisce la tangibilità: quando il legno brucia, la fiamma prende origine dallo zolfo che è al suo interno, successivamente dal legno evapora il mercurio; resta la cenere che è il sale. Naturalmente non stiamo parlando dei normali elementi chimici, ma di forze che in alchimia vengono simbolicamente definite coi nomi di quelle sostanze chimiche.</p>
<p>Nicolas Flamel volle iI serpente crocifisso inciso sulla sua tomba che, per altro, non ha mai ospitato il suo corpo, come si scoprì durante la Rivoluzione Francese quando, in nome della Dea Ragione, la furia iconoclasta dei rivoluzionari fu la causa della distruzione del suo sepolcro,  che trovarono vuoto, contribuendo così ad alimentare la leggenda della sua immortalità, raggiunta grazie alla pietra filosofale.</p>
<p align="center">LA <b>MORTE</b></p>
<p>   Lungi dall&#8217;essere la fine dell&#8217;esistenza, ne è solo una fase. E&#8217; questo il significato della frase di Gesù riportata nel Vangelo di Giovanni: “se il chicco di grano, caduto nella terra, non è morto, esso rimane solo; se invece è morto produce molto frutto.”</p>
<p>Il corpo decomponendosi si rigenera nella natura, mentre lo spirito dell&#8217;uomo, la fiamma che tiene vivo il corpo, ritorna allo Spirito Divino mentre l&#8217;anima, che è la nostra vera “persona”, accede ad altre esistenze. Gesù, con la sua morte e risurrezione, riesce a unificare queste tre parti apparentemente separate, le perfeziona e le rende immortali.</p>
<p align="center"><b>LA RESURREZIONE</b></p>
<p>   Dal sepolcro buio, Gesù esce alla luce del giorno, come dalla materia grezza viene alla luce la pietra filosofale. Nuovamente, come per la nascita nella grotta, torna alla mente l’acrostico VITRIOL, e cioè “visitando l’interno della terra troverai la pietra nascosta”. E infatti il Cristo risorto è iconograficamente rappresentato nei dipinti con una tunica rossa, simbolo dell’energia che scaturisce dalla materia e ultima fase dell&#8217;Opera: la creazione della pietra filosofale.</p>
<p>San Paolo, ne <i>“I Corinzi” 10:4, </i>scrive:</p>
<p><i>“E tutti bevvero la medesima bevanda spirituale, perché bevevano dalla roccia</i> <i>spirituale che li seguiva; e quella roccia è il Messia”</i>.</p>
<p>Gli alchimisti interpretano questo passo come un&#8217;ulteriore allusione al ruolo di Gesù come incarnazione della pietra filosofale e dell&#8217;elisir di lunga vita.</p>
<p>Molti sono i racconti iniziatici dove si parla di sepolcri che custodivano dei maestri coi loro segreti, per esempio Hermes o Christian Rosenkreutz, e chi li trovava usava le conoscenze che nascondevano serbandole gelosamente per sé, senza trasmetterle ad altri, in quanto il sapere   appreso poteva, nelle mani sbagliate, essere pericoloso per l&#8217;umanità.</p>
<p>La grandezza di Cristo consiste nell’azione contraria: è Lui che risorge dal sepolcro andando incontro alla gente, per donarsi a tutti e trasmettere il Suo messaggio di evoluzione spirituale.</p>
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		<title>Il Respiro Cosmico</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Mar 2014 20:58:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il “Respiro cosmico” fa musica. &#160; &#8220;la geometria delle forme è musica solidificata&#8220;                                                                           Pitagora &#160; Possiamo considerare il cosmo come un grande sistema armonico? Come una specie di grande orchestra che esegue perennemente la sua opera? Il suono è in grado di dare origine alla forma? L’astrologia esoterica ritiene di si, e afferma che [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><b>Il “Respiro cosmico”</b> fa musica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">&#8220;<i>la geometria delle forme è musica solidificata</i>&#8220;</p>
<p align="center"><b>                                                                          Pitagora</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo considerare il cosmo come un grande sistema armonico? Come una specie di grande orchestra che esegue perennemente la sua opera? Il suono è in grado di dare origine alla forma? L’astrologia esoterica ritiene di si, e afferma che esiste una corrispondenza fra i pianeti e le note musicali. I sette pianeti (esclusa la terra) Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno, vengono messi in corrispondenza con le sette note della scala diatonica maggiore secondo lo schema redatto da <b>Rudolf  Stainer</b> (filosofo, esoterista e pedagogista austriaco) : Do – Marte, Re – Mercurio, Mi – Giove, Fa – Venere, Sol – Saturno, La – Sole, Si – Luna. Sappiamo che in numerose religioni la genesi del mondo è frutto della creazione di un Dio che si avvale di luce e suono (vibrazione) un Dio che genera per mezzo della Parola (dal Vangelo di Giovanni “In principio era la Parola. Per mezzo di essa furono fatte tutte le cose” ). La divinità, dunque, per mezzo della Voce (allo stesso modo di una potente vibrazione) ha creato tutti i mondi e tutti gli esseri in sei &#8220;giorni&#8221; e il settimo &#8220;giorno&#8221; si è riposata, sette giorni proprio come le sette note musicali. Inoltre, così come a ogni pianeta corrisponde una nota, se ne può assegnare una anche per le 12 costellazioni zodiacali. Ma in che modo questi “accordi celesti” hanno creato e creano l’universo fisico? Le ricerche del musicista e fisico tedesco <b>Ernst Florens Friedrich Chladni</b>, possono aiutarci nella comprensione del fenomeno della vibrazione che sembra essere la matrice generativa del cosmo. Lo studioso dimostrò come il suono abbia capacità plasmanti, facendo vibrare con un archetto di violino delle lastre di vetro cosparse di un sottile strato di polvere (o sabbia), vide che in base alla vibrazione conferita, la polvere si disponeva secondo chiare definite e ripetibili linee di forza che originavano forme, e che a ogni suono-vibrazione- nota, corrispondeva una forma.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://youtu.be/KurHB_fu_wE">http://youtu.be/KurHB_fu_wE</a></p>
<p style="text-align: justify;">In seguito lo studioso <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Hans_Jenny_(cimatica)"><b>Hans Jenny</b></a>, sulla base delle teorie di Chladni, perfeziona nella Cimatica la teoria dell’effetto morfogenetico delle onde sonore. Con la Cimatica si ha la prova che la vibrazione &#8211; il suono, crea e influenza la materia.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://youtu.be/r_K-rNjsBQU">http://youtu.be/r_K-rNjsBQU</a></p>
<p style="text-align: justify;">Ora, pensiamo alla tradizione esoterica, essa afferma che la struttura dell’universo deve la sua conformazione proprio alla vibrazione, al “Respiro cosmico” della divinità, sostiene che l’universo è regolato dall’armonia e che in esso ogni elemento possiede la propria nota-vibrazione. La fisica contemporanea sembra confermare in pieno queste visioni, pensiamo appunto alla teoria delle stringhe, alla cimatica, agli studi sul DNA. In questa prospettiva le teorie di Pitagora vengono rinsaldate e rese ancora più attuali. Ricordiamo che la musica nell’antica Grecia assumeva valenze curative oltre che contemplative e veniva insegnata insieme alla geometria, all’astronomia e all’aritmetica (le arti del quadrivio) e vi si faceva ricorso per curare le persone al fine di armonizzarne corpo e spirito. Nel VI secolo a.C, Pitagora precisò i rapporti armonici tra le note e con l’ausilio di monocorde (uno strumento composto da una cassa armonica in legno sulla quale era fissata una sola corda) e dimostrava che le note corrispondono a quote della corda e che gli armonici seguono rapporti numerici ben precisi, propri anche dello spazio che ci circonda. Ricordiamo che la nostra scala musicale, deriva proprio dalla scala pitagorica, così come anche la nostra comprensione delle armonie. Nella visione pitagorica, l’intero universo è un incommensurabile monocorde e lo studio della musica come scienza esatta sarebbe in grado di spiegare le relazioni esistenti anche fra i pianeti e le costellazioni. Egli affermava che i movimenti dei pianeti generano musica, una musica che egli chiamava “Musica delle Sfere”. Anche Platone classifica le serie di suoni musicali in corrispondenza con la serie dei corpi celesti e in più, lega ad essi l’equivalenza di un terzo elemento naturale: l’acqua, il fuoco, l’aria.. in modo da creare tante possibili terne di suono-astro-sostanza. Al filosofo indiano <b>Sarngadeva</b>, dobbiamo invece, la prima compiuta teoria dello zodiaco musicale, in essa ogni segno trova un suo corrispondente suono, e l’indicazione che nei nomi stessi degli astri sia velata l’armonia musicale. Sulla stessa linea si muovono le teorie dell’artista filosofo Schneider, nel ritenere che ogni pianeta abbia lo stesso suono del segno zodiacale associato al proprio pianeta:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="163">Sole</td>
<td valign="top" width="163">Leone</td>
<td valign="top" width="163">Fa</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="163">Luna</td>
<td valign="top" width="163">Cancro</td>
<td valign="top" width="163">Re bemolle</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="163">Saturno</td>
<td valign="top" width="163">CapricornoAcquario</td>
<td valign="top" width="163">Mi bemolleSol</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="163">Giove</td>
<td valign="top" width="163">SaggittarioPesci</td>
<td valign="top" width="163">Si bemolleSi</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="163">Marte</td>
<td valign="top" width="163">ArieteScorpione</td>
<td valign="top" width="163">DoFa diesis</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="163">Venere</td>
<td valign="top" width="163">ToroBilancia</td>
<td valign="top" width="163">MiRe</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="163">Mercurio</td>
<td valign="top" width="163">GemelliVergine</td>
<td valign="top" width="163">La bemolleLa</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>egli raggruppa le dodici costellazioni sotto i quattro punti cardinali, composte di quattro segni fissi e quattro mobili:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="163">Segni cardinali:DO=ArieteRE bemolle=CancroRE=BilanciaMI bemolle=Capricorno</td>
<td valign="top" width="163">Segni fissi:MI=Toro<br />
FA=Leone<br />
FA diesis=ScorpioneSOL=Acquario</td>
<td valign="top" width="163">Segni mobili:LA bemolle=GemelliLA=VergineSI bemolle=SaggittarioSI=Pesci</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questi concetti sono stati ripresi anche da studiosi contemporanei, i quali affermano che nel nostro sistema solare ogni pianeta esegue una nota. Si tratta di frequenze molto basse e sebbene il nostro udito non riesca a percepirle, i pianeti del sistema solare eseguono una melodia che rievoca una delle progressioni armoniche più semplici e diffuse nella musica: tonica, sottodominante, dominante, tonica.</p>
<table border="1" cellspacing="0" cellpadding="0">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" width="98">Pianeta</td>
<td valign="top" width="98">Nota</td>
<td valign="top" width="98">Intonazione</td>
<td valign="top" width="98">Accordatura</td>
<td valign="top" width="98">Ottava</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="98">Mercurio</td>
<td valign="top" width="98">Do diesis</td>
<td valign="top" width="98">Crescente</td>
<td valign="top" width="98">+33 cent</td>
<td valign="top" width="98">ottava -29</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="98">Venere</td>
<td valign="top" width="98">La</td>
<td valign="top" width="98">Crescente</td>
<td valign="top" width="98">+10 cent</td>
<td valign="top" width="98">ottava -29</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="98">Terra</td>
<td valign="top" width="98">Do diesis</td>
<td valign="top" width="98">Calante</td>
<td valign="top" width="98">-31 cent</td>
<td valign="top" width="98">ottava -30</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="98">Marte</td>
<td valign="top" width="98">Re</td>
<td valign="top" width="98">Calante</td>
<td valign="top" width="98">-25 cent</td>
<td valign="top" width="98">ottava -31</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="98">Giove</td>
<td valign="top" width="98">Fa diesis</td>
<td valign="top" width="98">Calante</td>
<td valign="top" width="98">-13 cent</td>
<td valign="top" width="98">ottava -34</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="98">Saturno</td>
<td valign="top" width="98">Re</td>
<td valign="top" width="98">Crescente</td>
<td valign="top" width="98">+12 cent</td>
<td valign="top" width="98">ottava -35</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="98">Urano</td>
<td valign="top" width="98">Sol diesis</td>
<td valign="top" width="98">Calante</td>
<td valign="top" width="98">+1 cent</td>
<td valign="top" width="98">ottava -37</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="98">Nettuno</td>
<td valign="top" width="98">Sol diesis</td>
<td valign="top" width="98">Crescente</td>
<td valign="top" width="98">+32 cent</td>
<td valign="top" width="98">ottava -38</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" width="98">Plutone</td>
<td valign="top" width="98">Do diesis</td>
<td valign="top" width="98">Crescente</td>
<td valign="top" width="98">+26 cent</td>
<td valign="top" width="98">ottava -38</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’armonia planetaria si fonda su precise leggi fisiche che rilevano che ad ogni corpo, con un oscillazione periodica regolare, è conforme una frequenza (in oscillazioni al secondo) e quindi una precisa nota musicale. Però per riprodurre le frequenze di oscillazione dei pianeti e arrivare a frequenze udibili dovremmo avere una super-gigante tastiera di 12 ottave e dovremmo più o meno triplicare l&#8217;estensione di questa tastiera e infine accostare ad essa un pianoforte a coda reale.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-align: justify;">Se consideriamo la musica (la vibrazione) connaturale al cosmo intero, non possiamo non osservare che l’essere umano è sia ‘creato’ dal suono, e a sua volta è creatore di vibrazioni.  Ma in quale misura l’essere umano viene influenzato da queste vibrazioni? Alcuni studiosi contemporanei di biofisica esaminano come la musica agisce sul DNA. </span><b style="text-align: justify;">David Deamer</b><span style="text-align: justify;"> è stato il primo a tradurre il DNA in musica, trasferendo le sequenze delle quattro unità chimiche che ne formano la molecola. Questo suono è stato ribattezzato “Il suono della vita”. Successivamente gli studi di </span><b style="text-align: justify;">Susumu Ohno</b><span style="text-align: justify;"> e </span><b style="text-align: justify;">Marty Jabara</b><span style="text-align: justify;">, rivelano che le incredibili partiture vibrazionali del DNA sono fortemente somiglianti alle partiture di musicisti come Chopin o Bach. La più recente ricerca scientifica russa afferma che il DNA può essere influenzato e riprogrammato dalle parole e dalle frequenza senza sezionare e rimpiazzare geni individuali. I maestri esoterici e spirituali sanno da millenni che il nostro corpo si può programmare con il linguaggio con le parole e con il pensiero. Oggi però abbiamo le prove scientifiche di quelle intuizioni millenarie. La musica sembra davvero essere il sigillo dell’universo. Un universo tutto fatto di vibrazioni, dentro e fuori di noi. Alla luce di questi studi, l’indiscusso pregio della musica si rivela essere molto più strutturale che impalpabile nella sua capacità d’influenzare l’animo umano, di commuoverlo, di creare energia, di unire spiritualmente più persone in un rito d’ascolto, nelle sue doti terapeutiche capaci di donare benefici al corpo, all’intelletto e all’anima. L’essere umano vibra.. e in una sinfonia di suoni ritrova la sua stessa origine.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Simone Onnis</p>
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		<title>Il Campo di Forza come mezzo di Ritorno</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Mar 2014 21:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[IL CAMPO DI FORZA COME MEZZO DI RITORNO &#160; Ultimamente mi sono chiesto  in che modo i Principi che ci governano, che sono di ordine metafisico, possano avere una interazione sul piano fisico. Così mi sono reso conto che tutto quello che noi siamo arriva da una condizione precedente a quella in cui attualmente ci [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><strong>IL CAMPO DI FORZA COME MEZZO DI RITORNO</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ultimamente mi sono chiesto  in che modo i Principi che ci governano, che sono di ordine metafisico, possano avere una interazione sul piano fisico. Così mi sono reso conto che tutto quello che noi siamo arriva da una condizione precedente a quella in cui attualmente ci troviamo.   In altri termini nel caso, per esempio, della energia elettrica, prima essa è stata definita e delineata concettualmente, e poi sono scaturite le sue applicazioni pratiche. La possibilità di sfruttare questa capacità ci può permettere con i nostri mezzi di raggiungere i nostri obiettivi. Partendo prima di tutto da un&#8217;analisi interiore, che ricostituisca l&#8217;anello di congiunzione tra realtà fisica e spiritualità.</p>
<p>A differenza del mondo animale, vegetale e minerale l&#8217;essere umano ha la capacità di pensare, e ciò gli permette di ragionare, riflettere, fare considerazioni, meditare e speculare. Questa sua capacità lo eleva al di sopra di quanto occorre solo di bisogni materiali. Eppure, questa eccezionale capacità non gli ha permesso di vivere in armonia con il suo habitat. I motivi vanno ricercati nel decadimento, così come innumerevoli miti e leggende narrano in maniera simbolica, in un momento di effrazione tra l&#8217;uomo e Dio: il mito del Paradiso di Adamo ed Eva, Iside e Osiride, il racconto di Pimandro a Ermete, la leggenda di Prometeo, la storia di Narciso. La caduta nasce quindi da una disubbidienza e da una mancata osservanza della regola, la quale sola può indicare la strada per un ricongiungimento. Un ricongiungimento assai arduo, poiché noi, parti mutilate di una sorgente originaria atemporale, siamo soggetti alle limitazioni del campo fisico e quindi anche alle limitazioni spazio temporali, che creano attrito alla ricezione del segnale puro originario, proveniente dalla sorgente. Infatti, così come un segnale sia esso vocale, sonoro a radiofrequenza o luminoso o, nel nostro caso, divino ed invisibile ma non impercettibile, per essere trasmesso, mantenere l&#8217;integrità della sua informazione ed essere intellegibile, è necessario che il ricevitore sia accordato sulla medesima frequenza del trasmettitore, e che questa venga opportunamente filtrata ed infine propagata ai tessuti cognitivi dell&#8217;individuo. Ma l&#8217;ampiezza della frequenza non è molto intensa se l&#8217;attenzione non è sufficiente, quindi è necessario evocarla e cercare di catapultarci in quel periodo primordiale in cui essa era massima, attraverso quei modelli rituali che consentivano all&#8217;uomo delle società arcaiche e tradizionali di impostare una condotta derivata dalle sue origini sovraumane e trascendentali. Ho cercato di comprendere quindi come questo potesse avvenire anche tra di noi e per mezzo di quali antiche forze.</p>
</div>
<div>
<p>&nbsp;</p>
<p>LA DEFORMAZIONE SPAZIO TEMPORALE E I SISTEMI DI RIFERIMENTO</p>
<p>Manipolare la trama del tessuto spazio temporale è cosa assai ardua. Sappiamo come modificare la velocità con cui noi ci spostiamo ma metamorfosare il ritmo con cui noi ci spostiamo nel tempo è più complesso. La formula generale che lega velocità, spazio e tempo in un momento istantaneo è V = S / T . Modificando e aumentando il valore del primo membro dell&#8217;equazione precedente abbiamo quindi una ripercussione sul secondo. Gli astronauti sono un esempio di come la velocità determini cambiamenti temporali. Chi viaggia più velocemente rallenta il tempo: V=S / T moltiplicando tutto per t e dividendo tutto per v si ha T = S / V.</p>
<p>In sostanza per elevate velocità si ha un rallentamento del tempo. Ma abbiamo un limite, rappresentato dalla velocità della luce.</p>
<p>Sperimentalmente si può utilizzare un laser ad impulsi per misurare questo valore che è uno dei pochi valori assoluti rilevabili in natura. Attraverso una serie di specchi posti nel vuoto, ponendo una distanza fissa di arrivo del relativo impulso luminoso, utilizzando un oscilloscopio possiamo determinarne il tempo impiegato e quindi la sua velocità, che equivale a circa 300.000 km/s. Essa è una costante presente in tutto l&#8217;universo. Due osservatori che osservino uno stesso fascio luminoso che scandisce il tempo in senso verticale in movimento su un piano orizzontale, l&#8217;uno appartenente allo stesso sistema di riferimento del fascio e l&#8217;altro esterno, percepiranno il tempo dell&#8217;orologio in maniera differente: l&#8217;esterno percepirà una traiettoria diagonale e più corta con uguale velocità della luce. Il tempo trascorso sarà quindi inferiore per chi viaggia in orizzontale nel primo sistema di riferimento.</p>
<p>Tale fenomeno chiamato dilatazione temporale.</p>
<p>Ma esiste un altra forza che altera il tessuto spazio temporale: la massa, con la sua forza di gravità. Maggiore è la massa dell&#8217;oggetto, maggiore sarà l&#8217;influenza sul tessuto spazio temporale. Un esempio è testimoniato dalla curvatura della luce quando passa attraverso una galassia, che modificando la sua traiettoria ne modifica lo spazio tempo. La stessa deformazione si ha, anche se in maniera impercettibile, per chi si allontana dalla terra. Chi sta più vicino a essa ha un rallentamento del tempo rispetto a chi si trova più lontano; in sostanza le lancette degli orologi non sarebbero più sincronizzate tra loro. Un esempio sono le continue correzioni che si fanno sulla terra ai segnali di sincronia ricevuti dai satelliti del sistema gps.</p>
<p>Se le parti che generano gravità fossero veramente così dense ed avessero quindi una forza gravitazionale tale, lo spazio tempo sarebbe così distorto da generare una traiettoria non più lineare ma circolare e quindi di ritorno. Analogamente se tutto ciò si dovesse applicare al campo di forza umano si creerebbero fenomeni di estrema rilevanza in maniera direttamente proporzionale alla qualità degli esseri che vi partecipano come se questi fossero generatori.</p>
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<p>IL CAMPO DI FORZA UMANO</p>
<p>La prospettiva essenziale e necessaria che si manifesta nel momento in cui un gruppo di uomini decidono di applicarsi ad una certa funzione comune è l&#8217;origine e la condivisione di un modello di ideale.</p>
<p>Ad esempio in politica un partito è tanto più forte nella misura in cui più grande il numero dei sui partecipanti, poiché essi stessi rappresentano la forza. Se un partito viene votato dalla maggior parte del popolo esso assume il potere e la minoranza è costretta a soccombere. Altri esempi si possono trovare nell&#8217;ambito del solidale, quando in circostanze drammatiche quali terremoti, calamità naturali, guerre e eventi catastrofici si instaurano immediatamente dei campi di forza diametralmente opposti a quelli suscitati dalle calamità, costituiti dalle associazioni di volontariato, mediche e dai gruppi di soccorso. Chi compie questi atti nobili e di grande generosità elabora un modo entro certi limiti di sentirsi elevato ed appagato ma tutto ciò non risponde alle ben più profonde motivazioni dell&#8217;esistenza di ognuno di noi, lo Scopo, poiché è esso che ci fa vivere ed è lo Scopo che definisce la nostra vera natura. La differenza tra questi modi parzialmente appaganti e la scuola di crescita che sto frequentando sta nell&#8217;essenza delle motivazioni, ossia nella ricerca del proprio stato di vita originale.</p>
<p>Solo lasciando da parte ogni lotta e concentrandosi sull&#8217;atomo-scintilla che sta dentro di noi, la nostra parte divina ci spinge attraverso la nostra coscienza a darci una spiegazione sul vero scopo della vita, che è quello di mettere il proprio microcosmo nuovamente a contatto con la potenza divina primordiale. In tal modo possiamo riuscire ad avere un ritorno alla foce, alla nostra essenza universale. Chi si svincola da questa strada, da questo percorso, sviluppa una totale insicurezza, e ha bisogno di ricercare obbiettivi e azioni che paradossalmente rassicurino l&#8217;instabilità generata da questo disgiungimento. Nella realtà attuale in cui questi principi sembrano sempre più perdere valore e non è più possibile confrontarsi con uomini veramente realizzati spiritualmente se non in alcuni rari casi, è difficile trovare contributi in tal senso se non di rado utili alla creazione di una società migliore, di una razza fatta di essere umani culturalmente completi.”</p>
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<p>Anche se bisogna considerare il fatto che il nostro percorso individuale per aprirci un varco tra le rovine che ci circondano è assai più in salita rispetto a chi sin dal principio era interconnesso alla trascendenza.</p>
<p>Ma se noi consentiamo a questo richiamo lontano di manifestarsi nella nostra interiorità avremmo quel legame vibrazionale con la fonte. Grazie ai simboli, all&#8217;unità intesa come energia che ci accomuna in un percorso di uguale direzione e verso, possiamo fare quadrato a livello planetario per intonare la parola di Dio alla giusta frequenza tornando al punto zero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Luca Cadoni</p>
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		<title>Le mitologie del Kalevala</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Oct 2013 21:43:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Kalevala: un prodotto del Romanticismo finlandese e degli studi di Elias Lönnrot «Qui abbiamo un epos nella sua forma più semplice e commovente: si tratta del ritrovamento di un tesoro senza precedenti.»19 Con queste parole Jacob Grimm20 accolse il Vecchio Kalevala nel 1845. In quegli anni la sua opinione era largamente condivisa. La prima edizione del poema, nel [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><i>Il </i>Kalevala: <i>un prodotto del Romanticismo finlandese e degli studi di Elias Lönnrot</i></p>
<p style="text-align: justify;">«Qui abbiamo un <i>epos </i>nella sua forma più semplice e commovente: si tratta del ritrovamento di un tesoro senza precedenti.»19 Con queste parole Jacob Grimm20 accolse il <i>Vecchio Kalevala </i>nel 1845. In quegli anni la sua opinione era largamente condivisa. La prima edizione del poema, nel 1835, suscitò grande entusiasmo tra gli eruditi europei e, nel periodo di massimo splendore del movimento nazional-romantico, esso venne acclamato come un capolavoro scaturito dal genio di un’intero popolo. Elias Lönnrot,21 che aveva costruito l’opera a partire dai canti popolari, fu considerato un eroico esploratore dello spirito lirico della nazione. Il <i>Kalevala </i>fu giudicato un’opera paragonabile al <i>Nibelungenlied</i>, ai poemi di Omero e ad altri classici. Poté innalzare in un sol tratto la Finlandia al rango di Nazione civile.22 Un bel salto di qualità per un paese che era rimasto praticamente ignorato dal resto d’Europa, nel corso della lunga dominazione svedese, durata all’incirca dalla Prima crociata finlandese (1155) al termine della Guerra di Finlandia (1809), quando l’intero territorio era stato annesso all’Impero russo. Prima del <i>Vecchio Kalevala</i>, i finlandesi erano considerati al massimo come un esotico popolo dell’allora Granducato Autonomo di Finlandia, la provincia più occidentale del dominio zarista.</p>
<p style="text-align: justify;">19 «<i>Hier sprudelt nun, wenn irgendwo, lauteres Epos in einfacher und desto mächtigerer Darstellung, ein Reichthum unerhörter</i>» ( J. Grimm 1845, p. 17).</p>
<p style="text-align: justify;">20 Jacob Grimm (1785-1863). Lui e il fratelloWilhelm Karl (1786-1859), furono linguisti e filologi tedeschi, ricordati come i padri fondatori della germanistica. Al di fuori della Germania sono conosciuti soprattutto per aver raccolto e rielaborato le fiabe della tradizione popolare tedesca nelle opere <i>Fiabe </i>(<i>Kinder und Hausmärchen</i>, 1812-1822) e <i>Saghe germaniche </i>(<i>Deutsche Sagen</i>, 1816-1818) [<i>NdC</i>].</p>
<p style="text-align: justify;">21 Elias Lönnrot (1802-1884). Filologo, etnografo, poeta, medico e botanico finlandese. Divenne celebre per il suo poema epico <i>Kalevala</i>. Nel 1833 ottenne un posto come medico distrettuale nella località di Kajaani, nel nord del Paese, dove rimase fino al 1853. Nel 1839 pubblicò <i>Suomalaisen Talonpojan Koti-Lääkäri </i>(“Il medico di famiglia del contadino finlandese”) con dettagliate descrizioni della vita rurale dell’epoca. Nel corso della sua carriera fece numerosi viaggi in Finlandia, Lapponia, Carelia ed Estonia sempre alla ricerca di canti e narrazioni per integrare la sua raccolta, scrisse le sue impressioni in una serie di diari di viaggio. Soprattutto nella Carelia orientale rinvenne molte saghe che secondo lui risalivano a prima del Cristianesimo, le trascrisse e compilò una raccolta epica che potesse competere con l’<i>Iliade </i>di Omero. Il 28 febbraio 1835 fu pubblicata la prima versione del <i>Kalevala </i>(il cosiddetto <i>Vanha Kalevala</i>, “Vecchio Kalevala”). Dopo ulteriori approfondimenti e ampliamenti venne pubblicata nel 1849 la versione definitiva del poema, il cosiddetto <i>Uusi Kalevala </i>o “Nuovo Kalevala”. Nel 1840 pubblicò la <i>Kanteletar</i>, una raccolta di canti popolari tradizionali, soprattutto careliani. Nel 1842 fu pubblicato <i>Suomalaisia </i><i>sananlaskuja</i>, una raccolta di proverbi finlandesi e nel 1844 <i>Suomen kansan arvoituksia ynnä 135 Wiron arwoituksen kanssa</i>, una raccolta di vecchi indovinelli. Trascorse gli ultimi anni lavorando al dizionario finlandese-svedese, pubblicato dal 1866 al 1880. Come botanico si occupò delle flora locale: pubblicò <i>Flora Fennica. Suomen kasvisto </i>(1860), una guida in tre volumi sulla vegetazione del Paese che ottenne grande popolarità e ottenne larga diffusione sia in lingua finlandese sia in svedese [<i>NdC</i>].</p>
<p style="text-align: justify;">22 Cfr. Anttila 1931-1935, I, pp. 238-241; Kaukonen 1979, pp. 88-112. 24 la mitologia del kalevala</p>
<p style="text-align: justify;">Il successo del <i>Vecchio Kalevala </i>portò Lönnrot a rivedere e aggiornare l’opera, fino a pubblicarne una versione molto più ampia, il <i>Nuovo Kalevala</i>, nel 1849, che in seguito venne definito semplicemente <i>Kalevala</i>, visto che il <i>Vecchio Kalevala </i>venne presto considerato solo l’abbozzo della seconda versione. Il <i>Kalevala </i>fu riconosciuto come poema epico e fu a lungo considerato una testimonianza poetica composta da canti polari intatti e genuini, o addirittura una valida descrizione del passato pagano del popolo finlandese, dei suoi usi e costumi. Per diversi anni, gli studiosi lo hanno analizzato senza operare alcuna distinzione fra l’opera di Lönnrot e i canti tradizionali su cui era basato. Questa confusione non era certo dovuta a Elias Lönnrot che, già nel 1835, nella sua prefazione al poema, aveva chiaramente ammesso quale fosse stato il proprio ruolo nell’unire i <i>runolaulut</i>23 originali in una struttura epica di sua invenzione. In questa prefazione egli spiegò come aveva selezionato e rielaborato il materiale e incluse persino degli elementi di autocritica.24 Fu solo nel 1885 che Julius Krohn,25 il fondatore degli studi folklorici in Finlandia, riflettendo sulla sua nuova interpretazione delle origini del <i>Kalevala</i>, enfatizzò il ruolo attivo di Lönnrot nella composizione dell’<i>epos</i>, senza però tacciare il poema d’inautenticità: «In particolare mi preme riconsiderare l’idea che tutte le vicende pubblicate nel <i>Kalevala </i>abbiano precisa corrispondenza nei canti popolari e nell’ordine esatto in cui appaiono nel libro».26 Ricerche successive, come le analisi di Aukusti Robert Niemi27 e Väinö Kaukonen,28 hanno chiarito, verso dopo verso, quali siano state le fasi dello</p>
<p style="text-align: justify;">23 I <i>runolaulut</i>, o semplicemente <i>runot</i>, sono i canti popolari nel cosiddetto metro kalevaliano. Hanno una struttura ottonaria, ma diversa da quella italiana. Il verso è tradizionalmente definito tetrametro trocaico, anche se non tutti gli studiosi concordano. Stilisticamente i <i>runolaulut </i>sono caratterizzati dall’allitterazione all’interno del verso e da  costante uso del parallelismo. La melodia, piuttosto monotona ma anch’essa variabile, segue una struttura pentatonica. I <i>runolaulut </i>erano cantati in un’area assai vasta, che comprendeva la Finlandia, la Carelia, l’Ingria, l’Estonia e alcune aree vicine. Oltre a canti epici, i <i>runolaulut </i>includono altri generi: canzoni popolari, incantesimi (<i>loitsut</i>), canti rituali e matrimoniali, filastrocche, poemi agiografici, storie eziologiche e miti, motivi popolari su fatti storici locali. Lönnrot ha incluso nel <i>Kalevala runolaulut </i>provenienti da tutte le aree geografiche in cui erano cantati, includendo sia materiali epici sia canti magici o di altro genere. Nonostante la grande variabilità dei temi trattati dai <i>runolaulut</i>, non è esatta l’affermazione di Comparetti che definisce il <i>runo </i>l’unico metro della tradizione baltofinnica. Esistono diversi generi, come gli <i>itkuvirret </i>e gli <i>joikut </i>careliani, basati sull’improvvisazione e su diverse regole compositive e melodiche. Ma nel XIX secolo l’attenzione degli studiosi e dei letterati era concentrata sui <i>runot </i>[<i>NdC</i>] .</p>
<p style="text-align: justify;">24 Lönnröt 1835, p. LXIII.</p>
<p style="text-align: justify;">25 Julius Krohn (1835-1888). Etnografo, professore di Letteratura finlandese, poeta, compositore di inni sacri, traduttore e giornalista. Dal 1875 fu lettore di Lingua finlandese presso l’Università di Helsinki e professore aggiunto dal 1885. Fu  uno dei più importanti studiosi di <i>runot </i>del XIX secolo. Autore di <i>Suomalaisen kirjallisuuden historia I: </i><i>Kalevala </i>(“Storia della letteratura finlandese I: Kalevala”, 1883-1885) e <i>Suomen suvun pakanallinen jumalanpalvelus </i>(“Il culto divino pagano dei popolo finnici”, 1894) [<i>NdC</i>].</p>
<p style="text-align: justify;">26 Krohn 1885.</p>
<p style="text-align: justify;">27 Aukusti Robert Niemi (1869-1931) Professore di tradizioni popolari dal 1899 al 1931. Fu anche etnografo e trascrisse canti popolari in Estonia (1898), in Finlandia, Carelia (1901 e 1904) e in Lituania (1900, 1902, 1909-1912). Scrisse i saggi <i>Elias Lönnrotin lapsuus </i>(“L’infanzia di Elias Lönnrot”, 1895), <i>Vanhan Kalevalan eepilliset ainekset </i>(“Temi epici del Vecchio Kalevala”, 1898). [<i>NdC</i>]</p>
<p style="text-align: justify;">28 Väinö Kaukonen (1911-1990) Professore e studioso di letteratura, autore di alcuni tra i più rilevanti testi di critica letteraria su Lönnrot e le sue opere [<i>NdC</i>] .</p>
<p style="text-align: justify;">sviluppo testuale del <i>Kalevala</i>.29 Gli studiosi hanno mostrato come solo il due per cento dei versi dell’intera opera fossero stati completamente inventati da Elias Lönnrot. Era dunque sostanzialmente vero: i contenuti del <i>Kalevala </i>si basavano su autentici <i>runolaulut </i>eseguiti da <i>runolaulajat </i>30 e messi per iscritto da Lönnrot o dai suoi collaboratori. Ma la sintesi e l’adattamento del materiale sono un’opera originale basata sui criteri estetici di Lönnrot.31 Il focoso dibattito sull’autenticità e il valore delle fonti dell’<i>epos </i>ha anche portato alla rigida conclusione che il <i>Kalevala </i>debba essere considerato unicamente come un’opera letteraria e sia dunque un oggetto adatto ai soli studiosi di letteratura.32 Per valutare il ruolo di Lönnrot nella creazione del <i>Kalevala </i>sarebbe invece necessario prendere in considerazione due aspetti dell’<i>epos</i>. Il <i>Kalevala </i>è da un lato il prodotto del lavoro di ricerca e del gusto estetico di Lönnrot, dall’altro la risposta a una specifica richiesta d’ordine culturale del periodo nazional-romantico. Jouko Hautala33 ha giustamente notato che, se i canti popolari fossero stati pubblicati in forma diversa da quella epica, difficilmente avrebbero avuto un impatto culturale altrettanto rilevante sui contemporanei e sulle generazioni future.34 Il fatto che il <i>Kalevala</i>, in quanto raccolta di composizioni orali, non abbia i necessari requisiti scientifici per la critica delle fonti che caratterizzò la successiva ricerca inaugurata da Julius e Kaarle Krohn,35 ha aperto un intero filone di studi finalizzato all’analisi delle fonti lönnrotiane. Da questo punto di vista, i <i>runot </i>alla base dell’opera, trascritti a mano da Lönnrot e dai suoi collaboratori nelle loro spedizioni e in seguito scrupolosamente raccolti e catalogati nell’archivio folklorico della Società per la Letteratura Finlandese,36 sono di grande interesse per coloro che si occupano di studi popolari, di religioni comparate ed etnologia. Dobbiamo anche considerare il fatto che nella prima metà del XIX secolo i confini fra le varie discipline scientifiche erano assai diversi da quelli odierni. Nel contesto scientifico del suo tempo, Lönnrot creò il <i>Kalevala </i>come studioso di storia e di lingua. Egli non limitava i suoi interessi al folklore. Oggi, nel suo</p>
<p style="text-align: justify;">29 Niemi 1898; Kaukonen 1939-1945..</p>
<p style="text-align: justify;">30 Il <i>laulaja</i>, o più precisamente, <i>runolaulaja </i>(detto anche <i>kansanrunoja</i>, “poeta o cantore popolare”, <i>runoja </i>o, nei canti stessi, <i>runoseppä</i>, “fabbro di <i>runot</i>”) era un cantore in grado di cantare <i>runolaulut</i>. In genere erano comuni abitanti dei villaggi, che lavoravano come pescatori, cacciatori, allevatori, contadini, venditori ambulanti. Ma quelli più abili erano molto rispettati e onorati, anche nei villaggi lontani [<i>NdC</i>] .</p>
<p style="text-align: justify;">31 Cfr. Kaukonen 1979, pp. 72, 176-185.</p>
<p style="text-align: justify;">32 Cfr. Hautala 1954, pp. 174-197.</p>
<p style="text-align: justify;">33 Jouko Hautala (1910-1983) Professore di tradizioni popolari e Direttore degli Archivi Folklorici della Società per la Letteratura Finlandese [SKS] [<i>NdC</i>] .</p>
<p style="text-align: justify;">34 <i>Ibid</i>., p. 118.</p>
<p style="text-align: justify;">35 Kaarle Krohn (1863-1933). Figlio di Julius Krohn. Folklorista, continuatore e perfezionatore del metodo storico-geografico messo a punto dal padre. Krohn è noto a livello internazionale per il suo contributo agli studi sulle tradizioni popolari. La maggior parte del suo lavoro riguarda la poesia epica che è alla base del <i>Kalevala </i>[<i>NdC</i>].</p>
<p style="text-align: justify;">36 In finlandese <i>Suomalaisen Kirjallisuuden Seura </i>[SKS], che gestisce uno degli archivi folklorici più grandi al mondo [<i>NdC</i>] .</p>
<p style="text-align: justify;">approccio allo sviluppo, all’analisi e all’interpretazione dell’epica baltofinnica, Lönnrot sarebbe etichettato come studioso di mitologia comparata. Ai tempi di Lönnrot la disciplina era appena nata, ma vantava già delle figure di spicco, come Jacob Grimm e Friedrich Max Müller.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Elias Lönnrot: uno studioso di mitologia? </i></p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Lönnrot ha più volte enfatizzato il proprio ruolo di mitologo ed espresso il desiderio che la sua opera preparasse il terreno per gli studi successivi. Nella sua introduzione al <i>Vecchio Kalevala </i>valutò l’opera svolta da chi lo precedette: «È certamente vero che la mitologia finnica è stata studiata, fra gli altri, da Lencqvist, Ganander e Porthan. Ma il suo studio è ancora soggetto a grandi errori in numerosi suoi aspetti».37 Di che mitologia si trattava e a quale tradizione di ricerca si riferiva Lönnrot? Nel processo di creazione del <i>Kalevala</i>, Lönnrot interiorizzò i punti di vista della ricerca del suo tempo. La sua prefazione all’<i>epos </i>include riferimenti allo studio storico e letterario della poesia popolare baltofinnica fondato da Henrik Gabriel Porthan38 e al modello storico per l’interpretazione del folklore proposto da Reinhold von Becker,39 professore di Lönnrot all’università di Turku. Lönnrot tratta anche del metodo mitologico di Christfried Ganander40 e di Christianus Erici Lencqvist,41 nonché dei metodi di organizzazione dei poemi e dei motivi delineati da Zachris Topelius il Vecchio.42 L’opera di Henrik Gabriel Porthan riuscì a creare un forte interesse scientifico per la poesia popolare baltofinnica. Nonostante fosse uno storico, infatti, si occupò particolarmente di folklore. Nella sua opera <i>De Poësi Fennica </i>(1766, 1778), evidenziò il valore estetico dei <i>runolaulut </i>e la loro importanza per la lingua finlandese: «Ai</p>
<p style="text-align: justify;">37 Lönnrot 1835, p. XIII.</p>
<p style="text-align: justify;">38 Henrik Gabriel Porthan (1739-1804). Figura centrale fra gli intellettuali finlandesi del XVIII secolo. Professore di retorica a Turku e fondatore di «Aurora», una società segreta che riuniva scrittori e musicisti patriottici. I membri erano interessati alla poesia, storia, lingua e geografia finlandese. La società pubblicò «Tidningar Utgifne Af et Sällskap i Åbo», la prima rivista culturale finlandese in lingua svedese, in seguito chiamata semplicemente «Åbo Tidningar». Fra il 1766 e il 1778 scrisse e pubblicò in cinque volumi la tesi di dottorato <i>De Poësi Fennica</i>: il testo analizza a fondo le caratteristiche stilistiche dei <i>runolaulut</i>. Porthan aveva trascritto molti <i>runot </i>da lui analizzati [<i>NdC</i>].</p>
<p style="text-align: justify;">39 Reinhold von Becker (1788-1858). Scrittore e studioso di lingua finlandese. Nel 1824 pubblicò la prima grammatica dei dialetti orientali della Finlandia. Cfr. von Becker 1820 [<i>NdC</i>]</p>
<p style="text-align: justify;">40 Christfried Ganander (1741-1790). Sacerdote, erudito, lessicografo e cultore di tradizioni popolari. Compilò il primo lessico finlandese. Fu precursore del lavoro svolto da Elias Lönnrot nella raccolta di materiale folklorico. La sua opera più famosa è <i>Mythologia Fennica</i>, pubblicata nel 1789. Questo libro costituisce un punto di riferimento per gli studi sulla religione popolarea. Pubblicò inoltre alcune poesie e lezioni [<i>NdC</i>]. Cfr. Ganander 1789.</p>
<p style="text-align: justify;">41 Christianus Erici [Kristian Eerikinpoika] Lencqvist (1761-1808). Pastore e studioso di lingua, mitologia e storia finlandese. La sua tesi fu uno dei primi studi scientifici sulle credenze popolari in Finlandia [<i>NdC</i>]. Cfr. Lencqvist 1982.</p>
<p style="text-align: justify;">42 Zachris Topelius il Vecchio (1822-1831). Uno dei primi studiosi a trascrivere e pubblicare canti popolari finnici. La grande abilità di Jyrki Kettunen, un <i>runolaulaja </i>della Carelia del Mar Bianco che lo venne a trovare a casa nel 1821, lo convinse che i canti migliori andassero trascritti proprio in Carelia orientale. Spinse dunque gli etnografi a recarsi in quella regione. Suo figlio fu un celebre scrittore.</p>
<p style="text-align: justify;">giorni nostri, solo pochi hanno compreso la natura e il processo di sviluppo della nostra poesia popolare nella sua interezza. Molti eruditi del nostro Paese hanno poca dimestichezza con il fascino del metro poetico della poesia popolare».43 L’incoraggiamento di Porthan alla raccolta e alla preservazione della tradizione portò allo sviluppo dei primi archivi folklorici. Porthan stesso studiò le basi rituali dei canti magici o <i>loitsut</i>44 e arrivò alla conclusione razionalistica, tipica di un uomo dell’Illuminismo, che i <i>loitsut </i>fossero un prodotto dell’ignoranza superstiziosa del popolo: «Nessun genere di poesia popolare è più celebre dei cosiddetti <i>loitsut</i>, che gli stolti ritengono pieni di potere magico, a causa di gente più cieca dei vegliardi che ha messo nelle loro teste strane idee su forze nascoste e meravigliose».45 Uno studio successivo, il <i>De superstitione veterum Fennorum theoretica et practica </i>(1782), evidenziò basi più solide per lo studio dei <i>loitsut</i>. Era la tesi di dottorato di uno studente di Porthan, Christianus Erici [Kristian Eerikinpoika] Lencqvist, il quale si era ispirato agli studi svolti dal padre, Erik Lencqvist.46 La critica dell’Illuminismo nei confronti delle pratiche religiose popolari è altrettanto evidente in quest’opera: Ebbene, descrivere i sacri costumi di ogni popolo si differenzia assai poco dall’enumerare trivialità e dall’intrecciare una lunga catena delle più sciocche fiabe. Imbarcarsi in questo strano sforzo potrebbe sembrare cosa poco degna di apprezzamento. Ciò nonostante, poiché tutte le conoscenze storiche sono affascinanti e sugli antichi costumi non vi è praticamente studio alcuno da cui gli interessati in vetusti fatti possan trarre vantaggio, credo che il mio tentativo di portare alla luce del sole la teologia e la stregoneria degli antichi finlandesi, anche se basata sul volgare credo nella magia, sarà bene accetta agli amici della cultura letteraria. Ai giorni nostri, tutti i popoli civilizzati hanno fatto un grande sforzo per ricostruire l’immagine della loro èra pagana.47 Presentando i <i>loitsut </i>e i miti, Lencqvist esaminò anche le credenze e i costumi su cui essi si fondavano, definendoli “teologia” e “superstizione teoretica”. L’Illuminismo tendeva a spiegarli come “errori dello spirito umano”. Tuttavia Lenqvist era in grado di chiarire quale fosse il sistema culturale e religioso connesso all’essenza dei canti magici. Christfried Ganander, studioso e cappellano della parrocchia di Rantsila nell’Ostrobotnia settentrionale, influenzò notevolmente gli studi e il lavoro di Lönnrot &#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">43 Porthan 1983, p. 37.</p>
<p style="text-align: justify;">44 I <i>loitsut </i>sono sia brevi formule magiche sia lunghi incantesimi, cantati o pronunciati con particolare veemenza o in <i>trance</i>. I <i>loitsut </i>erano composti in metro kalevaliano, quindi rientravano tradizionalmente nell’interesse degli studiosi o raccogliotori di <i>runolaulut </i>[<i>NdC</i>] .</p>
<p style="text-align: justify;">45 Porthan, 1983, p. 88.</p>
<p style="text-align: justify;">46 Erik Lencqvist. Docente all’Accademia di Turku a partire dal 1745. Nel 1773 divenne il pastore di Orivesi. Fece parte della società segreta «Aurora» e pubblicò sul giornale «Åbo Tidningar». Si interessò molto ai dialetti finlandesi e alla situazione economica del paese &#8230;</p>
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		<title>L&#8217;ETICA DELLA LIBERTA’ SECONDO LA TRADIZIONE OCCIDENTALE E ORIENTALE</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Oct 2013 20:36:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ALLEGORIA DELLA LIBERTA’ L&#8217;ETICA DELLA LIBERTA’ SECONDO LA TRADIZIONE OCCIDENTALE E ORIENTALE L&#8217;essere umano è creatura incompiuta; è questo il senso trascendente del dono divino della libertà.  La Sophia Perennis dimora immobile nel Centro, in cui tutto si conforma nella sintesi unitaria del Principio. E&#8217; il luogo dove tutti i dualismi, i punti di vista [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><b><i>ALLEGORIA DELLA LIBERTA’</i></b></p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;"><b> L&#8217;ETICA DELLA LIBERTA’ SECONDO LA TRADIZIONE OCCIDENTALE E ORIENTALE</b></p>
<p style="text-align: center;">
<p><b><i>L&#8217;essere umano è creatura incompiuta; è questo il senso trascendente del dono divino della libertà.</i></b></p>
<p style="text-align: justify;"> La Sophia Perennis dimora immobile nel Centro, in cui tutto si conforma nella sintesi unitaria del Principio. E&#8217; il luogo dove tutti i dualismi, i punti di vista e le distinzioni, contingenti, particolari, personali e individuali, svaniscono e si fondono nell&#8217;Origine e nella sintesi dei complementari, nella Conoscenza  universale. Qui dimora, immobile e immanifestata la Verità, Origine dell&#8217;essere mobile manifestato:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>“Il suo punto di vista è un punto da cui questo e quello, si e no, appaiono ancora non distinti. Questo è il cardine della norma, è il centro immobile di un cerchio sulla cui circonferenza ruotano tutte le contingenze, le distinzioni, le individualità, da cui non si vede se non un infinito, che non è né questo né quello, né si né no. Vedere tutto nell&#8217;Unità primordiale, non ancora differenziata, o da una tale distanza che tutto si fonde in Uno: questa è la vera intelligenza”</i> (Tchoang-tseu)</p>
<p style="text-align: justify;">Saggio è colui che compie il percorso di ritorno verso questo Centro immobile e immanifestato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto di libertà secondo il cabalista Rabbi Loew (il Maharal) è lo stesso che troviamo nel <i>De Hominis dignitate</i> di Pico della Mirandola e nelle enunciazioni del Veda nella dottrina induista. Nel testo della Genesi non è scritto che l&#8217;essere umano è migliore di altri esseri, poiché tutti gli altri esseri sono stati creati perfetti nella loro natura. Solo l&#8217;uomo non è creatura compiuta, ma è una sintesi instabile e oscillante tra il finito e l&#8217;eterno. La compiutezza dell&#8217;uomo consiste nel movimento verso la produzione in permanenza della propria perfezione. Così come nel cosmo gli astri si muovono perpetuamente e il loro movimento è la loro perfezione, così è per l&#8217;essere umano, che non è stato creato all&#8217;inizio come un essere in riposo, perfetto nel suo compimento. Lo sforzo perpetuo verso la perfezione e verso il riposo  consiste nel permanente passaggio dalla potenza all&#8217;atto. E&#8217; proprio l&#8217;imperfezione dell&#8217;essere umano, dice il Maharal, e il suo inquieto movimento a farlo simile ai cieli e infine a renderlo libero, capace di decisione e di mutamento. Oggi sentiamo parlare di libertà molto più frequentemente che nel passato e con grande enfasi, benché se domandassimo all’uomo della strada come ne intenda il significato, non saprebbe  darci una chiara definizione, né saprebbe dirci cosa stia realmente cercando. In definitiva egli tenterebbe di chiarirne il significato sotto un aspetto condizionato e dipendente da fattori contingenti, esteriori e materiali, quindi quantitativi, scollegati completamente da una realtà spirituale interiorizzata, la cui determinazione non può che essere qualitativa. Uno dei fattori determinanti di questo smarrimento spirituale è l’ascesa arrembante della  scienza moderna e della tecnologia. La cosiddetta globalizzazione riflette solo un&#8217;apparente unità, che non ha portato ad una connessione intima tra spirito e ragione. Ha deluso ogni aspettativa di felicità e di cooperazione e non è mai stata capace di ridurre gli antagonismi e i conflitti sociali. A tal proposito il russo Maksim Gork&#8217;ij, considerato il fondatore del realismo socialista, ci racconta che mentre magnificava le meraviglie della scienza e delle invenzioni tecniche di fronte a una folla di contadini, venne rintuzzato con le seguenti parole:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>«Sì, siamo stati capaci di volare in aria come gli uccelli, e di nuotare nell’acqua come pesci, ma non sappiamo come vivere sulla terra&#8230;»</i></p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto di libertà per i moderni ha assunto significati sempre differenti che  hanno subito adattamenti, spesso opportunistici, e condizionamenti di carattere  storico culturali e contingenti. In questo contesto il concetto di libertà, nel suo concretizzarsi e porsi in atto, non può mai definirsi attuale, in quanto si presenta  sempre inadeguato a soddisfare pienamente perfino le esigenze materiali. Paradosso, questo, che viene chiaramente messo in risalto in un aforisma di Oscar Wilde, il quale recita in questo modo:<i>  </i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>“Al mondo vi sono due tragedie: la prima è quella di non ottenere ciò che si desidera, la seconda è quella di ottenere ciò che si desidera”.</i></p>
<p style="text-align: justify;">Questo tipo di concezione pone la libertà come oggetto di conquista, da realizzarsi progressivamente secondo un disegno fondato su un certo tipo di moderna concezione meritocratica. Il risultato, in questo modo, è strettamente connesso a fattori il cui valore intrinseco è prevalentemente quantitativo. In questo contesto la libertà può essere definita come una conquista sociale, ma al contempo e per le stesse ragioni, può subire limitazioni o essere perduta del tutto. Una simile visione proietta l&#8217;uomo verso una esistenza antagonista e concorrenziale, basata esclusivamente su un progetto di vita materiale ed esteriore. Il risultato è che il rapporto uomo-società-divinità assume caratteri di tipo conflittuale, creando una  contrapposizione fra autodeterminazione ed oggettivazione, fra particolare ed universale e, pertanto, un antagonismo dell’uomo contro l’uomo, del singolo contro la società e della società contro il singolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>“Dov&#8217;è la vita che abbiamo perso, vivendo?</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Dov&#8217;è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza?</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>Dov&#8217;è la conoscenza che abbiamo perso nell&#8217;informazione?</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>I cicli del paradiso in venti secoli</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>ci hanno portato lontano da Dio e più vicini alla polvere”</i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>(T.S. Eliot, The Rock, 1934)</i></p>
<p style="text-align: justify;">Nella concezione che emerge dalla Tradizione, sia orientale che occidentale, la libertà non si realizza attraverso un percorso del singolo fatto di conquiste sociali, ma si fonda su un valore trascendente che pone il suo essere come un dono, di ascendenza divina. A questa condizione essa non può fondarsi da sé e non vi è necessità di conquista, ma è fondamentale che dal quel singolo venga riconosciuta nella sua intima connessione e nel suo radicamento nella dignità di una fede, anch&#8217;essa di ascendenza divina. Il libero arbitrio, allora, consiste nel riconoscere e nell&#8217;accogliere la libertà come un dono divino, nel senso che essa, quando è concepita e assunta come tale, diviene il legame inscindibile dell&#8217;uomo con la sua Origine e gli indica il giusto percorso del Ritorno. Tuttavia questo rapporto non distoglie l&#8217;uomo dalla sua responsabilità che, anzi, ne viene rafforzata e diviene doppiamente impegnativa: verso l&#8217;Origine divina ad un tempo e nel rispetto della dignità altrui, all&#8217;interno della famiglia e della società, nell&#8217;altro. Da un punto di vista esistenziale ne consegue un differente concetto di meritocrazia, ovvero che l&#8217;individuo e la società vengano intesi non come valori antagonisti ma complementari, gerarchizzabili tra loro solo da un punto di vista spirituale. La libertà è, infatti, un dono che riguarda tutti, nel senso che nessuno viene escluso ed è, per questo, universale; ma non è infrapponibile, in quanto per potersi realizzare deve essere riconosciuta e accolta individualmente. Solamente attraverso queste coordinate tradizionali si può comprendere e accogliere il vero senso e la grandezza del dono trascendente, esistenziale e spirituale della libertà. Pertanto essa non può essere influenzata da fattori provenienti dal mondo esterno, quantitativo e profano, ma deve essere presente originariamente nella propria coscienza e deve costituirsi e rafforzarsi con l’azione della ricerca, che vuol dire desiderio e tensione continui verso la Luce spirituale, la quale rappresenta la Saggezza e la Verità. Non è libero, anche se eticamente irreprensibile, colui che rinuncia alla ricerca, dispensando se stesso da tale fatica e, soprattutto, dalla responsabilità che tale impegno richiede ed impone. Dunque la vera libertà nasce e si attua in correlazione con la responsabilità della scelta, della decisione e della verifica nelle acquisizioni dei concetti, in vista degli obbiettivi armonizzanti che ciascun uomo veramente libero deve porsi nella sua risalita verso la qualità della Conoscenza. Da questo punto di vista, un tentativo di  definizione del concetto non può  prescindere   dall&#8217;essere   considerato  su  un   piano   ontologico,   astratto  ed  universale,  ovvero  ideale  in  senso  platonico<i>.</i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><b><i>“La Tradizione non si può ereditare, e chi la vuole deve conquistarla con grande fatica“ </i></b></p>
<p style="text-align: justify;"><i>(T.S. Eliot)</i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><b><i>La libertà nel mondo classico</i></b></p>
<p style="text-align: justify;">Per Platone la libertà, come la giustizia, la virtù ecc., è un ideale e, pertanto, non è mai raggiungibile in assoluto ma  è  tensione  continua  verso la  sua conquista,  compiuta coscientemente  dal soggetto pensante attraverso la fatica della ricerca e dell’apprendimento. Ciò che muove e stimola la ricerca e il desiderio della libertà, è amore: il tipico concetto platonico dell’Eros. La felicità, infatti, non consiste nel raggiungimento della meta,  ma  piuttosto  nello  sforzo  continuo  e  cosciente  della  ricerca,  compiuta  dal  ricercatore.  La coscienza, in questa forma di tensione, è un fattore determinante nell’attuazione del libero processo conoscitivo: essa viene definita in etica come la capacità soggettiva di distinguere il bene dal male; in psicologia è l’attenzione sulle percezioni, sui pensieri e sui sentimenti in atto;  in filosofia è la consapevolezza che l’uomo ha di sé e della propria identità, del rapporto di sé col mondo esterno. Il rapporto che si stabilisce tra l’uomo e l’essere in sé e tra gli uomini associati nella comune ricerca, è un  rapporto che non è solamente intellettuale, in quanto impegna la totalità dell’uomo e quindi anche la sua volontà: solo chi ama si pone in una dimensione di ricerca, in quanto desidera conoscere. Uno dei caratteri fondamentali dell’Eros è l’insufficienza: da questo prende lo spunto Socrate in uno dei <i>Dialoghi platonici</i>, <i> </i>e sentenzia che l’amore desidera ciò che non possiede; è quindi mancanza e insufficienza (<i>penìa). </i>Il mito, infatti, lo dice figlio di <i>Penìa (Povertà)</i> e di Poros (<i>Espediente); </i>come tale esso non è un dio, ma un demone; perciò non possiede la bellezza e il bene<i>,</i> ma li desidera, non ha la sapienza, ma aspira a possederla. Nel <i>Simposio</i> Platone fa dire a Socrate per bocca di Diotima:</p>
<p style="text-align: justify;">Socrate<i>:</i> <i>“Ma chi sono dunque, Diotima, quelli che si impegnano nella ricerca e nella sapienza, se non sono né i sapienti né gli ignoranti?” </i></p>
<p style="text-align: justify;">Diotima<i>:</i> “<i>Sono quelli che si trovano a metà strada tra questi due estremi, tra i quali deve trovarsi anche Eros. La sapienza infatti si colloca nel novero delle cose più belle ed è al bello che Eros si volge; da ciò deriva, di necessità, che amore è amante della sapienza, è una via di mezzo tra l’uomo sapiente e quello ignorante. La causa della presenza in lui di questi due diversi aspetti va ricercata ancora nella sua nascita: suo padre infatti è sapiente e abbonda di risorse intellettuali; sua madre invece non è sapiente ed è sprovvista di risorse. Ecco dunque caro Socrate qual è la natura di questo demone.” </i></p>
<p style="text-align: justify;">Ma la bellezza ha gradi diversi ai quali l’uomo può elevarsi solo attraverso un lungo e lento percorso. Il primo grado è esteriore ed appartiene al corpo che alletta e attrae l’uomo; poi egli si accorge del carattere effimero, così impara ad amare la bellezza corporea in quanto tale. Ma al di sopra di questa c’è la bellezza dell’anima; ancora più in alto la bellezza delle istituzioni e delle leggi e poi la bellezza delle scienze; infine, al di sopra di tutto, la bellezza in sé, l&#8217;idea  eterna e immutabile, perfetta, superiore al divenire e alla morte e origine di ogni altra bellezza. Essa funge da mediatrice fra l’uomo decaduto e il mondo delle Idee; e ad essa l’uomo risponde con l’amore, che è desiderio. Quando l’uomo risponde al richiamo della bellezza allora questo si fa guida dell’anima verso il mondo dell’essere. In questo modo diviene nello stesso tempo ricerca dell’essere in sé e unione amorosa delle anime nell’apprendere e nell’insegnare. E’, quindi, <i>psicagogia, </i>guida dell’anima attraverso la mediazione della bellezza, verso il suo vero destino. E&#8217; arte della persuasione e vera <i>retorica, </i>che non è, come sostenevano i Sofisti, una tecnica alla quale sia indifferente la verità del suo oggetto, ma è conoscenza dell’essere in sé e, nello stesso tempo, conoscenza dell’anima. Come tale distingue le specie differenti  delle anime trovando per ognuna di esse la via giusta per persuaderla e condurla all’essere:</p>
<p style="text-align: justify;">“<i>Quando l’anima affissa i suoi sguardi su ciò che è illuminato dalla verità e dall’essere, subito comprende,  conosce  e sembra  che  possegga  intelligenza:  ma quando  si  rivolge a  ciò che è pieno d’ombra,  su  ciò che nasce e muore,  altro non  ha se non opinioni e vede oscuro e tira a indovinare, e somiglia a chi non abbia intelligenza. Ciò  che,  dunque, spande la  luce della  verità  sulle conoscenze acquisite, ciò che da all’anima la facoltà di conoscere, di pure che è l’idea del Bene. Essa è il principio della scienza e della verità, in quanto appartengono all’intelligenza, ma per quanto belle siano – la scienza e la verità – l’idea del Bene ne è distinta e sarai nel giusto se la riterrai di gran lunga più bella. E come nel mondo visibile è giusto credere che la luce e la vista abbiano una qualche analogia col sole, ma sbaglieremmo se le prendessimo per il sole stesso, così nel mondo intelligibile è giusto credere che la conoscenza e la verità siano simili al sole, ma sbaglieremmo se le credessimo lo stesso Bene: ancor più in alto è da porsi il Bene.”  </i>(Platone, Repubblica)</p>
<p style="text-align: justify;">Dunque per i Greci libertà è sinonimo di ricerca. L’uomo è<i> “animale ragionevole” </i>e possiede la capacità razionale, che vuol dire cercare in modo autonomo. Il fine della ragione è la libera ricerca della Verità; ma in questo senso, a sostanziale differenza dei moderni, essi attribuiscono alla ragione una potenza superiore, capace di indagare e riconoscere le <i>“cose ultime”</i>. Il riconoscere non è però inteso come conoscenza inconfutabile, in quanto non si pretende di conoscere l’inconoscibile attraverso un atto di supremazia razionale e intellettuale, ma lo si pone come <i>“ciò che è  necessario, ciò che è e non può non essere”</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">Eraclito è il primo vero filosofo della ricerca: la natura dell’uomo, in quanto dotato di ragione, impone la ricerca della verità, infatti questa<i> “ama nascondersi” </i>e aggiunge<i>: “i cercatori d’oro scavano molta terra, ma ne trovano molto poco”. </i>Ma nonostante la consapevolezza dei propri limiti egli  vede ampliarsi davanti a se un vasto orizzonte di aspettative:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>“Se non speri non troverai l’insperato, introvabile essendo questo inaccessibile</i>.<i>”</i></p>
<p style="text-align: justify;">La prima condizione della ricerca è che l’uomo<i> “indaghi se stesso”, </i>che guardi dentro di sé e nel proprio infinito mondo interiore:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>“Tu non troverai i confini dell’anima, per quanto vada innanzi, tanto è profonda la sua ragione” .</i></p>
<p style="text-align: justify;">La seconda condizione è la comunicazione fra gli uomini: ciò che accomuna gli uni agli altri e, nello stesso tempo, costituisce la più intima essenza dell’uomo singolo è il <i>“Logos”, </i>il pensiero<i>. </i>Il logos rappresenta il filo comune che unisce gli uomini<i> “desti”, </i>aperti alla comunicazione tramite la ricerca; la stessa che determina l’indole dell’uomo<i> (ethos) </i>e, conseguentemente,  il proprio destino. Il cercare qui assume un doppio significato nel suo volgere verso la conoscenza, in quanto non ha <i> </i>solamente valore contemplativo<i> (noesis), </i>ma diviene anche saggezza di vita e di comportamento<i> (fronesis). </i>Anassimandro si  pone  per  primo  il  problema  di  cercare una risposta  razionale  sul  modo in cui  avviene il processo di derivazione dall’origine e lo indica nella <i>“separazione”</i>. L’atto della separazione si realizza nella nascita, la quale attuandosi implica la separazione dall’Essere Originario. Essa dunque è una rottura dell’Unità e dell’armonia, dalla quale si separano gli opposti che in essa si compongono: caldo e freddo, secco e umido, finito e infinito, ecc.. Questa separazione, o nascita, secondo Anassimandro, è dovuta ad una colpa  che  si dovrà espiare  vivendo. Tale  colpa consiste proprio nell&#8217;atto della separazione, inteso come rottura dall’Unità, che solo con la pena del vivere potrà essere espiata, per concludersi infine con la morte ed il conseguente ritorno ad essa. Il ritorno al Principio creatore è, perciò, opposizione, lotta, discordia, bisogno di ricongiungere il dissonante all’armonico, il discorde al concorde, l’incompleto al completo, poiché solamente dalla riunificazione degli opposti scaturisce l’Unità, mentre dall’Unità scaturiscono gli opposti. La teoria sulla realtà fisica di Parmenide di derivazione pitagorica, si basa anch’essa su un dualismo, quello del limite e dell’illimitato, che egli converte nel prodotto della mescolanza e della lotta della luce e delle tenebre. Altro interessante contrasto che viene posto nella filosofia di Parmenide è quello tra Verità e apparenza.<i> </i>Due sole vie di ricerca si possono concepire<i>: </i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>“L’una dice che l’essere è e non può non essere, e questa è la via della persuasione perché è accompagnata dalla verità. L’altra dice che l’essere non è ed è necessario che non sia; e questo, ti dico, è un sentiero del quale nessuno può persuaderci di nulla. Perciò un solo cammino resta al discorso, che l’essere è”</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal pitagorismo deriva anche la convinzione di Parmenide che solo con il rigore della ricerca l’uomo può pervenire alla Verità. I versi con cui si apre il poema<i> “Il viaggio verso la verità”, </i>evidenziano in tutta la loro forza la propria convinzione  iniziatica,  la  quale trova  la via  della  persuasione solo  nella  potenza indagatrice  della ragione, dal momento che i sensi si fermano all’apparenza:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>“Le cavalle che mi portano fin dove il mio desiderio vuol giungere/ mi accompagnarono, dopo che mi ebbero  condotto e mi  ebbero  posto  sulla  via che  dice molte cose/ che appartiene alla divinità e che porta in tutti i luoghi l’uomo che sa./ La fui portato. Infatti la mi portarono accorte cavalle/ tirando il mio carro, e  fanciulle indicavano la via…” </i></p>
<p style="text-align: justify;">E poi continua:<i> </i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>“…E   la dea  di   buon animo mi  accolse e con la sua mano la mia mano destra/ Prese, e incominciò a parlare così e mi disse:/ &#8211; O giovane, tu che, compagno di immortali guidatrici, con le cavalle che ti portano giungi alla nostra dimora,/ rallegrati, poiché non un’infausta sorte ti ha condotto a percorrere/ questo cammino (infatti esso è fuori dalla via battuta dagli uomini)/ ma legge divina e giustizia./ Bisogna che tu tutto apprenda: e il solido cuore della ben rotonda verità/ e le opinioni dei mortali, nelle quali non c’è una vera certezza./ Eppure anche questo imparerai: come le cose che appaiono/ Bisognava che veramente fossero, essendo tutte in ogni senso.” </i></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><b><i>Cattolicesimo e libero arbitrio</i></b></p>
<p style="text-align: justify;">Il Cattolicesimo apparentemente sembra escludere il principio della libera ricerca, tipico della tradizione greca, in quanto insiste nell&#8217;accettazione di una rivelazione o di una verità testimoniata dall’alto di una autorità. Ma la realtà, per chi voglia approfondirne il senso è differente: il Cristianesimo, a nostro modo di vedere, non si contrappone affatto alla tradizione greca, ma la completa nel suo percorso di determinazione, ovvero nel principio conclusivo della verità cercata. Tale percorso è stato evidente nei primi secoli dell’era cristiana. I primi padri della chiesa, denominati apologisti, cercarono di sistematizzare la dottrina cristiana attingendo ampiamente dalla speculazione greca e pagana molti dei concetti su cui basare i propri capisaldi. Essi tennero ad affermare e a giustificare la continuità del Cristianesimo con il pensiero greco ed in particolar modo con l’ultimo periodo di quella speculazione, improntata prevalentemente sul problema spirituale e religioso. In primo luogo si sostenne l’universalità divina del Logos o della Ragione, attingibile da tutti gli uomini e si affermò, per   conseguenza,  la  necessità  di  unità  tra   filosofia  e  religione. La ragione sarebbe inutile se l’uomo non potesse scegliere tra il bene e il male e, dunque, non appena egli si ponesse il problema e si domandasse in che modo vada inteso il significato della Verità (intendendola come Verità nel suo valore assoluto) per giungere ad esserne veramente e interamente coinvolto nel significato della propria esistenza, l’esigenza della ricerca si ripresenterebbe in tutta la sua forza. La ricerca, pertanto, nasce e viene rafforzata dal bisogno di religiosità dell’uomo, dalla necessità di indirizzare la propria vita spirituale verso la Verità assoluta, fosse anche quella rivelata. Si sostenne, pertanto, la superiorità della conoscenza sulla fede, in quanto la conoscenza ricomprende in sé anche quest’ultima. Le Sacre Scritture contengono soltanto degli elementi  minimi  sui  quali porre  le  basi  di  un  percorso  conoscitivo, che  si trova ben al di sopra del Vangelo storico e conduce verso un Evangelo spirituale ed eterno, posto al di la del tempo e dello spazio, in grado di abbracciare non solo tutta l’umanità, ma l’universo intero, ma che soltanto a pochi è dato di intuire e di conoscere. L’atteggiamento speculativo è rivolto a chiarire il significato autentico della propria vita interiore; ovvero si intende chiarire il significato del rapporto del proprio io e della propria anima con il Trascendente. Ne <i>“Le confessioni”</i> di Sant&#8217;Agostino la tematica centrale  è il rapporto diretto tra Dio e l&#8217;uomo e in particolare di come l&#8217;uomo, che cerca la felicità e dunque la Verità, (secondo quanto insegnato dalla filosofia greca)  per conoscere Dio non si possa ricorrere alla sola ragione ma si abbia bisogno anche del sostegno della grazia divina e, quindi, della fede. La dottrina e la scuola di pensiero a cui Agostino fa riferimento è quella neoplatonica ed in particolare si basa sulla personalità e sull’insegnamento mistico di Plotino. Agostino viene chiamato il Platone cristiano, non tanto per motivi di affinità dottrinali, ma in quanto intende richiamarsi all’esigenza della ricerca, che fu tipica del pensiero platonico e neoplatonico, ponendola come presupposto e rinnovandola nello spirito cristiano. La ricerca non è unicamente esigenza della ragione, ma è esigenza introspettiva, di conoscenza interiore, che nella ragione deve fondare la sua disciplina e il suo rigore. Dunque <b>la fede è il frutto e il fine della ricerca</b>, e come tale è libertà che al di fuori del suo presupposto non sarebbe in grado di scorgere alcuna Luce. Nella fede la libertà trova il suo rafforzamento e il suo arricchimento ed allo stesso tempo ne è la sua condizione. Per Agostino, come per gli antichi greci, la ricerca implica un impegno totale dell’uomo, non solo intellettuale, ma anche di volontà <i>(noesis e fronesis)</i>. Essa impone il rigore della verifica dei concetti da acquisire, non li elude e non li evita, ma li affronta e li considera incessantemente nella loro difficoltà, tendendo verso il loro chiarimento e verso la Verità, che anche secondo la parola evangelica è: <i>“la Via e la vita”</i>. Tuttavia si tratta di una scelta e, dunque, di una condizione di libertà di colui che la attua. La ricerca di Agostino viene condotta con il riconoscimento dei limiti imposti dal divino alla ragione stessa, ma egli non si arrende  e  non  si ferma di fronte al dubbio e al mistero, ma pone questi limiti come base e punto di riferimento, fortificandoli con la persuasione della fede, per spostare sempre in avanti i limiti della conoscenza. Questo presupposto è già, dal punto di vista di Agostino, un primo fondamento di libertà e di certezza: la Verità è trascendente ma allo stesso tempo è presente nella dimensione interiore e introspettiva dell’uomo che la cerca liberamente. Lo sforzo intellettuale e filosofico si trasforma in umiltà religiosa e giunge alla fede. La libertà e il bisogno della ricerca appaiono come grazia, come una concessione e un dono di Dio. Nel libro <i>“La città di Dio”</i> l’uomo singolo viene posto di fronte ad un’alternativa: indirizzare la propria esistenza verso una dimensione introspettiva e spirituale, ovvero impostando la propria vita nella ricerca di Dio, oppure scegliere di vivere nella cosi detta “<i>città terrena”</i>, raffigurata come il regno della carne. La città terrena ospita coloro che sono dominati dalla sete di dominio verso il prossimo, mentre nella città celeste si vive nell’armonia dello spirito di solidarietà e nel rispetto dei doveri sociali. A distinguere l’esistenza e la differenza tra le due città non vi è alcun segno caratteristico esteriore. Esse sono invisibilmente accessibili e fanno parte della storia dell’umanità fin dal suo inizio e lo saranno fino alla fine. Solo attraverso una riflessione spirituale, umile e sincera, ognuno potrà individuarle e potrà scegliere di quale città essere dimorante.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><b><i>Dignità e libertà nell&#8217;Umanesimo</i></b></p>
<p style="text-align: justify;">La concezione del mondo, nella cultura tipica dell’Umanesimo, sta nella ricerca dei valori umani permanenti, mediante lo studio e la riscoperta degli antichi saggi.</p>
<p style="text-align: justify;">Al centro di questa nuova concezione vi è un progetto di ricostruzione dell’uomo, di natura prevalentemente spirituale e religiosa, tendente a stabilire il suo ruolo e con esso il determinarsi del suo rapporto con il mondo e con il divino. Significa, altresì, definire la sua collocazione al cospetto del cosmo, divenendo un rapporto  agente in una posizione intermedia tra il mondo materiale e la perfezione divina. In altri termini l’uomo, riprendendo l’antica tradizione ermetica, è in grado di stabilire la propria identità, ovvero la propria essenza, ponendosi in rapporto tra ciò che è <i>“fuori da sé” </i>e ciò che è<i> “dentro di sé”; </i>divenendo egli stesso un rapporto nell’ambito di tali rapporti. Stabilire la propria collocazione rispetto al cosmo, pertanto, significa determinare anche il proprio ruolo e il proprio ambito di libertà e di movimento nella ricerca  e nella  conoscenza. Marsilio Ficino occupò gran parte della propria breve esistenza nella traduzione di testi classici proprio  nel  tentativo  di  dimostrare, attraverso un arcaico percorso che va da Zarathustra fino a  Ermete Trismegisto  a Pitagora e  fino  a Platone,  per confluire  infine nella  religione  ebraico cristiana e nel misticismo neoplatonico, che non vi è, in linea di massima, disaccordo fra Platonismo e Cristianesimo, fra magia e religione. Al contrario, in queste tradizioni così apparentemente diverse tra loro, vi è un comune nucleo di verità, che Ficino riassume nella formula <i>“homo copula mundi”</i>, rappresentato dalla dignità cosmica dell’uomo. L’uomo è il centro (copula), un’entità intermedia nel creato a metà strada tra l’animale e l’angelo. Per questo egli si trova perennemente di fronte alla sua responsabilità di scegliere, alla sua libertà di autodeterminarsi, tendendo verso la perfezione angelica o verso il degrado animalesco. Nella <i>“Teologia Platonica” </i>di Ficino, leggiamo:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>“ L’anima è tale che afferra le cose superiori senza lasciare le inferiori; e così in essa si collegano le cose superiori con le inferiori. Essa infatti è immortale e mobile, e perciò da un lato concorda con le cose superiori, dall’altro con le inferiori. E se concorda con entrambe, desidera entrambe… E mentre aderisce al divino, poiché è spiritualmente unita ad esso e l’unione spirituale genera la cognizione, conosce il divino. Mentre riempie i corpi, li muove intrinsecamente e li vivifica; essa è dunque specchio delle cose divine, vita delle cose mortali e connessione delle une e delle altre… Affinché dopo Dio e l’angelo al di sopra del corpo e delle qualità che nel tempo e nello spazio si dissipano, faccia da termine medio adeguato: che sia in un certo modo diviso dal decorso del tempo e tuttavia non diviso dallo spazio. E’ essa che si inserisce fra le cose mortali senza essere mortale, perché si inserisce integra e non spartita, e così anche integra e non spartita se ne ritrae. E poiché mentre regge i corpi aderisce anche al divino, è signora dei corpi, non compagna. Questo è il massimo miracolo della natura.”</i><i> </i></p>
<p style="text-align: justify;">Il ruolo di mediazione recuperato dalla tradizione platonica e neoplatonica, appartenente al  mondo classico, determina di fatto la fine dell’egemonia assoluta del dogma ecclesiale e, per il tramite di questa, del dominio assoluto della Chiesa. Viene pertanto a costituirsi una sorta di Platonismo Cristiano incentrato sulla figura del <i>Demiurgo. </i>La direzione in cui procede questa sorta di liberazione porta al ribaltamento delle certezze originarie e possiede l’indole di sostituirsi alle credenze dogmatiche con il libero amore per la divinità. Una esperienza spirituale di tale portata che, rinunciando all’imposizione dogmatica, dirige verso l’amore della libera ricerca, implica che la condizione umana sia dominata dall’incertezza, dall’indecisione, dal senso di responsabilità e di equilibrio sulle possibili scelte. Nel privilegiare la libera ricerca e la conoscenza, l’umanesimo afferma e compie una reale modificazione nel considerare la vita stessa, ovvero concepisce l’esistenza come riflessione e studio in luogo di una vita improntata come semplice preparazione passiva in attesa della vita futura. Nella ricerca dell&#8217;unica Verità che propende verso Dio, attraverso la conoscenza e l’esplorazione della natura nella quale Egli si manifesta, si può esaltare la libertà e la dignità dell’uomo. Ma, benché siano tante le vie che si possono intraprendere e percorrere nella ricerca della Verità, questa è e rimane una e immutabile. Pico della Mirandola  mette in risalto, come Ficino, il ruolo di intermediazione dell’uomo. Dio, ha dotato l’uomo di una qualità essenziale di cui sono prive tutte le altre creature: la libertà. Egli possiede la libertà e la responsabilità di autodeterminarsi ed essendo posto in una posizione  intermedia del cosmo può scegliere tra l’elevarsi verso le cose celesti o il degradarsi fino alle cose  inferiori.  L’utilizzo di questa  facoltà viene esaltata  nella ricerca e nella conoscenza, poiché procedendo in essa l’uomo apprende al contempo le leggi che regolano l’universo e vi individua la posizione da lui stesso occupata, che è posizione indeterminata tra rischio e pericolo, coscienza e incoscienza, libertà e responsabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><b><i>Libertà e divinità secondo la tradizione orientale</i></b></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;atteggiamento del pensiero tradizionale occidentale, a partire dal greco Parmenide, si fonde e forma un unicum con la posizione dell&#8217;induismo e del pensiero orientale in generale. Il divenire che non esiste e il non essere che non è, per Parmenide sono la stessa faccia della medaglia; dunque rappresentano il mondo dell&#8217;illusione e della doxa. Uno dei grandi temi delle dottrine orientali, del Veda, delle Upanishad, del Bramanesimo e del Buddismo, è proprio questo: tutto ciò che di orribile e doloroso si manifesta e si presenta come reale, altro non è che illusione. L&#8217;uomo è infelice per il semplice fatto che non sa di essere felice, in quanto non riesce a distinguere la Realtà e la Verità dall&#8217;illusione e dall&#8217;opinione. Così accade nella ricerca della Verità, che è una e immutabile, dove le strade per giungervi possono essere infinite e di infinite forme. Il Divino è Uno, benché centinaia siano le divinità del Pantheon indù. Ogni uomo può perseguire una strada differente da ogni altro e giungere alla stessa meta, al medesimo Principio, ovvero alla realizzazione dell&#8217;Unità nella diversità. L&#8217;atteggiamento nel concepire il senso di libertà, che accomuna la Tradizione, sia essa orientale che occidentale, è proprio questo ed è di natura spirituale e metafisica.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>&#8220;Il Principio è Uno, ma i saggi lo chiamano con nomi diversi&#8230;Vedi l&#8217;unità nella diversità, l&#8217;Uno divino appare nelle molte forme, immensa è la sua vastità. Accesa in varie forme, l&#8217;eterna fiamma è Una. Illuminando il mondo con i raggi dorati all&#8217;alba, dipingendo le nubi della sera con cangianti colori, il sole è Uno.&#8221;</i><i>  (Rig Veda) </i></p>
<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;induismo sono comprese molte tradizioni spirituali, le quali rappresentano le innumerevoli e differenti strade che conducono tutte alla stessa meta: Dio è Uno e appare in molte forme, ma ogni forma è Egli stesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>&#8220;Conosce la verità chi conosce questo Dio come Uno. Né secondo, né terzo, né quarto Egli è chiamato; né quinto, né sesto, né settimo Egli è chiamato; né ottavo, né nono, né decimo Egli è chiamato; Egli sopravvive a tutto ciò che respira e non respira; egli possiede il potere supremo. Egli è Uno, Uno solo, in Lui tutti i poteri divini diventano Uno soltanto.&#8221; </i> (Atharva Veda)</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Induismo si basa sull&#8217;autorità del Veda e, tuttavia, questa autorità non riveste carattere dogmatico tale da poter parlare di ortodossia. Ma è anche vero il contrario, cioè che non si può parlare di sincretismi o contrapposizioni. Per questo motivo l&#8217;Induismo non è una religione, nel senso che le attribuiamo noi occidentali, bensì può essere definita <b>“Principio eterno e Luce di riferimento”</b>, la cui Verità basata sulla Tradizione non determina un asservimento della ragione e della libera ricerca, ma al contrario, li stimola nel desiderio di conoscenza ed esalta la libertà spirituale, testimoniata dalle differenti e innumerevoli dottrine o <i>“punti di vista”</i>, dove la conoscenza è paragonata a una <i>“visione interiore”</i>. Abbiamo già visto, citando Guenon in un nostro precedente articolo, come:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>“La dottrina del Veda, vale a dire la Scienza Sacra tradizionale per eccellenza, poiché tale è il senso proprio di questa parola, è il principio e il fondamento comune di tutti i rami, più o meno secondari e derivati, che sono quelle concezioni diverse di cui alcuni hanno fatto, a torto, altrettanti sistemi rivali e contrapposti. In realtà, queste concezioni, fintanto che sono in accordo con il loro principio, non possono evidentemente contraddirsi fra loro e, al contrario, non fanno che completarsi e chiarirsi a vicenda.”</i></p>
<p style="text-align: justify;">Dunque riconoscere l&#8217;auctorictas del Veda diventa un&#8217;esigenza interiore, basata sulla comprensione del linguaggio spirituale dei suoi enunciati. In questo senso non può  mai assumere carattere impositivo, dal momento che la strada della ricerca della Verità è frutto di una libera scelta e, dunque, frutto della persuasione. Come tale si tratta di una verità intuitiva, ma interamente da comprendere e da realizzarsi attraverso lo studio e la fede. Swami Vivekananda ci insegna che:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>«Per Veda si intende la ricchezza accumulata di leggi spirituali da persone differenti in epoche differenti. Ogni anima è potenzialmente divina. Lo scopo è manifestare questa divinità interiore, controllando la natura, esterna ed interna […] in questo modo sarai libero”</i></p>
<p style="text-align: justify;">Questo si può ottenere con il lavoro, con la venerazione, con il controllo psichico, con la filosofia, con uno o più di essi, o con tutti. Questo è il concetto e il senso di ogni religione. Dottrine, dogmi, rituali, libri, templi, strutture, esistono, ma sono dettagli secondari, servono per indicare una via o un percorso. Acquisendo questa consapevolezza e la conseguente conoscenza della Realtà vera, l&#8217;esistenza fenomenica, il divenire, ci appariranno come uno stato di schiavitù, come illusione e apparenza. La liberazione da questo stato esistenziale consiste nella ricerca e nello sviluppo della propria personalità, che è increata e incompiuta. La libertà dell&#8217;uomo consiste nella ricerca del Brahman o della Divinità, di cui è parte inscindibile. Pertanto il sé individuale è divino, ma questa divinità rimarrà in potenza fintanto che l&#8217;uomo non spezzerà le catene della schiavitù di un&#8217;esistenza effimera. Lo scopo del Vedanta è quello di raggiungere la libertà spirituale e la consapevolezza della propria divinità. In questo modo ci si rivolge al Divino attraverso la preghiera:</p>
<p style="text-align: justify;"><i>«Guidami dall’irreale al reale, dall’oscurità alla luce, dalla morte all’immortalità»</i><b> </b>(Brihadaranyaka Upanishad, 1-3.27)</p>
<p style="text-align: justify;">Il versetto di apertura del Dhammapada, il testo più noto del Buddismo Theravada, afferma come l&#8217;influenza del pensiero e della mente siano all&#8217;origine della creatività:</p>
<p style="text-align: justify;"><b><i>“La vita di ogni uomo è modellata dalla sua mente, noi siamo (diventiamo) ciò che pensiamo”</i>. </b></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><b>Conclusioni</b></p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto di libertà, per quanto suesposto, si misura sul concetto di Verità; in altre parole la libertà si può definire solo in relazione alla Verità: se  per  essa  s&#8217;intende  la Verità  assoluta,  allora  sarà assoluta anche la libertà, se si intende una Verità relativa, allora sarà relativa anche la libertà. Da un punto di vista speculativo possiamo considerare tre ambiti entro i quali si evolve il nostro agire conoscitivo: il primo stadio, quello più in basso, è soggetto al dominio della volontà dell’uomo, riguarda il contingente e nasce dall’elaborazione legislativa e istitutiva della società, il cui campo di applicabilità è la morale. In questo ambito dobbiamo sottoporci all’osservanza di tutto ciò che si presenta come un dovere. In esso risiede la verità relativa e il pericolo maggiore è quello di incorrere nell&#8217;errore di voler collocare qualcosa di sacro e di illimitato in un ambito essenzialmente profano e finito. Il secondo stadio, il cui campo di applicabilità è l&#8217;etica, è quello  entro il quale non tutto dipende dalla volontà divina, ma vi sono degli spazi accessibili e rappresentabili dalle facoltà umane, quali sono la scienza e l’intelligenza. In questo ambito subiamo dei condizionamenti più o meno influenti da parte del Divino e l’accostarci allo stato di perfezione consiste nella misura in cui li accettiamo  e li meritiamo. Qui possiamo scegliere di esercitare la nostra libertà verso la Verità Assoluta o verso una Verità relativa. Il terzo stadio ha attinenza con tutto ciò che rimane al di fuori della nostra portata e riguarda gli eventi cosmici che sono avvenuti, che stanno avvenendo e avverranno nell’universo e che non sono dipesi dall’intervento dell&#8217;uomo e dalla sua volontà. In questa sfera risiede la Verità assoluta e opera la volontà di una Mente Divina. L’ambito del nostro conoscere risiede nella metafisica, nel simbolismo, nell’intuizione  e non può che confluire nella fede.  Dunque esistono due tipi di libertà, una esteriore e l’altra interiore: la prima ha a che fare con il contingente nel rapporto con gli uomini e con la società ed è la falsa libertà. Questa tende a soddisfare il presente e, in quanto tale, si manifesta come un evento storico relativo: l’uomo tende a conquistarsi degli spazi nell’ambito dei rapporti con il mondo terreno e con gli altri  uomini; spazi che  riguardano la politica e il sociale in generale. La seconda ha a che fare con la coscienza e con lo spirito nel suo rapporto con il mondo e con il Divino. Questa riguarda il singolo individuo in particolare ed è la vera libertà: l’uomo tende ad autodeterminarsi, attraverso la ricerca e la conoscenza, in vista di una maturazione spirituale. Questo tipo di libertà, nella sua tensione e nel suo sforzo continuo di ricerca della Verità, pur riconoscendosi entro i limiti razionali imposti dal Divino, è capace, attraverso uno slancio intellettuale che va oltre quegli stessi limiti, di produrre l’atto supremo ed ultimo e di pervenire alla Fede. Questa è la vera Fede, determinata dal desiderio e dalla tensione verso la Verità assoluta e da questa fermamente persuasa e non più passivamente basata sull’imposizione dogmatica.</p>
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<p>Sandro Secci</p>
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<p><i>Bibliografia di riferimento:</i></p>
<p><i>F. Adorno, Platone Dialoghi Politici, Utet, Torino 1988;</i></p>
<p><i>G. Pico della Mirandola, La dignità dell’uomo, F.S. Pignagnoli, Sandron, Bologna 1970;</i></p>
<p><i>La libertà religiosa tra tradizione e moderni diritti dell’uomo, Ed. fondazione Agnelli, Torino 2002;</i></p>
<p><i>Marsilio Ficino, Teologia Platonica, Il pensiero Occidentale, Editrice Bompiani, Milano 2011;</i></p>
<p><i>Parmenide, Poema sulla natura, Bompiani, Milano 2003;</i></p>
<p><i>Platone, Simposio, Einaudi, Torino 2009.</i></p>
<p><i>René Guénon, L&#8217;uomo e il suo divenire secondo il Vedanta,  Adelphi edizioni, Milano, 2011; Sant&#8217;Agostino, La città di Dio, Mondadori, Milano 2011;</i></p>
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		<title>I RITUALI E LE IMPRESE DEI CAVALIERI TEMPLARI DELLA DAGA DORATA.</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jul 2013 13:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ORDINE SEGRETO CHE TORNA DOPO 700 ANNI. RITROVATO “LE LIVRE OCCULTE”, I RITUALI E LE IMPRESE DEI CAVALIERI TEMPLARI DELLA DAGA DORATA.   Guglielmo d’Orleans, Cavaliere della Daga Dorata, ci ha lasciato “Le Livre Occulte”,le sue memorie. Ecco come descrive il difficile lavoro compiuto dai fratelli, e le sofferenze patite. “Nonostante fossero molte le limitazioni [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><b>L’ORDINE SEGRETO CHE TORNA DOPO 700 ANNI.</b></p>
<p align="center"><b>RITROVATO “LE LIVRE OCCULTE”, </b></p>
<p align="center"><b>I RITUALI E LE IMPRESE DEI CAVALIERI TEMPLARI DELLA DAGA DORATA.</b></p>
<p align="center"><b> </b></p>
<p>Guglielmo d’Orleans, Cavaliere della Daga Dorata, ci ha lasciato “Le Livre Occulte”,le sue memorie. Ecco come descrive il difficile lavoro compiuto dai fratelli, e le sofferenze patite.</p>
<p>“<i>Nonostante fossero molte le limitazioni che ostacolavano le nostre</i> <i>opere, abbiamo sempre compiuto tanti, tanti sacrifici, in nome e per</i> <i>conto della bandiera della Verità. Perché molti furono coloro che,</i> <i>per applicare i nostri sani principi, sono stati uccisi e torturati.</i></p>
<p><i>Nella Chiesa corrotta e corruttibile si celavano uomini che per pura sete di potere, di prestigio, di vanità, hanno compiuto azioni nefande e nefaste. Anche nei confronti di questi esseri miseri abbiamo</i> <i>emanato invii di luce per essere aiutati nelle loro colpe. Sia reso</i> <i>sempre omaggio ai veri pionieri del pensiero puro, immolatisi per</i> <i>la realizzazione dei nostri ideali e sia concessa pace ai cuori degli</i> <i>ingrati di allora e delle epoche successive, che per vanità o calcolo,</i> <i>sottomettono forze sane che lottano per redimere l’uomo. Per</i> <i>esaltare il meglio, nella idealità, nella purezza dei cuori, nell’applicazione</i> <i>dei veri principi di Amore e di trasformazione di tutta l’umanità,</i> <i>per condurla verso nuove strade evolutive”.</i></p>
<p>Acquista un valore unico, per la conoscenza e per la storia, la recente scoperta  che all’interno dell’Ordine Templare, ha operato un gruppo segretissimo, che i Templari stessi non conoscevano. E che quindi costituisce un segreto che ha resistito 700 anni. E che ora è finalmente svelato.</p>
<p>L’esistenza dei 33 Cavalieri Templari della Daga Dorata, dotati di un loro sacro sigillo (che oggi ricorda la bandiera d’Europa), scelti e conosciuti soltanto dal Gran Maestro, e che ricercavano, detenevano e occultavano tutte le conoscenze scientifiche, esoteriche, rituali, economiche, commerciali ed agrarie che rivoluzionarono la società del Medioevo.</p>
<p>Oggi grazie al ritrovamento di un antico documento <i>“Le Livre Occulte”,</i> scritto da uno dei Cavalieri della Daga Dorata e rimasto occultato fino ad oggi, è stato possibile squarciare il velo che per tanto tempo ha nascosto straordinarie Verità, che finalmente ci permettono di conoscere molti dei segreti e dei misteri che hanno avvolto l’Ordine del Tempio. Verità che a quel tempo erano state difese fino alla morte.</p>
<p>Gian Marco Bragadin ha raccolto e raccontato nel libro “<b>I Cavalieri Templari della Daga Dorata</b>” (Melchisedek Edizioni), queste Verità, attingendo a fonti mai svelate prima ed a riscontri, verifiche ed approfondimenti, storici ed intuitivi, che gli hanno permesso di ricostruire la storia di quel gruppo segreto, sacrificatosi per il bene comune.</p>
<p>Ed è straordinario e sorprendente il risultato di questa ricerca, per gli interessati alle vicende dei Cavalieri del Tempio, studiosi, storici, esperti ed i particolare gli appassionati di Società segrete e Ordini Templari, perché potranno apprezzare gli insegnamenti e la fede dimostrata, anche nell’avversa fortuna, per la costruzione ideale di una società fondata sul benessere comune, l’armonia e la federazione degli Stati d’Europa. Non solo. Hanno operato per creazione di un mondo basato sulla pace, per la riunificazione delle religioni, sotto la figura del Cristo. Le ritualità venute alla luce, mostrano la profondità spirituale dei Cavalieri e le loro conoscenze esoteriche volte a superare le barriere tra le dimensioni.</p>
<p>Chi vive con il cuore aperto proverà una profonda commozione nel leggere queste memorie,</p>
<p>e &#8211; come è già successo &#8211; la sua anima potrebbe “ricordare l’appartenenza ai 33 Cavalieri della Daga Dorata”.</p>
<p>Grazie a queste Verità, è davvero possibile dire oggi che “I Cavalieri Templari sono tornati”.</p>
<p>Questo può essere definito il “vero Tesoro”, perché rivoluziona del tutto l’immagine dei Cavalieri. Certo sempre monaci e guerrieri. Ma con un gruppo interno segreto, di cui mai nessuno storico ha potuto parlare, perché nessuno ne aveva mai avuto conoscenza.</p>
<p>Sono tante le Verità originali che emergono dalla lettura del “<i>Livre Occulte”.</i></p>
<p>Esisteva un Ordine Templare femminile “Le Sorelle di Maddalena”, vere sacerdotesse che compivano complessi rituali, tra i quali quelli in morte dei Cavalieri.</p>
<p>La donna per loro aveva esattamente lo stesso valore dell’uomo, in una società che le considerava poco più che fattrici, come animali. Praticavano regolarmente “contatti con le altre dimensioni”, tramite fratelli dotati di poteri sensitivi, che chiamavano “i vasi di Dio”. Conoscevano rituali e tecniche esoteriche per liberare l’anima dal corpo dopo la morte, e consideravano il compimento della vita del Cavaliere, un viaggio, con il trasferirsi esotericamente in punto di morte, fino al luogo che nasconde l’Arca dell’Alleanza, in Etiopia, la cui potenza vibrazionale era in grado di proiettare l’anima del Cavaliere oltre il mondo astrale.</p>
<p>Avevano scoperto grazie ai contatti con gli arabi, in particolare con la setta definita degli “Assassini”, riti di iniziazione che praticavano in svariate occasioni, ad esempio quelli prima dell’inizio di ogni missione, ma anche rituali di riequilibrio tra femminile e maschile, perché già conoscevano l’androginia sacra.</p>
<p>Con questo libro, che è storia, una storia mai raccontata, l’Autore ha voluto mantenere lo stile ed il ritmo dei suoi precedenti romanzi “<i>L’Eredità dell’Ordine di Melchisedek</i>” e “<i>Melchisedek, il Sempre Veniente</i>”, in modo da sorprendere il lettore con continue scoperte, colpi di scena, sorprese, per rendere il testo avvincente e scorrevole.</p>
<p>Ecco ancora un altro stralcio dal documento che illustra come operava il gruppo segreto.</p>
<p>“<i>La missione principale da affrontare per i Cavalieri dell’Ordine della Daga Dorata era quella di raccogliere indicazioni di natura estremamente importante e segreta, per poi elaborarle e lasciar</i></p>
<p><i>discernere a chi si assumeva tale compito, di proseguire l’indagine per un ulteriore approfondimento o meno.</i></p>
<p><i>Vaste quindi erano le operazioni, perché vaste erano le notizie che andavano raccolte. Come tutte le conoscenze segrete relative alle coltivazioni di prodotti alimentari, con tecniche nuove, ricavate da viaggi in Terre lontane.</i></p>
<p><i>Ma durante quei viaggi, l’incontro con popolazioni sconosciute, portava anche all’approfondimento degli aspetti esoterici della loro religione. All’analisi di oggetti ritualistici di grande forza ed energia, che quei popoli utilizzavano per il richiamo di forze spirituali, di riti propiziatori o divinatori utili e così via.</i></p>
<p><i>Poi, rientrati nelle proprie sedi, i Cavalieri riferivano ciò che avevano scoperto, in modo che i fratelli designati potessero approfondire e divulgare quanto di buono avevano scoperto.</i></p>
<p><i>Questo sistema di conoscenza aveva permesso di comprendere chiavi di sapere occulto notevole, quali l’elaborazione di mappe nautiche, disegnate esclusivamente da un fedele dell’Ordine, nel più assoluto isolamento, fino alla elaborazione finale di una intera mappa geografica, consegnata poi solo ed esclusivamente al Gran Maestro.</i></p>
<p><i>Queste mappe segrete riguardavano anche percorsi oltre il bacino europeo e africano, che solo due galeoni compivano in gran segretezza, e avevano lo scopo di verificare direttamente le rotte che erano state tracciate sulle carte geografiche.</i></p>
<p><i>Era un lavoro di grande segretezza all’interno dell’Ordine Templare. In pratica ogni Cavaliere, nell’esecuzione delle sue missioni esplorative o di presidio nei paesi europei nel bacino del Mediterraneo, e lungo coste sconosciute, aveva permesso la tracciatura di mappe geografiche, che nessun Ordine o potenza del tempo, poteva vantarsi di possedere”.</i></p>
<p>Ecco come si conclude il “LIVRE OCCULTE”:</p>
<p><i>“Tempo verrà, e affido al tempo l’onda di pensiero ottimale perché nelle epoche future sia divulgata la nostra conoscenza. Perché noi Cavalieri ci reincarneremo in ogni luogo della Terra, per riprendere e svolgere il nostro cammino evolutivo, e ci riuniremo per formare un nuovo, potente Ordine di giustizia, di amore, di pace. Tutti verrete allora chiamati al grande incontro con la Gerarchia Cosmica, che vi parlerà mentalmente, affidando a ognuno il giusto, l’equo e saggio compito.</i></p>
<p><i>La pace, la serenità a tutti voi che leggete queste mie parole, che a nome di migliaia di compagni vi dono in unione di intenti. Perché i nuovi Cavalieri di ogni dove, di ogni tempo, sesso, razza e religione, siano domani, com’è stato per noi, sempre uniti nella Luce, per la Luce”.</i></p>
<p><i> </i></p>
<p><i> </i></p>
<p align="left"><b>L’AUTORE</b></p>
<p align="left">Da anni ricercatore spirituale ed infaticabile viaggiatore nelle località sacre in tutto il mondo, è noto per la diffusione della “Segni-Analisi”, l’antica tecnica che insegna a interpretare le coincidenze ed i segni che ci accadono.</p>
<p align="left">Studioso delle origini del Cristianesimo, ha scritto i romanzi esoterico – spirituali <b>“L’Eredità dell’Ordine di Melchisedek”</b>, “<b>Melchisedek il Sempre Veniente</b>” e il “<b>Testamento Segreto di Gesù</b>”, anche DVD. Con Annamaria Bona aveva già scritto anche “<b>Cristo e Maddalena, l’Unione Cosmica”</b>. Ora rivela le <b>“LE LIVRE OCCULTE DES CHEVALIERS TEMPLIERS DE LA DAGUE DOREE.</b></p>
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		<title>Musulmani e Cristiani</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jul 2013 13:06:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[MUSULMANI E CRISTIANI Religione e meta-storia: Invito alla comprensione di Eduardo Ciampi © Introduzione Dopo i tragici eventi dell’11 settembre 2001 accaduti a New York, il clima di tensione che è andato crescendo ci ha indotto ad approfondire la conoscenza della tradizione religiosa islamica. Da ciò, ne sono scaturite pagine di riflessione che vogliono offrire [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><b>MUSULMANI E CRISTIANI</b></p>
<p align="center"><b>Religione e meta-storia: Invito alla comprensione</b></p>
<p align="center">
<p align="center">di Eduardo Ciampi ©</p>
<p align="center">
<p align="center">
<p><b>Introduzione</b></p>
<p>Dopo i tragici eventi dell’11 settembre 2001 accaduti a New York, il clima di tensione che è andato crescendo ci ha indotto ad approfondire la conoscenza della tradizione religiosa islamica. Da ciò, ne sono scaturite pagine di riflessione che vogliono offrire al lettore contemporaneo un approccio un po’ diverso da quello che emerge quotidianamente dai mass media, fornendo al contempo alcuni strumenti utili per sapersi orientare nel dibattito e reagire quindi a tanta informazione che tende invece &#8211; paradossalmente proprio in questi turbolenti tempi, così delicati per le questioni politiche internazionali &#8211; a gettare benzina sul fuoco fomentando, in modo indiscriminato e irresponsabile, diffidenza e avversione tra esseri umani, che appartengono a culture, razze e religioni diverse, ma sono tutti figli dello stesso Dio.<a title="" href="#_ftn1">[1]</a></p>
<p>Oltre ad alcune informazioni di base sull’Islam e i suoi rapporti col Cristianesimo, abbiamo provato ad individuare quella Verità metastorica, quella Tradizione di fondo, che accomuna tutte le grandi religioni. Comunque, non abbiamo trascurato d’evidenziare anche quelle norme etiche comuni, che nella loro essenziale bontà, possano andare al di là della particolare diversità dogmatica, rituale e teologica, risultando condivisibili anche con una buona parte di coloro che si  definiscono atei.</p>
<p>Nel nostro percorso di riflessione ci siamo affidati all’autorevolezza dei commentari dei maggiori studiosi della tradizione e abbiamo tratto utilissime informazioni da studi di validissimi scrittori &#8211; musulmani e non, riportati in bibliografia, considerati rispettosi esegeti della <i>Sophia perennis</i><a title="" href="#_ftn2">[2]</a> &#8211; i quali da anni hanno contribuito, a livello internazionale, al dialogo tra Cristianesimo ed Islam. Ci auspichiamo quindi che il nostro breve studio possa aiutare il lettore occidentale a comprendere questo particolare momento storico per riuscire ad accogliere l’altro, il diverso, il prossimo d’evangelica memoria, come se stessi, così come ha insegnato Gesù Cristo – il <i>Logos</i> incarnato il quale entra nel tempo e nello spazio, e alla luce della sua funzione messianica rende evidente la relatività della storia.<a title="" href="#_ftn3">[3]</a></p>
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<p><b>Affinità e differenze</b></p>
<p>Sarà necessario accennare sinteticamente alle principali regole e caratteristiche della religione musulmana prima di affrontare quelle che sono le fondamentali affinità che la rendono religione sorella al Cristianesimo &#8211; come anche al Giudaismo &#8211; e che ci permetteranno di sviluppare un dialogo costruttivo e di stabilire una fruttuosa intesa.</p>
<p>In senso letterale, la parola <i>Islàm</i> significa ‘sottomissione’ (la radice etimologica allude anche alla pace e soprattutto all’umiltà),<a title="" href="#_ftn4">[4]</a> ovvero obbedienza a Dio, al Progetto divino che concerne l&#8217;umanità intera e che l&#8217;uomo non può conoscere per la sua intrinseca limitatezza; tuttavia esso vi si dovrà abbandonare, fiducioso della bontà e della misericordia divina (il Cristiano direbbe che deve essere fatta la volontà di Dio). L’Islam è una religione monoteista sorta a Mecca nel VII secolo dopo Cristo in seguito alla predicazione di Muhammad (volgarizzato in Maometto)<a title="" href="#_ftn5">[5]</a>, considerato l&#8217;ultimo e definitivo Profeta,<a title="" href="#_ftn6">[6]</a> inviato al genere umano da Dio (in arabo <i>Allāh, </i>ovvero ‘Il Dio’) al mondo intero, cioè a tutti i popoli e a tutte le comunità religiose precedenti.<a title="" href="#_ftn7">[7]</a></p>
<p>Il credo dell’Islam è riassunto nella <i>Shahādah</i>: “Non v’è altro dio eccetto Dio. Muhammad è l’Inviato di Dio”, dove viene esaltata l’unicità di Dio, proprio come recita la testimonianza di fede cristiana <i>Credo in unum Deum</i>. Quel che è invece molteplice, nell’Islam, è la modalità dell’espressione divina, ovvero i tanti profeti che nel mondo &#8211; che è per l’appunto molteplice &#8211; hanno rappresentato quell’unità attraverso più rivelazioni.<a title="" href="#_ftn8">[8]</a> Da ciò si evince che la prospettiva islamica è assai aperta ad un serio approccio ecumenico, dal momento che la molteplicità delle religioni è voluta da Dio, e si rivela necessariamente quale riflesso della ricchezza della Natura Divina.<a title="" href="#_ftn9">[9]</a></p>
<p>I doveri fondamentali per ogni musulmano osservante sono definiti i Pilastri della fede, e sono:</p>
<p>- la <i>Shahādah</i>, o ‘testimonianza di fede’.</p>
<p>- la Z<i>akāt</i>, o versamento di un&#8217;imposta di ‘purificazione’ della ricchezza (la cosiddetta decima).</p>
<p>- la S<i>alāt</i>, preghiera canonica da effettuare cinque volte al giorno.</p>
<p>- il R<i>amadān</i>, o digiuno in un particolare mese del calendario islamico, per chi sia in grado di sostenerlo.</p>
<p>- l’<i>Hajj</i>, pellegrinaggio canonico a Mecca, per chi sia in grado di sostenerlo fisicamente ed economicamente.</p>
<p>Oltre a questi obblighi,<a title="" href="#_ftn10">[10]</a> ogni musulmano ha il diritto-dovere di assolvere al <i>Jihād</i>, l&#8217;‘impegno sulla strada di Dio’, che si esprime &#8211; nella sua forma principale (detta ‘maggiore’) nella lotta contro le pulsioni negative del corpo e dello spirito; come ‘<i>jihād</i> minore’ s&#8217;intende invece la necessità di difendere i confini fisici e spirituali della <i>Ummah</i> (ovvero del mondo mussulmano), e nel periodo iniziale della storia dell’Islam, anche in quella di estenderla, ma solo nei confronti di quelle popolazioni arabe politeiste, prive della sapienza del Libro: quindi né contro Ebrei, né contro Cristiani, entrambi parte della medesima radice spirituale d’Abramo.</p>
<p>Le correnti principali dell&#8217;Islam non ammettono né riconoscono clero, dal momento che si crede non possa esistere alcun intermediario fra Dio e le Sue creature. Ognuno è quindi sacerdote di se stesso e responsabile dei suoi errori. Questo fa sì che la discriminazione fra quanto è considerato consono all&#8217;Islam e quanto gli è contrario potrà scaturire solo dall&#8217;approfondito dibattito fra esperti ‘dottori’ (<i>ulamā’</i>).<a title="" href="#_ftn11">[11]</a> Esiste pertanto un pluralismo di scuole giuridiche e teologiche, con numerose diverse interpretazioni di una stessa fattispecie (salvo, ovviamente, nel caso degli assetti dogmatici che non sono discutibili e contestabili). L&#8217;Islam, comunque, si propone come una religione <i>wusta</i>, cioè ‘mediana’ fra gli estremi, equilibrata, perché aborre gli eccessi e il fanatismo.</p>
<p>I testi fondamentali a cui fanno riferimento i musulmani sono, in ordine</p>
<p>d’importanza:</p>
<p>- il <i>Corano</i> (<i>Al-Qur’ān</i>, che significa ‘la Recitazione’), considerato dai Musulmani come Parola di <i>Allāh, </i>il quale attraverso l’Arcangelo Gabriele l’ha affidato a Muhammad, rivelandoglielo direttamente in lingua araba.<a title="" href="#_ftn12">[12]</a></p>
<p>- la <i>Sunna</i> (letteralmente ‘consuetudine’), basata sugli <i>hadīth</i> (tradizioni o detti)<a title="" href="#_ftn13">[13]</a> di Muhammad; consta di Sei libri, e raccoglie gli episodi della vita del Profeta dell’Islam, le sue parole e i suoi atti.</p>
<p>Il Vangelo, i Salmi, la Torah (e persino i Veda induisti), sono considerati dai musulmani d&#8217;ispirazione divina, ma corrotti dal tempo o dagli uomini. l&#8217;Islam dichiara di discendere dalle tradizioni religiose del patriarca biblico Abramo, che fu considerato da Muhammad come suo più autorevole predecessore. Il primo profeta islamico è Adamo e, dopo di lui, si ricordano tra gli altri Noè, Abramo, Isacco, Ismaele, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Davide, Salomone, Giovanni Battista, e Gesù di Nazareth, figlio di Maria, considerata quest’ultima come esempio sublime di devozione femminile a Dio.</p>
<p>La <i>Sharī’ah</i>, letteralmente ‘la via’, ovvero la Legge Divina, è il fondamento della società islamica. Dal momento che Cristo non promulgò alcuna legge &#8211; ma venne ad infrangere la lettera della legge in nome dello Spirito &#8211; nel mondo occidentale la legge religiosa ha preso una piega differente rispetto a quella islamica, che invece considera le leggi della <i>Sharī’ah</i> come espressione della volontà divina. È la <i>Shari’ah</i>, la Legge Divina derivata dall’insegnamento del Corano e dall’esempio del Profeta, che codifica la guida onnicomprensiva di cui gli esseri umani hanno bisogno se vogliono ottenere la felicità. Nell’Islam la parola non si è fatta carne come nel cristianesimo, ma si è fatta libro e tale discesa non è connessa con la rigenerazione della natura umana, dal momento che l’uomo non viene considerato decaduto, ma il suo problema fondamentale è la sua persistente dimenticanza, di qui la necessità di una guida costante.</p>
<p>I Musulmani vengono differenziati in due gruppi: i sunniti e gli sciiti.     Il Sunnismo<i>,</i> orientamento nettamente maggioritario dell’Islam &#8211; quasi il 90% dell&#8217;intero mondo islamico &#8211; prende il suo nome dal termine arabo <i>Sunna </i>(consuetudine), riferita al profeta dell’Islam Muhammad e ai suoi Compagni. Il Sunnismo si differenzia essenzialmente dallo Sciismo per il suo netto rifiuto di riconoscere la pretesa degli Sciiti che la guida della comunità islamica debba essere riservata alla discendenza del profeta Muhammad attraverso suo genero Alī. Col tempo gli Sciiti si sono differenziati dai sunniti anche su alcuni istituti giuridici, ma il fatto che non abbiano deviato negli aspetti dogmatici non consente che si possa parlare di eresia. Comunque, nonostante le frammentazioni, le differenze teologiche, e le distinzioni etniche, c’è un forte senso d’unità nella comunità islamica (<i>Ummah</i>), anche se manca una vera coesione politica.</p>
<p>Il sufismo rappresenta infine l’elite spirituale islamica<a title="" href="#_ftn14">[14]</a> &#8211; o una forma di misticismo, come altri l’hanno definito &#8211; dedita allo studio dei testi sacri ed alla pratica spirituale, ma esiste anche un approccio popolare al sufismo che permette una partecipazione passiva di molte persone alla grazia ed alle benedizioni dei sufi.</p>
<p>Per l&#8217;Islam il dovere dell&#8217;uomo è di riconoscere la suprema autorità di Dio al fine di ottenere la salvezza nella vita dopo la morte, la pace interiore e la concordia nei rapporti interpersonali. Il modo di realizzare questi obiettivi secondo l&#8217;Islam è quello di mettere in pratica il Corano, non associare Dio a nessun altro e sottomettersi alla sua volontà, assecondando la propria natura primordiale.<a title="" href="#_ftn15">[15]</a> La seguente esternazione di Seyyed Hossein Nasr (<i>Ideali e realtà dell’Islam</i>) ci fa intendere quanto la religione islamica sia vicina, nell’essenziale, a quella cristiana:</p>
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<p><i>Le rivelazioni del Corano non sono finalizzate a creare una società basata su smodata competizione ed egoismo, ma sulla consapevolezza che per ottenere la felicità interiore ed essere degno della misericordia e della compassione divina, dobbiamo noi stessi esercitare pietà e cura nei confronti del prossimo</i>.</p>
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<p>Ed ecco che alla mente del Cristiano affiorano spontaneamente le parole di Gesù (Matteo 19, 19):</p>
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<p align="center"><i>Ama il prossimo tuo come te stesso</i></p>
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<p>Per l&#8217;Islam Dio è Uno e Unico, mentre per il Cristianesimo Dio è sì un solo Dio, ma in tre persone, è Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Sebbene le tre persone della Trinità non infrangano l’unità della Divinità,<a title="" href="#_ftn16">[16]</a> tuttavia possiedono modalità distinte: il Padre non è generato, il Figlio è generato, e lo Spirito Santo procede da Essi. Dunque il Padre è la fonte, il Figlio l’agente, e lo Spirito Santo rappresenta il completamento dell’attività Divina. Cristo &#8211; come puntualizza il Concilio di Calcedonia &#8211; ha una vera natura divina e una vera natura umana; e a tal proposito è Hans von Balthasar (<i>Incontrare Cristo</i>) ad evidenziare le difficoltà nel mondo islamico riguardo alla prospettiva cristiana:</p>
<p><i> </i></p>
<p><i>Nella Sua vita umana Egli rivela l’intera profondità dell’Essere di Dio (‘Dio è l’amore’) ma anche tutta la dignità dell’uomo, partecipe in quanto ‘Figlio di Dio’, alla natura divina…. Per i Musulmani questi sono paradossi che appaiono contraddittori alla logica umana.<a title="" href="#_ftn17"><b>[17]</b></a></i></p>
<p><i> </i></p>
<p>Tuttavia, nell’ode mistica ‘L’interprete dei desideri’, del sufi Ibn Arabi, appare un verso incisivo che sembra aver colto la prospettiva cristiana:</p>
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<p align="center"><i>“Il mio Amato è tre sebbene Egli sia Uno”</i></p>
<p align="center"><i> </i></p>
<p>Se per il Cristiano Gesù e Maria rappresentano le polarità fondamentali della fede e della preghiera &#8211; il primo il Logos incarnato e la seconda l’immacolata madre del Logos &#8211; anche nell’Islam hanno un’enorme importanza, e a Gesù Cristo (Isa) viene attribuito un ruolo di grande Profeta ed Inviato,<a title="" href="#_ftn18">[18]</a> la cui nascita dalla Vergine Maria,<a title="" href="#_ftn19">[19]</a> viene considerata  miracolosa, come rivelano i seguenti versi del Corano (III, 45):</p>
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<p><i>Quando gli angeli dissero: ‘O Maria, Dio t’annuncia la lieta novella di una Parola da lui proveniente: il suo nome è il Messia, Gesù, figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’Altro, uno dei più vicini. Dalla culla parlerà alle genti e nella sua età adulta sarà tra gli uomini devoti.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se sulla morte di Gesù Cristo emergono sostanziali differenze &#8211;  se ne nega la crocifissione e quindi la susseguente resurrezione<a title="" href="#_ftn20">[20]</a> &#8211; sulla Sua nascita eccezionale v’è piena comunione di vedute.<a title="" href="#_ftn21">[21]</a> Nella prospettiva escatologica d’entrambe le religioni, si attende inoltre la seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi, e anche per quel che riguarda lo stato dei trapassati si presentano molte somiglianze, soprattutto nella descrizione allegorica di Paradiso, Purgatorio e Inferno.<a title="" href="#_ftn22">[22]</a> La stessa struttura letteraria della ‘Divina Commedia’ di Dante è stata concepita su di un modello islamico, anche se nel poema dantesco pregno d’allegorie cristiane, non poteva trovare spazio la simbologia sessuale del Paradiso islamico.<a title="" href="#_ftn23">[23]</a></p>
<p>Un tema su cui spesso si tendono ad evidenziare le differenze è appunto quello relativo alla sessualità. La poligamia viene solitamente vista dall’occidentale come licenziosa e amorale; in realtà non è poi così diffusa nell’Islam, e comporta delle responsabilità notevoli da parte del marito, e non solo di natura economica.<a title="" href="#_ftn24">[24]</a> Comunque la poligamia può essere spiegata anche a livello simbolico, infatti la Verità (rappresentata dalla polarità attiva dell’uomo che è guida spirituale della famiglia) è una, mentre i ricettacoli animici (la polarità femminile passiva) possono essere molteplici.<a title="" href="#_ftn25">[25]</a> Lo stesso uso dell’allegoria sessuale nel paradiso &#8211; criticata anch’essa da una prospettiva occidentale che spesso non tiene conto della potenza espressiva del simbolo &#8211; vuole rendere allegoricamente lo stato d’estrema gioia e di espansione che avranno le anime che raggiungeranno lo stato paradisiaco, e ciò alla luce dell’alto valore spirituale che l’Islam assegna all’intensa esperienza dell’amore sessuale.<a title="" href="#_ftn26">[26]</a></p>
<p>Le preghiere rituali, disseminate lungo la giornata richiamano i ritmi di quelle tradizionali cristiane: all’alba, come per il Mattutino; a mezzodì, come per l’Ora Sesta; a metà pomeriggio, come per l’Ora Nona; al tramonto, come per Vespri; a notte fonda, come per la Compieta. Lo stesso uso comune del conta-preghiere è sintomatico: sul <i>tasbīh</i> (il rosario mussulmano, formato da 99 grani) vengono recitati i nomi di Allah, o offerte a Lui ripetute formule di riverenza, e di sottomissione.<a title="" href="#_ftn27">[27]</a></p>
<p>Un confronto tra la Bibbia e il Corano mostra delle differenze di impostazione che sottolineano due modalità d’approccio differenti ma complementari al sacro. La Bibbia è come una ‘torrente che scorre’, quando se ne legge il testo c’è una costante contestualizzazione dei vari versi, delle storie, dei capitoli e dei libri. S’inizia a leggere la Genesi, e poi si procede nel tempo, passando dalle storie dei patriarchi, sino ai profeti, alla venuta di Gesù Cristo, agli apostoli ed infine all’Apocalisse. Il Corano, di contro, non racconta storie che hanno un nesso cronologico e rimane quindi non facilmente comprensibile per il lettore occidentale (è questo il motivo per cui è necessario avvalersi della tradizione dei commentari).</p>
<p>La naturalezza con cui il Mussulmano accetta le genti del Libro (Ebrei e Cristiani) ha comunque una forte componente storica, ovvero cronologica: essendo collegato l’Islam alla religione primordiale di Abramo, e di conseguenza all’Ebraismo e al Cristianesimo, vede la propria religione in continuità, e come perfezionamento della tradizione monoteistica occidentale che ha origine nell’Antico Testamento – Muhammad, è considerato l’ultimo dei Profeti, il sigillo finale della profezia.<a title="" href="#_ftn28">[28]</a> Il contrario avviene per i Cristiani che si trovano a trattare invece con una realtà religiosa non prevista dai Vangeli,<a title="" href="#_ftn29">[29]</a> che &#8211; se si presta fede ai moniti sui falsi profeti &#8211; può creare una certa diffidenza.<a title="" href="#_ftn30">[30]</a></p>
<p>La Verità offerta da Cristo è per il Cristiano completa ed esaustiva e sembrerebbe non aver bisogno di altro, se non di maggiori occasioni per ravvivare l’insegnamento di Gesù Cristo di amare il prossimo, l’altro, il diverso, persino il nemico, o colui che appare come tale. C’è purtroppo un buon numero d’individui nel mondo occidentale &#8211; il cui giudizio viene facilmente influenzato da forze politiche ed economiche prive di scrupoli, che agiscono in maniera sottile attraverso i mass media &#8211; che considerano l’Islam come reale nemico e non vogliono saperne dell’insegnamento di Gesù. La maggior parte della popolazione occidentale laica (o meglio laicista) riconosce nella cultura mussulmana una diversità rispetto alla propria, diversità che talvolta può portare ad una certa comprensibile difficoltà a relazionarsi, e talaltra ad un democratico desiderio d’integrazione sociale nel nome di una società globalizzata e multietnica – ovviamente all’interno d’un mondo ormai secolarizzato, sempre più lontano dai principi sacri che caratterizzavano invece le società tradizionali (di qui talvolta l’ingenuità e l’insufficienza di tale approccio). Il Cristiano è chiamato invece a vedere nel Mussulmano il prossimo d’evangelica memoria, il fratello da amare, l’altro, senza il quale è impossibile realizzare il mistero dell’amore insegnato da Gesù Cristo.<a title="" href="#_ftn31">[31]</a></p>
<p>Il monaco cistercense Thomas Merton, scrivendo ad un suo corrispondente mussulmano, individuava con facilità e naturalezza i più immediati punti in comune delle due religioni in questione:</p>
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<p><i>Con tutto il cuore, posso senz’altro unirmi a te nel confessare l’Unico Dio con tutto il cuore e tutta l’anima, dal momento che è il principio di tutta la fede e la radice della nostra esistenza…. Credo con te anche negli angeli, nella rivelazione, nei Profeti, nella Vita che verrà, nella Legge e nella Resurrezione.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma prima d’affrontare un discorso ecumenico di una certa profondità, che possa proporre un incontro tra le due differenti tradizioni su di un piano metafisico, e quindi meta-storico, vanno fatti notare alcuni aspetti della mentalità occidentale. Essa purtroppo tende ad affidarsi spesso ad un approccio eccessivamente raziocinante &#8211; che talvolta rischia al contrario di rivelarsi irrazionale &#8211; e producendo un pensiero abituato a separare, definire, isolare una cosa dal resto, ha sviluppato una conoscenza basata sulla dicotomia soggetto-oggetto. Tuttavia, in tale dialettica, è impossibile riaffermare il primato dell’essere, di fronte al quale il pensiero si accontenta di descrivere e accogliere. Il  pensiero orientale invece è di tipo intuitivo e contemplativo, lascia vivere le differenze, e si serve della ricchezza del simbolo &#8211; che và infatti al di là della razionalità pura &#8211; per dire la realtà, e ciò andrebbe al più presto recuperato anche nel mondo occidentale se vogliamo tentare di realizzare un approccio ecumenico profondo.<a title="" href="#_ftn32">[32]</a>  Nelle parole di Huston Smith (<i>The world’s religions</i>), troviamo suggerimenti più semplici, ma altrettanto efficaci, al riguardo:</p>
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<p><i>Non capiremo mai abbastanza le religioni diverse dalla nostra. Tuttavia se tali religioni le prendiamo sul serio, non è detto che falliremo miseramente nel tentativo. E per prenderle sul serio dobbiamo soltanto fare due cose. In primo luogo è necessario considerare coloro che vi appartengono come uomini e donne che affrontano problemi come i nostri. E in secondo luogo, dobbiamo liberare le nostre menti da ogni pregiudizio che potrebbe minare la nostra sensibilità o la nostra prontezza rispetto a imprevedibili intuizioni</i>.</p>
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<p>La nostra società deve tornare ad essere capace di riconoscere il sacro nelle cose, nei fratelli, nell’altro, e quindi di riuscirlo a ritrovare nell’Islam stesso. La chiesa cattolica sussisteva quasi ‘incontaminata’, ora in un mondo globalizzato, deve porsi in dialogo con un vicino che reclama d’essere parte della stessa rivelazione, chiede a giusto titolo di essere riconosciuto come parte del disegno divino: è questa la reale sfida ecumenica da affrontare. Quindi nell’avvicinare il lettore al capitolo seguente lo invitiamo fin da ora a provare ad abbandonare certi atteggiamenti <i>aut aut</i>, tipici della mentalità occidentale, di lasciare ogni pregiudizio, e di provare a recepire le parole di quei santi e di quei saggi che andremo a citare, con spirito d’amore e predisposizione alla comprensione. Viene richiesto soprattutto al Cristiano di fare uno sforzo notevole: quello di riuscire a scorgere &#8211; come ci suggeriscono le parole del Concilio Vaticano II &#8211; i raggi dell’unica Verità, anche nella religione dell’altro, pur se non centrata su Cristo, che comunque &#8211; a scanso di equivoci che potrebbero condurre ad un generico relativismo &#8211; rimane per lui, l’unica via di salvezza.</p>
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<p><b>Per un approccio ecumenico profondo</b><a title="" href="#_ftn33">[33]</a><b></b></p>
<p>Nella <i>Dichiarazione sulle religioni</i> del Concilio Vaticano II°, si legge:</p>
<p><i>La Chiesa cattolica non respinge nulla che sia vero e santo in quelle religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di condotta e di vita, quelle regole e quegli insegnamenti che, pur differendo in molti particolari da quanto essa proclama e dichiara, tuttavia riflettono spesso un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini.</i></p>
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<p>Una dichiarazione del genere apre orizzonti ecumenici che senz’altro vanno al di là della ‘famiglia della fede’, ovvero delle varie Chiese cristiane; <a title="" href="#_ftn34">[34]</a>  tuttavia queste premesse sembrano essere sfumate nei decenni trascorsi sino a raggiungere una sorta di pseudo-ecumenismo, oggi tanto sbandierato (il rischio degli ‘-ismi’ è infatti quello di diventare sterili, e in certi casi pericolose, ideologie), che più che essere volto ad una reale comprensione della comune natura delle varie religioni, il più delle volte, non va oltre il moderno atteggiamento di democratica tolleranza.<a title="" href="#_ftn35">[35]</a></p>
<p>Al di là di questo superficiale sentimentalismo ecumenico, è possibile intendere le varie religioni tradizionali &#8211; che spesso si sono fronteggiate come latrici del proprio credo da contrapporre agli ‘infedeli’ &#8211; come differenti vie di un’unica Verità, che soltanto il santo è in grado di contemplare, perdendo di vista le illusorie divisioni. Il dialogo ecumenico è invece il più delle volte a livello esteriore, delle dottrine e delle pratiche, e a tale livello, viste le differenze degli insegnamenti delle religioni del mondo, sembra esservi solo l’alternativa della contraddizione  o del compromesso. In tal modo il dialogo si riduce a due monologhi paralleli. Ma le religioni non sono fatte soltanto di fedi e di comportamenti, da accettare o da rifiutare dalla ragione e dalla volontà. Ciascuna grande tradizione religiosa ha anche una terza dimensione, un cuore spirituale, in cui il significato più profondo di quelle fedi e di quelle pratiche diventa vivo, e dove il pellegrino spirituale scopre in coloro che seguono altre vie, al di là del livello delle forme che appaiono contraddittorie, il medesimo comune obiettivo. Una prospettiva di questo tipo è sempre esistita nella storia dell’umanità, anche se sono stati soltanto e mistici e i contemplativi ad averne lucida consapevolezza. Il fatto che il Concilio Vaticano II° abbia messo ‘nero su bianco’ certi aspetti di questa Verità, risponde ad un’esteriorizzazione tipica del nostro tempo, che se da un lato tende a perderne profondità, dall’altro svolge una parallela funzione provvidenziale.<a title="" href="#_ftn36">[36]</a> Se nella storia passata è stato possibile mantenere un fermo esclusivismo tra le religioni &#8211; evitando così di creare anche una certa confusione tra i proseliti &#8211; oggi le condizioni sono alquanto mutate. In piena era di globalizzazione è molto più facile, per qualsiasi occidentale, venire a contatto con differenti tradizioni religiose e talvolta &#8211; non avendo mai avuto l’opportunità di prendere coscienza della qualità della propria &#8211; essere persino attratti dalla novità della spiritualità orientale, o perdere facilmente la Fede. È difficile far capire ad un Cristiano che mentre egli raggiungerà la Salvezza soltanto attraverso Cristo (e la ritualità corrispondente), al contempo un Mussulmano vi riuscirà seguendo il Corano.<a title="" href="#_ftn37">[37]</a></p>
<p>Ci sono ‘Cristiani’ che dicono che l’unico modo per venire incontro alle convinzioni d’altre religioni, sia quello di abbandonare l’idea &#8211; fondamento del Cristianesimo &#8211; della divinità di Cristo. A loro si contrappongono altri Cristiani ‘tradizionalisti’ che affermano che l’unica via di salvezza per il mondo intero sia quella additata da Gesù Cristo. Dire una bugia sulla realtà di Cristo non può contribuire a risolvere i problemi del dialogo interreligioso, tanto meno far intendere che Dio possa essersi manifestato nella storia dell’umanità soltanto in un’unica rivelazione. Il dialogo liberale e il monologo esclusivista rimangono due facce di una stessa medaglia, di un approccio che mostra i suoi limiti intrinseci.</p>
<p>Un autentico approccio ecumenico deve saper onorare l’importanza dei dogmi tradizionali, ma allo stesso tempo deve saper trovare &#8211; attraverso la preghiera, la contemplazione, l’amore per il prossimo, e la Grazia del Padre Eterno &#8211; quella saggezza che permetterà di discernere che quell’unico Dio, cercato anche da altre religioni, è il medesimo;<a title="" href="#_ftn38">[38]</a> Frithjof Schuon (<i>Cristianesimo/Islam</i>) afferma a tal proposito:</p>
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<p><i>Per quanto possa sembrare paradossale, il Cristiano deve essere davvero Cristiano e il Musulmano davvero Musulmano perché ci possa essere una comunione spirituale tra di loro […].   È solo grazie a tale santa separazione alla base, che vi potrà essere una santa unione alla vetta. </i></p>
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<p>Tutti gli esseri umani hanno potuto e potranno ancora fruire della Salvezza, ognuno seguendo le regole della propria tradizione religiosa e quindi vivendo nell’umiltà e nell’amore (d’altronde, al di là di qualsiasi diversità religiosa, dove c’è sincerità e serio desiderio di verità, Dio non nega mai i doni della sua Grazia) – oppure potranno rifiutarla, scegliendo di conseguenza la propria illusoria esistenza separata. Le parole del musulmano Rusmir Mahmutćehajić (<i>The essential Sophia</i>) invitano a prendere coscienza di quest’ultimo rischio e a comprendere il mistero della diversità:</p>
<p><i> </i></p>
<p><i>Nella creazione non v’è ripetizione: ogni manifestazione è nuova, unica e originale, ma ciascuna sta a testimoniare l’unità e l’unicità del Creatore. Dal momento che il Creatore è infinito ed eterno, Egli si manifesta attraverso l’infinita diversità, e tale diversità manifesta la Sua unità ed unicità: l’Uno si rivela nella molteplicità, e la molteplicità manifesta e loda l’Uno. Allo stesso modo, il Sé manifesta Se Stesso in sé individuali, e le lingue individuali manifestano il potenziale illimitato del sé di ricevere la parola del Sé […]. Lo stato decaduto dell’umanità in fin dei conti non è altro che lo stato del sé confuso dalla molteplicità del mondo, e dimentico ormai del sacro, inteso come proprio centro immutabile. </i></p>
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<p>Uno dei pochi cattolici che è riuscito ad esprimersi con una certa chiarezza su questo delicato tema è stato &#8211; soprattutto durante gli anni ’60 &#8211; il monaco cistercense Padre Louis, ovvero Thomas Merton (<i>Mistici e Maestri zen</i>), che ebbe il coraggio di scrivere &#8211; alcuni anni prima delle dichiarazioni ufficiali del Concilio Vaticano II° &#8211; le seguenti, lucidissime riflessioni:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>In tutte le religioni non soltanto troviamo l’affermazione di una rivelazione divina in una forma o nell’altra, ma anche la documentazione di speciali esperienze che attestano la validità definitiva ed assoluta di tale rivelazione. Inoltre tutte le religioni riconoscono, più o meno generalmente, che questa profonda esperienza ‘sapienzale’ la si chiami gnosi, contemplazione, ‘misticismo’, ‘profezia’, o come si vuole, rappresenta il frutto profondo e più autentico della religione stessa. Tutte le religioni, quindi, tendono ad un massimo di santità, di esperienza, di trasformazione interiore alla quale i loro credenti &#8211; o un’élite di credenti &#8211; aspirano nella speranza, in un certo qual modo, di incarnare nella loro vita i più alti valori spirituali nei quali credono.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>O quando, in modo ancora più incisivo &#8211; facendo esplicito riferimento a specifiche grandi tradizioni religiose &#8211; afferma:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Poiché in pratica dobbiamo riconoscere che Dio non ha limiti nei suoi doni, e poiché non c’è ragione di pensare che egli non possa elargire la sua luce agli altri uomini senza il nostro permesso, non può esistere alcuna solida ragione per negare la possibilità della rivelazione (privata) soprannaturale e delle grazie mistiche e soprannaturali a singole persone, dovunque esse siano o qualunque sia la loro tradizione religiosa, purché ambiscano sinceramente a Dio e alla sua verità. Né esiste alcuna base a priori per negare che i grandi personaggi profetici e religiosi dell’Islam, dell’Induismo, del Buddismo etc., siano stati dei mistici, nel vero, cioè soprannaturale senso della parola. </i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A tal proposito, il metafisico Frithjof Schuon (<i>Comprendere l’Islam</i>), ha saputo offrire ulteriori spunti di riflessione:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Se vi sono religioni diverse &#8211; ognuna delle quali parla, per definizione un linguaggio assoluto e per conseguenza esclusivo &#8211; è perché la differenza delle religioni corrisponde esattamente, per analogia, alla differenza degli individui umani; in altri termini, se le religioni sono vere, è perché Dio ogni volta ha parlato, e se esse sono diverse, è perché Dio ha parlato linguaggi diversi, in conformità alla diversità dei ricettacoli; infine se esse sono assolute ed esclusive, è perché in ciascuna Dio ha detto ‘Io’. </i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggigiorno, purtroppo, tale comprensione è estranea alla maggioranza del mondo cattolico che spesso, vede ancora le altre religioni come antagoniste alla propria, e tende a tollerarle o a classificarle come erronee.<a title="" href="#_ftn39">[39]</a></p>
<p>Mi preme far menzione anche d’una voce che, assai recentemente, è riuscita ad andare ben oltre il coro del superficiale approccio ecumenistico sentimentale: Madre Teresa di Calcutta (<i>Love, a fruit always in season</i>). Le sue parole indicano chiaramente la strada da intraprendere:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Servire la gente significa avvicinarsi a Dio. Se nel venire faccia a faccia con Dio, Lo accettiamo nelle nostre vite, ecco che ci stiamo convertendo. Diventeremo un miglior induista, un miglior mussulmano, un miglior cattolico, diventeremo migliori, qualsiasi cosa siamo, avvicinandoci a Lui sempre più. La Chiesa d’appartenenza riguarda l’individuo. Se l’individuo pensa e crede che quella è l’unica via per lui che porta a Dio, allora quella sarà proprio la via attraverso la quale Dio entrerà nella sua vita. Dio offre ad ogni anima che ha creato, la possibilità &#8211; venendo faccia a faccia con Lui &#8211; d’accettarlo o rifiutarlo</i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>O ancora, sempre nelle parole della ‘matitina nelle mani di Dio’:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Dio sceglie le vie ed i mezzi per operare nei cuori degli uomini. Non dobbiamo</i> <i>condannare o giudicare, o usare parole che possano ferire le persone. Ci possono essere persone che non hanno mai sentito parlare di Cristianesimo; non possiamo sapere quale modo Dio ha scelto per apparire a quelle anime, quindi chi siamo noi per condannare qualsiasi persona?</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Madre Teresa attraverso l’esperienza d’amore che spontaneamente donava al prossimo, è riuscita a cogliere con chiarezza l’idea che Dio ha l’onnipotenza di manifestare il suo Logos d’Amore in più di una modalità, dando impulso a differenti religioni.<a title="" href="#_ftn40">[40]</a></p>
<p>Persino Hans von Balthasar (<i>Incontrare Cristo</i>), che da teologo cristiano prende le dovute distanze dalle altre religioni non può non affermare che:</p>
<p><i> </i></p>
<p><i>Per la sensibilità cristiana, la libera misericordia di Dio si è rivolta a tutti gli uomini, anche a quelli che non lo conoscono in virtù della rivelazione biblica[…]. Il Dio che si rivela a Gesù Cristo è il Padre misericordioso di tutti coloro che lo cercano con cuore sincero.</i></p>
<p><i> </i></p>
<p>La verità è che bisogna avere il coraggio di affermare che la propria religione non ha il diritto di giudicare, vantando una superiorità (o addirittura un’esclusività) sulle altre tradizionalmente istituite, dal momento che tutte le religioni sono vie che conducono l’uomo a Dio,<a title="" href="#_ftn41">[41]</a> e non deve oggi esservi tra queste alcuna competizione, se non quella di offrire il maggior numero di esempi viventi di santità, che potranno poi incontrarsi nei cieli del Paradiso, dove le divisioni formali che qui sulla terra distinguono le varie religioni, avranno modo di sciogliersi come neve al sole (o come analogamente suggerisce la cultura islamica, ‘come sale nell’acqua’).<a title="" href="#_ftn42">[42]</a></p>
<p>O nelle parole del poeta sufi Hāfiz:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><i>Nell’amore non c’è alcuna differenza tra un monastero e una confraternita di Sufi<a title="" href="#_ftn43"><b>[43]</b></a></i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra gli Occidentali,<a title="" href="#_ftn44">[44]</a> che si avvicinarono al sufismo,<a title="" href="#_ftn45">[45]</a> ricordiamo il già citato monaco cistercense contemplativo Thomas Merton (1915 &#8211; 1968), e lo studioso Louis Massignon (1883 &#8211; 1962); quest’ultimo, proveniente da un contesto ateo-laicista, attraverso lo studio della realtà religiosa islamica e della sua mistica si convertì al cattolicesimo. Il fatto è significativo, e conferma che la conoscenza di altre tradizioni religiose crea in ciascun individuo una fame del sacro che prima o poi trova la sua naturale strada all’interno della Tradizione religiosa in cui si è cresciuti. Vivendo nei paesi islamici come archeologo, il suo incontro con Dio lo fece con lo straniero, con l’altro, col diverso. Dalla sfida religiosa con l’Islam ne uscì purificato, e una volta convertitosi al cattolicesimo rimase sempre rispettoso nei confronti delle altre religioni, tanto che i suoi contributi ecumenici troveranno riscontro nei documenti del Concilio Vaticano II° <i>Lumen Gentium</i> e <i>Nostra Aetate</i>. La sfida di cui parlava Massignon, l’aveva affrontata senza timore San Francesco nel 1219, dinnanzi al Sultano mussulmano, ma è una sfida che ogni Cristiano può oggi rinnovare, senza dover compiere il lungo e faticoso viaggio del ‘Poverello d’Assisi’.<a title="" href="#_ftn46">[46]</a></p>
<p>Tra gli italiani che ebbero modo di stare a contatto con Massignon va ricordata la figura del francescano minore Giulio Basetti Sani, il quale quando veniva accusato di essere un po’ troppo filo-musulmano, replicava con decisione: “Ma io sono musulmano!”, alludendo all’origine etimologica del termine <i>muslim</i>, ovvero consapevole sottomissione alla volontà di Dio. Sue sono le seguenti parole di intenso sapore ecumenico:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Se è vero che ogni fede (musulmana, cristiana, indù, etc.) nasce da un’esperienza del divino che in modi diversi si dona e si propone all’uomo, allora, per poterci avvicinare veramente a Colui che è fonte e principio di ogni vita, è necessario renderci reciprocamente partecipi dei doni che Egli ha elargito a ogni singolo uomo, inserito all’interno di particolari comunità religiose, sociali, politiche.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’incontro con l’Islam del monaco cistercense Padre Louis, ovvero Thomas Merton, avvenne invece a pochi anni dalla sua morte accidentale a Bancok. Molto aperto al dialogo con le altre religioni &#8211; esperto di buddismo zen, e convinto dell’importanza di promuovere in modo corretto l’attività di meditazione e contemplazione, per rivitalizzare così la tradizione mistica cristiana &#8211; iniziò una corrispondenza epistolare col Sufi pakistano Abdul Aziz. In una sua lettera del 1962, rivolta al saggio orientale leggiamo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Mi sembra che la reciproca comprensione tra Cristiani e Mussulmani sia oggi qualcosa d’importanza davvero vitale, e sfortunatamente risulta rara e incerta, o quantomeno soggetta alle fluttuazioni della politica</i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A 45 anni di distanza, queste parole sono più che mai vere. Ma andiamo a capire a che livello Merton cercava punti d’incontro con l’Islam (da Baker R./Henry G./&amp; others, <i>Merton and Sufism</i>):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Per quel che riguarda le differenze dogmatiche, penso che la controversia conti ben poco poiché ci porta lontano dalle realtà spirituali nel mondo delle parole e delle idee. Nel regno delle realtà possiamo avere molto in comune, mentre nelle parole ci sono tante di quelle complessità e sottigliezze che complicano e impediscono una qualsiasi soluzione. Tuttavia credo sia importante cercare di comprendere le fedi delle altre religioni. Ma ancor più è importante la condivisione delle esperienze della luce divina, e innanzi tutto la luce che Dio ci dà anche come Creatore e dominatore dell’Universo. È qui che sta l’area di dialogo fruttuoso tra Cristianesimo ed Islam. Adoro quei passaggi del Corano che parlano delle manifestazioni del Creatore nella Sua Creazione.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Merton vedeva nelle pratiche d’entrambe le tradizioni religiose &#8211; pentimento, rinuncia, digiuni, povertà, umiltà, preghiera, meditazione e contemplazione &#8211; un cammino verso il medesimo fine, che spesso giungeva a sfiorarsi. Il monaco si accorse che la cosiddetta estinzione, nelle pratiche sufi (<i>fanā’</i>), corrispondeva all’annullamento perseguito dai mistici cristiani, e che le tecniche di ripetizione del nome di Dio (<i>dikr</i>), erano assai simili a quelle che utilizzano i monaci ortodossi.<a title="" href="#_ftn47">[47]</a> In un incontro coi novizi al Monastero di Gethsemani a Louisville, Kentucky (USA), nel 1967 egli rifletteva così:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Il Profeta Muhammad che si presenta come ultima rivelazione di Dio […]. sta in un certo qual modo a rappresentare l’uomo, dal momento che viene considerato dai Mussulmani come uomo perfetto […]. Ciò che noi Cristiani diciamo è che tutto viene da Dio e che la Creazione è una manifestazione di Dio, e che viene tutta riassunta in Cristo […]. Muhammad è per i Mussulmani soltanto un uomo, soltanto un Profeta, mentre nella nostra cristologia, Cristo è il figlio di Dio […],  tuttavia l’idea di base è strutturalmente la stessa: l’idea della manifestazione di Se Stesso da parte di Dio nella creazione, e nel compito dell’uomo di testimoniarla, proclamarla, riconoscerla, e ringraziare Dio per ciò, rivolgendosi a Lui con gratitudine.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La sua acuta prospettiva ecumenica lo portava &#8211; allargando il suo raggio d’azione &#8211; a dichiarare senza alcuna esitazione che:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>La tradizione della saggezza e dello spirito non è soltanto nel Cristianesimo dell’Occidente, ma anche nell’Ortodossia, ed anche, quantomeno in modo analogo, in Asia e nell’Islam.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il sufi Ibrahim bin Adham ebbe occasionalmente come maestro un eremita cristiano, senza tuttavia convertirsi all’altra religione; il sufi Jalal al-Din Rumi ebbe discepoli cristiani, e quando morì fu onorato anche da riti funebri cristiani. D’altronde l’anonimo classico russo <i>La via del Pellegrino</i> è davvero esplicito al riguardo quando dice che nell’assenza di uno <i>starets</i>, ovvero di un padre spirituale, il ricercatore cristiano potrà ricevere insegnamenti ‘persino da un Saraceno’.<a title="" href="#_ftn48">[48]</a></p>
<p>Le diversità tra religioni devono rimanere, altrimenti dov’è l’incontro con l’altro? Verrebbe a mancare la necessaria complementarità (come nell’eros della coppia uomo e donna).<a title="" href="#_ftn49">[49]</a> Non si deve cadere nel facile errore d’auspicare una fusione &#8211; in una sorta di culto universale globalizzato, sul modello New Age &#8211; ma va colta quella Verità comune sottesa ad ogni autentica forma religiosa tradizionale: e l’unità può essere scovata soltanto a livello trascendentale. Comunque, è innegabile che il rispetto dei dogmi delle specifiche religioni tenda ad allontanare, e di ciò si rese conto Merton che puntava invece &#8211; attraverso lo studio dei metodi di contemplazione della tradizione cristiana esicasta d’oriente e quella dei sufi mussulmani &#8211; alla ricerca d’un obiettivo comune: la ricerca di Dio, attraverso la preghiera profonda.</p>
<p>Un altro valido pensatore che è riuscito a cogliere notevoli parallelismi è stato Seyyed Hossein Nasr (<i>Ideali e realtà dell’Islam</i>):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>“Allo stesso modo in cui una montagna può essere descritta in diverse maniere, secondo l’angolo dal quale la si osserva, la dottrina viene espressa frequentemente in termini che esteriormente possono sembrare contraddittori. Ma l’oggetto di tutte le descrizioni è la montagna, così il contenuto di tutte le espressioni dottrinarie è la verità, che ogni formulazione esprime da un determinato punto di vista […]. Ogni religione rivelata è ‘la’ religione e ‘una’ religione: la religione in quanto contiene ‘la’ verità e i mezzi per conseguire la verità, ‘una’ religione in quanto pone in rilievo un aspetto particolare della verità in vista delle necessità spirituali e psicologiche degli esseri umani ai quali è stata destinata e ai quali si rivolge […]. Nell’esaminare il rapporto tra Dio e l’uomo l’Islam non pone in evidenza la discesa, o incarnazione, o manifestazione dell’Assoluto […]. L’Islam considera piuttosto l’uomo quale egli è nella sua natura essenziale, e Dio quale Egli è nella sua assoluta realtà. È fondato sull’Assoluto, e non sulla discesa dell’Assoluto. Parimenti l’Islam considera l’uomo non quale egli è diventato dopo quell’evento molto significativo che il cristianesimo chiama peccato originale o caduta, ma quale egli è nella sua natura primordiale […] che egli reca nell’intima profondità della sua anima. </i></p>
<p><i> </i></p>
<p>E ancora Nasr (<i>The heart of Islam</i>) cerca qui d’esprimere profondamente il senso del Logos:</p>
<p><i> </i></p>
<p><i>Se nel Cristianesimo sono lo spirito e il corpo di Cristo ad essere sacri, in quanto Egli è il Verbo di Dio, nell’Islam il Verbo di Dio è rappresentato dal sacro Corano. Se  nel Cristianesimo il veicolo del messaggio divino è la Vergine Maria, nell’Islam è l’anima del Profeta. Il Profeta deve essere ritenuto illetterato per la stessa ragione per cui la Vergine Maria deve essere creduta vergine. Il tramite umano del messaggio divino deve essere puro e intatto.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Martin Lings (<i>A return to the Spirit</i>) ci offre un analogo spunto di meditazione:<i></i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>La Parola Divina può manifestarSi sia come Libro che come Uomo. Nel Cristianesimo la Parola è Cristo, e il Nuovo Testamento non è Rivelazione ma un’ispirata storia sacra della vita e degli insegnamenti della Parola fatta Carne, mentre Giudaismo ed Islam sono basate sulla Parola fatta Libro. Il fondamento del Giudaismo è il Pentateuco, i primi cinque libri dell’Antico Testamento che vennero rivelati a Mosè, insieme ai Salmi che furono rivelati a David; mentre il fondamento dell’Islam è il Corano che fu rivelato a Muhammad. Nelle religioni antiche, di cui l’Induismo appare essere l’unico esempio pienamente sopravvivente, c’è stato spazio per entrambe queste manifestazioni: i Veda sono la Parola fatta Libro, e gli Avatāra di Vishnu sono la parola fatta carne […]. Tutte espressioni della verità che non c’è via che conduce a Dio se non tramite la Sua Parola</i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A tal proposito si potrebbe addirittura dire che la cultura musulmana non sia completamente iconoclasta, in quanto il Corano &#8211; di per sé la presenza dell’Assoluto nella finitezza della Parola &#8211; mostra nei preziosismi artistici della calligrafia un notevole culto dell’immagine,<a title="" href="#_ftn50">[50]</a> come sottolinea giustamente Titus Burckhardt (<i>L’arte sacra in oriente e in occidente</i>):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>La più nobile arte visuale nel mondo dell’Islam è la calligrafia; in particolare, la scrittura coranica costituisce l’arte sacra per eccellenza. La sua funzione è in qualche modo analoga a quella dell’icona nell’arte cristiana, poiché rappresenta il corpo visibile della Parola divina.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le seguenti riflessioni sono invece del teologo cristiano ortodosso Philip Sherrard (<i>Christianity: Lineaments of a Sacred</i> <i>Tradition</i>), e conducono a un punto cruciale, un punto spesso d’impasse per buona parte del mondo cristiano:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Una delle condizioni di rinnovamento all’interno della Chiesa Cristiana è che essa rinunci ad affermare che la rivelazione cristiana costituisca l’unica esclusiva rivelazione della Verità universale […]. Il Logos, nella Sua ‘kenosis’, il Suo auto-svuotamento, si nasconde ovunque, e le tipologie della Sua realtà, sia nelle forme delle persone che negli insegnamenti, non potranno essere uguali […]. Tuttavia tali tipologie sono altrettanto autentiche: una qualsiasi lettura profonda di un’altra religione è una lettura del Logos, di Cristo. È il Logos che viene ricevuto nell’illuminazione spirituale di un bramino, di un buddista, o di un musulmano […]. È impossibile per tutta la conoscenza di Dio e per tutta la Sua saggezza essere ‘in actu’ e pienamente espressa in un’unica rivelazione […]. Nessuna singola forma di rivelazione ha alcun titolo di proclamare di essere l’unica ed ancor meno totale […]; fare tale affermazione significa far violenza alla natura di Dio Stesso</i>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Persino William Shakespeare, noto drammaturgo inglese vissuto tra XVI e XVII secolo, attraverso le parole del personaggio di Charles, dà nell’<i>Enrico VI°/1</i> (Atto I, Scena 2) un contributo ad una prospettiva ecumenica <i>ante litteram</i>:<a title="" href="#_ftn51">[51]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><i> Non fu una colomba ad ispirare Muhammad?</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il fatto che a Shakespeare fosse nota la tradizione relativa alla colomba del Profeta dell’Islam, saggia quanto lo Spirito Santo dei Cristiani (ovvero la <i>Barakah </i>mussulmana), conferma la prospettiva di rispetto che certe élites avevano per le religioni tradizionali differenti dalla propria.<a title="" href="#_ftn52">[52]</a></p>
<p>Il Corano è fonte d’ispirazione interreligiosa e bisognerebbe approfondirne lo studio quantomeno per questo motivo.<a title="" href="#_ftn53">[53]</a> E’ infatti l’unica scrittura, rispetto alle altre del mondo, a fare esplicito riferimento al dialogo tra comunità di fedi diverse, sottolineando al contempo la necessità della diversità delle religioni – evitando in tal modo di cadere nel sincretismo, che invece nella cultura occidentale pseudo-cristiana sta dilagando pericolosamente. I Cristiani potranno quindi trovare nei Musulmani degli interlocutori pronti a tale dialogo, in quanto ciò rientra tra i doveri imposti dal loro testo sacro. Quindi potrà essere proprio l’Islam, a svolgere una funzione provvidenziale nel percorso ecumenico apertamente inaugurato dal Concilio Vaticano II, ed aiutare a risolvere la crisi contemporanea che si è manifestata con la globalizzazione e con i conseguenti atteggiamenti d’esclusivismo religioso. A tal motivo, permetteteci di concludere con alcuni eloquenti passi del testo sacro della tradizione islamica, a cui fanno eco altri, tratti dalla Bibbia:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><i>Ad ogni comunità abbiamo indicato un rito da osservare (Corano XXII, 34)</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una comunità unica. Ma egli ha voluto provarvi con il dono che vi ha fatto; cercate dunque di superarvi gli uni gli altri nelle opere buone, perché tutti tornerete a Dio e allora Egli vi illuminerà circa quelle cose per le quali siete divisi e in discordia (Corano V, 48)</i></p>
<p><i> </i></p>
<p><i>In verità tutti coloro che credono, e i giudei, nazareni o sabei, tutti quelli che credono in Allah  e nell’Ultimo Giorno e compiono il bene, riceveranno il compenso presso il loro Signore (Corano II, 62).</i></p>
<p><i> </i></p>
<p><i>Non abbiamo forse tutti un unico Padre? Non ci ha creato un unico Dio? (Mal. 2, 10)</i></p>
<p><i> </i></p>
<p><i>Chi Lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a Lui accetto (Atti degli Apostoli, 10:35)</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono questi i ‘nuovi’ scenari ecumenici da sviluppare nel terzo millennio, e sta anche ai laici promuovere questo processo di reciproca comprensione col fratello mussulmano, il prossimo, colui che oggi è più vicino: è con lui che vivremo fianco a fianco questo nuovo cruciale secolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Un incontro inevitabile</b></p>
<p>Un punto assai delicato su cui si scontra la diffidenza occidentale nei confronti della religione musulmana è quello del recente sviluppo del cosiddetto terrorismo islamico. Parlare di terrorismo islamico è tuttavia una contraddizione in termini, come per un Cristiano sarebbe inconcepibile parlare di terrorismo cristiano, o per un buddista di terrorismo buddista: le religioni, votate per loro natura all’amore, all’equilibrio e alla pace, non possono accogliere nel loro ambito il terrore. Al di là del linguaggio simbolico che emerge dalle Scritture,<a title="" href="#_ftn54">[54]</a> tutte le tradizioni religiose sono profondamente contrarie all’omicidio, alla guerra, o a qualsiasi forma di coercizione e violenza fatta su di un proprio simile.</p>
<p>Quindi è bene avere un’idea chiara di ciò che viene definito impropriamente terrorismo islamico, ma che in realtà ha a che fare con questioni politico-economiche, intrecciate ad aspetti distorti della religione che hanno dato vita a movimenti definiti integralisti; in realtà essi sono il paradossale frutto velenoso di una propaganda progressista che tende a secolarizzare la società. Molti musulmani si sono allontanati dagli autentici valori tradizionali, ed altri, manipolati anche dai poteri forti di <i>lobbie</i>s internazionali interessate a certi sviluppi di politica mondiale, hanno ceduto alla tentazione della violenza. Ma prima di tutto va chiarito il significato di un termine arabo &#8211; <i>jihad</i> &#8211; assai abusato oggi, soprattutto dai media che ne fanno sistematicamente un uso improprio. <i>Jihad</i> sta a significare ‘sforzo’, nel cammino che porta a Dio, a fare il bene e ad opporsi al male. In effetti le regole della preghiera, del digiuno etc. che impone la religione islamica sono per ogni fedele uno sforzo quotidiano, che il Mussulmano comunque fa di buon grado, consapevole di far cosa gradita a Dio e fiducioso dei beni postumi che riceverà da tali pratiche, unite ad una condotta di vita rispettosa del prossimo. Questo combattimento spirituale, questa guerra santa &#8211; così come ha insegnato il Profeta dell’Islam in un <i>hadith</i> &#8211; può alludere anche ad un vero e proprio scontro bellico. Il contesto di quell’<i>hadith</i> (“Siamo tornati dalla piccola guerra per affrontare ora la grande guerra”) era quello di un’appena conclusa campagna militare a difesa di Medina (la famosa vittoria nella battaglia di Badr), e si poteva quindi comprendere l’importanza, di questo secondario significato del <i>jihad</i>, che tuttavia oggi rischia di eludere quel ben più impegnativo sforzo interiore che và invece sostenuto fino in fondo, e che deve affrontare il cristiano, impugnando quella spada, ovvero quella croce, che ci ha indicato Cristo.<a title="" href="#_ftn55">[55]</a> Storicamente il piccolo <i>jihad</i> era diretto contro coloro che erano in opposizione all’autorità politica dello stato islamico, il fine era quello di creare nell’area arabica un ordine sociale in cui fosse garantito il culto di Dio sia per i Mussulmani che per le genti del Libro; infatti furono solo le popolazioni politeiste delle tribù arabe ad essere portate con la forza verso l’Islam, mentre le popolazioni che in quei territori già appartenevano al Libro non furono obbligate a convertirsi all’Islam. Ne deriva che la cosiddetta ‘<i>jihad</i> contro ebrei e crociati’, è fortemente contraria alle fonti originali islamiche: non sono loro gli infedeli!<a title="" href="#_ftn56">[56]</a> I commentari più antichi e autorevoli del Corano e la tradizione degli <i>hadith</i> esprimono le caratteristiche e i limiti che i primi Mussulmani posero sul piccolo <i>jihad</i>; tra i limiti fissati, il non uccidere donne, bambini, anziani, o coloro che sono disposti alla pace.<a title="" href="#_ftn57">[57]</a> Il piccolo <i>jihad</i> non deve creare squilibri nell’ambiente (animali, piante, elementi), quindi praticare il <i>jihad</i> con armi tecnologiche di distruzione di massa è per l’Islam una contraddizione in termini. Quei Musulmani che indebitamente si permettono di collegare il sacro termine di <i>jihad</i> a simili atti di terrore non hanno alcun avallo da parte delle vere autorità spirituali del mondo islamico. Comunque è nelle parole di Shah-Kazemi (<i>Paths of the Heart</i>) che si può scorgere la profonda prospettiva dell’Islam di fronte al <i>jihad</i>:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>Il vero guerriero dell’Islam mozza la testa della propria rabbia con la spada della tolleranza; il falso guerriero colpisce la testa del nemico con la spada del proprio orgoglioso ego. Infatti nel primo caso è lo spirito dell’Islam a determinare il ‘jihad’, mentre nel secondo è un’amara rabbia, mascherata da ‘jihad’, a determinare l’Islam. </i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>O in ciò che riferisce Seyyed Hossein Nasr (<i>The heart of Islam</i>):</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>I maggiori combattenti spirituali dell’Islam sono i santi, il cui strumento di battaglia non è la spada ma il rosario.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un altro pericoloso equivoco sull’Islam, è la facile contrapposizione che viene fatta oggigiorno tra fondamentalisti e ‘moderati’ (o meglio modernisti), infatti se da un lato i ‘moderati’ vorrebbero abbracciare i modi del mondo occidentale moderno, i fondamentalisti vi si oppongono (alcuni, persino in maniera violenta); la verità dell’Islam, al di là di queste due polarità, cresciute sotto l’influsso del sistema socio-economico occidentale, sta nella saggezza che deriva da secoli di tradizione religiosa, che rifiuta la violenza, ma si oppone comunque all’abbandono del culto e alle chimere di una secolarizzazione priva di saldi principi etici. La visione ‘moderata’ islamica, tendendo a scartare molte delle tradizioni come gli <i>hadith</i> e la giurisprudenza maturata nei secoli, o interpretandole attraverso metodologie moderne, ha creato squilibri e deformazioni. D’altronde il mondo moderno manca del senso di trascendenza e limita la realtà al suo aspetto più esteriore, mentre l’Islam è una religione basata sulla trascendenza di Dio (come accade anche per l’Ebraismo), quindi i Mussulmani ‘moderati’ in fin dei conti si stanno pian piano estraniando dalla loro tradizione spirituale e intellettuale. Dunque il declino dell’Islam sembra principalmente dovuto proprio all’adozione d’idee che provengono dal mondo occidentale secolarizzato.<a title="" href="#_ftn58">[58]</a> Gli spettacoli d’intrattenimento (televisivi e non) hanno portato alla rottura dei gusti e delle inibizioni tradizionali, com’è peraltro accaduto già nella cultura italiana nell’immediato dopoguerra, come già notava acutamente Pier Paolo Pasolini, il quale si rese subito conto di come la mentalità consumistica avrebbe presto distrutto le preziose diversità culturali del nostro paese.<a title="" href="#_ftn59">[59]</a> Nel mondo occidentale, di tradizione cristiana, religione fondata anche sull’aspetto immanente della divinità, il processo di secolarizzazione si è sviluppato assai in fretta e ha preso una piega pericolosa: l’aver dimenticato l’aspetto trascendente del divino e quindi abbandonato &#8211; ponendo la fiducia solo nell’uomo e nella sua illusione di completa indipendenza da Dio &#8211; ogni collegamento coi principi religiosi.<a title="" href="#_ftn60">[60]</a></p>
<p>Il secolarismo, sviluppatosi a seguito dell’Illuminismo, con la sua visione profana e quindi antireligiosa della vita, costruisce il mondo nei termini d’una realtà chiusa in se stessa ed immanente, rifiutando nettamente il trascendente e la dimensione del sacro; tale prospettiva non può essere compatibile con l’Islam, come con nessun altra religione tradizionale (certi compromessi con la società secolarizzata pesano come macigni anche sui principi religiosi cristiani). Di conseguenza, le cosiddette efficienti democrazie contemporanee stanno cadendo in una sorta d’anarchia: vengono infatti a mancare sempre più i principi morali. La quantificazione del tempo e la percezione della sua scarsità ha portato ad un generale deterioramento delle relazioni umane. Tale senso di scarsità è nuovo, e non è paragonabile con la parsimonia economica delle civiltà tradizionali. Il mondo moderno ha raggiunto una produzione quantitativa enorme, eppure per ironia della sorte nella nostra società si avverte &#8211; con le sue necessità artificiali, coi suoi inutili e nocivi consumi indotti &#8211; un senso di scarsità mai avvertito prima. Tale squilibrio è il risultato di una deviazione dei principi spirituali di giustizia, che porta tanti individui a consumare più di quel che gli spetta. Nel medioevo gli affari economici erano controllati da paletti teologici, ed era quindi ancora viva una società sana; ma oggi tutto ciò è scomparso e tale prospettiva rischia di estendersi nel mondo islamico con disastrose conseguenze anche sul piano ambientale (si veda cosa sta accadendo nella Cina che sta vivendo una industrializzazione assai accelerata). La globalizzazione segue di conseguenza, e tende ad appiattire e ad omogeneizzare su direttive consumistiche ogni afflato religioso, ogni specifica cultura tradizionale. La modernità cerca di distruggere la forza della religione sull’anima umana mettendo in discussione le categorie del bene e del male, mentre le religioni hanno sempre insegnato all’umanità di coltivare la virtù e di evitare il male.</p>
<p>Nella prospettiva tradizionale, sono le responsabilità a precedere i diritti, mentre nella società moderna sembra essersi capovolto il rapporto, nel senso che il cittadino medio ha ormai dimenticato le responsabilità che ha come essere umano nei confronti di Dio, ma pretende altresì d’usufruire di tutti i diritti sociali possibili. Per ogni religione, non solo i diritti seguono i doveri, ma devono essi stessi essere condizionati da varie proibizioni, volte a garantire una protezione all’anima, idea che appare assurda a chi non ha fede. Alcuni Occidentali potrebbero affermare che le donne musulmane dispongono di ben pochi diritti, ma queste ultime potrebbero rispondere che sono i bambini occidentali ad essere privi di molti diritti: ad esempio il diritto di avere vicino una madre, soprattutto nei primi anni di vita (sana abitudine tradizionale che nel sistema economico occidentale è divenuta ormai una vera rarità).<a title="" href="#_ftn61">[61]</a> Un altro diritto fondamentale per un bambino è quello di avere due genitori,<a title="" href="#_ftn62">[62]</a> e anche questa opzione nell’opulenta ma egoistica società dei divorzi e delle provvisorie convivenze, comincia a scarseggiare. Queste abitudini, ormai diffuse in Occidente mostrano dunque un’assenza di responsabilità, d’amore, d’umiltà, che si trasformano necessariamente in forme di privazioni di diritti: del bambino, del partner, del prossimo.</p>
<p>Il problema maggiore sembra essere quello di coniugare i propri diritti ad un’idea di libertà, che per il nostro mondo occidentale significa libertà dell’ego, quando tutte le religioni tradizionali invitano invece alla libertà dall’ego, dalle proprie passioni, dalla propria sfrenata individualità. Finché ciò non sarà chiaro, risulterà davvero difficile accettare le religioni che, con i propri insegnamenti morali, suggeriscono a rinunciare a tante libertà perché sanno che solo così si giunge alla Libertà in Dio, che si realizza appunto nel fare la Sua Volontà:<a title="" href="#_ftn63">[63]</a> questa è la Libertà della religione, ma l’uomo contemporaneo sembra preferire la libertà dalla religione. Per un vero Cristiano o Musulmano, l’amare Dio ed obbedire ai suoi comandamenti non è considerata una perdita di libertà, anzi proprio il contrario, e da questo punto di vista molti sedicenti cristiani dovrebbero guardare al mondo musulmano come ad un modello di fede e di consapevolezza delle responsabilità dell’uomo di fronte all’Eterno. A ciò deve necessariamente fare seguito il rispetto dei diritti umani (ed in questa seconda istanza sono le odierne società musulmane che possono imparare qualcosa dall’Occidente); ma tra le due necessità la prima è propedeutica alla seconda.</p>
<p>La verità è che le cosiddette civiltà, sia in Occidente che in Oriente, sono in uno stato di notevole decadenza, e non hanno più il coraggio di mettersi in discussione, e di porsi interrogativi su ciò che non è andato per il verso giusto, anzi, spinte da pulsioni nazionalistiche ed espansionistiche si sono completamente allontanate dai principi che le avevano caratterizzate. I destini del mondo cristiano e di quello islamico sono dunque intrecciati: la globalizzazione col suo sistema di valore, basato sui beni di consumo, rischia di obnubilare il vero valore spirituale che le religioni ancora propongono.</p>
<p>Il problema è che recentemente le pressioni secolarizzanti si sono fatte sentire in maniera prepotente anche nel mondo islamico, ed è proprio in quest’epoca che si sono sviluppate le interpretazioni più ottuse dei testi sacri, che hanno aperto la strada al moderno fondamentalismo di cui parlavamo ad inizio capitolo. È indubbio che è l’ignoranza &#8211; tra i Mussulmani, come anche tra i Cristiani &#8211; ad essere il male maggiore da combattere: è questa la guerra da intraprendere a fianco all’Islam, una guerra che non porterà morte e distruzione, ma servirà a favorire conoscenza e comprensione, e quindi la pace. Purtroppo quelle forme di fondamentalismo si avvertono anche nel mondo ebraico e in quello cristiano, anche se talvolta sono meno pubblicizzate.<a title="" href="#_ftn64">[64]</a> Gli influssi deleteri del mondo laicista sono riusciti ad introdurre proprio all’interno della religioni, elementi disgreganti che tendono a sviare e a deformare l’essenza dei contenuti e delle finalità originali. In questo gioco perverso non si deve assolutamente cadere: le comunità cristiane e mussulmane &#8211; come anche quella ebraica &#8211; devono compiere parallelamente uno sforzo notevole per non cedere alla facile tentazione di lanciarsi in uno scontro che non potrà che rivelarsi catastrofico.<a title="" href="#_ftn65">[65]</a> Il sottile invito a tale scontro di religioni che si avverte ai nostri giorni, deve offrire, di contro, l’occasione per gli autentici rappresentanti di tali fedi, a stringersi insieme contro un perverso sistema politico, sociale, ed economico, non certo usando la violenza, ch’è contraria a qualsiasi credo tradizionale, ma dando prova di saper dialogare, di riconoscersi come fratelli, seguendo con amore le indicazioni etiche delle proprie religioni che conducono all’equilibrio e alla saggezza, persino alla santità. Ma l’atteggiamento nei confronti del sistema sociale non deve cedere a compromessi, deve essere capace di discriminare tra i tanti consumi che ci vengono propinati sistematicamente, e decidere di rifiutarne e boicottarne alcuni (non ultimi quelli legati al banale mondo dello spettacolo o dell’‘informazione’ propinati dai mass media), in modo tale da dar filo da torcere a quei poteri che sopravvivono grazie al quotidiano consenso &#8211; il più delle volte inconscio &#8211; dello spettatore, e che credono di dominare il mondo, ma in realtà lo stanno rapidamente portando verso la distruzione.</p>
<p>La tendenza ad uniformare tutti gli uomini in un globale sistema di consumismo indotto sottende a un sottile disegno: agli esseri umani, creati nella loro complementare diversità &#8211; ma nella sostanziale uguaglianza della scintilla divina presente in tutti &#8211; ecco che viene contrapposta in maniera massificata la possibilità di uniformarsi in un&#8217;unica ‘cultura’, un&#8217;unica ‘lingua’, un unico sistema politico, un&#8217;unica moneta, persino un&#8217;unica ‘religione’ (o meglio pseudo-religione dai connotati sincretistici, in stile New Age), quando di contro la nostra individualità sfrenata, il nostro orgoglioso io, viene continuamente alimentato da fantasie psichiche tali da allontanarci sempre più dal nostro Principio unificatore. Quindi più uniti, ovvero somiglianti, fuori, più divisi dentro; questo è l’inquietante disegno che si prospetta, che peraltro manifesta la sua chiara natura diabolica (ovvero separativa, dal greco δια-βαλλω). È dovere comune, credenti e non, di rifiutare questa tragica prospettiva, è chiaro infatti che se continuiamo nella direzione che ci viene additata dal sistema socio-economico odierno, andremo verso un irrevocabile collasso dell’ecosistema e dell’umanità, che nell’illusione di una pacifica unione secolare (ovvero mondana), giungerà al confine estremo della disunione col Principio, quel punto massimo di allontanamento dalla Luce che non potrà che tradursi nella fine de tempi.</p>
<p>La contrapposizione di Cristiani e Musulmani è cosa davvero assurda, infatti essi si vengono a trovare oggi più che mai dalla stessa parte della barricata; rappresentano infatti il comune dissenso alla società secolarizzata, consumistica ed edonistica, dell’epoca contemporanea, sono entrambe un freno nel cammino del cosiddetto ‘progresso’,<a title="" href="#_ftn66">[66]</a> sono un serio problema per lo stato laicista che tende ad ‘educare’ il cittadino a scelte sempre più ‘libere’ (ovvero prive di riferimenti ad una coscienza religiosa),<a title="" href="#_ftn67">[67]</a> sono un imbarazzante intralcio per le ambizioni sfrenate della scienza, che vuole sostituirsi a Dio, nell’illusione di realizzare una utopistica (o meglio antiutopistica) società del benessere artificiale.<a title="" href="#_ftn68">[68]</a></p>
<p>Il modo occidentale, pieno di dubbi, e ormai consapevole delle contraddizioni di ciò che fino a pochi decenni fa considerava il proprio modello di vita, si trova ormai dinnanzi ad un vicolo cieco;<a title="" href="#_ftn69">[69]</a> e il mondo islamico &#8211; se non finirà a sua volta nell’ingranaggio della secolarizzazione moderna (e da questo punto di vista il fallimentare esempio del nostro sistema sarà da monito a quei Musulmani che lo vogliono emulare) &#8211; può ancora offrire un modello d’attaccamento alla Fede tale da stimolare gli Occidentali a recuperare il senso delle proprie radici cristiane.<a title="" href="#_ftn70">[70]</a></p>
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<p>In Occidente non mancano forze politiche &#8211; purtroppo anche in parte del clero si nota tale atteggiamento &#8211; che agitano spesso lo spauracchio dell’islamizzazione dei nostri paesi, additando genericamente l’immigrato musulmano come potenziale terrorista, da respingere con tutti i mezzi alle frontiere. In realtà uno ‘scontro di religioni’ non esiste: è una frase inventata ad arte per creare la paura dell’altro, del diverso.<a title="" href="#_ftn71">[71]</a> Scegliere lo scontro vuol dire aver già perso, come risulta evidente dal fatto che guerra e terrorismo si alimentano a vicenda e che le iniziative militari stanno ingigantendo e radicalizzando i problemi. Bisogna ricorrere alla saggezza e stabilire un dialogo pacifico per risolvere i conflitti. Oggi, più che mai, in una delicatissima situazione di politica internazionale, è necessario comprendere che la Verità di cui si sono fatte portavoce nella storia almeno le tre grandi tradizioni monoteistiche (Ebrei, Cristiani, Mussulmani) è unica, eterna e condivisibile da tutti gli esseri umani. Le religioni predicano tutti i valori etici dell&#8217;umiltà, la giustizia, la pace e la prosperità, lo scambio delle azioni benefiche, la cooperazione fra tutti i popoli in favore della benevolenza e della pietà, e non per l&#8217;offesa e l&#8217;aggressione. Dialogare significa rendere concreta la cosiddetta ‘regola aurea’, che dice di ‘non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te’. Condivisibile da chiunque è il comune riconoscimento del principio e del fine divino della vita umana, tesa all’equilibrio e alla concordia col prossimo: tutto ciò è patrimonio comune di Cristianesimo ed Islam, ma anche di coloro che, pur non aderendo ad un credo religioso, non hanno ceduto alle lusinghe con cui il mondo solletica l’ego umano.</p>
<p>Se c’è chi spesso parla di uno scontro inevitabile di culture e religioni, provocatoriamente il titolo di questo capitolo conclusivo auspica invece l’opposto: un inevitabile incontro. Non riuscendo a concepire un’esistenza senza Dio, senza valori religiosi, l’Islam non può che rifiutare il mondo edonistico e consumistico fondato soltanto su divertimento e profitto suggerito dalla mentalità occidentale (posizioni che ogni buon Cristiano non può che condividere). Tale via, già intrapresa con coraggio da Papa Giovanni Paolo II<a title="" href="#_ftn72">[72]</a> invita le parti al dialogo, all’incontro e alla pace. Solo così il mondo occidentale cristiano potrà riuscire a superare questa cruciale situazione, solo così riuscirà ad affrontare questa titanica sfida epocale che ci pone oggi la storia. E a tal proposito, Padre Wilde (<i>Io non ti capisco</i>) ci suggerisce una preziosa riflessione:</p>
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<p><i>Il mondo islamico sembra pensare, sentire e credere in modo così diverso dal mondo occidentale, non era valutabile dall’Occidente, E così si è passati all’attacco, invece di rispettare il mistero e di mettersi alla scoperta di quel mondo…. E’ impossibile imparare a conoscere l’altro e incontrarlo. Ma devo inoltrarmi fino al suo mistero, che giace nel fondo della sua persona, non in superficie… Quanto più una persona mi è estranea, tanto più ha qualcosa da dirmi, e tanto più la mia vita può mutare e arricchirsi quando l’incontro…. La tensione fra i due produce un nuovo mondo in cui ambedue vengono assunti e continuano a esistere in una forma nuova.</i><a title="" href="#_ftn73">[73]</a></p>
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<p>Dotata anche di sfumature metafisiche, la lucida considerazione di Reza Shah-Kazemi (<i>P</i><i>aths of the Heart</i>) svela il mistero dell’incontro con l’altro:</p>
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<p><i>Se l’‘Io’ viene identificato in maniera quasi assoluta con l’ego, con la famiglia, con la nazione, o persino con la religione a cui si appartiene, allora all’‘altro’ &#8211; a qualsiasi livello &#8211; sarà dato un carattere altrettanto quasi assoluto. Sono proprio tali nozioni esclusiviste del ‘sé’ e dell’‘altro’ che contribuiscono alle dinamiche del sospetto e della paura, del fanatismo, e del conflitto. La metafisica […] serve a relativizzare qualsiasi grado concepibile d’identità dinnanzi all’Assoluto; in altre parole, assicura che nessuna concezione determinata, formale del sé sia assolutizzata o venga venerata, per quanto a livelli inconscio, come un idolo […]. Le limitazioni esistenziali  e le pretese psicologiche dell’ego, vengono così abbattute, e una conscia focalizzazione teocentrica sostituisce quella egocentrica, il più delle volte inconscia. […] La conoscenza dell’altro e la conoscenza di Dio sono interconnesse, e dovrebbero essere considerate complementari, tali da rinforzarsi a vicenda […]. Quindi il dialogo &#8211; un dialogo radicato sul sincero desiderio di maggior conoscenza e comprensione dell’altro e di se stesso &#8211; può essere considerato come un riflesso di quel processo con cui Dio conosce se stesso in modalità distintiva e differenziata, e come una partecipazione ad esso.”<a title="" href="#_ftn74"><b>[74]</b></a> </i></p>
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<p>In effetti, il rispetto del prossimo, dell’altro, viene approfondito nella misura in cui si è consapevoli della Presenza Divina, che è all’interno e al di là di sé, come anche all’interno e al di là del prossimo. La prova di tale affermazione l’abbiamo trovata recentemente incarnata nella vita di Madre Teresa di Calcutta che ha donato la sua esistenza all’altro, nella misura in cui aveva deciso di donare la sua esistenza a Dio.</p>
<p>Dunque, in risposta a chi ostinatamente continuerà a temere che quella minoranza pseudo-islamica violenta possa crescere ed invadere la nostra civiltà, distruggendola, l’unico metodo di prevenzione è quello di creare urgentemente solidi legami con l’Islam autentico in nome di una conoscenza reciproca, che potrà avvenire soltanto attraverso un intenso dialogo sino a raggiungere uno stabile punto d’incontro ad un livello di comprensione più profondo, tale da penetrare quel guscio dogmatico che separa le specifiche tradizioni religiose, e ritrovarsi fratelli nella Fede e nell’Amore d’un unico Dio.<a title="" href="#_ftn75">[75]</a></p>
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<p><b>Bibliografia</b></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> La disinformazione, ovvero un’informazione manipolata e distorta sull’Islam ha in Occidente una vera e propria storia, che parte dalle indecorose biografie sul Profeta scritte nel Medioevo, passa attraverso la più recente visione razionalistica che non poteva che negarne la rivelazione, sino ad arrivare alle mediatiche deformazioni odierne che celano inquietanti progetti politico-economici di chi guarda al mondo musulmano come terra di conquista, e ha quindi interesse a creare nell’opinione pubblica &#8211; al di là di un ipocrita senso di ‘democratica tolleranza’, presente purtroppo anche tra alcuni cristiani &#8211; un vero e proprio rancore, se non odio, nei confronti dell’Islam.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Filone saggistico che abbiamo avuto modo di approfondire curando la collana ‘Tradizione e traduzione’ (edizioni Terre Sommerse), il cui primo titolo <i>Gli esegeti della Tradizione</i> risulterà propedeutico per il lettore non aduso alla prospettiva tradizionale.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> “Il punto di vista tradizionale considera la Rivelazione come un’irruzione dell’atemporale nel tempo, che riporta l’umanità nel pieno ambito della sua origine atemporale e quindi le riporta a mente il suo destino. La manifestazione nel tempo del Cristianesimo è quindi necessariamente anticipata da tutto ciò che la precede, pienamente contemporanea ad ogni momento del tempo, e realizzata da tutto ciò che segue” (Lord Northbourne, <i>Religion in the modern world</i>). Inoltre, come sottolinea Mircea Eliade (<i>Il mito dell’eterno ritorno</i>): “L’irreversibilità degli avvenimenti storici e del tempo viene compensata dalla limitazione della storia nel tempo […]. Nella concezione messianica la storia ha una funzione escatologica, e può essere sopportata solamente perché si sa che un bel giorno cesserà”.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> L’umiltà di riconoscersi polvere, ovvero terra &#8211; come peraltro evoca anche il rito cristiano quaresimale delle ceneri &#8211; viene resa eloquentemente nella <i>sajda</i>, ovvero la prostrazione durante la preghiera, dove il corpo del fedele musulmano è completamente a contatto con la terra. Non è casuale che tale <i>memento</i> sia presente anche nella radice etimologica ebraica del nome Adamo (alla lettera, ‘terra’), come nel termine latino <i>humilia </i>(da ‘humus’).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> Tale volgarizzazione non è affatto gradita ai Mussulmani che la considerano irriverente. Ciò è comprensibile in quanto il nome del Profeta nella lingua araba, lingua sacra in cui è stato trasmesso il Corano, ha un suono e quindi un significato ben differente della versione occidentalizzata che offre, al riguardo, assonanze sgradevoli.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> L’Islam fa distinzione tra Profeta (<i>Nabī</i>) e Messaggero, ovvero Inviato (<i>Rasul</i>). Gli Inviati fondano le religioni, i Profeti le ritemprano e profetizzano; tuttavia le due funzioni possono occasionalmente coincidere in una stessa persona, come Gesù e Muhammad, Profeti e al contempo Inviati.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> Non v’è alcuna innovazione nel messaggio trasmesso a Muhammad: “Non ti sarà detto altro che quel fu detto ai messaggeri che ti precedettero” (Corano XLI, 43). Peraltro il Profeta ha ricevuto tale rivelazione in stato d’estasi, e non vi ha aggiunto nulla di proprio, di qui l’assurdità della definizione coniata in occidente dell’Islam, quale religione maomettana.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> “La molteplicità delle razze, delle nazioni, e delle tribù implica per l’Islam rivelazioni diverse: ‘Ad ogni gente abbiamo mandato un messaggero’ (Corano X, 47)”</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref9">[9]</a> “Ci sono messaggeri di cui ti abbiamo narrato, ed altri di cui non abbiamo fatto menzione”. Questo passo del Corano (4:164) sembrerebbe allargare la profezia anche al di fuori di Ebraismo e Cristianesimo, estendendo le Genti del Libro anche ad altri culti tradizionali orientali.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> Si tratta d’obblighi che trovano peraltro molte somiglianze con quelli della tradizione cristiana, anche se la comune preghiera islamica del venerdì, non ha la stessa importanza del rito domenicale della Messa cristiana.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref11">[11]</a> La parola <i>ulamā’</i> significa coloro che sanno, che hanno conoscenza non solo in campo teologico, ma anche scientifico (ovviamente di una scienza tradizionale e non di quella progressista ed evoluzionista occidentale).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref12">[12]</a> Una pur buona traduzione del Corano non potrà mai rendere l’emozione, il mistero, ed il fervore che scaturisce dal suono della lingua originale. Tuttavia, mentre i Musulmani ortodossi sostengono che la preghiera rituale debba necessariamente essere compiuta in arabo, alcuni <i>ulama</i> ritengono che in certe occasioni, chi non conosce la lingua originale, può leggere il Corano in traduzione.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref13">[13]</a> Esiste una secolare scienza degli <i>hadith</i>, con studi interpretativi approfonditi imprescindibili.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref14">[14]</a> Nulla a che vedere con l’elitarismo snobista moderno. Si tratta invece di una minoranza d’individui &#8211; necessariamente pieni d’amore e compassione per il prossimo &#8211; che attraverso un sincero ed autentico percorso religioso hanno ricevuto la grazia di comprendere le dottrine metafisiche tradizionali, realizzandone le finalità. Tuttavia, “il misticismo tende ad oltrepassare i confini che proteggono la fede che è caratteristica al credente. Nel fare ciò s’inoltra in una regione sconfinata che, se benefica e complementare per alcuni, può risultare pericolosa per altri non qualificati a certi insegnamenti” (Huston Smith, <i>The world’s religions</i>).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref15">[15]</a> La libera volontà dell’essere umano di potersi ribellare contro la propria natura primordiale (fatta ad ‘Immagine di Dio’, come affermano i Cristiani, ovvero nella ‘Sua Forma’, come affermano i Mussulmani), e diventare attivo contro il Cielo e passivo verso la propria natura inferiore passionale è una possibilità che anche la tradizione cristiana conosce bene. La funzione delle religioni è sempre stata quella di mettere l’uomo in guardia su tale possibilità, e oggi tali comuni moniti non possono che  rafforzarsi a vicenda.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref16">[16]</a> Le parole di Gesù Cristo affermano tale Unità: “Perché mi dici buono? Nessuno è buono, se non uno solo, Dio” (Luca: 18, 19). Si potrebbe addirittura ipotizzare che il dogma della Trinità, col suo mistero, possa avere anche una funzione simile al <i>koan </i>orientale, ovvero un ‘rompicapo’ che costringe la mente raziocinante alla resa, in modo così d’aprire il cuore alla Grazia divina.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref17">[17]</a> “Alle ragioni teologiche si aggiungono ragioni linguistiche, non trascurabili per la lingua araba, che rendono molto difficile la traduzione di concetti e idee della rivelazione cristiana…. La parola ‘figlio’ (<i>ualad</i>, più ancora che <i>ibn</i>) in arabo ha una risonanza carnale molto netta e per nulla adatta ad una interpretazione metaforica, spirituale o addirittura ipostatica” (Giulio Basseti Sani, <i>Musulmano e Cristiano</i>).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref18">[18]</a> Secondo il Corano, assieme all’anima d’Adamo, è soltanto quella di Gesù ad essere stata generata direttamente da Dio (‘Generato, non creato’ recita anche la preghiera del Credo cristiano). Anche se i Musulmani non riconoscono Gesù come figlio di Dio, non meriterebbe già quel particolare atto generativo il titolo di Figlio prediletto (ovvero di Nuovo Adamo)?</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref19">[19]</a> Ad Efeso, il 60% dei pellegrini presso la casa di Maria è di fede islamica.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref20">[20]</a> Secondo la cultura popolare islamica, Cristo sarebbe stato assunto in cielo, mentre la sua crocifissione e la sua morte non sarebbero state altro che frutto di un’illusione generale. Martin Lings (<i>A return to the Spirit</i>), citando il Corano, tenta di sciogliere questo delicato nodo: “E’ un dato di fatto che la maggior parte dei Mussulmani siano convinti che Cristo non fu crocifisso, mentre i Cristiani considerano la Crocifissione come pietra miliare della loro religione. Il rifiuto mussulmano della Crocifissione è basato su un’affermazione coranica isolata dal suo contesto, ma ogni Inviato ha due nature, una trascendente ed una umana. Nel Cristianesimo non è mai messo in discussione che la Natura Divina di Cristo possa essere stata crocifissa; il Corano (II, 154) nega tale possibilità (‘E non dite che sono morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, ché invece sono vivi e non ve ne accorgete’), ed aggiunge poi quelle che sono, nel nostro contesto, le parole fondamentali: <i>ma così apparve a loro d’aver fatto</i>….  perché sulla Croce, dinnanzi a loro, essi avevano visto il corpo morto della natura umana di Cristo”.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref21">[21]</a> Quando nel 1995 il musulmano Yasser Arafat partecipò accanto alla moglie cristiana alla messa di Natale a Betlemme, gli integralisti lo criticarono, ma il <i>Mufti </i>(massima autorità giuridica islamica) dei palestinesi, lo Sceicco Al Alami, dichiarò che ai Musulmani è lecito essere presenti alla messa di Natale.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref22">[22]</a> Molti Cristiani sono rimasti stupefatti nel venire a sapere che al terrorista kamikaze-‘martire’ che rinuncia alla vita, viene garantito nell’aldilà di accedere al paradiso (questo assunto è naturalmente il frutto di una libera interpretazione d’alcune ‘guide spirituali’ dell’integralismo islamico); eppure di fronte al tragico episodio dei Carabinieri caduti vittime nell’attentato dinamitardo a Nassirja (2006), c’è chi ha definito martiri quei caduti, senza sapere che martire è colui che muore nel nome e per causa di Gesù Cristo, e non un militare che cade &#8211; pur se in missione di pace &#8211; in una zona di guerra. Onore militare a quelle vittime, ma parlando di martirio &#8211; che sappiamo conduce al paradiso l’essere umano che vi si sottopone consapevolmente &#8211; si rischia di porsi su di un piano confuso, simile a quello integralista (anche se permane la differenza sostanziale tra chi fa anche da carnefice e chi è solo vittima). Comunque ciò non toglie che tra quelle vittime dei Carabinieri non possa davvero esserci stato qualche martire, ovvero qualche uomo di fede che vedeva in quella missione un’occasione di sincera espressione cristiana d’amore e di pace, e che forse, chissà, quella mattina, prima dell’esplosione, invece di dormire era a vegliare in preghiera (ma questo, solo Iddio lo sa).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref23">[23]</a> Nella presenza femminile di Beatrice, come guida in Paradiso, Dante ha voluto forse alludere in un certo qual modo a tale sfera.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref24">[24]</a> Il matrimonio è per l’Islam l’unico ambito in cui è concessa l’unione sessuale, di qui la possibilità della poligamia, evitando quindi ogni sorta di promiscuità – come invece avviene spesso nella società occidentale, dove il tradimento del partner, anche all’interno del matrimonio, è assai diffuso. E’ necessario però che l’uomo sia in grado d’essere equo con le mogli: il che è quasi impossibile. Quindi il Corano indica la via della monogamia matrimoniale come la più adatta, e se il divorzio viene concesso in casi eccezionali, non risulta gradito ad Allah.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref25">[25]</a> La monogamia cristiana riflette invece il matrimonio dell’unica Chiesa &#8211; l’anima &#8211; a Cristo.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref26">[26]</a> Valore che anche la tradizione cristiana le riserba &#8211; come ha saputo ben evidenziare Philip Sherrard nello specifico studio <i>Cristianesimo ed Eros</i> &#8211; anche se il più delle volte, gran parte dell’esegesi sull’argomento è stata nei secoli assai contraddittoria.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref27">[27]</a> Anche il saluto islamico <i>al-salāmu ‘alaykum</i>, trova corrispondenze notevoli al cristiano ‘la pace sia con te’, (o al motto monastico ‘pace e bene’), e la formula di chiusura della preghiera <i>amin</i>, è pressoché identico all’‘amen’ cristiano.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref28">[28]</a> “Il fatto che l’Islam venga cronologicamente dopo il Cristianesimo, il che per i Musulmani dimostrerebbe il suo legittimo sostituirsi ad esso, deve essere valutato alla luce del momento storico in cui ha avuto origine. Qui non è il tempo, ma il luogo che va preso in considerazione” (Giulio Basetti Sani, <i>Musulmano e Cristiano</i>).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref29">[29]</a> Tuttavia il ‘Grande Consolatore’ (<i>paraclitos</i>) annunciato nei Vangeli, ovvero lo Spirito Santo dei Cristiani, viene letto nell’esegesi teologica mussulmana come ‘Il degno di lode’ (<i>periclitos</i>) riferito alla venuta del Profeta Muhammad.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref30">[30]</a> Quei moniti dovrebbero rivolgersi ormai altrove, visto che la religione islamica ha saputo dare testimonianza di santità e saggezza. “Da oltre tredici secoli, Cristiani e Musulmani vivono fianco a fianco in Medio Oriente ed hanno avuto ampie opportunità di vedere che ‘l’altra religione’ è a tutti gli effetti autentica come la propria” (Martin Lings, <i>A return to the Spirit</i>).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref31">[31]</a> “Le tradizioni sacre parlano dell’obbligo di accogliere l’estraneo e di rendersi conto che, sebbene sia sconosciuto all’ospitante, egli è perfettamente conosciuto da Dio. È quindi dovere di colui che si trova nel proprio spazio e nella propria lingua fare di tutto perché il nuovo arrivato sia messo nelle condizioni di conoscere i costumi dell’ospitante e la propria alterità, e quindi ricevere dall’ospite tutto ciò che gli offre, nella misura in cui non vi sia alcuna azione di forza. L’estraneo è dunque ospite dinnanzi a Dio, proprio come l’ospitante, ma l’impotenza rispetto all’ospitante gli dà diritto di ricevere tale accoglienza: l’ospitante ha un debito nei suoi confronti, non inferiore alla testimonianza dell’onnipresenza del Volto di Dio” (Rusmir Mahmutćehajić &amp; others, <i>The essential Sophia</i>).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref32">[32]</a> Da questo punto di vista risulta assai prezioso lo studio di Martin Lings <i>Simbolo e Archetipo</i>.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref33">[33]</a> Il termine ecumenico deriva dal greco <i>oikouméné</i>, che significa ‘terra abitata’ e, più in generale, la parte abitabile della superficie terrestre, e allude all’umanità intera e alla sua comune fratellanza.<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ecumene">http://it.wikipedia.org/wiki/Ecumene</a></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref34">[34]</a> Se infatti consideriamo l’allegoria solare scelta, sicuramente ispirata, non possiamo che essere consapevoli che ogni raggio del sole ha eguale valore, provenendo dalla medesima fonte.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref35">[35]</a> Apparirebbe davvero strano che la provvidenza dello Spirito Santo possa aver ispirato soltanto un flebile messaggio di questo tipo; la portata profonda e rivoluzionaria (nella sua accezione etimologica di ‘ritorno al principio’) della dimensione ecumenica dev’essere ancora realizzata, e spetta a noi laici assieme al clero affrontare questo delicato discorso con massima serietà d’intenti ma anche con coraggio: non serve a nulla risolvere l’argomento con un paio di comodi slogan. Naturalmente ciò non ha niente a che fare con qualsiasi sconsiderato invito al sincretismo &#8211; di queste pseudo-vie dello spirito è già pieno il mondo &#8211; ma si tratta qui di un approccio ben differente, tale da offrire a  chi lo riesce a comprendere, un supporto intellettivo alla propria via devozionale.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref36">[36]</a> Ci siamo chiesti più di una volta come sarebbero andate a finire certe recenti questioni di politica estera, se non ci fossero state a disposizione dell’autorità ecclesiastica queste direttive pastorali, quantomeno utili a smussare gli angoli delle contese, ma soprattutto essenziali per evitare una pericolosa contrapposizione tra Occidente cristiano e Medio Oriente islamico.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref37">[37]</a> Martin Lings (<i>Un santo sufi del XX secolo</i>) ci riferisce che, in maniera velata, tale idea è stata espressa da Papa Pio XI°, che parlando confidenzialmente al cardinale appena nominato Delegato Apostolico in un paese di fede islamica, disse: “Non pensare che stai andando fra gli infedeli. I Mussulmani giungono anch’essi alla Salvezza. Le vie della Provvidenza sono infinite.”</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref38">[38]</a> La diversità delle religioni andrebbe accettata ed apprezzata per l’implicita ricca complementarità di più tradizioni, tutte indispensabili nella perfezione del disegno divino.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref39">[39]</a> “Se affermo di essere cattolico solamente col negare tutto ciò che è mussulmano, ebreo, protestante, indù, buddista etc., alla fine troverò che non mi è rimasto molto da affermare per dimostrare che sono cattolico; certamente non avrò il soffio dello Spirito con cui affermarlo… È nella nostra storia che Dio è entrato, rivelandosi come uomo, ed è a noi che fu affidato il compito di portare la sua rivelazione alle altre culture…. e se questo compito richiedeva l’umile, attento e preciso riconoscimento del modo in cui le altre tradizioni erano già aperte alla possibilità di Dio nell’Uomo, la missione occidentale verso il resto del mondo è stata un grosso fallimento” (Thomas Merton,<i> Diario di un testimone colpevole</i>). Nella storia dell’attività missionaria cristiana sono infatti emersi, per il mondo islamico, motivi di diffidenza, avendo visto tale opera spesso connessa al colonialismo ed alla conseguente opera di secolarizzazione sul ‘modello’ occidentale.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref40">[40]</a> Addirittura, vi sono infinite e provvidenziali sfumature nell’approccio d’ogni singolo individuo, all’interno di una specifica tradizione religiosa. I Sufi (la cosiddetta elite mistica della tradizione islamica) affermano che i sentieri che portano a Dio sono tanti quanti i figli d’Adamo.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref41">[41]</a> Oggettivamente Dio è unico per tutte le religioni, ma soggettivamente, per ciascuna religione, la divinità può apparire differente.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref42">[42]</a> I vari idiomi, come le religioni, aderiscono a realtà geografiche, storiche e culturali diverse, nonché a quelle psicofisiche delle popolazioni in questione.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref43">[43]</a> Nell’Islam, nonostante non vi siano ordini monastici, c’è profondo rispetto dei santi cristiani delle chiese e dei monasteri e ciò proviene direttamente dagli <i>hadith</i> del Profeta Muhammad. E pensate, la più antica comunità monastica cristiana esistente, quella di Santa Caterina sul monte Sinai, contiene una moschea nel suo perimetro, costruita dai monaci per i beduini locali, quale più splendido esempio pratico d’ecumenismo?</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref44">[44]</a> Anche Henry Corbin (a differenza di molti altri orientalisti) dimostra, dai suoi scritti, di averne colto l’essenza profonda.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref45">[45]</a> Coloro che sono affiliati al <i>tasawwuf </i>(Sufismo), e praticano la Via, vengono chiamati <i>fuqarâ</i>, plurale di <i>faqir</i>, di qui l&#8217;italiano ‘fachiro’, che però ne stravolge il senso reale. Lo stesso tipo d’imprecisione lessicale della traduzione &#8211; dovuta ad un retaggio di una conoscenza alquanto sommaria del mondo islamico &#8211; si verifica peraltro per i termini ‘califfo’ (da <i>khalifa</i>, luogotenente del Profeta) o ‘sceicco’ (da <i>shaikh</i>, letteralmente anziano, ma assai utilizzata nella sua accezione di maestro spirituale).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref46">[46]</a> Giulio Basetti Sani (<i>Cristofania dell’Averna</i>) ha peraltro messo in relazione l’evento delle stigmate di San Francesco presso la Verna, con l’esperienza che ebbe nel mondo musulmano. La particolare lettura di quell’episodio da parte dell’autore francescano, pur essendo fortemente cristocentrica, non si pone in contrasto con la fede dell’Islam, ma invita il Musulmano ad una verifica escatologica, che potrà rendersi palese con la Parusia, ovvero col ritorno del comune Messia.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref47">[47]</a> Nell’esicasmo viene ripetuta incessantemente la formula: “Signore Gesù Cristo! Abbi pietà di me!”: Si tratta della cosiddetta preghiera del cuore, che tende ad entrare ed a stabilizzarsi nel cuore dell’orante in maniera permanente, proprio come nella ripetizione dei nomi di Allah nel <i>dhikr</i>.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref48">[48]</a> L’etimologia del termine Saraceno deriva da <i>Sara</i> (moglie d’Abramo e madre d’Isacco) e <i>kenos</i> (privazione, svuotamento), che allude al fatto che la discendenza musulmana non deriva Sara ma da Agar (concubina d’Abramo e madre d’Ismaele), di qui anche la definizione dei Musulmani come agareni.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref49">[49]</a> “Oh uomini! Vi abbiamo creati maschi e femmine, e abbiamo costituito nazioni e tribù, così che possiate conoscervi” (Corano, XLIX: 13). La differenziazione, all’interno dell’umanità, riguardo a genere, razza e religione, ha dunque essenzialmente una funzione cognitiva.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref50">[50]</a> Di per sé risulta più iconoclasta l’ebraismo, che priva il testo scritto della Bibbia delle vocali, considerate lettere sacre.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref51">[51]</a> Si tratta dell’unico esplicito riferimento alla realtà dell’Islam, riscontabile nel corpus letterario shakespeariano.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref52">[52]</a> Un rispetto che non è l’ipocrisia della ‘democratica tolleranza’ (tipico atteggiamento moderno che l’epoca del XVI° secolo non aveva ancora conosciuto), ma profonda consapevolezza della molteplicità delle vie che possono condurre a Dio.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref53">[53]</a>  “Non dialogate se non nella maniera migliore con la gente della Scrittura, eccetto quelli di loro che sono ingiusti. Dite loro: ‘Crediamo in quello che è stato fatto scendere su di noi, e in quello che è stato fatto scendere su di voi, il nostro Dio e il vostro sono lo stesso Dio ed è a Lui che ci sottomettiamo’” Corano (XXIX, 46).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref54">[54]</a> ‘Non crediate che sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma una spada’ (Matteo 10, 34).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref55">[55]</a> Si legga la citazione evangelica della precedente nota del presente capitolo, dove peraltro il simbolismo della spada e quello della croce tendono a coincidere anche esteriormente.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref56">[56]</a> Il termine arabo <i>kafir</i> tradotto con ‘infedele’ in realtà allude etimologicamente a colui che manca di riconoscenza (ovviamente nei confronti di Dio).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref57">[57]</a> Solo da ciò si evince come l’atto terroristico contro il World Trade Center, che ha portato alla morte in maniera indiscriminata centinaia di individui, non possa avere nulla a che fare con la vera <i>jihad</i> (infatti fu subito condannato dalla massima autorità religiosa sunnita); lo stesso vale per l’attentato alle truppe italiane di Nassirja in missione di pace (in quest’ultimo contesto forse non è stato facile per molti iracheni vedere dei promotori di pace in truppe armate straniere che presidiano un particolare territorio).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref58">[58]</a> È stato il movimento modernista, di tipo puritano, Salafiyysh-Wahhbi, a fornire le basi ideologiche al terrorismo integralista.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref59">[59]</a> Pier Paolo Pasolini, nauseato da tale aspetto della società moderna occidentale, viaggiava spesso nei paesi islamici, attratto da quello spirito tradizionale che in Italia vedeva ormai scomparire.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref60">[60]</a> D’altronde, viviamo in una società e in un’epoca dove il contentarsi, o rassegnarsi alla volontà di Dio, significa mancare d’iniziativa; dove fermezza di fede, timore di Dio e pietà, vengono considerati forme di debolezza o bizzarrie; dove l’indifferenza riguardo all’aspetto fisico e il sottrarsi da un sistematico presenzialismo, sono intesi come trascuratezza e misantropia.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref61">[61]</a> Nella società islamica l’educazione dei figli è tenuta in grande considerazione ed è assegnata alla donna che di buon grado vi si dedica, evitando così di cedere alle lusinghe delle attività lavorative moderne, mantenendo di contro le caratteristiche di quella femminilità, indispensabile perché il rapporto con l’uomo possa risultare perfettamente complementare.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref62">[62]</a> Sarebbe oggi il caso di aggiungere: due genitori ‘di sesso differente’, viste le proposte legislative che vorrebbero affidare l’adozione di bambini anche a coppie omosessuali.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref63">[63]</a> Ogni musulmano non potrebbe che sottoscrivere le parole di Gesù Cristo che fanno parte della preghiera cristiana del Padre Nostro: “Sia fatta la Tua Volontà come in Cielo così in terra”.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref64">[64]</a> Oltre ai noti episodi storici di conversione forzata all’Islam da parte di gruppi di potere del mondo mediorientale, dobbiamo registrare anche inquietanti esempi di conversione forzata al cattolicesimo. Ad esempio, nel 1941 in Croazia, Pàvelic &#8211; dittatore fanatico cattolico &#8211; impose la pena di morte su coloro che rifiutavano le sue direttive di sposare la fede cattolica; e nonostante che il vescovo A. V. Stepinac si oppose fermamente a ciò, la carneficina non fu evitata.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref65">[65]</a> In tale contesto gli eccessi nazionalistici del movimento sionista, nonché gli integralisti evangelici di radici anglo-americane che lo appoggiano per propri tornaconti ‘escatologici’, sono i ‘frutti’ di una stessa inquietante matrice diabolica che mira al caos, e che secondo le sacre scritture delle tre tradizioni monoteiste in questione, non potrà che condurre alla fine di questo mondo.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref66">[66]</a> Quel che oggi viene considerato ‘progresso’ è nella sua natura essenziale desiderio di denaro e di posizione sociale all’interno di una società secolarizzata, e ciò porta alla distruzione di ogni genuina etica umana.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref67">[67]</a> La maggior parte dei Cristiani sono rimasti dispiaciuti quando nella recente costituzione della Comunità Economica Europea non è stato inserito alcun riferimento alla nostra tradizione religiosa; tuttavia ci viene oggi da pensare che tale omissione potrà addirittura rivelarsi provvidenziale, nel momento in cui le scelte politiche dovessero imporre &#8211; a suon di direttive comunitarie &#8211; una completa laicizzazione: almeno sarà chiara la posizione del Cristiano autentico in tale frangente, e sarà anche più facile per il Musulmano sentirsi con lui solidale.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref68">[68]</a> Il famoso romanzo <i>Il mondo nuovo</i> dello scrittore inglese del XX secolo Aldous Huxley ne descrive, in modo assai lungimirante, i paradossali, tragici sviluppi. L’utopia è ben altra cosa: ad esempio l’interessantissima proposta di Waleed El-Ansary, di depoliticizzare Gerusalemme e trasformarla in entità spiritualmente sovrana, sotto il comune controllo teocratico dei rappresentanti spirituali delle tre tradizioni monoteistiche. Purtroppo il destino di Gerusalemme &#8211; e su questo le Sacre Scritture hanno lasciato molti indizi &#8211; sembra essere di natura ben diversa.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref69">[69]</a> “Ci troviamo a vivere proprio nel momento preciso in cui l’ottimismo eccessivo del mondo materialista è precipitato nella rovina spirituale, in una società di gente che ha scoperto la sua nullità, là dove se lo sarebbe meno aspettato: nel bel mezzo della potenza e del successo della tecnica. Ne risulta un’ambivalenza angosciosa, in cui ognuno si trova costretto a riversare sul suo prossimo un fardello di odio di sé, troppo pesante perché la sua anima lo sopporti da sola” (Thomas Merton,<i> Diario di un testimone colpevole</i>).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref70">[70]</a> Tomaso Campanella nel suo <i>Theologicorum </i>(scritto nelle prigioni pontificie nel XVI° secolo) prevedeva che l’Islam avrebbe portato in futuro un aiuto al Cristianesimo, che già da allora mostrava in alcune cattive abitudini (non certo nella sua essenza immutabile), segni di sviamento. Che sia vicino il contesto storico presagito da Campanella?</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref71">[71]</a> “Quando un estraneo attraversa un confine per entrare nello spazio di un altro, entrambi &#8211; ospitante e ed estraneo &#8211; si trovano dinnanzi a ciò ch’è sconosciuto[…]. L’ignoranza d’entrambe le parti provoca paura, che viene troppo spesso risolta in sottomissione, persecuzione o annientamento dell’estraneo […]. Ogni potere che non sia quello dell’Assoluto può essere giustificato soltanto dalla paura dell’altro. Più grande è la volontà di potere, più profonda sarà la paura dell’altro” (Rusmir Mahmutćehajić, <i>The essential Sophia</i>).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref72">[72]</a> Giovanni Paolo II, a Casablanca (19/09/’85), rivolto a migliaia di giovani Musulmani disse: “Cristiani e Musulmani, generalmente ci siamo malcompresi, e qualche volta in passato, ci siamo opposti e anche persi in polemiche e in guerre. Io credo che Dio c’inviti oggi, a cambiare le nostre vecchie abitudini. Dobbiamo rispettarci e anche stimolarci gli uni gli altri nelle opere di bene sul cammino. Voi sapete, con me, quale è il prezzo dei valori spirituali. Le ideologie e gli slogan non possono soddisfarvi né risolvere i problemi della nostra vita. Solo i valori spirituali e morali possono farlo, ed essi hanno Dio per fondamento. Auspico, cari giovani, che possiate contribuire a costruire un mondo in cui Dio abbia il primo posto per aiutare e salvare l’uomo. Su questo cammino siate certi della stima e della collaborazione dei vostri fratelli e sorelle cattolici, che io rappresento tra voi questa sera”.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref73">[73]</a> “Ogni ‘io’ umano ha bisogno di un ‘te’ per far sì che Colui del Quale entrambi siamo immagine possa essere attestato, e per dare la possibilità che il sé riesca a riconoscersi, visto che potrà vedersi soltanto nell’altro […]. Soltanto nel riconoscimento dell’altro è possibile l’umiltà del sé dinnanzi all’Altro, infatti ogni altro è l’immagine e il segno dell’Altro. Tuttavia, nella prospettiva del mondo moderno, basata sulla nozione dell’autonomia del sé, tale concetto di alterità viene ignorato o addirittura negato” (Rusmir Mahmutćehajić, <i>The essential Sophia</i>). Impossibile a tal proposito non ricordare il passo evangelico (Matteo 26, 40): “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref74">[74]</a> “Ero un tesoro nascosto ed amavo essere conosciuto, quindi ho creato il mondo” (<i>hadīth</i> del Profeta).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref75">[75]</a> In fondo, tutti coloro che credono in Dio appartengono alla stessa comunità di fede, fanno parte della stessa Umma.</p>
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		<title>La ricerca alchemica in alcune lettere di Giuseppe Francesco Borri ( XVII secolo).</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 20:10:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La ricerca alchemica in alcune lettere di Giuseppe Francesco Borri ( XVII secolo). &#160; Nelle righe seguenti desidero presentare uno scorcio del metodo alchemico della Rosacroce d&#8217;Oro verso la fine del 1600. Getteremo uno sguardo su quegli anni attraverso la figura del milanese Giuseppe Francesco Borri (Milano, 4 maggio 1627 – Roma, 20 agosto 1695), [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">La ricerca alchemica in alcune lettere di Giuseppe Francesco Borri ( XVII secolo).</h3>
<p>&nbsp;</p>
<div style="text-align: justify;">Nelle righe seguenti desidero presentare uno scorcio del metodo alchemico della Rosacroce d&#8217;Oro verso la fine del 1600.</div>
<div style="text-align: justify;">Getteremo uno sguardo su quegli anni attraverso la figura del milanese Giuseppe Francesco Borri (Milano, 4 maggio 1627 – Roma, 20 agosto 1695), che fu medico e alchimista rosicruciano.</div>
<div style="text-align: justify;">Di seguito qualche riflessione su un breve estratto di una lettera che Giuseppe Francesco Borri spedì ad un suo conoscente a Torino. Questo scritto si trova nell&#8217;opera &#8220;La chiave del Gabinetto del cavalier Borri&#8221; edito a Colonia nel 1681. La Lingua italiana nella quale è scritto è un po&#8217; distante dalla nostra ma, tutto sommato, abbastanza comprensibile. Per facilitare la lettura ho messo, in calce al testo, una nota lessicale relativa alle espressioni oggi inusuali.</div>
<h3 style="text-align: justify;">     <a name="13e790d78bd57e9f_13e78edb03012bd2_13e76baa53ab39f0_13e76b7302db89cb__Toc355095912"></a><span style="text-decoration: underline;">Testo:</span></h3>
<p style="text-align: justify;"> &lt;&lt;Dalla sua vedo, come nel vicinato della Savoia, V. S. ha trovato alcune miniere il cui valore V. S. non sa per non avere il segreto di estrarre il metallo dalla terra, e come desidera che io glielo dij. Cosa che gli dirò. Che molti s’appongono verso le le Alpi a cercare miniere, ma io stimo che non vi sia profitto di rilievo, perché mi sembra che non vi sia tanto calore che sia sufficiente per cuocere la terra disposta. Pure perché potrei ingannarmi, la sodisferò in quanto mi domanda. In ogni miniera vi è qualche sorta di mercurio volatilissimo, e gran quantità di solfo, pure volatile al maggior grado. Ora questi sono come gli uccelli rapaci, che pigliano sovente il migliore, e se ne volano colla bocca piena, sì che alle fiate se non si trova metallo fino nelle miniere, non è già che non ve ne sia, ma perché il solfo lo porta seco, quando viene scacciato dall’ardore del fuoco. Che bisogna dunque fare ? Bisogna fare in modo di pasturare questo solfo, questo uccello rapace, affinché avendo il becco pieno, non possa pigliare il metallo fino, e così possa rimanere in fondo al crucciuolo, quando coll’ardore del fuoco e del flusso si fa separare dalla terra impura, e si fa staccare da quelle parti terrestri, cole quali è conglutinato dal mercurio.&gt;&gt;</p>
<h3 style="text-align: justify;"><a name="13e790d78bd57e9f_13e78edb03012bd2_13e76baa53ab39f0_13e76b7302db89cb__Toc355095913"></a><span style="text-decoration: underline;">Commento:</span></h3>
<p style="text-align: justify;"> &lt;&lt;Dalla sua vedo, come nel vicinato della Savoia, V. S. ha trovato alcune miniere il cui valore V. S. non sa per non avere il segreto di estrarre il metallo dalla terra, e come desidera che io glielo dij. Cosa che gli dirò.&gt;&gt; Il Sig. nn di Torino ha precedentemente informato Borri che ha trovato alcune &#8220;miniere&#8221; ovvero cercatori di verità e chiede a Borri come procedere nel lavoro con questi. &lt;&lt;Che molti s’appongono verso le le Alpi a cercare miniere, ma io stimo che non vi sia profitto di rilievo, perché mi sembra che non vi sia tanto calore che sia sufficiente per cuocere la terra disposta.&gt;&gt; I cercatori in questione, probabilmente, fanno parte di un circolo di intellettuali e Borri esprime le sue riserve sul freddo intellettualismo. Spesso chi si compiace della propria intelligenza gode della ricerca solo per gratificare se stesso. Il suo intelletto è freddo e calcolatore e non è scaldato dal fuoco di un desiderio di conoscenza che parte dal cuore. Per questo motivo la terra, la personalità, non può essere &#8220;cotta&#8221;, trasformata. &lt;&lt;Pure perché potrei ingannarmi, la sodisferò in quanto mi domanda.&gt;&gt; Tuttavia Borri non vuole escludere che dietro ad una ricerca di tal fatta vi siano moventi, non apparenti, più profondi. Per questo motivo da istruzioni al sig. nn su come procedere con tali cercatori. &lt;&lt;In ogni miniera vi è qualche sorta di mercurio volatilissimo, e gran quantità di solfo, pure volatile al maggior grado. Ora questi sono come gli uccelli rapaci, che pigliano sovente il migliore, e se ne volano colla bocca piena, sì che alle fiate se non si trova metallo fino nelle miniere, non è già che non ve ne sia, ma perché il solfo lo porta seco, quando viene scacciato dall’ardore del fuoco&gt;&gt;. Prima di tutto Borri spiega che nel cercatore vi è un&#8217;anima naturale una &#8220;sorta di mercurio volatilissimo&#8221; e l&#8217;Ego &#8220;gran quantità di solfo, pure volatile al maggior grado&#8221;. Anima naturale ed Ego dominano su tutto il sistema della personalità. L&#8217;Ego lega il sistema a sé e se non acconsente a che il lavoro si compia, erige barriere inormontabili che non lo permettono. &lt;&lt;Che bisogna dunque fare ? Bisogna fare in modo di pasturare questo solfo, questo uccello rapace, affinché avendo il becco pieno, non possa pigliare il metallo fino, e così possa rimanere in fondo al crucciuolo, quando coll’ardore del fuoco e del flusso si fa separare dalla terra impura, e si fa staccare da quelle parti terrestri, cole quali è conglutinato dal mercurio.&gt;&gt; Borri suggerisce di &#8220;pasturare&#8221; l&#8217;Ego, ovvero dargli in pasto un alimento che possa accettare, così che lasci la presa del microcosmo e non impedisca la separazione dei &#8220;metalli&#8221;, della parte divina dalla &#8220;terra impura&#8221;, ovvero, dalla natura materiale caduta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa significa pasturare l&#8217;Ego?</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo che Max Heindel scrisse che&lt;&lt; quando la mente è appagata lascia la strada libera verso il cuore&gt;&gt;. Concretamente credo significhi dare in pasto all&#8217;Ego una filosofia debitamente orientata che sazi la mente e che nel contempo alimenti, quell&#8217;io (l&#8217;io Giovanni), che risponde positivamente all&#8217;impulso che dal cuore del microcosmo spinge alla ricerca, sulla base del pre-ricordo, ovvero del presentimento di un lontano tempo in cui l&#8217;Uomo Originale cammminava mano nella mano con Dio. Così facendo, tale &#8220;io&#8221;, il Giovanni nel cercatore, può crescere e compiere il suo lavoro per rendere diritti i cammini per il Dio in sé. Il legame del micorocosmo con la natura materiale decaduta, dice Borri, &#8220;è conglutinato dal mercurio&#8221;, ovvero, dall&#8217;anima naturale . Questo &#8220;io&#8221; Giovanni deve attaccare alla radice lo stato d&#8217;anima naturale per realizzare la separazione dalle forze di questa natura. Nel resto della lettera Borri prosegue le sue istruzioni in merito ai processi interiori che devono compiersi.</p>
<div style="text-align: justify;"><em id="__mceDel"><span style="color: #000000;">Chi desiderasse approfondire e consultare il testo citato lo può trovare e scaricare al seguente link:</span></em></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;"><a href="http://books.google.it/books?id=dNzjz7oNavIC&amp;printsec=frontcover&amp;hl=it&amp;source=gbs_ge_summary_r&amp;cad=0#v=onepage&amp;q&amp;f=false" target="_blank"><span style="color: #0066cc;">http://books.google.it/books?</span><span style="color: #0066cc;">id=dNzjz7oNavIC&amp;printsec=</span><span style="color: #0066cc;">frontcover&amp;hl=it&amp;source=gbs_</span><span style="color: #0066cc;">ge_summary_r&amp;cad=0#v=onepage&amp;</span><span style="color: #0066cc;">q&amp;f=false</span></a></span></div>
<div style="text-align: justify;"></div>
<div style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Per approfondire gli insegnamenti ermetici sottesi alla lettera di Borri consiglio la lettura e lo studio del testo:</span></div>
<div></div>
<div><span style="color: #000000;"><strong>La Gnosi Originale Egizia Vol 4</strong> di Jan van Rijckenborgh, Edizioni Lectorium Rosicrucianum.</span></div>
<h3><a name="13e790d78bd57e9f_13e78edb03012bd2_13e76baa53ab39f0_13e76b7302db89cb__Toc355095914"></a><span style="text-decoration: underline;">Note lessicali:</span></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>s’appongono = si mettono</p>
<p>Fiata = Volta da cui Fiate = Volte</p>
<p>al maggior grado = moltissimo</p>
<p>conglutinato = tenuto assieme</p>
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		<title>L&#8217;unità organica della conoscenza secondo la Tradizione</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 20:02:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;unità organica della conoscenza secondo la Tradizione In questo articolo vogliamo affrontare il tema dell&#8217;Unità metafisica della conoscenza (concetto a noi particolarmente caro) da un punto di vista organico così come lo intende la Tradizione.  Il tema dell&#8217;Unità metafisica, peraltro, è stato il filo conduttore di tutti i nostri precedenti articoli, benché talvolta lo abbiamo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><b>L&#8217;unità organica della conoscenza secondo la Tradizione</b></p>
<p style="text-align: justify;">In questo articolo vogliamo affrontare il tema dell&#8217;Unità metafisica della conoscenza (concetto a noi particolarmente caro) da un punto di vista organico così come lo intende la Tradizione.  Il tema dell&#8217;Unità metafisica, peraltro, è stato il filo conduttore di tutti i nostri precedenti articoli, benché talvolta lo abbiamo solamente  accennato brevemente o superficialmente. A nostro avviso un riferimento che risulti adeguato a questo tipo di speculazione è da farsi alla dottrina induista del Veda, in quanto è necessario cercare di mantenere un orientamento, citando ancora Evola, “dall&#8217;alto verso l&#8217;alto”. E&#8217; fondamentale una visione metafisica “pura” di tale concetto, priva di qualsiasi forma di dualismo e di contrapposizione tra spirito  e materia (per usare due termini moderni, che in questo caso non si rivelano particolarmente adeguati) e che solo il riferimento a quella Tradizione ci può garantire. In essa, infatti, non si considera il dualismo in antitesi tra spirito e materia, come si potrebbe erroneamente pensare, si tratta, bensì, di un antagonismo illusorio, esclusivamente metafisico, che si identifica e deriva da un unico Principio e Origine. Questo apparente dualismo è costituito da Purusa e Prakrti, Principio dell&#8217;assoluto non-manifestato e manifestato. In questa entità metafisica Purusa costituisce l&#8217;essenza, mentre Prakrti è l&#8217;esistenza o,  per usare un termine aristotelico, la sostanza. Pertanto si tratta, non di due realtà separate e distinte fra loro, ma di due “caratteri” del Principio unico a cui appartengono, ontologicamente indirizzato su un piano di manifestazione essenziale, sostanziale ed esistenziale. A questa visione unitaria si potrebbe obiettare argomentando che vi siano state differenti ramificazioni metafisiche e cosmologiche della dottrina vedica, succedutesi e sviluppatesi nei secoli, ma questa non riteniamo sia la sede adatta a dimostrare come queste dottrine non contengano, a rigore, contraddizioni e differenze tali da poter parlare di eterodossia o di ortodossia né, tanto meno, di sincretismi o contrapposizioni. Su questo tema invitiamo a fare riferimento al saggio di René Guenon: L&#8217;uomo e il suo divenire secondo il Vedanta. Infatti, Guenon ci spiega che: <i></i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>“La dottrina del Veda, vale a dire la Scienza Sacra tradizionale per eccellenza, poiché tale è il senso proprio di questa parola, è il principio e il fondamento comune di tutti i rami, più o meno secondari e derivati, che sono quelle concezioni diverse di cui alcuni hanno fatto, a torto, altrettanti sistemi rivali e contrapposti</i> (la radice “vid” da cui derivano Veda e vidya, in latino “videre”, significa nello stesso tempo “vedere” e “sapere”. La vista è presa come simbolo della conoscenza di cui è il principale strumento nell&#8217;ambito sensibile. Questo simbolismo è trasposto fin nell&#8217;ordine intellettuale puro, dove la conoscenza è paragonata a una “visione interiore” come indica l&#8217;uso di termini come “intuizione” ad esempio).  <i>In realtà, queste concezioni, fintanto che sono in accordo con il loro principio, non possono evidentemente contraddirsi fra loro, e al contrario non fanno che completarsi e chiarirsi a vicenda.”  </i></p>
<p style="text-align: justify;">Questa Unità identitaria, essenziale e sostanziale, in Mandukya Upanisad, III, 7, viene spiegata nel modo seguente: <i></i></p>
<p style="text-align: justify;"><i>“Come l’aria racchiusa nella brocca non è una trasformazione, né una parte dell’aria esterna ad essa, così il sé individuale non è né una trasformazione né una parte del Sé universale.” </i></p>
<p style="text-align: justify;">Dietro la molteplicità apparente vi è una realtà intenzionale: l&#8217;Unità sta nel Fine, che equivale e corrisponde al Principio, ovvero rappresenta il punto coincidente di Origine e Orizzonte allo stesso tempo. Il rapporto tra Unità e molteplicità è il medesimo che intercorre tra qualità e quantità e tra essenza ed esistenza e possiamo spiegarlo richiamandoci all&#8217;Uno di Plotino e al processo di emanazione degradante delle ipostasi. Già nel Veda si parla dell’Uno, che nelle Upanisad è rappresentato come Origine divina, Fonte e Fine di tutti gli esseri. Nell&#8217;inno 90 del libro X° del Rgveda viene affrontato e risolto il rapporto tra l’Unità e il molteplice: Purusa è allo stesso tempo trascendente ed immanente, ma nel senso che l&#8217;immanente  non può esistere separatamente e indipendentemente dal trascendente, bensì è con esso in rapporto di coessenzialità; e dunque Prakrti può essere considerata la parte immanente di Purusa. Viene esclusa qualsiasi forma di eterodossia o sincretismo; anzi, al contrario queste cominciano laddove vi è contraddizione e frammentazione. In fondo non è altro che l&#8217;ambizione individualista dell&#8217;uomo moderno a tendere verso la frammentazione e ad allontanarsi dal Principio, sospingendo all&#8217;estremo relativismo ogni forma di conoscenza, che in questo modo viene ridotta a “scienza” e a “sistema”. Risulta evidente che la conoscenza metafisica, la quale considera illusoria la realtà (nel significato che le attribuiamo noi occidentali) e tutto ciò che appartiene all&#8217;ambito individuale, è svincolata da ogni contesto relativo e da tutte le contingenze particolari, anche religiose o filosofiche, quando queste abbiano la pretesa di costituire un “sistema”. Infatti la metafisica è essenzialmente “conoscenza dell&#8217;Universale” e pertanto non può lasciarsi racchiudere in alcun tipo di sistema in quanto, proprio perché chiuso, è sempre relativo e dunque illusorio. D&#8217;altronde,  perfino Leibniz aveva dimostrato come la concezione meccanicistica cartesiana non  potesse avere altre pretese se non quella di “rappresentare” soltanto le apparenze esteriori delle cose, per questo illusorie e senza alcun valore esplicativo. Abbiamo più volte definito il carattere predominante della scienza moderna come oggettivo e quantitativo, ma se il riferimento alla Tradizione è sempre e incondizionatamente il Principio, qui allora non può che trattarsi di qualità pura. Questo significa che la moderna concezione dell&#8217;esistenza tende ad allontanarsi, gradualmente ma inesorabilmente, da quel Principio di Unità che abbiamo definito “qualità pura”, la cui direzione degrada sempre più verso un&#8217;esistenza quantitativa e sempre meno qualitativa. La nostra epoca è governata principalmente da una continua rincorsa verso una crescita economica e, quindi, materialistica e quantitativa. Si assiste, quale conseguenza di questa follia, tutta umana e prevalentemente occidentale, ad una mercificazione disinvolta e spregiudicata, dalla quale neppure gli esseri umani sono dispensati, di tutto ciò che può avere una collocazione di “mercato”, ovvero che possa essere acquistato o venduto in cambio di un corrispettivo. Il valore di ogni uomo viene misurato in base a ciò che possiede in termini di ricchezza materiale e alla sua capacità di accrescere tale ricchezza. La conseguenza di questo ha portato ad una semplificazione e ad un appiattimento uniformante del pensiero e alla suddivisione nel mondo in due sole categorie semplici di persone, catalogabili come “offerenti” e “consumatori”. In un simile contesto sociale il valore ha dovuto cedere il suo primato sul prezzo e, di conseguenza, il concetto di quantità ha preso il sopravvento su quello di qualità. L&#8217;apparire e il possesso materiale sono divenuti l&#8217;ossessione perpetua, in luogo dell&#8217;essere se stessi o del divenire se stessi. Sono venuti meno quei bisogni legati, e solidamente strutturati, a più nobili ad elevati concetti, appartenenti a quei valori perdenti o perduti. Le società moderne, le società materialistiche, proiettano il proprio io nella semplicità dell&#8217;esistenza, negandone la complessità mediante un rifiuto, o rinuncia: credere che a nulla possa valere succedere la problematicità alla semplicità. Così facendo mettono in atto il dissolvimento del bisogno della possibilità, ovvero limitano il proprio orizzonte visivo e indirizzano l&#8217;esistenza in una direzione obbligata e circoscritta, sempre più verso l&#8217;oscurità di un individualismo quantitativo. Affinché non vi siano equivoci con la moderna interpretazione del termine “valore”, anche qui prevalentemente quantitativa, si rende necessario fornire un chiarimento sull&#8217;interpretazione che vogliamo adottare, di cui è preminente il significato ontologico e tradizionale. Con Platone il fondamento del concetto di valore sta nell&#8217;equiparazione di Buono=Bello=Vero. Questa concezione è stata assunta anche dal Cristianesimo, poiché Dio, oltre che onnisciente e onnipotente, è l&#8217;essenza della bontà, della bellezza e della Verità. Il concetto di bene, nel suo processo di manifestazione, assume un significato pragmatico e si identifica con quello di “azione buona”, opponendosi a quello di male. Anche a questo proposito, il secondo termine ha assunto nella storia del pensiero occidentale sia un significato morale che ontologico. Nel pensiero orientale il male è anche gnoseologico, perché corrisponde alla “ignoranza del Divino e del Vero”. Dunque il valore diviene un fine e non può subire alcuna limitazione quantitativa né, tanto meno, mercificatoria. Nella società antica, a differenza di quella moderna (se ancora questa può chiamarsi legittimamente società) governava una unità sostanziale, che si manifestava nella ritualità dei gesti quotidiani (mangiare, dormire, andare a pesca e a caccia, offrire sacrifici alla divinità, etc.). Questi gesti, nel richiamarsi continuamente al Trascendente, si fondavano sull&#8217;identità unitaria e immediata del singolo con l&#8217;assoluto. In questo senso l&#8217;Unità diveniva organica, in quanto nessun atto o azione erano esclusi dall&#8217;essere compresi essenzialmente e sostanzialmente nella Qualità Divina Trascendente. Identità che viene spazzata via dall&#8217;avvento dirompente del moderno meccanicismo quantitativo e dal razionalismo, che degenera nell&#8217;ambito dell&#8217;individualismo più becero. La volontà soggettiva non era che un momento dello Spirito Universale, dove il singolo era realmente ed effettivamente parte integrante dell&#8217;assoluto e dello Spirito Universale e con esso si identificava. Nessun particolarismo turbava il senso etico e la società era caratterizzata da una simbiosi compenetrante tra individui e comunità e dunque tra corpo sociale e assoluto. In quel contesto nessuno dei componenti assumeva carattere individualistico o un ruolo diverso da quello che gli competeva; ognuno si sentiva ed era realmente un “momento cosmico”, allo stesso tempo essenza e forma, che nella tradizione indù viene designato come nāma e rūpa. Il principio formale compenetrava il principio materiale e ne costituiva l&#8217;essenza. In questa simbiosi si costituiva la vera Unità organica metafisica del particolare nell&#8217;universale. Questo percorso temporale, che va dalla Tradizione all&#8217;era moderna, secondo una visione post-tradizionale assume un carattere storico, in quanto si è voluto stabilire un “punto di rottura” tra due tipi di concezione cosmica. Ma mentre per i moderni il punto di rottura in questione costituisce una “separazione” netta e inconciliabile tra due fasi storiche differenti, per noi il termine “rottura” costituisce un punto di collegamento tra due fasi cicliche del nostro Manvantara. Esso è “un ponte e un passaggio” e “discesa verso l&#8217;oscurità”; il che ci riconduce al concetto delle fasi cicliche appartenenti all&#8217;ambito tradizionale. Nella dottrina indù, ma non solo,  si fa riferimento al movimento unitario dei cicli cosmici (in antitesi col tempo storico lineare) di evoluzione e involuzione dell&#8217;universo. Uno dei cicli è il Kalpa, che equivale a un giorno di vita di Brahama e comprende sette  Manvantara, durante i quali avvengono i processi di emanazione del manifestato: il pralaya, che equivale alla distruzione parziale  e alla rigenerazione del cosmo e il mahapralaya, che equivale alla sua distruzione totale, in coincidenza con la fine della vita di Brahama.  Secondo questa concezione nella nostra epoca viviamo gli ultimi anni del settimo Manvantara, che corrisponde al massimo grado di decadenza e oscurità di un Kalpa, in cui gli esseri umani improntano la propria esistenza concependola quantitativamente e perdendo di vista, a causa del loro continuo allontanarsi dal Principio, la propria Origine e il proprio Orizzonte. Il punto più basso e più oscuro a cui la nostra epoca deve sottostare  corrisponde ad una esistenza basata sulla quantità pura, estranea a qualsiasi concezione qualitativa. Da questo punto di vista la nostra percezione della realtà equivale ad un&#8217;ombra riflessa  o a un&#8217;immagine invertita in cui, come nel mito della caverna di Platone, gli uomini incatenati scambiano la falsa realtà delle ombre riflesse sul muro con la Verità alle loro spalle, nascosta ai loro occhi. Analogamente nella Tradizione mitologica greca si sono teorizzati i cicli di decadenza come Età: Età dell&#8217;oro, Età dell&#8217;argento, Età del Bronzo ed Età del Ferro, che equivale alla nostra attuale epoca. La connessione identitaria tra Origine e Orizzonte, che si compie alla fine di ogni ciclo, annulla e dissolve l&#8217;apparente contrapposizione  tra Origine (nascita) e Ritorno (morte, ovvero Orizzonte). L&#8217;incontro tra i due poli metafisici rappresenta il Reale punto coincidente del “cerchio vitale e magico”. Il simbolo del cerchio, infatti, rappresenta la sintesi unitaria in quanto non ha né inizio, né fine. Esso simboleggia l&#8217;infinito, l&#8217;universo e il ciclo vitale che si ripete. L&#8217;energia cosmica che lo anima è composta da cinque forme, anch&#8217;esse simboliche: Terra, Aria, Fuoco, Acqua e Spirito. La capacità di sintesi consiste nella consapevolezza della realtà illusoria che ci circonda e nella quale siamo immersi; consiste, inoltre, nella conseguente completa assimilazione della molteplicità degli elementi essenziali e sostanziali nell&#8217;Unità organica e qualitativa dell&#8217;esistenza, che il cerchio rappresenta. Tale Unità si completa nel percorso di Ritorno all&#8217;Origine, alla base del quale vi è l&#8217;intuizione misteriosofica, capace di correlare l&#8217;Idea con la Forma e con l&#8217;Essenza. Questo tipo di intuizione è, a sua volta, il punto di “rottura” e di “risalita” di un cammino iniziatico che necessità di capacità di sintesi unitaria, spirituale e interiorizzata, oltre ad una forte sensibilità etica capace di trascendere la materialità e i suoi bisogni. In chiusura di questo articolo desideriamo mettere in risalto le seguenti considerazioni di René Guénon:<b><i></i></b></p>
<p style="text-align: justify;"><b><i>“Bisogna concludere che fino a quando il punto più basso non verrà raggiunto dall&#8217;umanità queste cose non potranno essere comprese dalla maggior parte della gente, ma soltanto dall&#8217;esiguo numero di coloro che saranno destinati, in una misura o un altra, a preparare i germi del ciclo futuro. <span style="text-decoration: underline;">Per tutto quanto andiamo esponendo è sempre a questi  ultimi che abbiamo inteso rivolgerci</span>, senza preoccuparci dell&#8217;inevitabile incomprensione degli altri. E&#8217; vero che questi altri, ancora per un certo tempo, sono e devono essere la stragrande maggioranza, ma è appunto nel regno della quantità che l&#8217;opinione della maggioranza può pretendere di esser presa in considerazione. Se dunque qualcuno troverà certe considerazioni un po oscure, è soltanto perché queste sono forse troppo lontane dalle sue abitudini mentali, troppo estranee a tutto ciò che gli è stato inculcato dall&#8217;educazione ricevuta e dall&#8217;ambiente in cui vive. In tal caso non possiamo farci niente in quanto vi sono cose per le quali il solo modo possibile di espressione è quello simbolico e per conseguenza non saranno comprensibili a coloro per cui il simbolismo è lettera morta. Peraltro vogliamo ricordare che tale modo di espressione è l&#8217;indispensabile veicolo di qualsiasi insegnamento di ordine iniziatico. Ma anche a lasciar da parte il mondo profano la cui incomprensione è evidente, basta soffermarsi sulle vestigia di iniziazioni che ancora sussistono in Occidente per rendersi conto di come certa gente priva di qualificazione intellettuale, tratti i simboli proposti alla sua meditazione, e per essere assolutamente sicuri che essi, qualsiasi titolo rivestano, o qualsiasi grado iniziatico abbiano virtualmente ottenuto, non riusciranno mai a penetrare il vero significato, anche solo di un minimo frammento della geometria misteriosa dei “Grandi Architetti d&#8217;Oriente e di Occidente”.</i></b><b> </b></p>
<p style="text-align: justify;" align="right">
Sandro Secci</p>
<p align="right">
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riferimenti bibliografici:</p>
<p>Ludovico Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, antichità e medioevo, Garzanti, Milano 1970;</p>
<p>Mircea Eliade,Il Mito dell&#8217;eterno ritorno, Edizioni Borla, Roma 2010;</p>
<p>N. Abbagnano, Il pensiero greco e cristiano dai presocratici alla scuola di Chartres, Gruppo Ed. l’Espresso, Roma 2005;</p>
<p>Plotino, Enneadi, Rusconi, Milano 1992;</p>
<p>René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi edizioni, Milano 2009;</p>
<p>René Guénon, L&#8217;uomo e il suo divenire secondo il Vedanta,  Adelphi edizioni, Milano, 2011;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Due possibili profezie di Nostradamus sulle dimissioni di Benedetto XVI</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2013 18:51:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Vires meas, ingravescente ætate, non iam aptas …ad munus Petrinum æque administrandum». Due possibili profezie di Nostradamus sulle dimissioni di Benedetto XVI   di PierVittorio Formichetti  &#160; Le dimissioni annunciate dal papa Benedetto XVI lo scorso 11 febbraio e previste per il 28 febbraio sono sicuramente un evento epocale, sia per la storia della Chiesa [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><b>«<i>Vires meas, ingravescente ætate, non iam aptas …ad munus Petrinum æque administrandum</i>». </b></h3>
<h3><b>Due possibili profezie di Nostradamus sulle dimissioni di Benedetto XVI</b></h3>
<p><b> </b></p>
<p><b><i>di PierVittorio Formichetti </i></b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le dimissioni annunciate dal papa Benedetto XVI lo scorso 11 febbraio e previste per il 28 febbraio sono sicuramente un evento epocale, sia per la storia della Chiesa cattolica (un simile fatto non accadeva dai tempi del celebre «gran rifiuto» di Celestino V alla fine del tredicesimo secolo), sia per la storia del mondo intero. Come si suppone sia avvenuto riguardo ad altri avvenimenti storici importanti, è possibile ritrovarne un presagio tra le famose profezie di Nostradamus?</p>
<p>Incredibilmente, anche questo clamoroso avvenimento sembra essere stato adombrato dal celeberrimo veggente in almeno due quartine delle sue <i>Centurie*</i>: la quartina 47 della Centuria III e la quartina 19 della Centuria X. La prima dice:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>Le vieux Monarque déchassé de son regne</i></b></p>
<p><b><i>aux Oreients son secours ira querre;</i></b></p>
<p><b><i>pour peur des croix ployera son enseigne,</i></b></p>
<p><b><i>en Mytilene ira par port &amp; par terre</i></b><i>.</i></p>
<p><i> </i></p>
<p><i>Il vecchio Monarca scacciato dal suo regno</i></p>
<p><i>agli Orienti* andrà chiedendo il suo soccorso;</i></p>
<p><i>per paura delle croci piegherà la sua insegna,</i></p>
<p><i>in Mitilene andrà per porto e per terra.</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La seconda quartina dice:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>Iour que sera par Royne saluee</i></b></p>
<p><b><i>le iour apres le salut la prière;</i></b></p>
<p><b><i>le compt fait raison &amp; valbuee,</i></b></p>
<p><b><i>par avant humble oncques ne fut si fiere.</i></b></p>
<p><i> </i></p>
<p><i>Giorno che sarà dalla Regina* salutata</i></p>
<p><i>il giorno dopo il saluto la preghiera;</i></p>
<p><i>il conto fatto ragione e valutata,</i></p>
<p><i>precedentemente, un umile mai fu così fiero.</i></p>
<p><i> </i></p>
<p>Tentiamo di interpretare questi testi a cominciare dal secondo.</p>
<p>Accettando la traduzione (di Mirella Corvaja) di <i>Royne</i> con «Regina» (e non, per esempio, con l’ assonantissimo nome della città francese di Rouen), il primo verso della quartina X, 19 andrebbe letto:</p>
<p>1) <i>Giorno che sarà dalla Regina salutata</i>: Il giorno che sarà caratterizzato, segnato, dalla Regina = la Vergine Maria, Regina del cielo e Regina degli Apostoli, salutata dall’ arcangelo Gabriele nell’ Annunciazione (con la celebre frase tradotta in latino con «Ave, Maria»). Si tratta dunque di un giorno legato alla Madonna.</p>
<p>2) <i>Giorno che sarà segnato dalla Regina salvata</i>: qui la parola francese <i>saluee </i>è letta come <i>salvée</i>, salvata, con una interpretazione che considera la U di <i>saluee </i>come lettera V, che veniva scritta spesso con il carattere U almeno fino alla metà del Seicento, così da supporre che il verbo salvare (<i>sauver</i>) si potesse scrivere anche <i>salver </i>all’ epoca di Nostradamus. Ne risulta: Il giorno che sarà dalla Regina salvata = Il giorno che sarà segnato dalla Vergine Maria, Regina del Cielo // Regina degli Apostoli, <i>salvata dal peccato originale</i> secondo il dogma dell’ Immacolata Concezione (rivelato da Lei stessa a Bernadette Soubirous nelle apparizioni di Lourdes nel 1858, e successivamente accolto ufficialmente dalla Chiesa cattolica, ma elaborato in ambito francescano già dal XIV secolo almeno).</p>
<p>Con il riferimento a Lourdes, entra in campo l’ eventuale secondo soggetto (Bernadette), sebbene nella quartina possa essere del tutto sottinteso; il verso può allora essere letto anche così:</p>
<p>1) <i>Giorno che (Bernadette) sarà dalla Regina salutata</i> = Il giorno in cui Bernadette sarà salutata dalla Vergine Maria Regina del Cielo // Regina degli Apostoli;</p>
<p>2) <i>Giorno che (Bernadette) sarà dalla Regina salvata salutata</i> = Il giorno in cui Bernadette sarà salutata dalla Vergine Maria Regina del Cielo // Regina degli Apostoli salvata dal peccato originale;</p>
<p>3) <i>Giorno che (Bernadette) sarà dalla Regina salutata // salvata // salutata</i> = Il giorno in cui Bernadette sarà salutata dalla Vergine Maria Regina del Cielo // Regina degli Apostoli salvata dal peccato originale, salutata dall’ arcangelo Gabriele.</p>
<p>Nel 1858 le apparizioni di Lourdes avvennero proprio a partire dall’ 11 di febbraio, esattamente la stessa data in cui Benedetto XVI ha ufficialmente annunciato le proprie imminenti dimissioni dal soglio petrino.</p>
<p>L’ interpretazione del secondo verso ci permette di precisare meglio questa data: <i>Il giorno dopo il saluto la preghiera.</i> L’ 11 febbraio 2013 è stato infatti un lunedì, quindi il giorno dopo la domenica, in cui si recita l’ <i>Angelus</i>, preghiera che riguarda proprio il saluto dell’ arcangelo Gabriele a Maria, con cui inizia l’ Annunciazione. Qui si preciserebbe perciò che il <i>giorno segnato dalla Regina</i> (Maria) <i>salvata</i> (dal peccato originale) <i>salutata</i> (dall’ arcangelo) di cui Nostradamus ha parlato nel primo verso della quartina sarebbe proprio il giorno successivo a quello della preghiera dell’ <i>Angelus</i>, dunque un lunedì. Inoltre il lunedì prende nome dalla Luna, che a sua volta è un simbolo di Maria (a partire da una delle interpretazioni di <i>Apocalisse</i> XII, 1): un altro elemento mariano che segna il giorno in questione.</p>
<p>Quanto detto fin qui sembra inequivocabile: si tratta di un lunedì segnato da un legame con la Madonna e successivo al giorno in cui si recita l’ <i>Angelus </i>(domenica). Tuttavia, poiché non sappiamo se Nostradamus abbia previsto, tra gli avvenimenti descritti nelle <i>Centurie</i>, anche le apparizioni di Lourdes, potemmo anche escludere il riferimento a Bernadette come soggetto sottinteso del verbo <i>salutata</i> senza che il preciso riferimento al giorno come giorno seguente a quello segnato dalla Regina (del Cielo // degli Apostoli) salutata (dall’ arcangelo) e salvata (dal peccato originale), cioè il giorno in cui si recita l’ Angelus, subisca alcuna distorsione.</p>
<p>La quartina prosegue con:</p>
<p><i>Il conto fatto, ragione e valutata,</i></p>
<p><i>Precedentemente, un umile mai fu così fiero.</i></p>
<p>Le parole di Benedetto XVI e i commenti che ne sono seguiti si adeguano perfettamente a questa descrizione: il conto, cioè l’ esame, del proprio operato e delle proprie risorse, fatto dal papa con ragione, e ragione valutata… Corvaja traduce <i>valbuee</i> con <i>valuta </i>(senza peraltro che si comprenda se intenda <i>vàluta</i> o <i>valùta</i>), ma sembra assai meglio tradurre con <i>valutata, </i>dato che la parola francese <i>valbuee </i>è in realtà probabilmente <i>valhuee</i>, con la H minuscola scambiata per una B minuscola a causa dello spessore dell’ impronta di stampa tipica dei testi antichi; verosimilmente il termine potrebbe anche essere <i>evalhuee</i>, «valutata» appunto, con la E iniziale (con cui anche oggi, caduta la H all’ interno, inizia il verbo francese <i>évaluer</i>, «valutare») che Nostradamus avrebbe separato allo scopo di rendere il testo ancora più nebuloso.</p>
<p>La quartina termina, coerentemente nella nostra lettura, appunto con ciò che è stato sottolineato dopo l’ annuncio del papa: prima di lui, mai un pontefice si era dimostrato così umile, e allo stesso tempo così risoluto, nel voler affidare a forze più salde il timone della Chiesa cattolica.</p>
<p>Veniamo alla quartina 19 della Centuria X:</p>
<p><i>Il vecchio Monarca scacciato dal suo regno</i></p>
<p><i>agli Orienti* andrà chiedendo il suo soccorso;</i></p>
<p><i>per paura delle croci piegherà la sua insegna,</i></p>
<p><i>in Mitilene andrà per porto e per terra.</i></p>
<p>Vediamo subito che papa Ratzinger, capo supremo della Chiesa di Roma e sovrano della Città del Vaticano, è a tutti gli effetti un <i>anziano monarca</i>, che sta per lasciare il suo regno; «scacciato» si potrebbe intendere come allontanato suo malgrado in quanto contrastato da una parte dell’ opinione pubblica o da alcune fazioni all’ interno dell’ apparato istituzionale della Chiesa romana, senza contare i recenti scandali interni come la fuga di documenti che ha coinvolto il personale domestico del papa nella persona del suo maggiordomo, i gravi casi di preti pedofili coperti dai loro vescovi e le presunte rivalità di potere tra alcuni cardinali e monsignori.</p>
<p>Il secondo verso contiene il termine <i>Oreients</i>, che Corvaja traduce con <i>Orienti</i>, che indica qualcuno presso cui il papa andrà chiedendo soccorso. Se pensiamo che Benedetto XVI ha fatto sapere che, una volta lasciata la Cattedra di san Pietro, si ritirerà in un monastero di clausura femminile all’ interno delle mura vaticane, la parola <i>Orienti </i>potrebbe rimandare alla circostanza storica che vide la nascita dell’ eremitismo e del monachesimo cenobitico, nel III e IV secolo, proprio in Medio Oriente e in Egitto (si pensi agli stiliti e ai monaci della Tebaide seguaci di sant’ Antonio abate). Potremmo pensare anche che il termine possa significare anche <i>Orecchianti</i>, una contrazione del termine ipotetico <i>Oreillants</i> (da <i>oreille</i>, «orecchia»), termine la cui pronuncia sarebbe molto simile proprio a quella di <i>Oreients</i>, dato che i religiosi contemplativi ascoltano (nel leggerla e nell’ ascoltarla letta dal monaco a ciò preposto secondo il calendario religioso della propria regola) e perciò, potremmo dire con una espressione un po’ particolare, pregano con le orecchie. In ultimo si potrebbe pensare anche alla parola latina <i>Orantes</i>, coloro che pregano, che è simile sia a Orienti sia a Orecchianti (<i>Oreillants</i>) ed esprime ancora il carattere di religiosi contemplativi che contraddistingue coloro i quali saranno cercati dal papa come soccorso e ricovero. La prima parte della quartina è dunque chiara: <i>L’ anziano monarca (del Vaticano, il papa) impossibilitato a regnare, lascerà il regno e chiederà soccorso a coloro che pregano in contemplazione</i>.</p>
<p>Il terzo verso è di più facile interpretazione: <i>per paura delle croci</i>, cioè dell’ aggravarsi dei dolori (fisici, dovuti all’ età; morali, dovuti all’ ambiente non proprio limpido che gli ruota intorno e a cui si è accennato; spirituali, dovuti al peso della sua altissima funzione), <i>piegherà la sua insegna</i>, cioè abbandonerà il potere papale e i suoi simboli.</p>
<p>L’ ultimo verso appare più complicato: <i>In Mitilene andrà per mare (porto) e per terra</i>. Sembra che non si possa collegare in alcun modo ai precedenti tre versi della profezia: Mitilene è la città capoluogo dell’ isola di Lesbo, celebre per la poesia greca (un nome per tutti, Saffo), che appunto non ha nulla a che fare con un monastero di clausura in cui il papa sta per ritirarsi; inoltre Benedetto XVI qui si dedicherà alla preghiera e agli studi teologici, non alla poesia greca. L’ unico modo per cercarne una spiegazione è tentare un anagramma di <i>Mytilene</i> nella frase francese <i>En Mytilene ira</i>:</p>
<p>E  N     M  Y  T  I  L  E  N  E     I  R  A</p>
<p>****** ↑   ↑   ↑  ↑  ↑  ↑</p>
<p>****** 3   2   5  4  1  6</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riordinando le lettere numerate in ordine crescente otteniamo: <i>En Lymitene ira</i>. Separando ora le due ultime lettere di <i>Lymitene</i> (NE) otteniamo: <i>En Lymite ne ira par port &amp; par terre </i>= <i>Nel Limite, non andrà per mare (porto) e per terra</i>. Nei limiti in cui si troverà – i limiti fisici, ma anche i limiti della clausura in cui ha voluto ritirarsi, nonché i limiti dello Stato Vaticano, cioè i confini (in latino <i>limites</i>) dello Stato Vaticano, che è intenzionato a non varcare più – il <i>vecchio monarca</i> della Chiesa non viaggerà più per i mari e le terre del mondo, come aveva accettato di fare mentre era pontefice.</p>
<p>Riassumendo le due quartine di Nostradamus:</p>
<p><b>(X, 19) <i>Il giorno seguente alla preghiera del saluto</i> (l’ <i>Angelus</i>) <i>alla Regina</i> (la Vergine Maria) <i>salutata</i> (dall’ arcangelo) // <i>salvata </i>(dal peccato originale; dogma dell’ Immacolata Concezione), <i>il conto fatto con ragione valutata; mai prima un umile fu anche così risoluto: </i></b></p>
<p><b>(III, 47) <i>l’ anziano Monarca</i> (il papa) <i>costretto a lasciare il suo regno, chiederà ricovero agli Oranti; per paura dei dolori rinuncerà all’ insegna</i> (papale); <i>in questi limiti non andrà (più) per mari e per terre.</i></b></p>
<p>Una descrizione abbastanza appropriata del singolare avvenimento che si è verificato nella Chiesa cattolica e che ha aperto una prospettiva inedita nella storia della Chiesa di Roma, a quasi due millenni dall’ istituzione del Ministero petrino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b><i>P. F. </i></b></p>
<p><i> </i></p>
<p><i>*</i>Mirella Corvaja<i>, Le profezie di Nostradamus. Cosa ci riserba il futuro, </i>Milano, Giovanni De Vecchi, 1981.</p>
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		<title>Del sacro e del profano</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2013 13:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Capitolo II Del Sacro e del Profano “La mente può sviluppare i nessi logici fino a un determinato punto, raggiunto il quale la prova deve cedere il passo all&#8217;evidenza. Li occorre compiere il salto oppure ritirarsi. Il punto di rottura in questione indica un mistero del tempo. I punti di rottura sono dei luoghi di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="left">Capitolo II</p>
<p align="left">Del Sacro e del Profano</p>
<p align="left"><i>“</i><i>La mente può sviluppare i nessi logici fino a un determinato punto, raggiunto il quale la prova deve cedere il passo all&#8217;evidenza. Li occorre compiere il salto oppure ritirarsi. Il punto di rottura in questione indica un mistero del tempo. I punti di rottura sono dei luoghi di ritrovamenti. Anche la morte è un punto di rottura, non una fine; ed è questo l&#8217;orizzonte della parola <b>“Origine”</b></i> (Ernst Jünger da Uccelli d&#8217;altri cieli).</p>
<p align="left"><b>N</b>el definire dialetticamente un concetto trascendente, quale per noi il sacro rappresenta, siamo consapevoli della grande difficoltà insita in tale compito, in quanto questo presuppone necessariamente il ricorso alla ragione e il contestuale superamento dei suoi limiti. Tale superamento è possibile riconoscendo che l&#8217;indagine conoscitiva del concetto trascendente e della sua Origine è conducibile solamente oltre quei limiti. Abbiamo ritenuto necessario, pertanto, rinunciare a priori a  qualsiasi forma di presunzione ideologica precostituita, per inquadrare il problema entro una dimensione tendente a superare ogni forma di manipolazione filologica, storica, religiosa, ecc.. Crediamo, infatti, che sia  di fondamentale importanza cercare di preservare il più possibile la purezza originaria del concetto. Storicamente la definizione di sacro è data come <i>ciò che si contrappone al profano; ovvero è la forma religiosa che si oppone alla secolarizzazione. </i>Ma questa definizione dicotomica a noi non sembra la più adatta alla nostra speculazione, in quanto vogliamo cercare di mostrarne l&#8217;unitarietà, concependola come un unico punto coincidente di <i>Origine e Orizzonte. </i>Henri Poincaré ci insegna la <i>scala di osservazione</i> e Mircea Eliade nella prefazione del “<i>Trattato di storia delle religioni”</i> ci fa notare che un naturalista che osservi un elefante esclusivamente al microscopio non potrà che conoscerlo solamente nella struttura e nel meccanismo pluricellulare. Ma anche osservando tutti gli organismi pluricellulari delle diverse specie, questo tipo di osservazione darà sempre il medesimo risultato. Dunque l&#8217;osservazione microscopica non è in grado di distinguere la specie elefante da qualsiasi altra struttura organica pluricellulare. La scala visiva umana ha, invece, la facoltà di osservare il fenomeno organico sotto un altro aspetto, che è proprio quello della distinzione della specie. Non si può dire, pertanto, che una delle due osservazioni sia errata e l&#8217;altra giusta, semplicemente queste avvengono sotto una differente scala. Solo una  visione unitaria, seppure ancora relativa in questo stadio conoscitivo, è in grado di mostrarci il fenomeno elefante come un organismo vivente che possiede una sua forma propria e una struttura e un meccanismo pluricellulare comune ad altre specie. Secondo la nostra concezione il sacro è una forma trascendente non relativa e, pertanto, va osservata attraverso una scala visiva unitaria assoluta, soggettiva e identitaria. Spiegheremo più avanti come intendiamo i concetti di soggettivo e identitario. Asserendo che il sacro è una forma trascendente non possiamo contrapporla ad una forma immanente e finita quale è quella profana, ma dobbiamo considerarla in sé; ovvero affermiamo, come abbiamo cercato di mostrare in altra sede <i>(1)</i><i>, </i>che la forma immanente è un contenuto della forma trascendente. Noi intendiamo il concetto del sacro come ciò che proviene dall&#8217;Origine e all&#8217;Origine ritorna, ma non quando subisca una manipolazione che definiamo profana. Tuttavia non intendiamo il profano come perdita definitiva dell&#8217;essenza sacrale, piuttosto come disgregazione e  dispersione della stessa che, come tale, può essere ritrovata, ricostituita e ricondotta all&#8217;Origine unitaria trascendente. Approfondiamo questo concetto per poterlo comprendere meglio. Nella coscienza antica, la garanzia del processo conoscitivo viene fornita dalla sicurezza e dalla certezza nell&#8217;Origine, dalla quale scaturisce ogni realtà ed ogni scienza. Questa visione, da un punto di vista filosofico, ha il suo fondamento nella logica aristotelica e scolastica, basata sul metodo deduttivo, in cui procedendo dall&#8217;universale si arriva al particolare. Nella coscienza moderna, teologia, filosofia e dialettica vengono soppiantate da una coscienza filologica e storica, lineare e progressiva. Si diffonde la convinzione che ogni scienza, sia essa umanistica o naturalistica, possa procedere separatamente dalle altre poiché in sé contiene l&#8217;essenza divina e quindi può fare a meno di qualsiasi forma di rivelazione. In concreto, attraverso il passaggio dal metodo deduttivo aristotelico a quello induttivo baconiano si attua la rottura dell&#8217;unitarietà del metodo conoscitivo. La ricerca occidentale viene completamente laicizzata e rifiuta di riferire all&#8217;Origine trascendente ogni concetto o principio posto al di fuori della competenza razionale. Ma ci sono questioni, parafrasando Pascal, che appartengono alla sfera del <i>“cuore”</i> e che trascendono la sfera razionale e quella geometrica. L&#8217;arte e la religione, ad esempio, sono tra queste e sono indagabili solamente con <i>“esprit de finesse”,</i> in quanto presuppongono il possesso di una fede: nell&#8217;Idea la prima, in un Essere Supremo o in Dio, la seconda. Nella forma artistica, come nel culto religioso, avviene una rappresentazione della sfera trascendente. Dal modo in cui questa avviene distinguiamo il bello dal sublime nell&#8217;arte e il sacro dal profano nella religione. Tale rappresentazione può avvenire, appunto, in due modi: per induzione o per deduzione. Nel primo modo si procede dalla forma immanente verso la Realtà trascendente e si considerano le due forme separate e  contrapposte fra loro: questo modo lo chiamiamo <i>positivo</i>. Il termine deriva etimologicamente dal latino <i>positum </i>e sta ad indicare ciò che si fonda nella realtà concreta, contrapponendosi a ciò che è astratto. La peculiarità di questo metodo consiste nel procedere in forma lineare e progressiva. Esso considera e focalizza la sua attenzione sull&#8217;oggetto e ricerca nel concreto e nel tangibile, nella realtà formale e apparente, il significato essenziale della Realtà trascendente. Il metodo induttivo implica l&#8217;azione e la volontà dell&#8217;uomo e, pertanto, rende oggettiva la ricerca sottoponendola ad una manipolazione che definiamo profana. Nel secondo modo la rappresentazione avviene attraverso il procedere della forma trascendente  verso la forma immanente, considerando la seconda un contenuto e una manifestazione della prima.  Questo modo lo chiamiamo <i>per via negationis </i>econsiste nel riconoscere il manifestarsi dell&#8217;Origine attraverso la consapevolezza del limite e della fallibilità della ragione. Qui la forma trascendente procede indipendentemente dal limite razionale e dalla volontà umana. Solo l&#8217;annullamento della volontà e il riconoscimento dell&#8217;inadeguatezza della capacità razionale, infatti, permette di trascendere e di superare tali limiti attraverso la mediazione della fede. In questa mediazione si annulla il procedere lineare e orizzontale di una forma verso l&#8217;altra per risolversi in una assoluta e simultanea identità. Si tratta, allora, di un procedere circolare e soggettivo, che si esplica attraverso un principio di simultaneità unitaria e identitaria. Per comprendere meglio come intendiamo i concetti di soggettivo e di identitario, ci richiamiamo  ai riti iniziatici misteriosofici del mondo antico greco e medio-orientale. La genesi dei riti misterici, storicamente, risale all&#8217;antico mondo agricolo. In esso rileviamo il fondamento analogico del ciclo vita-morte-rinascita, basato sul processo stagionale ripetitivo della coltura agricola. Questo equivale al ciclo umano di nascita-morte-rinascita. Il rito di iniziazione replica l&#8217;alternanza periodica dei fenomeni naturali. La sua peculiarità consiste nel fatto che in esso avviene una rivelazione, rilevabile solamente da colui che abbia una particolare predisposizione a riceverla. La rivelazione avviene non sotto forma di una esposizione o di una spiegazione palese e logica del contenuto esoterico, bensì attraverso l&#8217;interpretazione simbolica della ri-evocazione rituale. E&#8217; il rito in se stesso che <i>“comunica”</i>, attraverso la mediazione del Logos, ciò che nel vero iniziato assume valenze e significati che vanno ben al di la della dimensione esteriore. E&#8217; in questo contesto che viene evidenziato il carattere di soggettività tipico dell’esoterismo. Dunque non si tratta di un rituale simbolico e di comunicazione che ha lo scopo di  insegnare o palesare gli aspetti e i significati dell’Essere occulto, ma vuole indicare la via di ingresso, la porta di accesso alla dimensione esoterica. L’obiettivo del rito iniziatico, come sostenuto da Guenon, consiste nel suo superamento metafisico, poiché soltanto in questo risiede la possibilità di accesso a dimensioni superiori. Pertanto la predisposizione all&#8217;iniziazione del neofita è necessaria, ma non sufficiente. Essa non determina di per sé l’intrapresa del cammino iniziatico ed esoterico e della sua riuscita, ma è necessario che lo studio e lo scopo convergano, escludendo qualsiasi forma di appagamento del proprio ego materiale e corporeo, affinché si possa pervenire ad una sintesi unitaria. Anche nel rito iniziatico, infatti, troviamo un primo dualismo, una doppia componente: una fisica e una metafisica. Il superamento indicato consiste, in primo luogo, nell’affermazione del carattere fisico e tangibile della manifestazione rituale in sé, attraverso gli atti e il verbo, ma, anche e soprattutto, nella sua contestuale e necessaria negazione. Negazione in grado di ricondurre il neofita verso il concepimento di una sintesi universale, che si serve del tangibile come fondamento di comprensione, ma che lo supera e lo riafferma nella necessità del <i>Ritorno </i>all&#8217;Unità essenziale. Si rileva, inoltre, un ulteriore significato dualistico, uno soggettivo e uno intersoggettivo. Si verifica, cioè, una trasmigrazione di energie psichiche fra la comunità dei partecipanti e il neofita, il quale le assimila in maniera del tutto soggettiva, dando inizio a quella trasmutazione interiore che potremmo definire di morte e rinascita. Nella rinascita avviene la metamorfosi che consiste nella visione unitaria del Tutto, ovvero nella completa assimilazione di qualsiasi dualismo e molteplicità nell’Unità Divina. In altre parole viene concesso all’iniziando di stabilire, attraverso il trasmutare del proprio stato interiore, un filo diretto e continuo con la Tradizione e con la comunità iniziatica. Anche questo dualismo, che abbiamo chiamato <i>psico-energetico, </i>soggettivo e intersoggettivo, non può che risolversi in una sintesi universale mediata del Logos. La conoscenza esoterica, dunque, è un tipo di conoscenza che, una volta negato e superato il dualismo materia-spirito, si riafferma in una sintesi soggettiva spirituale, ovvero identitaria, basata su evidenti concetti che sono visibili chiaramente, parafrasando ancora Pascal, solo da uno spirito di finezza qual è quello esoterico e non, ovviamente, da uno spirito razionale e geometrico qual è quello moderno. La scienza moderna è, infatti, limitata oggettivamente; ovvero è un tipo di conoscenza che si basa su dati sperimentabili, verificabili e dimostrabili, fino a prova contraria. Dunque il pensiero moderno, con la sua scissione del Reale, ha spezzato la concezione di una conoscenza unitaria e circolare, basata sulla essenziale identità fra soggetto e oggetto, fra trascendenza e immanenza. Unitarietà che nulla esclude, ma procede per gradi attraverso un percorso di affermazione, negazione e sintesi, comprendendo in sé l&#8217;<i>initium </i>materiale, simboleggiato dalla materia grezza, o dal neofita, che nella sua metamorfosi da mezzo diviene fine e parte fondante, egli stesso, del Mistero Divino.  Sacro dunque è ciò che esiste nella Realtà metafisica e che attraverso una ierofania si manifesta nella natura, di cui l&#8217;uomo si sente parte integrante. Ed è solo sentendosi parte del Tutto che egli può completare il ciclo del Ritorno senza che vi sia alcuna manipolazione profana. E&#8217; in questo contesto che la stessa scienza, attraverso le proprie leggi e con la mediazione della fede, può rappresentare una <i>ierogamia, </i>in cuiavviene il contatto e l&#8217;unione tra i mondi cosmici (Terra, Cielo, Inferi)<i>. </i>In quel luogo, così concepito, si manifesta il sacro e avviene quella che Mircea Eliade chiama una <i>“rottura di livello”</i>. Non si tratta, ovviamente, come già ribadito, di una concezione sacrale dell&#8217;elemento fisico in quanto tale, ma di un simbolismo in cui il bisogno di conoscenza, assumendo valore esistenziale, si costituisce e si concepisce come Centro, come ierofania anch&#8217;essa. In altri termini, noi ci sentiamo solidali con l&#8217;uomo premoderno, il quale, laddove avviene una ierofania, contempla e adora il sacro in quanto tale, nel suo manifestarsi per <i>via negationis</i> e non l&#8217;oggetto in sé per <i>via positum</i>. L&#8217;era moderna è caratterizzata da una crescente fiducia nel campo scientifico, dovuta alle continue scoperte che, di fatto, alimentano un ottimismo ed un entusiasmo che si traducono in una fede nel progresso in grado di garantire una continua conoscenza e un crescente benessere materiale. Il paradosso è che a quella crescente fiducia nella ragione corrisponde un oscuramento della coscienza, sempre più dominata dal dubbio e dall&#8217;incertezza. A tale problema si cerca di rispondere con il paradossale metodo cartesiano, in cui si pretende di fondare ogni certezza sull&#8217;incertezza, ovvero su una metodologia basata sul dubbio. Parafrasando Sedlmayr, in questo modo avviene la <i>“perdita del Centro”</i>, dal quale l&#8217;uomo aliena sempre di più la sua concezione esistenziale. Nelle culture arcaiche la concezione del Centro non è solamente una esperienza astratta e ideologica, avulsa dalla realtà esistenziale e pratica, ma si trova fortemente radicata tanto nella coscienza singola quanto in quella di gruppo. In questo connubio, infatti, trova fondamento l&#8217;importanza del sentimento unitario che è quello di <i>coscienza collettiva</i>. La comune essenza che la determina viene originata dall&#8217;angoscia verso il mistero esistenziale e verso l&#8217;ignoto, dalla paura del caos e del disordine cosmico. E&#8217; la trascendenza di quel sentimento che governa l&#8217;uomo e il suo agire. Egli conforma il suo operare e la propria esistenza alla qualità e alla sacralità del luogo in cui vive e nel quale il Divino si manifesta. La concezione e l&#8217;utilizzo dello spazio e del tempo sono vissuti come un valore qualitativo, sacro ed esistenziale. Il tempo sacro nella cultura arcaica è perennemente immobile ed è ri-vissuto all&#8217;interno di un ordine geometrico. In esso, attraverso una rigida ripetizione rituale, avviene la ri-evocazione dell&#8217;Atto Creativo primordiale. Nel realizzare le proprie opere, i templi, gli edifici, vi è sempre una ri-evocazione dell&#8217;Atto Creativo, del prevalere dell&#8217;ordine sul caos. Lo spazio sacro è voluto da Dio ed è quello in cui l&#8217;uomo vive, al di fuori del quale vi è il caos e lo spazio profano. Con l&#8217;avvento dell&#8217;era moderna muta radicalmente la concezione e l&#8217;utilizzo del tempo e dello spazio. Questi vengono vissuti non più come valori qualitativi ed esistenziali, bensì come funzionali e quantitativi. La stessa religione,  trasformandosi da religione dell&#8217;angoscia in religione della morale, diviene positiva. Pertanto si relativizza il concetto platonico di Bene, attraverso un processo di adattamento di quel principio trascendente al particolare immanente. Anche l&#8217;arte si rende positiva quando si ricerca nella forma esteriore il senso e il significato dell&#8217;opera. L&#8217;opera d&#8217;arte è tale quando vi è una totale identificazione, simultanea e circolare, fra l&#8217;Idea, l&#8217;autore e la forma. L&#8217;essenza artistica della rappresentazione formale è la fede nell&#8217;Idea e si esplica attraverso il soggetto che la realizza nell&#8217;oggetto. Mediante la fede l&#8217;artista crea la soggettività nell&#8217;opera in quanto in essa si identifica. Questa diversa concezione determina anche la sostanziale differenza fra l&#8217;artigiano e l&#8217;artista, nonché degli attributi dell&#8217;opera: bella e immanente è l&#8217;opera dell&#8217;artigiano, sublime e trascendente l&#8217;opera dell&#8217;artista.</p>
<p align="left"><i>“</i><i>Voi dite: il divino sovrasta spazio e tempo, ma poi lo racchiudete nello scrigno di un tempio. L&#8217;intelletto incerto pretende di capire ciò che è infinito dall&#8217;eternità. Solo quando lo spirito, libero da fini e desideri, dimenticherà se stesso e l&#8217;apparenza del finito, potrà innalzarsi alla dimensione dell&#8217;immenso, unico vero senso della pace di Dio” </i>(Abul ʿAla Al-Maʿarri, filosofo arabo, cieco, del X secolo)</p>
<p align="right">Sandro Secci</p>
<p align="left"><i>(1)           </i><i>Betile n. 6, La trascendenza dell&#8217;etica e l&#8217;immanenza della morale.</i></p>
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		<title>Il senso della storia fra progresso materiale e regresso intellettuale</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2013 13:43:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[   La filosofia della storia, sorta con lo scopo di ricercare un significato nella storia ed una possibile visione teleologica delle vicende umane può dirsi nata con l’opera ‘La philosophie de l&#8217;histoire’, ‘La filosofia della storia’, appunto,  scritta da Voltaire nel 1765, anche se la ricerca di un senso della storia è di gran lunga precedente. Mentre l’ultimo grande tentativo di filosofia [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><b> </b></p>
<p><b> </b>La filosofia della storia, sorta con lo scopo di ricercare un significato nella storia ed una possibile visione teleologica delle vicende umane può dirsi nata con l’opera ‘La philosophie de l&#8217;histoire’, ‘La filosofia della storia’, appunto,  scritta da Voltaire nel 1765, anche se la ricerca di un senso della storia è di gran lunga precedente. Mentre l’ultimo grande tentativo di filosofia della storia, è rappresentato dall’opera di Karl Jaspers, Origine e senso della storia.</p>
<p>E’ noto che la filosofia della storia sia oggi screditata, soprattutto nell’ambiente culturale italiano, specie dopo che Benedetto Croce ne decretò la definitiva dipartita. Essa è oggigiorno ritenuta una forma culturale obsoleta, stantia. Ma la ricerca di un senso da attribuire alla storia non lasciò insensibile il genio filosofico di Kant,  il quale in uno dei suoi ultimi scritti si chiedeva se il genere umano fosse in costante progresso verso il meglio. A tale quesito giunse a darsi una risposta affermativa, seppur con qualche riserva. Egli, infatti, individuò un segno della disposizione dell’uomo a progredire, nell&#8217;entusiasmo sortito nell&#8217;opinione pubblica mondiale dalla Rivoluzione francese, considerando ciò “una disposizione morale dell’umanità”.</p>
<p>Per un altro grande maestro del pensiero, Hegel, altresì, la storia andava considerata come storia dello Spirito che si realizza. Spirito inteso come Assoluta Ragione. Ciò significa che tutti i fatti storici sarebbero assolutamente necessari anche se ai più appaiono contingenti, a causa del loro punto di vista limitato, dunque incapace di concepire una visione d’insieme della realtà. Nelle &#8220;Lezioni di filosofia della storia&#8221; inoltre Hegel spiega come i singoli individui credano di essere protagonisti della storia, ma in realtà sono solo mezzi di cui lo Spirito si serve per realizzare i propri scopi.</p>
<p>Dopo la morte di Hegel nel 1831, nacque un dibattito molto acceso in ambito filosofico, che condurrà in seno alla scuola hegeliana alla nascita delle cosiddette Sinistra e Destra hegeliane, e al di fuori al Positivismo ed al filone irrazionalista cui faranno capo pensatori quali Kierkergaard, Schopenhauer e Nietzsche. Per quel che concerne il Positivismo, è bene parlare di un positivismo di matrice sociale e di un secondo di tipo evoluzionistico. Il positivismo evoluzionistico si basa sulla teoria darwiniana della “selezione naturale“. Teoria darwiniana poi estesa da Herbert Spencer alla totalità del reale, con la nota teoria del darwinismo sociale. Gli ultimi due secoli, come ben sappiamo, sono stati contrassegnati da siffatta visione “progressista”, ed ancora al giorno d’oggi la teoria evoluzionistica tiene banco nelle accademie. Ma, certamente, oggigiorno, nessuno si sentirebbe spinto a sottoscrivere l’idea di un progresso irresistibile, molti invece sono i “progressisti” pentiti.</p>
<p>E’ evidente che la storia umana sia oltremodo complessa, per poter giungere a delle conclusioni in merito. Tuttavia, non possiamo  esimerci dall’interrogarci su di essa tenendo conto dei segni offertici dagli avvenimenti. Una cosa è certa, progresso scientifico o tecnico, e progresso morale e spirituale sono due cose ben distinte. E mentre il progresso scientifico e tecnico della nostra epoca appare indubitabile, più difficile è affrontare il problema dell’effettività del progresso morale e spirituale.</p>
<p>E’ illuminante a tal proposito ciò ch’ebbe a scrivere quasi un secolo or sono il pensatore tradizionalista Renè Guènon, quando asserì che: “La civiltà occidentale moderna appare nella storia come una vera e propria anomalia; fra tutte quelle che sono più o meno completamente conosciute, questa civiltà è la sola a essersi sviluppata in un senso puramente materiale, e questo sviluppo mostruoso, il cui inizio coincide con quello che si è convenuto chiamare Rinascimento, è stato accompagnato, come fatalmente doveva, da una regressione intellettuale corrispondente”. (Renè Guènon, Oriente e Occidente). Ecco perchè è importante che al di là delle giuste analisi sociologico-politiche, mai si dovrebbe dimenticare che l’ampiezza e la profondità della crisi che attanaglia l’Occidente vanno ben oltre ciò che ai nostri occhi si manifesta da un punto di vista prettamente quantitativo ed “esteriore”, essendo il piano finanziario solamente una risultante di un processo degenerativo che interessa lo spirito dell’intera civilizzazione occidentale. Unica cosa da fare è, prendere atto del tipo di civiltà in cui siamo stati destinati a vivere, una civiltà - com’ebbe a dire Julius Evola - “crepuscolare&#8230;una civiltà delle masse, civiltà antiqualitativa, inorganica, urbanistica, livellatrice, intimamente anarchica, demagogica, antitradizionale”.</p>
<p>Giovanni Balducci</p>
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		<title>IGNORANZA</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Sep 2012 14:46:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il palese distacco di alcuni scienziati per le pericolose ultra-semplificazioni della scienza commercializzata mi ha incoraggiato a sperare che tale disillusione possa compiersi in modo completo. C’è la speranza che questi scienziati non si limitino a tentativi di ‘correzione’ semplicemente tecnica o teorica, ma che si affaccino a un nuovo, o meglio a un rinnovato, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il palese distacco di alcuni scienziati per le pericolose ultra-semplificazioni della scienza commercializzata mi ha incoraggiato a sperare che tale disillusione possa compiersi in modo completo. C’è la speranza che questi scienziati non si limitino a tentativi di ‘correzione’ semplicemente tecnica o teorica, ma che si affaccino a un nuovo, o meglio a un rinnovato, approccio allo studio e alla comprensione del mondo vivente.</p>
<p>Nessun cambiamento di questo tipo è prevedibile nei termini delle comuni spiegazioni meccanicistiche delle cose. Tale cambiamento è immaginabile solo se abbiamo voglia di rischiare di far ricorso alla nostra cultura tradizionale, considerata ormai fuori moda. Si può dire che la speranza umana sia sempre considerata nella nostra abilità, in tempi di necessità, di ritornare ai nostri punti di riferimento culturali, per trovare di nuovo un orientamento.</p>
<p>         Uno di questi punti di riferimento, nel corso della mia vita, è stata la tragedia shakespeariana di <em>Re Lear</em>.<a title="" href="http://www.rivistabetile.it/wp-admin/post-new.php#_ftn1">[1]</a> Negli ultimi quarantacinque anni sono ritornato più volte sul <em>Re Lear</em>. Tra gli effetti di quest’opera teatrale che si sono manifestati in me &#8211; come, credo, in chiunque la legga con attenzione &#8211; c’è il riconoscimento che in ogni tentativo volto a rinnovarci o a correggerci, a scuoterci dalla disperazione, e a trovar speranza, il punto di partenza è sempre e soltanto la nostra esperienza. Possiamo cominciare (e dobbiamo sempre essere in procinto di farlo) solo laddove la nostra storia ci ha condotto finora, con quel che abbiamo fatto.</p>
<p>         Recentemente i miei pensieri riguardo alle manipolazioni genetiche, che finiranno inevitabilmente con l’essere commercializzate &#8211; come peraltro sta già accadendo, se non altro a livello teorico &#8211; mi hanno riportato  di nuovo al <em>Re Lear</em>. L’intera opera riguarda la giustezza, sia nel senso comune della parola, che nella sua accezione di veridicità, naturalezza, ovvero conoscenza dei limiti della nostra specifica natura <em>umana</em>. Ma tale questione viene trattata in modo più esplicito in un episodio della trama secondaria, in cui il Duca di Gloucester viene sottratto alla disperazione, e gli viene consentito di morire nella piena dignità umana.</p>
<p>         Il vecchio duca è stato accecato per la sua lealtà al re, e in tale fato egli vede una sorta di giustizia dal momento che, come egli afferma, “quando vedevo inciampavo” (<em>Re Lear</em>, IV/1). Come Lear, anch’egli è colpevole di <em>hybris</em>, ovvero di presunzione, di trattare la vita come un qualcosa di conoscibile, prevedibile, e sotto il proprio controllo. Egli ha falsamente accusato Edgar,  il figlio fedele, e lo ha allontanato da sé. Esiliato a pena di morte, Edgar si è mascherato da folle mendicante. In tale veste, farà da guida al padre accecato, che gli chiede di condurlo presso Dover, dove intende uccidersi gettandosi da una scogliera. Il compito di Edgar è quello di salvare il padre dalla disperazione, e riesce nel suo intento, tanto che il padre infine muore “tra i due estremi della passione: tra gioia e dolore” (V/3). Muore, cioè, nell’ambito dei vincoli propri allo stato umano. Edgar non vuole che suo padre rinunci alla vita. Rinunciare alla vita significa passare al di là della possibilità del cambiamento, ovvero della redenzione. Quindi non conduce affatto il padre sulla cima della scogliera, ma gli dice di aver eseguito quel suo desiderio. Gloucester rinuncia dunque al mondo, benedice Edgar, figlio che egli crede essere altrove, e secondo le indicazioni scenografiche, “cade in avanti e sviene” (IV/4).</p>
<p>         Quando ritorna alla coscienza. Edgar ora si rivolge a lui simulando di essere di un passante che da sotto la scogliera aveva assistito alla caduta di Gloucester. È qui che in modo esplicito emerge il suo ruolo di guida spirituale del padre.</p>
<p>         Gloucester, incredulo d’essere ancora in vita, tenta di rifiutare un qualsiasi aiuto, dicendo “lasciatemi morire!” (IV/4).</p>
<p>         Ma ecco che Edgar, dopo una breve introduzione in cui si presenta quale estraneo, pronuncia quella strofa filiale (nonché paterna) su cui s’è soffermato il mio pensiero:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><em>La tua vita è un miracolo. Ma parla ancora!</em> (IV/4)</p>
<p align="center"> </p>
<p>È questa la strofa che richiama Gloucester &#8211; dalla <em>hybris</em>, e dal danno e dalla disperazione che inevitabilmente ne segue &#8211; alla vita umana subordinata alla gioia e al dolore, dove cambiamento e redenzione sono possibili.</p>
<p>         La forza di tale strofa letta nel mare d’innovazione e speculazione della bioingegneria risulterà sicuramente ovvia. Ci si accorge immediatamente che il suicidio non è l’unico modo di rinunciare alla vita. Sappiamo che creature di ogni tipo possono essere uccisi, deliberatamente o inavvertitamente. La maggior parte degli allevatori sa che a qualsiasi creatura che viene venduta si è in un certo senso rinunciato; c’è una grande differenza tra vendere agnelli annualmente, che di per sé, è un qualcosa di relativo, e vendere l’intero gregge, o meglio tutta la fattoria, che contiene invece l’immanenza di una promessa illimitata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un po’ più difficile da individuare è il pericolo di poter anche rinunciare alla vita presumendo di ‘conoscerla’ – ovvero riducendola ai termini della nostra conoscenza e trattandola in termini meccanicistici di prevedibilità. L’influenza più radicale della scienza riduttiva è stata l’adozione, virtualmente universale, dell’idea che il mondo, le sue creature, e ogni parte delle sue creature siano macchine – cioè, che non vi sia alcuna differenza tra una creatura e una cosa artificiale, tra nascita e manifattura, tra pensiero e computo. Il nostro linguaggio, laddove viene usato, è ora quasi invariabilmente condizionato dalla presunzione che i corpi di carne siano macchine piene di meccanismi, pienamente compatibili coi meccanismi della medicina, dell’industria, e del commercio; e che le menti siano dei computer pienamente compatibili con la tecnologia elettronica.</p>
<p>         Tale presunzione potrebbe avere avuto origine come metafora, ma nel linguaggio così come viene usato (e così come influenza la pratica industriale) è evoluta, attraverso una strana equazione, dalla metafora all’identificazione. E tale uso istituzionalizza il desiderio umano, ovvero il peccato di desiderare, che la vita possa essere prevedibile, o che possa essere resa tale.</p>
<p>         Ho letto del principio di Werner Heisenberg che “Chiunque tratti organismi viventi come sistemi chimico-fisici allora devono necessariamente, per lui,  comportarsi come tali.” Non è nelle mie competenze avere un’opinione se ciò sia vero o meno. Mi sento solo di dire che ogniqualvolta organismi viventi vengono trattati come macchine, ecco che vengono necessariamente ad essere percepiti, nel loro comportamento, come tali. Inoltre si può notare che la proposizione è reversibile: ogniqualvolta organismi animali vengono percepiti come macchine, essi devono necessariamente essere trattati come tali. William Blake colse la medesima intuizione nella sua epoca afflitta di riduzionismo:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><em>Quel che sembra essere, è, per coloro a quali ciò sembra essere, e produce le più terribili conseguenze a coloro ai quali sembra essere così</em><a title="" href="http://www.rivistabetile.it/wp-admin/post-new.php#_ftn2">[2]</a><em></em></p>
<p align="center"><em> </em></p>
<p>Per qualche tempo è stato possibile per una persona libera e coscienziosa capire che trattare la vita come una cosa meccanica, prevedibile, o comprensibile, significa ridurla. Ora, quasi improvvisamente, sta diventando chiaro che ridurre la vita nell’ambito della nostra comprensione (qualsiasi ‘modello’ usiamo) significa inevitabilmente renderla schiava, ridurla a un oggetto di proprietà, per poi metterla in vendita.</p>
<p>         Questo significa rinunciare alla vita, portarla al di là del cambiamento e della redenzione, e avvicinarsi sempre più alla disperazione.</p>
<p>         La clonazione &#8211; per usare uno degli esempi più ovvi &#8211; non è il modo per migliorare la pecora. Al contrario, è un modo per fissare il lignaggio della pecora, rendendolo definitivamente non migliorabile. Nessun autentico allevatore lo consentirebbe, dal momento che i veri allevatori hanno in mente la loro fattoria e il loro mercato e cercano sempre di allevare una pecora migliore. La clonazione, oltre ad essere un nuovo metodo per rubare le pecore, è solo un patetico tentativo di rendere prevedibili le pecore, Ma questo è un affronto alla realtà. Come ogni pastore sa bene, lo scienziato che pensa di aver fatto una pecora prevedibile non fa che rendersi ridicolo.</p>
<p>         Lo stesso tipo di limitazione e di deprecazione la troviamo nella proposta clonazione dei feti per ottenere parti del corpo umano, e in altre misure estreme volte a prolungare vite individuali. Nessuna singola vita è un fine in se stessa. Si può vivere pienamente soltanto partecipando pienamente nella successione delle generazioni, in morte come in vita. C’è chi direbbe (e io sono uno di quelli) che possiamo vivere pienamente soltanto rendendoci reattivi alle sollecitazioni dell’eternità, allo stesso modo in cui lo siamo riguardo a quelle del tempo.</p>
<p>         Il problema, così come appare, è che stiamo usando il linguaggio sbagliato. Il linguaggio che usiamo per parlare del mondo e delle sue creature, inclusi noi stessi, ha raggiunto una certa forza analitica (assieme a un vistoso alone da esperti) ma ha perso molto della sua forza nel designare quel che viene analizzato o nell’esprimere qualsiasi rispetto, attenzione, affetto, o devozione, nei suoi confronti. Come risultato abbiamo molte persone in perfetta buona fede che ci chiamano a salvare un mondo che il loro linguaggio simultaneamente riduce a un assemblaggio di ‘ecosistemi’, di ‘organismi’ di ‘ambienti’, di ‘meccanismi’, o di elementi consimili, del tutto privi di spirito o di una qualsiasi caratteristica. È impossibile prefigurare la salvezza del mondo utilizzando lo stesso linguaggio con cui il mondo è stato smembrato e sconvolto.</p>
<p>         Mi sembra che attraverso quasi ogni standard, la riclassificazione del mondo dalla creatura alla macchina, implichi quantomeno una pericolosa riduzione della complessità morale. Altrettanto deve accadere nello spostamento del nostro atteggiamento nei confronti della creazione, dalla riverenza alla comprensione. Non di meno deve avvenire in quella che è la relazione tra la nostra percezione della natura da quella di amministratore a quella di proprietario assoluto, manager, e ingegnere. E deve verificarsi anche un passaggio dal ‘santo’ all’‘olistico’.</p>
<p>          A questo punto mi preme affermare che la poetessa e filosofa Kathleen Raine aveva ragione quando ricordava che la vita, la santità, può essere conosciuta solo avendola vissuta attraverso l’esperienza.<a title="" href="http://www.rivistabetile.it/wp-admin/post-new.php#_ftn3">[3]</a> Sperimentarla non significa ‘immaginarla’ o comprenderla, ma soffrirla e riconciliarsi in essa così com’è. Nel soffrirla e nel riconciliarsi in essa così com’è, sappiamo poi di non capirla, né di poterlo fare, in modo completo. Sappiamo inoltre di non desiderare di appropriarcene attraverso le affermazioni di qualcuno che ritiene di averla compresa. Sebbene abbiamo vita, essa è al di là di noi. Non sappiamo come l’abbiamo, o perché. Non sappiamo cosa le accadrà, né cosa ci succederà; non è prevedibile. Sebbene siamo in grado di distruggerla, non possiamo costruirla. Non può essere controllata, se non per riduzione, e a serio rischio di provocarle danni. È santa, come disse Blake. Considerare la vita in modo diverso, significa renderla schiava, e fare, non dell’umanità, ma di pochi umani i suoi inetti padroni.</p>
<p>.        Abbiamo bisogno di una nuova Proclamazione di Emancipazione, non per una specifica specie o razza, ma per la vita stessa, e ciò credo sia proprio quello che Edgar tende ad esprimere al suo già presuntuoso, ma ora disperato, padre:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><em>La tua vita è un miracolo. Parla ancora</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il tentato suicidio di Gloucester è proprio un tentativo di recuperare il controllo sulla sua vita – un controllo che egli crede (erroneamente) di aver avuto una volta e che ora ha perso:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><em>O voi potenti divinità!</em></p>
<p align="center"><em>A questo mondo rinuncio, e al vostro cospetto</em></p>
<p align="center"><em>Scuoto tranquillamente dalle spalle il mio fardello d’afflizioni</em>. (IV/6)<em></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La natura della sua disperazione è delineata nella fede di poter controllare la vita uccidendosi, che è un paradosso che incontreremo ancora trecento cinquanta anni dopo all’estremo dello scontro bellico industriale, quando credevamo di poterci ‘salvare’ attraverso la distruzione.</p>
<p>         In seguito, sotto la guida del figlio, Gloucester reciterà una preghiera che è l’esatto opposto delle parole da lui precedentemente pronunciate -</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center"><em>O Dei benigni, fate che io esali l’ultimo respiro.</em></p>
<p align="center"><em>Ma non fate che il mio angelo cattivo mi tenti ancora</em></p>
<p align="center"><em>A morire innanzi che l’accordi il piacer vostro.</em> (IV/6)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>- in cui rinuncia al controllo sulla propria vita. Ha abbandonato la sua vita quale possesso comprensibile, e l’ha ripresa quale miracolo e mistero. Inoltre la sua dichiarazione di essere umano viene riconosciuta nella risposta di Egdar: “Questa sì che è una bella preghiera, padre!” (IV/6).</p>
<p>Sembra chiaro che gli umani non possano ridurre o attenuare in modo significativo i pericoli inerenti al loro uso della vita accumulando più informazioni o teorie migliori, o realizzando maggiore capacità di predizione o di attenzione nel loro lavoro scientifico e industriale. Trattare la vita come meno di un miracolo significa rinunciarvi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="center">*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono consapevole di quanto possa sembrare invadente questo commento, da parte di uno, che come me, non ha alcuna competenza o erudizione nella scienza. La questione che sto cercando di trattare, tuttavia, non è relativa alla conoscenza, ma all’ignoranza. Nell’ignoranza credo di potermi pronunciare come esperto.</p>
<p>         Uno dei nostri problemi è che noi esseri umani non possiamo vivere senza agire; dobbiamo agire. Inoltre, <em>dobbiamo</em> agire sulla base di quel che conosciamo, e quel che conosciamo è incompleto. Quel che siamo arrivati a capire finora è palesemente incompleto, dal momento che continuiamo a imparare sempre più, e non abbiamo il minimo dubbio che la nostra conoscenza diventerà assai più completa. Il mistero che circonda la nostra vita probabilmente non è riducibile in modo significativo. Dunque la questione di come agire nell’ignoranza è d’importanza fondamentale.</p>
<p>         La nostra storia ci fa supporre che possa essere giusto agire sulla base di una conoscenza incompleta se la nostra cultura riesce efficacemente a dirci che la nostra conoscenza è incompleta, e anche a dirci come agire in tale stato d’ignoranza. Possiamo procedere sino a dire che sia giusto agire sulla base di una sicura conoscenza, dal momento che i nostri studi  e le nostre esperienze ci hanno dato una conoscenza che sembra essere alquanto affidabile. Tuttavia, appare pericoloso agire sulla presunzione che la conoscenza certa sia conoscenza completa – ovvero sulla presunzione che la nostra conoscenza aumenterà così velocemente da affrontare le deleterie conseguenze dell’uso arrogante di una conoscenza incompleta. Fidarsi del ‘progresso’ o del nostro ‘genio’ putativo per risolvere tutti i problemi che causiamo è cosa peggiore di una scienza cattiva; è una cattiva religione.</p>
<p>         Un secondo problema umano è che il male esiste ed è una possibilità reattiva e onnipresente Sappiamo che la malevolenza è sempre pronta ad appropriarsi di mezzi che abbiamo inteso per il bene. Ad esempio, i mezzi tecnici in possesso dell’agricoltura industrializzata. Rendendola (attraverso standard molto limitati) più efficiente, facile, e produttiva, l’ha anche resa più tossica, più violenta, e più vulnerabile – l’ha di fatto resa sempre meno affidabile, se non addirittura meno prevedibile, di quanto era una volta.</p>
<p>         Un tipo di male certamente è la volontà di distruggere ciò che non riusciamo a costruire &#8211; la vita ad esempio &#8211; ed abbiamo enormemente aumentato i mezzi per poterlo fare. E cosa dobbiamo fare? Dobbiamo forse  permettere al male e alle sue implicazioni su di noi di portarci alla disperazione?</p>
<p>         Questa tendenza alla scienza riduttiva &#8211; quando permettiamo all’agricoltura di essere invasa dalla tecnologia della guerra e dall’economia dell’industrialismo &#8211; ci sta portando alla disperazione, come testimonia l’incidenza di suicidi tra gli agricoltori.</p>
<p>          Se ci mancano i mezzi culturali che mantengono la conoscenza incompleta, impedendole peraltro di divenire la base di un comportamento arrogante e pericoloso, allora le stesse discipline intellettuali diventano pericolose. A che serve un ulteriore studio della natura se porta a un ulteriore distruzione della natura? Studiare lo ‘scopo’ dell’organo all’interno dell’organismo o dell’organismo all’interno dell’ecosistema è ancora riduttivo se lo facciamo con la presunzione di poter prima o poi riuscire a trarne conclusioni definitive. Ciò serve solo a catturare il mondo come soggetto di una ‘comprensione’ presente o futura, che diventerà la base di un ulteriore ottimismo industriale e commerciale, che farà poi da fondamento per un ulteriore sfruttamento e distruzione delle comunità, degli ecosistemi, e delle culture locali.</p>
<p>         Naturalmente non sto  proponendo la fine della scienza e d’altre dottrine intellettive, quanto un cambiamento di standard e di finalità. Gli standard del nostro comportamento devono essere derivati, non dalla capacità della tecnologia, ma dalla natura dei luoghi e delle comunità. Dobbiamo spostare la priorità dalla produzione all’adattamento locale, dall’innovazione alla familiarità, dalla forza all’eleganza, dall’esosità  alla frugalità. Dobbiamo imparare a pensare alla proprietà sia nella progettazione che nelle dimensioni, in termini di salute umana ed ecologica. Con questi cambiamenti potremmo ancora dare con la nostra opera una risposta alla disperazione.</p>
<p>Wendel Berry tradotto da Eduado Ciampi</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="http://www.rivistabetile.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref1">[1]</a> Nota del curatore: per una lettura tradizionale di questa tragedia shakespeariana, rimandiamo il lettore all’omonimo saggio di Martin Lings, contenuto nella raccolta <em>Miti Shakespeariani</em> (Terre Sommerse, 2010) della medesima collana T&amp;T.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://www.rivistabetile.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref2">[2]</a> William Blake, <em>Complete writings</em> (Oxford, 1966), pag. 663.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="http://www.rivistabetile.it/wp-admin/post-new.php#_ftnref3">[3]</a> Kathleen Raine, <em>The inner journey of the poet</em> (Braziller, 1982).</p>
</div>
</div>
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		<title>Sul Sole e sul numero</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Sep 2012 14:33:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ “O risplendente Sole, cosa mai saresti tu, se non ci fossi io, quaggiù, su cui risplendere?” F. NIETZSCHE &#160; Nell’ambito della Dottrina Tradizionale quando ci si riferisce, anche in senso generale, alla “solarità” è d’uopo considerare una duplice manifestazione di influenze spirituali, che, se in apparenza posso sembrare opposte, in realtà, sono fasi complementari di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em> </em><em>“</em><em>O risplendente Sole, cosa mai saresti tu, </em></p>
<p><em>se non ci fossi io, quaggiù, su cui risplendere?”</em></p>
<p><strong><a href="http://www.culturaesvago.com/nietzsche/">F. NIETZSCHE</a></strong><em></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nell’ambito della Dottrina Tradizionale quando ci si riferisce, anche in senso generale, alla “solarità” è d’uopo considerare una duplice manifestazione di influenze spirituali, che, se in apparenza posso sembrare opposte, in realtà, sono fasi complementari di un preciso e perfetto processo risolutivo e realizzativo. Per far comprendere al meglio ciò che intendiamo ci si potrebbe riferire al significato ermetico della formula <em>solve et coagula</em>, che effettivamente esplicita tutto il segreto della Grande Opera, riproducendo le due fasi della manifestazione universale. A seconda dello stato che si considera, si avranno processi inversi, complementari e soprattutto simultanei: vi sarà una <em>soluzione</em>, quando, partendo da uno stato di manifestazione, si attuerà un movimento di ritorno verso il non-manifestato; vi sarà una <em>coagulazione</em>, quando, realizzandosi un processo cosmogonico, si passerà da uno stato di non-manifestazione a quello manifestato. Sono le direzioni ascendenti e discendenti che nella tradizione estremo-orientale sono riferite allo yang ed allo yin, al Cielo ed alla Terra, è la duplice funzione della Luce che esprime sia l’Attività del Cielo nel Cosmo, sia la realizzazione dello stesso nell’Unità Primordiale. La solarità, quindi, come processo di irradiazione divina che partendo dal Logos Originario si espande in tutti gli ambiti del creato – si ricordi il Fiat Lux della Genesi -, ma anche come trasmutazione che svincola l’essere dalla propria umanità, dalla propria cosmicità, restituendogli l’edenica spiritualità. Le due fasi indicate possiamo assimilarle ad analoghe simbologie, che in varie forme tradizionali fanno sempre riferimento alle due vie di realizzazione dei piccoli misteri o dei grandi misteri: è tale il significato che alchemicamente si attribuisce <em>all’opera al bianco</em> e <em>all’opera al rosso</em>, come “manifestazione dantesca” del Paradiso terrestre e del Paradiso Celeste, come risoluzione delle Forme e dei Ritmi nel Silenzio e del Silenzio nell’Ineffabile. Questa nostra introduzione sulla solarità la riteniamo indispensabile per addentrarci con maggiore profondità e chiarezza in quello che è l’argomento cardine di codesto scritto, cioè la funzione simbolica che assumono a livello cosmologico certi numeri – in particolare uno, da cui deriveranno tutti gli altri -, che ritrovandosi sistematicamente in più forme della Tradizione, costituisco dei veri e propri archetipi a cui è possibile riferirsi per comprendere il manifestarsi, nel corso della storia dell’uomo, di civiltà diverse da un punto di vista sostanziale, ma simili da un punto di vista essenziale. In precedenza, abbiamo fatto riferimento alla Luce come elemento d’irradiazione di influenze spirituali, ma essa, in ambito divino o umano, promana da un Centro, dal Sole, come sorgente inesauribile di vita, <em>seme di vita, luce delle terra</em>, che in antiche ideografie esprimeva l’Uomo, ove, come nel corso annuale, come nel <em>solve et coagula</em>, vi è un processo di morte e di rinascita, di inverno e primavera; quindi, i ritmi annuali della Luce come legge universale di rinnovamento, il mito solare, presente in tutte le civiltà tradizionali, come espressione di un’ascesa verso il divino. A tal punto, incontriamo il numero simbolico da cui sono derivate tutte le nostre precedenti considerazioni e deriveranno le seguenti: esso è il 12, quante sono, appunto, le suddivisioni dell’anno solare. E’ fondamentale ricordare in merito come René Guénon ne Il Re del Mondo, riferendosi alla gerarchia iniziatica dell’Agarttha, abbia affermato, riprendendo la descrizione di Saint-Yves, che “<em>il cerchio più alto e più vicino al centro misterioso si compone di dodici membri, che rappresentano l’iniziazione suprema e corrispondono, fra l’altro, alla zona zodiacale</em>” e che, riferendosi tale descrizione al Centro Unico e Supremo, ovunque si manifestino certe caratteristiche, è possibile ravvisare la presenza di filiazioni più o meno dirette di tradizioni particolari dalla grande Tradizione Primordiale. Tale struttura iniziatica è possibile ritrovarla nelle più diverse forme tradizionali, nelle civiltà più lontane nel tempo e nello spazio. Considerando le tradizioni d’Oriente, possiamo notare come tale e importante similitudine si riscontri  in maniera notevole. Nella tradizione indù vi sono i dodici Aditya (Dhàtri, Mitra, Aryaman, Rudra, Varuna, Sùrya, Bhaga, Vivaswat, Pùshan, Savitri, Twashtri, Vishnu), che sono altrettante forme del Sole, quale essenza unica ed indivisibile, che, alla fine del ciclo, appariranno tutti simultaneamente, reintegrandosi nel principio essenziale della loro emanazione; ai dodici soli, inoltre, nella medesima civiltà corrispondono le dodici partizioni delle Leggi di Manu. Il Consiglio Circolare del Dalai-Lama, nella tradizione tibetana, è costituito da dodici grandi Namshan, come dodici sarebbero i discepoli di Laotze nel Taoismo. Se, poi, consideriamo tradizioni più vicine a noi, notiamo che la gerarchia iniziatica dell’Agarttha si ritrova ovunque: nella tradizione ebraica dodici sono le porte della Gerusalemme Celeste, come dodici sono i discepoli del Cristo o gli eroi divini di Asen del Mitgard nella tradizione nordica. Il numero simbolico preso in considerazione si ritrova  in miti raffiguranti un’ascesi guerriera, come nelle dodici battaglie della via solare dell’eroe caldeo Gilgamesh, “<em>di là dalle acque della morte</em>” o nelle dodici fatiche compiute da Eracle. Tale concordanza la ritroviamo fin nel pieno della storia e dei racconti mitici del Medioevo: infatti, dodici erano i Conti palatini di Carlomagno, come dodici erano i cavalieri della Tavola Rotonda di Artù e della ricerca del Santo Graal. Se, poi, facciamo riferimento alla nostra tradizione, a quella greco-romana, la presenza del numero 12 è costante: tale era il numero delle divinità nell’Olimpo, degli avvoltoi che vide Romolo, che gli attribuirono il diritto di dare il suo nome alla città eterna; dodici erano il numero degli ancilia che Numa determinò nel collegio dei Salii per la custodia  del pignus imperii; dodici furono a Roma gli altari del dio Giano, come dodici furono, secondo Varrone, le massime divinità romane e soprattutto dodici furono le verghe che costituirono l’emblema dell’universalità romana, il Fascio. Per inciso, ricordiamo anche come dodici fossero gli iniziati SS durante il rito dell’aria soffocante, praticato nel castello di Wewesburg, centro di formazione militar-spirituale tra le due guerre mondiali in Germania. Anche se tutti questi riferimenti possono apparire tediosi o ripetitivi, li reputiamo fondamentali per far comprendere che tutto ciò non può essere ricondotto ad una pura casualità, ma che tutto evidenzia chiaramente la presenza di una precisa ed originaria matrice tradizionale, che ha forgiato nel corso dei secoli le più diverse civiltà, ma sempre sotto le insegne divine della Tradizione. E’ importante, una volta analizzate tali corrispondenze, capire come il numero 12 rappresenti precisamente il piano cosmologico e il suo riferimento zodiacale ne è la riprova, e che la risoluzione di tale status ne è precisamente il superamento, cioè il ritorno allo stato primordiale di non-dualità, ove tutte le cose si ricongiungono nell’Unità che le ha emanate. A tal riguardo, è interessante notare come aggiungendo l’1 ed il 2 si ottiene il 3, cioè la forma trinitaria, la ricomposizione dell’Unità, la <em>coincidentia oppositorum</em>, il centro della croce ove si riassumono tutte le modalità d’esistenza del manifestato: ecco realizzarsi il senso di ciò che scrivevamo in precedenza sulla formula ermetica <em>solve et coagula</em>! Si ricordi, inoltre, come il numero 12 sia assimilabile alla Terra ed il numero 10 al Cielo, in rapporto con la Luna-yin ed il Sole-yang. Ciò dimostra come nel caso del 10, la via del Cielo, l’Unità vi è già presente (1+0=1), mentre nel 12, numero del Cosmo, tale non-dualità devesi “operare” (1+2=3…1). A questo punto, è necessario andare oltre nel nostro approfondimento concentrandosi su ciò che potremmo definire “l’unità ritrovata”, che ovviamente – riteniamo sia superfluo specificarlo – ha una valenza sia macrocosmica, quanto microcosmica. Per far ciò, dobbiamo riferirci ad un altro numero simbolico, che per i più è indice di cattiva sorte, ma che, grazie alle indicazioni di Julius Evola, nell’ambito degli studi tradizionali ha ritrovato il suo reale significato: ci riferiamo al numero 13. Se abbiamo specificato che il numero 12 segnala la presenza di un centro iniziatico tradizionale, che rappresenta i ritmi del corso annuale, della manifestazione, del Cosmo, abbiamo anche detto che tutto la molteplicità deve ricondursi ad una non-dualità originaria, ad un Centro che vivifica tutti gli esseri di un collegio sacerdotale, di una cerchia guerriera, come quella della Tavola Rotonda,  di tutta la creazione, Artù, il Cristo, come Sole Spirituale, che tutta illumina ed unisce…il Tredicesimo! Tale è il posto che viene definito “pericoloso”, perché riservato solo a chi è qualificato ontologicamente a risiedervi, a colui che ha riscoperto l’ineffabilità del Silenzio, colui che, facendo giustizia dentro di sé, ha potuto vincere il Guardiano della Soglia e attraversare la porta stretta, la janua-coeli riservata agli eroi che hanno conquistato l’eterno presente, impresso nel terzo occhio di Shiva e splendente nel terzo volto di Giano…ora visibile! Guai a chi non degno voglia titanicamente appropriarsi del potere, sarà  colpito dalle peggiori sventure, la folgore di Juppiter lo punirà irrimediabilmente. Il posto “pericoloso”, il tredicesimo è riservato a Parsifal, eroe del Graal, a sir Gawain, ad Indra giustiziere del mostro Vtra, al misterioso Dux e Veltro di Dante. Ecco esplicitata la valenza nefasta che nel mondo moderno ha tale numero simbolico, essendo oramai l’uomo dei nostri tempi, lontano dalla Tradizione, non più in grado di vincere la sfida per la conquista del posto “pericoloso”, inebetito dalla satanica normalità del progresso. Sono fondamentali certe considerazioni, anche per ben valutare la reale azione contro-iniziatica di certe pratiche neospiritualiste o di certe aggregazioni paramassoniche, che scimmiottano solamente un veritiero processo di ascensione al divino ed oramai inaccessibili centri iniziatici tradizionali. La nostra disquisizione numerologica e solare ha un duplice scopo, principalmente dottrinale,  ma anche d’informazione preventiva. Quanto detto sul Tredicesimo, sul posto “pericoloso”, deve metterci in guarda contro le avventure ammaliatrici del panteismo moderno, sia per l’assenza in tutte le organizzazione pseudo-iniziatiche di quel Centro che le conferisce “l’eterna attualità tradizionale”e, quindi, il crisma della Verità, sia per la pericolosità insita nelle diffuse pratiche sincretiche d’oggi giorno, ove si mescola allo yoga un po’ di celtismo o un po’ di ufologia, o altre insalate teosofiche, medianiche o New Age, in cui, invece, di rigenerarsi nel mondo dei Ritmi ed aspirare al Silenzio, si sprofonda terribilmente nel mondo delle Forme. A tal punto, si può facilmente intuire il perché tale numero abbiamo assunto una valenza prettamente negativa, nonostante la sua origine solare e divina: tale è il processo di una tradizione quando perde il cardine della propria esistenza, la sua essenza vitale; diviene un substrato inconscio di credenze volgarizzate, che il folklore, la credenza popolare mantiene in vita come meri fantocci, come composti psichici ormai svuotati della propria scintilla vitalizzante. Concludiamo la nostra esposizione con la speranza di aver offerto ai lettori di questa rivista un’altra accurata analisi dell’aspetto numerologico e solare nelle diverse forme tradizionali, affinchè possano essere spunti di riflessione e introspezione personale:”<em>L’essenza delle cose, che è eterna, e la stessa natura, ammettono sì la conoscenza divina, ma non l’umana oltre questo punto: che non potrebbe alcuno degli enti venir conosciuto da noi, se non esistessero le essenze delle cose, da cui consta l’universo, sia delle limitate sia delle illimitate</em>”(Filolao, fr.16).</p>
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		<title>Il Neoplatonismo e le sue origini</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jun 2012 10:18:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il neo­platonismo nasce e si manifesta sulla base dell&#8217;orientamento religioso che prevale nella filosofia dell&#8217;età alessandrina e dell’evoluzione dello stoicismo romano dell’ultima stoa, che si caratterizzò in un sempre minore interesse verso i  problemi di natura logica e gnoseologica. Mentre a Roma lo stoicismo si evolveva nel modo su descritto, in Alessandria si sviluppavano filosofie [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il neo­platonismo nasce e si manifesta sulla base dell&#8217;orientamento religioso che prevale nella filosofia dell&#8217;età alessandrina e dell’evoluzione dello stoicismo romano dell’ultima stoa, che si caratterizzò in un sempre minore interesse verso i  problemi di natura logica e gnoseologica. Mentre a Roma lo stoicismo si evolveva nel modo su descritto, in Alessandria si sviluppavano filosofie di carattere marcatamente spirituale, mistico e religioso. Così la speculazione sui temi riguardanti, ad esempio, la teoria del <em>“fuoco universale”</em>, di cui una scintilla sarebbe presente in ciascun essere umano, si trasferì da una concezione fisica ad una essenzialmente metafisica e panteistica, per sfociare definitivamente in una visione ascetica e introspettiva. L’uomo, pertanto, poteva conquistare la sua vera libertà nel momento in cui fosse riuscito a liberarsi da ogni interesse di carattere materialistico ed esteriore e a rivolgersi verso la propria interiorità dove, solo, avrebbe ritrovato la divinità presente in lui. Uno dei principali tentativi fu quello di unificare e di fondere l’insieme delle antiche sapienze greche ed egizie. Si cercò di conciliare e di trovare una estrema sintesi tra il platonismo, il neopitagorismo, la magia babilonese, la religione ebraica, fino al misticismo indiano. Di questo possiamo trovare significative testimonianze nei libri degli Oracoli caldei attribuiti ad Ermete Trismegisto e comparsi tra il I e il III secolo dopo Cristo, nelle opere di Apuleio da Madaura (Madaura 125-170) e negli scritti del “platonico” Numenio da Apamea (Apamea II secolo d. C.) a cui si attribuisce la seguente asserzione: <em>“Occorrerà che chi si è espresso con le testimonianze di Platone, risalga e si ricolleghi ai detti di Pitagora, faccia appello ai popoli che salirono in fama, allegandone le cerimonie, le leggi, i sacrifici culturali, compiuti in conformità con Platone, quali stabilirono giudei, brahmani, magi ed egizi”</em>. Una vasta sintesi, pertanto, che avrebbe influenzato tutto il corso del pensiero cristiano e, per tramite di questo, anche quello del pensiero moderno. Il Neoplatonismo, dunque, recupera l’antica tradizione arcaica ripercorrendo le orme dei grandi filosofi greci. Per il greco Eraclito<em>, (Efeso 540-480 a C.) l</em>a prima condizione per giungere alla conoscenza è che l’uomo<em> </em><em>“indaghi se stesso” </em><em> </em>che guardi dentro di sé e nel proprio infinito mondo interiore: <em>“Tu non troverai i confini dell’anima, per quanto vada innanzi, tanto è profonda la sua ragione”.</em> La seconda condizione è la comunicazione fra gli uomini: ciò che accomuna gli uni agli altri e, nello stesso tempo, costituisce la più intima essenza dell’uomo, è il <em>“logos”,</em><em> </em>il pensiero<em>. </em>Il logos rappresenta il filo comune che unisce gli uomini<em> </em><em>“desti”,</em><em> </em>aperti alla comunicazione tramite la ricerca; la stessa che determina l’indole dell’uomo<em> </em><em>(ethos)</em><em> </em>e, di conseguenza,  il proprio destino. Il cercare assume un doppio significato nel suo volgere verso la conoscenza, in quanto non ha <em> </em>solamente valore contemplativo<em> </em><em>(noesis),</em><em> </em>ma diviene anche saggezza di vita e di comportamento<em> </em><em>(fronesis). </em>Anassimandro <em>(Mileto circa 610-547 a.C) </em>si  pone  per  primo  il  problema  di  cercare una risposta sul modo in cui avvenga il processo di derivazione dall’origine e lo indica nella <em>“separazione”</em>. Essa si realizza nella nascita, la quale attuandosi implica la separazione dall’essere originario. E’ dunque una rottura dell’unità e della armonia, dalla quale si separano gli opposti che in essa si compongono: caldo e freddo, secco e umido, finito e infinito, ecc.. Questa separazione, o nascita, secondo Anassimandro è dovuta ad una colpa che consiste nell’atto stesso, inteso come rottura dall’unità e che solo con la pena del vivere potrà essere espiata, per concludersi infine con la morte ed il conseguente ritorno all’unità. Ma il ritorno al principio creatore è opposizione, lotta, discordia, bisogno di ricongiungere il dissonante all’armonico, il discorde al concorde, l’incompleto al completo, poiché solamente dalla riunificazione degli opposti scaturisce l’unità, mentre da essa scaturiscono gli opposti. Il neoplatonismo venne fondato da Ammonio Sacca (175-242 d.C.), ma il principale e maggiore esponente fu il suo allievo Plotino, nato in Egitto, a Licopoli nel 205 e morto a Minturno, in Campania, nel 270. Plotino ebbe anche modo, in occasione di una spedizione romana in Persia avvenuta intorno al 244, di conoscere le dottrine dei maestri sapienti indiani, rimanendone profondamente influenzato. Il rigore morale, la profondità e l’ansia religiosa di questo filosofo cosiddetto pagano, nulla hanno da invidiare al Cristianesimo che, anzi, ne riconobbe il valore della tensione ascetica avvalendosi della sua speculazione. Il pensiero di Plotino è stato tramandato tramite una raccolta di trattati, riordinati dal suo discepolo Porfirio in cinquantaquattro libri suddivisi in sei gruppi di nove saggi dal titolo Enneadi (da “<em>ennéa”</em>, che in  greco significa nove). Il significato di Enneade nell’antico Egitto subirà una metamorfosi fino a rappresentare una persona divina le cui membra conserveranno ognuna un&#8217;esistenza distinta, formando, al contempo, nove persone in una. Porfirio ordinò i trattati seguendo uno schema ascensionale che parte dalle realtà inferiori in senso ontologico (etica ed estetica), le realtà mondane e la vita terrena (fisica e cosmologia), passa per i livelli metafisici come la provvidenza, gli elementi demoniaci, l&#8217;anima e le facoltà psichiche (psicologia), il puro livello intellettivo (metafisica), la realtà divina suprema (logica e teoria della conoscenza) fino a giungere all’l&#8217;Uno, origine e meta finale di tutto l’essere. Il suo stile letterario, oltre a mostrare una grande sensibilità verso i miti e la religiosità degli antichi, talvolta è espresso per immagini, per allegorie o per simboli. Questo tipo di tecnica era finalizzata a favorire la comprensione dei contenuti letterari più difficoltosi. La lettura dell&#8217;opera, complicata e impegnativa nel contenuto ed ermetica nella esposizione, presuppone una notevole concentrazione e la conoscenza delle filosofie antiche e della mitologia. Al centro della dottrina neoplatonica traspare un progetto di ricostruzione dell’uomo, di natura prevalentemente spirituale e religiosa, che vuole stabilirne il ruolo e con esso il determinarsi del rapporto con il mondo e con il divino. Significa, peraltro, definire la propria collocazione al cospetto del cosmo, divenendo un rapporto  agente in una posizione intermedia tra il mondo materiale e la perfezione divina. In altri termini l’uomo, riprendendo l’antica tradizione greca ed ermetica, può stabilire la propria identità, ovvero la propria esistenza, ponendosi in rapporto tra ciò che è <em>“fuori da sé”</em><em> </em>e ciò che è<em> </em><em>“dentro di sé”,</em><em> </em>divenendo egli stesso un rapporto agente nell’ambito di tali rapporti. Stabilire la propria collocazione rispetto al cosmo significa determinare anche il proprio ambito di libertà e di responsabilità nella ricerca e nella  conoscenza. In questo modo, nella filosofia di Plotino, ritorna centrale e dominante il concetto di <em>coscienza, </em>che già si era affacciato nella speculazione degli stoici, per indicarla come introspezione o auscultazione interiore. Egli adopera espressioni come: <em>“ritorno a se stesso”, “ritorno alla interiorità”, “riflessione su di sé”</em> e  contrappone questo tipico atteggiamento del saggio a chi invece, nella condotta della propria vita, si rivolge alle cose esterne e materiali. Nel ruolo di mediazione che attribuisce all’uomo, egli riprende il tema dell’unità che fu di Anassimandro e che considera essenziale al vivere, definendolo con il termine di Uno, concepito come infinito. In polemica con il Cristianesimo Plotino afferma che l’Uno, in quanto infinito, è ineffabile e di lui si può dire soltanto ciò che non è, ovvero a lui non si addice alcuna qualità o determinazione. Dio è al di là dell&#8217;essere, della sostanza e della mente, così da essere trascendente rispetto a tutte le cose, pur producendole e contenendole tutte in sé. Questo tipo di concezione di fronte alla ineffabilità e assoluta trascendenza del divino è definito <em>teologia negativa. </em>In linea con tutta la tradizione greca, Plotino difende il politeismo come conseguenza necessaria della infinita potenza della divinità: <em>«Non restringere la divinità ad un unico essere, farla vedere così molteplice come essa si manifesta, ecco ciò che significa conoscere la potenza della divinità, capace, pur restando quella che è, di creare una molteplicità di dèi che si connettono con essa, esistono per essa e vengono da essa»</em>. Ancora in polemica con il Cristianesimo e come conseguenza di queste tesi, Plotino affronta e risolve il problema della creazione e del processo di derivazione del molteplice dalla semplicità dell’Uno indicandolo come emanazione. Il mondo e tutto il molteplice sgorga da Dio attraverso un processo degradante che avviene per stadi, simile alla luce che si spande dal sole o al calore irradiato da un corpo caldo. Per cui da Dio, che rimane Uno e immutabile, discendono i molti da cui derivano i gradi successivi di realtà, ognuno emanato dal precedente. L’emanatismo ammette una gerarchia degli esseri in relazione alla lontananza da Dio, che si traduce in un progressivo degrado e perdita della perfezione. Ogni stadio del processo emanativo è detto ipostasi. L’Uno è la prima ipostasi, totalmente trascendente  e superiore anche all’<em>”essere”</em> di Parmenide (Elea 515-450 a. C.) in quanto il concetto di essere deriva dagli oggetti dialogici dell’esperienza umana. La seconda ipostasi è il <em>nous</em> (l’essere parmenideo) o intelletto puro. Il termine nous è il termine con cui Plotino indica piena <em>“identità indivisa di soggetto e oggetto”</em>, dove non sussiste alcun dualismo, in quanto è auto-contemplazione dell’Uno, un traboccare estatico: estasi significa <em>“uscire fuori da sé”</em>. Il significato greco di noesis è infatti auto-intuizione o autocoscienza. Dal nous, o intelletto, promana l’anima del mondo, che procede dall’autocontemplazione dell’intelletto, ma in questo caso è una unione tra essere e pensiero mediata dal nous, che rende possibile il ragionamento discorsivo-dialettico e che  da origine a sua volta  all’anima umana e animale e, infine, alla materia. Quest’ultima non viene considerata una vera e propria ipostasi, ma un semplice <em>“non essere”</em>, indicato come il luogo estremo della discesa e delle illusioni sensibili e concepito da Plotino come privazione di realtà e di bene. La materia è all&#8217;estremo inferiore della scala alla cui sommità c&#8217;è Dio. Essa è l&#8217;oscurità che comincia là dove termina la luce, quindi diviene non-essere e male. L’uomo partecipa del mondo sensibile nella corporeità e di quello intellegibile con l’anima. Lo scopo dell’esistenza umana è per Plotino quello di tendere a cogliere l’intuizione del nous, tramite la rinuncia al mondo materiale e corporeo e, grazie ad una pratica purificatrice colta col pensiero, al raggiungimento della unione estatica con Dio. Il ritorno a Dio è un processo di crescita spirituale dell’uomo, che ripercorrendo in senso inverso il cammino delle emanazioni, si eleva fino alla divinità. Le tappe per questo percorso ascetico sono: il rispetto dei dovei sociali e delle virtù civili, tramite le quali l’anima si rende indipendente dal corpo (morigeratezza, rinuncia); la contemplazione della bellezza, la pratica e il godimento dell’arte; l’amore; l’amore per la sapienza e la pratica della filosofia; il superamento finale di ogni dimensione razionale nel raggiungimento dell’estasi. Le parole che seguono, rendono evidente il ruolo di  tensione mediatica e di libertà che Plotino assegna  all’uomo  durante la sua esistenza:<em> “Noi diciamo di patire quando il nostro corpo patisce. Il noi designa dunque due cose: o la bestia aggiunta all’anima o ciò che è sopra la bestia: la bestia è il corpo vivente. Ben diverso è l’uomo vero e puro da queste passioni bestiali, possessore delle virtù intellettuali che risiedono nell’anima stessa separata: difatti anche quaggiù essa può separarsi dal corpo, perché quando lo abbandona del tutto quella vita, che da essa irraggia, se ne va con l’anima e l’accompagna [...] L’uomo è un composto di anima e di corpo: egli può appiattirsi sulla dimensione del corpo o elevarsi a quella dell’anima. L’anima e il corpo diventano così due modi di essere: il primo ci rende liberi, il secondo ci accomuna alle bestie [...]</em> <em>Fuggiamo dunque verso la nostra cara patria, questo è il consiglio vero che vorremmo raccomandare [...] La nostra patria, da cui siamo venuti, è lassù, dove è il nostro Padre. Ma che viaggio è, che fuga è? Non è un viaggio da compiere con i piedi, che sulla terra ci portano per ogni dove, da una regione all&#8217;altra; né devi approntare un carro o un qualche naviglio, ma devi lasciar perdere tutte queste cose e non guardare. Come chiudendo gli occhi, invece, dovrai cambiare il tuo modo di vedere con un&#8217;altro, risvegliare la vista che tutti possiedono, ma pochi usano [...]</em><em> Cercate di congiungere il divino che è in voi al divino che è nell’universo</em>”. Fra tutte le creature  viventi, l’uomo  è l’unico  ad essere dotato della libertà di autodeterminarsi, capace di invertire la necessità della dispersione, volgendo lo sguardo alla contemplazione dell’intellegibile, mediante la risalita o conversione <em>(epistrofé).</em> La condizione affinché questo avvenga è il <em>“sentire”,</em> inteso come <em>“intuire”</em> l’esigenza del ritorno all’unità, che è prerogativa del sapiente, ovvero di colui che <em>“conosce”</em> la meta da raggiungere.<em></em></p>
<p align="right">Sandro Secci</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riferimenti bibliografici:</p>
<p>Plotino Enneadi, Rusconi Milano 1992;<em></em></p>
<p>Ludovico Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, antichità e medioevo, Garzanti Milano 1970;</p>
<p>N. Abbagnano, Il pensiero greco e cristiano dai presocratici alla scuola di Chartres, Gruppo Ed. l’Espresso Roma 2005;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>I 72 nomi di Dio nella tradizione della Kabbalah</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jun 2012 10:17:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I 72 nomi di Dio nella tradizione cabalistica rappresentano differenti aspetti delle qualità del Creatore. Essi costituiscono un esempio di verità codificata in un testo sacro e sono un insieme di 72 serie di tre lettere ciascuna dell’alfabeto ebraico che, con metodo cabalistico, furono estratti dai tre versetti consecutivi dell’Esodo 14, 19-21 per descrivere l’aprirsi [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>I 72 nomi di Dio nella tradizione cabalistica rappresentano differenti aspetti delle qualità del Creatore. Essi costituiscono un esempio di verità codificata in un testo sacro e sono un insieme di 72 serie di tre lettere ciascuna dell’alfabeto ebraico che, con metodo cabalistico, furono estratti dai tre versetti consecutivi dell’Esodo 14, 19-21 per descrivere l’aprirsi del Mar Rosso e la fine della schiavitù del popolo eletto: 19] <em>L’angelo di Dio, che precedeva l’accampamento d’Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò indietro.</em> 20] <em>Venne così a trovarsi tra l’accampamento degli Egiziani e quello di Israele. La nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte.</em> 21] <em>Allora Mosè stese la mano sul mare e il Signore, durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’Oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero.</em></p>
<p>Da questi tre versetti la cabala fa derivare i 72 nomi di Dio, ognuno dei quali è formato da tre lettere, una per verso attraverso la seguente costruzione logica: si prende la prima lettera del primo verso, l’ultima del secondo e la prima del terzo e si forma il primo nome. Poi si prende la seconda lettera del primo, la penultima del secondo e la seconda lettera del terzo verso e si forma il secondo nome, similmente si procede per tutti gli altri nomi, completando la sequenza.</p>
<p>Essi sono uno strumento potente utilizzato per aiutare gli israeliti a liberarsi dal giogo degli egiziani e destinato all’umanità intera per avere il controllo sul mondo fisico, plasmare la materia e sconfiggere l’ego. Insomma, costituiscono una potente tecnologia per l’anima, per mutuare il sottotitolo del best seller di Yehuda Berg <em>“La Kabbalah e i 72 Nomi di Dio”</em>.</p>
<p>I cabalisti sono in grado di utilizzare le 72 triadi, ognuna delle quali è considerata un nome di Dio e, attraverso i principi della <em>Ghematria</em>, si possono stabilire le correlazioni possibili tra le varie parti, per ottenere una autentica trasformazione spirituale. Essi si presentano come una sequenza di vibrazioni che trasmettono informazioni o attributi e servono ai cabalisti per accedere a stati di coscienza spirituale allargata e ad esperienze mistiche singolari, perché agiscono e penetrano nel profondo dell’anima umana.</p>
<p>Ogni nome sacro è composto da svariate combinazioni di lettere dell’alfabeto ebraico e trasmette specifiche combinazioni di Potenza divina, Autorità, Santità e Attributi divini<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>. Rappresentano un veicolo particolare e potente che permette di connetterci all’infinita corrente spirituale che scorre attraverso la realtà<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>.</p>
<p>Sono il più antico e più importante strumento che l’umanità abbia conosciuto, una sequenza sacra che esprime tutta la loro influenza quando vengono pronunciate, quantunque secondo Yehuda Berg <em>“è sempre necessario un atto fisico per attivare le forze intangibili nel nostro mondo”</em> e permettere a questa forza di permeare la nostra anima.</p>
<p>Non è possibile afferrare il significato profondo delle lettere in tutta la loro pienezza, occorre uno sforzo spirituale considerevole, per penetrare l’incomprensibile, per esprimere l’inesprimibile, per tradurre l’ineffabile e trovare la chiave che apra le porte inaccessibili della divinità, che ci metta in contatto con la Totalità, con Dio.</p>
<p>Il Pensiero Supremo è al di sopra di ogni cosa ed è inaccessibile e <em>“La gloria del Santo, che sia benedetto, è così elevata sopra l’intelletto umano da restare eternamente segreta. Da quando il mondo è stato creato, non vi è mai stato un uomo che abbia potuto penetrare il fondo della sua saggezza, tanto essa è nascosta e misteriosa”</em> (Zohar, I, 103 a).</p>
<p>Dio<em>, En-Sof</em>, letteralmente <em>“colui che non ha fine”</em> che presiede ogni cosa e si manifesta dappertutto è perfezione assoluta e si svela nelle dieci <em>Sefiroth</em> che includono l’archetipo di ogni cosa creata al di fuori del mondo delle emozioni e delle sensazioni. Anche l’antico testo dello Zohar afferma che l’Essere Supremo è <em>“La Volontà dell’Infinito, la Volontà che regge tutti i mondi in alto e in basso, la Volontà percettibile solo per l’atto che la segue, la Volontà che è destinata a regnare in basso come in alto affinché l’unione del Tutto con la Volontà sia perfetta”</em> (Zohar, I, 45 b) e la cui essenza non può cogliersi semplicemente attraverso i sensi e la mente razionale.</p>
<p>La cabala ci aiuta a capire e a cogliere proprio la dimensione dell’<em>En-Sof</em> e con <em>“il suo slancio prodigioso sembra non arrestarsi davanti ad alcun ostacolo. Con un sol colpo abbraccia l’universo e cerca di farci toccare con mano la natura intrinseca”</em><a title="" href="#_ftn3">[3]</a>. Dio è in tutte le cose, è l’Essere Supremo, la Causa Prima (<em>zimzum ha-rishon</em>), generatrice di tutto ciò che esiste che si è in qualche modo ritirato dalla sua propria natura per un atto spontaneo di libera volontà e di amore incondizionato nei confronti della creazione increata.</p>
<p>YHVH, il <em>Tetragrammaton</em> (dal greco <em>“quattro lettere”</em>) è considerato il nome più grande di Dio, dal quale derivano tutti gli altri, il quale non deve essere mai pronunciato e al suo posto viene letto <em>“Adonai”</em>. Ciascuna lettera del tetragramma YHVH ha un valore numerico: questi numeri sommati danno 72.</p>
<p>Quindi, 72 sono gli attributi di Dio; 72 gli Angeli che circondano il suo trono; 72 le lingue secondo il numero delle famiglie presenti in seguito alla confusione della torre di Babele; Gesù Cristo aveva scelto, oltre i dodici apostoli, 72 discepoli, che furono inviati in tutte le parti del mondo per comunicare ai popoli la parola di Dio (Lc 10,1); secondo lo Zohar gli scalini della scala di Giacobbe erano in numero di 72. Nella tradizione biblica, nello Zohar, così come in altri testi sacri dell’antichità ricorre spesso questo numero e ci indica che la strada del cambiamento spirituale non solo è possibile ma altresì doverosa da percorrere.</p>
<p>Si possono compiere prodigiose azioni e operare grandi cambiamenti solo se pronunceremo questi nomi e vivremo secondo le leggi e la volontà di Dio, ottenendo i favori del Divino, protezione spirituale e purificazione interiore.</p>
<p>Secondo i cabalisti, <em>Ein-Sof</em> si rivela attraverso dieci aspetti, attributi od emanazioni dell’essere di Dio, le <em>sefiroth</em> (dall’ebreo <em>sappir</em>). <em>“Ogni parte di Dio ha un nome specifico con una vibrazione specifica, alla quale possiamo accedere attraverso il ‘computer’ universale della Mente di Dio. Ogni sefirah è un modo diverso di percepire e ricevere Dio”</em>.<a title="" href="#_ftn4">[4]</a></p>
<p>Attraverso questo potere spirituale si può rafforzare il mondo divino ed aiutare l’umanità intera a ricreare l’originaria armonia dell’<em>Adam Kadmon</em> che contiene in sé tutte le anime possibili. Ogni anima, infatti, è una grande scintilla della grande anima di Adamo.</p>
<p>Utilizzare i Nomi di Dio è l’essenza di ogni cammino spirituale degno di definirsi tale, è il mezzo che ci permette di ritrovare la nostra natura archetipa, l’Adamo Primordiale, l’<em>Adam Kadmon</em> che ci consente di eguagliarci alle qualità del Creatore perché <em>“come l’armonia del nostro mondo dipende dal sostegno divino, così l’armonia del mondo divino dipende dal nostro sostegno”<a title="" href="#_ftn5"><strong>[5]</strong></a></em>.</p>
<p align="right">Domenico Annunziato Modaffari</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1"><em><strong>[1]</strong></em></a><em> </em><em>Kabbalah – tutti i segreti del misticismo ebraico di Gabriella Samuel, Milano, 2010</em><em></em></p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref2"><em><strong>[2]</strong></em></a><em> </em><em>La Kabbalah e i 72 Nomi di Dio – Una tecnologia per l’anima di Yehuda Berg, Milano, 2006</em></p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref3"><em><strong>[3]</strong></em></a><em> </em><em>Idem</em><em></em></p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref4"><em><strong>[4]</strong></em></a><em> </em><em>Cabala, la Chiave del potere interiore di Elizabeth Clare Prophet, Milano, 1999</em><em></em></p>
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<div>
<p><a title="" href="#_ftnref5"><em><strong>[5]</strong></em></a><em> Idem</em></p>
</div>
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		<title>I SETTE PECCATI CAPITALI ALLA LUCE DEL SIMBOLISMO DEL NUMERO</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jun 2012 10:16:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella serie dei numeri a cifra unica ve ne sono due che si distinguono dagli altri dal momento che hanno un significato essenzialmente Divino, stiamo parlando dell’uno e del sette; tra di loro, come tra l’alfa e l’omega, si dipana l’intera rappresentazione dell’esistenza. Uno è il Creatore; due sta a significare lo Spirito,[1] tre il [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nella serie dei numeri a cifra unica ve ne sono due che si distinguono dagli altri dal momento che hanno un significato essenzialmente Divino, stiamo parlando dell’uno e del sette; tra di loro, come tra l’alfa e l’omega, si dipana l’intera rappresentazione dell’esistenza. Uno è il Creatore; due sta a significare lo Spirito,<a title="" href="#_ftn1">[1]</a> tre il Cielo,<a title="" href="#_ftn2">[2]</a> quattro la terra e cinque l’uomo, la cui collocazione è quella di quintessenza al centro dei quattro elementi, dei quattro punti cardinali dell’orientamento, e delle quattro stagioni dell’anno, che caratterizzano la condizione terrestre. Tuttavia l’uomo non può realizzare la sua funzione di mediatore tra Cielo e terra senza la dimensione trascendente di profondità ed altezza, l’asse verticale che passa attraverso il centro di tutti i gradi di esistenza e che  altro non è che l’Albero della Vita. Tale dimensione sovrumana è implicita nel punto centrale della quintessenza ma non diventa esplicita sino a quando non viene trasceso il numero cinque. E’ attraverso il sei che il centro diviene l’asse, che il seme diviene albero, ed il sei è il numero dell’uomo primordiale nello stato in cui fu creato il sesto giorno. Quale mediatore universale,<a title="" href="#_ftn3">[3]</a> egli abbraccia, con le sue sei direzioni, l’intera esistenza, peraltro al di là del sei v’è ciò da cui proviene e a cui ritorna l’esistenza. <em>E Dio benedì il settimo giorno, e lo santificò: poiché in esso Lui s’era riposato di tutto il suo lavoro</em> (Genesi II: 3).</p>
<p>Sette sta quindi a significare il riposo nel Centro Divino. Da questo punto di vista è simbolo della Assoluta Finalità e della Perfezione, presente in questo mondo come Sigillo Divino posto sulle cose terrene, come nel numero dei giorni della settimana, i pianeti, i sacramenti della chiesa, e molti altri settenari, la cui menzione ci porterebbe troppo lontano dal nostro argomento. Tuttavia, nonostante queste considerazioni &#8211; o piuttosto proprio grazie a queste &#8211; c’è, come vedremo, una ragione profonda nel fatto che i peccati capitali debbano essere nel numero di sette.</p>
<p>Alla ricerca della chiave di tale paradosso, la prima cosa da riportare a mente è la fondamentale continuità che esiste tra l’uomo Edenico e l’uomo decaduto. Al tempo della Caduta non ci fu nuova creazione; virtualmente l’uomo è ancora un essere centrale. Se non lo fosse, la sua anima non proverebbe alcuna nostalgia, e la primordiale perfezione umana, invece d’esser una norma ed un ideale, risulterebbe irraggiungibile, considerata come un qualcosa d’estraneo. Tuttavia egli in realtà non è mai stato soppiantato, di qui la dottrina del peccato originale, che in se stessa è un’affermazione della continuità di cui stiamo parlando. Inoltre, la dottrina del peccato implica anche una dottrina d’espiazione: nella misura in cui parliamo di torpore e perversione dell’anima, e non di irrimediabile perdizione,  ebbene ci può essere risveglio e reintegrazione.</p>
<p>Tale reversibile continuità tra norma primaria e fatto presente significa che per quanto certe forze dell’anima possano essere ora inclini alla colpa, originariamente erano innocenti. Dobbiamo anche tener presente in tale connessione, l’assioma <em>corruptio optimi pessima</em>, il migliore quando è corrotto diviene il peggiore; e se ci si chiedesse ‘Cosa s’intende per peggiore?’ potremmo rispondere, in relazione all’anima umana, che si tratta de ‘ I sette peccati capitali’.</p>
<p>Comunque, questi peccati possono essere presi come punti di riferimento<a title="" href="#_ftn4">[4]</a> per ciò che riguarda tutto quel che c’è di più maligno; e le tre parole <em>sette peccati capitali</em> in un certo senso si adattano alla <em>corruptio ottimi pessima</em>, dal momento che il numero sette svela la misteriosa presenza d’un <em>optimum</em> nel contesto di <em>pessima corruptio</em> del peccato capitale. Sta qui anche la soluzione al paradosso della corrispondenza dei peccati capitali coi pianeti, incluse le stelle.</p>
<p>Analizzandoli nel loro tradizionale ordine, la superbia<em> (superbia</em>) è in relazione al Sole, l’avarizia (<em>avaritia</em>) a Saturno, la lussuria (<em>luxuria</em>) a Venere, l’invidia (<em>invidia</em>) a Mercurio, la gola (<em>gula</em>) a Giove, l’ira (<em>ira</em>) a Marte, e l’accidia (<em>accidia</em>) alla Luna. Sarebbe tuttavia erroneo, e persino sacrilego, fraintendere tale modalità d’espressione ed affermare che i peccati sono in realtà rappresentati da questi corpi celesti, i nomi dei quali, in base a grado e luminosità  contrassegnano niente di meno che le Sfere Celesti.</p>
<p>Tutto quel che si può dire è che i pianeti sono simboli delle ‘parti migliori’ dell’anima; e quando queste <em>optima</em> sono corrotte, rimangono ancora in relazione coi pianeti, dal momento che ancora continuano a portare il sigillo del sette. In altre parole, quelle forze o tendenze di natura psichica che sono diventate veicoli di peccato capitale erano state enumerate prima della Caduta, quando nell’anima avevano un posto analogo a quello dei pianeti nel firmamento.</p>
<p>Il sette può quindi essere considerato come un marchio usato da un pastore, che sta ad indicare, quando una pecora è smarrita, il gregge a cui appartiene di diritto ed a cui può essere riportata indietro. Nel considerare come sia possibile per la pecora sviarsi in tal modo, cominciamo con un fatto che riguarda uno dei peccati che è generalmente conosciuto, ma raramente ben soppesato, e che non è privo di connessioni con altri peccati. Una caratteristica comune a tutte le religioni è l’approccio all’ira intesa come profana rottura di equilibrio, accanto al concetto della santa ira &#8211; esemplificata nel Cristianesimo da Cristo che caccia i mercanti dal Tempio &#8211; in relazione a cui lo stesso peccato<a title="" href="#_ftn5">[5]</a> appare quale parodia. In modo analogo, sebbene il termine santa avarizia non è usato, non si potrebbe forse affermare che un avaro sia una caricatura di un asceta ed in rari casi perfino un potenziale asceta? La tradizionale rappresentazione dell’avaro come un affamato, vestito di stracci, e che porta una borsa d’oro, avrebbe un significato completamente diverso se l’oro lo si intendesse in modo simbolico e non letterale.</p>
<p>Sono state riportate testimonianze riguardo ad alcuni avari capaci di sopportare quelle che sarebbero definite, nel caso d’un santo, come ‘eroiche rinunce’. Ma visto che <em>gli atti s’accompagnano alle intenzioni,<a title="" href="#_ftn6"><strong>[6]</strong></a></em> le due ‘indigenze’ sono così lontane tra di loro, come l’inferno e il paradiso. Tuttavia &#8211; dal momento che per Dio ogni cosa è possibile -  se un grande Maestro spirituale dovesse prendere un avaro e fare di lui un Santo, l’avarizia, sebbene necessariamente rigettata non dovrebbe essere sottoposta ad un rifiuto assoluto;<a title="" href="#_ftn7">[7]</a> tuttavia il termine ‘fare di lui’ è usato qui ponderatamente, poiché la tendenza in questione avrebbe bisogno d’essere completamente riorientata. Ragionando su binari paralleli, non si potrebbe, per esempio, dire qualcosa d’analogo sul peccato della lussuria? La passione, se allontanata dal mondo, può imprimere fretta all’anima  nella giusta direzione.</p>
<p>In connessione con un altro peccato capitale, possiamo ricordare le parole del Decalogo: <em>Io il Signore Dio tuo, sono un Dio geloso</em>. Non che ‘geloso’, così com’è usato qui, sia sinonimo di ‘invidioso’, ma si può dire che i due termini abbiano una comune radice, ovvero il rifiuto d’accettare che un altro abbia, o riceva, qualcosa che si è convinti debba spettare soltanto a se stessi.</p>
<p>Potremmo dire che ogni studioso di metafisica condivide la gelosia Divina dal momento che è geloso di Dio, rifiutando che al relativo si lasci ricevere ciò che è appannaggio dell’Assoluto. E’ in tale ragionamento, inutile dirlo, e non nella sua peccaminosa parodia, che viene tirato in ballo Mercurio. Esotericamente la gelosia può essere trasportata ancora una volta dalla modalità oggettiva a quella soggettiva come rifiuto del permettere che l’ego empirico usurpi i diritti del vero Sé.</p>
<p>un livello meno accentuato possiamo anche ricordare che la parola invidia è spesso usata in un senso del tutto privo di biasimo, come nella frase: ‘Invidio quella tua natura calma’. Per fare un altro esempio, una tradizione islamica ci racconta d’un uomo che, essendosi svegliato tardi, arrivò alla moschea con l’intento di fare la preghiera mattutina, ma solo per incontrare sulla soglia gli uomini che uscivano. ‘Avete già fatto la preghiera?’ chiese al primo di questi; ed alla risposta affermativa, lanciò un tale lamento di rammarico che l’uomo da lui interrogato disse, ‘Prendi tu la mia preghiera, e lascia a me quel tuo lamento!’. Tale invidia spirituale ha il suo archetipo paradisiaco nella mutua meraviglia delle anime beate che ammirano ciascuna la perfezione dell’altra.<a title="" href="#_ftn8">[8]</a></p>
<p>Per quel che riguarda il peggiore peccato di tutti, è significativo che nell’Islam uno dei novantanove nomi Divini sia ‘il Superbo’. Il Corano usa esattamente la stessa parola per glorificare Dio come per condannare Faraone; e se Dio è Superbo, allora la superbia deve anche essere un aspetto della perfezione umana, fatta a Sua immagine. Ci troviamo di fronte ad una virtù ed a un vizio che portano lo stesso nome pur trovandosi ai poli opposti della possibilità umana; e la verità <em>corruptio optimi pessima </em>si erge come un ponte attraverso il golfo che sembra separarli. Rimane da vedere come sia possibile che tale ponte possa essere attraversato, sia con la corruzione che, per altro verso, col cammino di redenzione.</p>
<p>Per quel che riguarda la corruzione, potremmo trovare la risposta nel simbolismo di un altro  numero tradizionalmente associato ai peccati capitali, ovvero il numero otto<a title="" href="#_ftn9">[9]</a>, dal momento che se il sette denota semplicemente il migliore, l’otto nella sua accezione positiva<a title="" href="#_ftn10">[10]</a> denota l’esatto grado in cui questo particolare migliore, il migliore dei corruttibili, è inserito nella gerarchia universale. Nel suo articolo sul simbolismo dell’ottagono, René Guénon fa presente che nell’architettura sacra ogni struttura ottagonale serve da supporto ad una cupola, accentuando così la transizione dalle fondamenta quadrate alla sommità circolare, cioè, dal numero terrestre quattro a quello celeste nove.<a title="" href="#_ftn11">[11]</a> In altre parole, l’otto denota la regione intermedia tra terra e Cielo, ovvero a livello microcosmico, tra corpo e Spirito; peraltro l’ottagono che sorregge la cupola è qui particolarmente rilevante quale simbolo della ‘parte migliore’ della sostanza psichica, quella parte che serve da veicolo per la luce spirituale, simbolizzata dalla cupola stessa. Questo ottagono ha in realtà un triplice simbolismo, dal momento che non solo è un supporto della cupola ma esprime anche, essendo immediatamente adiacente ad essa, la vicinanza al Cielo degli elementi psichici in questione, ed essendo quasi circolare nella forma, non esprime altro che la loro natura spirituale. Inoltre, otto è il numero dei venti, che hanno significato d’ispirazioni, ovvero di ricettività dei suddetti elementi. Ma appartenendo all’anima, e non allo Spirito, queste relative altezze sono per definizione corruttibili; e non soltanto il diavolo vi ha accesso ma è soprattutto qui che interviene,<a title="" href="#_ftn12">[12]</a> dal momento che non può arrecare gran danno all’anima umana a meno che non riesca prima a pervertire uno o più dei suoi più elevati elementi, che altrimenti, continuando a svolgere la loro funzione intuitiva, rimarranno come vigili sentinelle, sempre pronte a suonare l’allarme. La tentazione originale di Satana non fu certo rivolta alle facoltà inferiori, bensì a quelle che costituiscono le tendenze dell’uomo verso l’altro mondo: le sue speranze d’immortalità, le sue aspirazioni per ciò che va al di là del transitorio. Ciò emerge chiaramente dal racconto Coranico della caduta: <em>Allora Satana sussurrò dentro di lui<a title="" href="#_ftn13"><strong>[13]</strong></a> e disse: “O Adamo, vuoi che ti mostri l’albero dell’immortalità ed un regno che non tramonta mai?” (XX:120) </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Citiamo anche il seguente commento relativo:<em> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>‘Tutta la sua capacità d’inganno attraverso i secoli<a title="" href="#_ftn14">[14]</a> è sintetizzata nel suddetto verso; egli senza tregua promette di mostrare all’uomo l’Albero dell’Immortalità, riducendo gradualmente, con tale mezzo, le facoltà superiori e più centrali dell’anima a favore di quelle esteriori, in modo da lasciarle imprigionate proprio lì dove c’è attaccamento a quegli oggetti contraffatti, da lui forgiati e messi ben in vista. È proprio la presenza di quelle facoltà pervertite &#8211; sia nello scontento, per il fatto che non riescono mai a trovare vera soddisfazione, sia in fine per un certo stato di atrofia per cui non sono mai messe propriamente in uso &#8211; che causa tutto quel disordine e quella ostruzione nell’anima dell’uomo decaduto.’<a title="" href="#_ftn15">[15]</a></p>
<p>Scendendo nei particolari, si potrebbe dire che il peccato di gola è causato dalla erronea presenza &#8211; nella parte esterna o inferiore dell’anima, quella parte che sta vicina ai sensi &#8211; di un elemento psichico pervertito, il cui giusto posto sta sulla soglia del Paradiso e la cui funzione regolare è di rappresentare, per l’individuo in questione, ciò che potrebbe essere definito il senso dell’Infinito. Fedele alla sua natura, cerca ancora infinita soddisfazione, ma è condannato a fare ciò nel più limitato degli ambiti. Potremmo dire che una simile erronea presenza stia alla radice del già citato peccato di lussuria.</p>
<p>D’altra parte, i peccati statici o contrattivi dell’ozio e dell’avarizia possono essere ascritti ad un senso pervertito d’Eternità. L’uno è l’afflato di realizzare la pace eterna in un ambito provvidenzialmente concepito per essere in movimento e nella vicissitudine. L’altro è il tentativo di mantenere eternamente ciò che è, per propria natura, effimero; è anche la cecità di attribuire al ‘tesoro terreno’ quell’assoluto valore che appartiene solo al tesoro Celeste.</p>
<p>Eternità ed Infinità sono dimensioni dell’Assoluto, e potremmo dire che il senso travisato dell’Assoluto &#8211; in modo diretto, o anche attraverso una di queste dimensioni &#8211; sia alla radice di ogni peccato capitale. E’ il ‘riverbero’ dell’assoluto, che per quanto in modo remoto, può da solo provocare la mostruosità delle più o meno malsane esagerazioni in questione.</p>
<p>Il peccato d’ira presuppone come nell’avarizia, altrettanta mancanza di senso della proporzione, sebbene su di una modalità complessivamente diversa; potrebbe anche essere descritto come effetto ‘assoluto’ d’una causa relativa.<em></em></p>
<p>Tuttavia l’avarizia è la deificazione d’un oggetto materiale, mentre l’ira, come anche i peccati d’invidia e d’orgoglio, implica una certa deificazione dell’ego, la presunzione di possedere diritti che appartengono soltanto all’Assoluto, ovvero al Supremo Sé. Comunque, alla sommità dell’anima del Santo ci sono necessariamente elementi di sublime ‘tuono e lampo’, proprio come ci sono necessariamente elementi che si può dire appartengano alla gelosia divina, dal momento che ‘lesinano’, con cauto discernimento, l’attribuzione di qualsiasi valore assoluto ad ogni cosa, tranne che al Sé. In modo simile, avendo realizzato la risposta alla domanda ‘Chi sono?’,<a title="" href="#_ftn16">[16]</a> il Santo non può non partecipare all’Orgoglio Divino, che si rifletterà nella parte più esterna dell’anima, non come peccato d’orgoglio, ma come virtù di dignità e talvolta persino di maestà.</p>
<p>La parte intuitiva della sostanza psichica, la parte attraverso cui si può dire che l’anima colga il senso dell’Assoluto, dell’Infinito e dell’Eterno, può essere pienamente operativa soltanto se tutti i suoi elementi si trovino al posto giusto. L’anima del Santo è in perfetto ordine ed armonia; le anime decadute si trovano in uno stato di disordine che varia in modo incalcolabile da individuo a individuo. Ovviamente s’intende che parte della sostanza più elevata debba rimanere relativamente in uno stato non decaduto. Altrimenti non ci sarebbe alcun anelito per l’aldilà, e all’individuo in questione non riuscirebbe mai d’essere iniziato al cammino spirituale. Ma per quel che riguarda quegli elementi più elevati che sono disgregati e decaduti, finché non smetteranno di vivere al di sotto di loro stessi, cioè fin quando non abbandoneranno quei posti che hanno impropriamente occupato alla periferia dell’anima, ebbene lì continueranno a causare perversione o ostruzione a seconda che siano virulenti o intorpidenti.</p>
<p>In connessione col diffuso torpore degli elementi psichici, è particolarmente paradossale il fatto che la nozione di sincerità &#8211; o piuttosto la semplice parola, poiché raramente esprime qualcosa di più &#8211; debba apparire davvero grande nel compiacimento del ventesimo secolo, poiché la sincerità, che implica una vigilanza integrale, è proprio quel che manca all’uomo moderno. Le ormai trite parole ‘la sincerità è tutto quel che conta’ esprimono, se ben soppesate, una profonda verità; tuttavia, quasi ci si dimentica che la sincerità non può essere stabilita senza sapere riguardo a cosa si è sinceri. In altre parole, la qualità della reazione soggettiva è inestricabilmente dipendente dalla qualità dell’oggetto. Per fare qualche esempio pertinente, parlare di un ‘sincero umanista’ o di un ‘sincero comunista’ non è che una contraddizione in termini se poi la parola ‘sincero’ manca  totalmente di senso d’impiego. L’entusiasmo, lo sappiamo tutti, non è a garanzia che il soggetto sia sincero. Questo secolo, specialmente la sua seconda metà, è stato testimone delle più grandi orge d’instancabile entusiasmo, ed essendo l’oggetto, mai come prima, di così infimo valore, l’entusiasta è ridotto ad una piccola frazione d’anima, una frazione che &#8211; in modo provvisorio, così ci si auspica &#8211; s’è dichiarata indipendente dalla ragione, dalla memoria, e da altre facoltà. Tali casi non sono poi così pericolosi di per sé, ma sono in modo allarmante sintomatici d’una diffusa disgregazione psichica.</p>
<p>Per tornare ai meno iperbolici ma più cronici, e quindi più pericolosi entusiasmi dell’umanista e del comunista, dobbiamo soltanto considerare ciò che è l’uomo, per accorgerci che né l’umanesimo né il comunismo hanno alcunché da offrire a quelle che sono le più alte aspirazioni dell’anima umana.</p>
<p>Se un tale entusiasmo è tuttavia in grado di fare presa sull’intera vita d’un certo individuo, ebbene può farlo soltanto senza l’assenso dei suoi elementi più elevati; e la presenza negativa di questi elementi nella sua anima, siano essi intorpiditi o atrofizzati, sta a sottolineare una virtuale divisione interiore che impedisce qualsiasi forma di sincerità. Si potrebbe obiettare che in alcuni casi tali elementi siano pervertiti senza essere intorpiditi e che l’anima pur essendo piuttosto caotica, sia  nonostante ciò ‘tutta lì’, e quindi sia sincera; e non c’è dubbio, al riguardo dei due entusiasmi in questione, ch’essi siano capacissimi d’ottenere la loro formidabile spinta solo sviando, ad un grado elevato, i tesori latenti dell’anima di un fervore spirituale inoperoso e inutilizzato. Ma tali indebite sottrazioni non possono mai essere totali; la perversione è sempre frammentaria.</p>
<p>Nel suo significato più elevato, il fervore non è altro che la sete per l’Assoluto, per l’Infinito, per l’Eterno, e non ci possono essere misure comuni tra i veicoli psichici di tale fervore quando sono al loro posto, collocati alla sommità di un’anima normale, mentre soltanto una loro porzione s’è pervertita e s’è pericolosamente impantanata come parte d’un entusiasmo per qualche oggetto finito ed effimero.</p>
<p>Solo l’ortodossia religiosa nella sua interezza &#8211; ovvero fornita delle sue piene facoltà compresa la terza dimensione del misticismo &#8211; è abbastanza grande da conquistare l’intera sostanza psichica dell’uomo e coordinarla in una sincerità degna di questo nome. La Verità è Indivisibile Totalità e richiede all’uomo di diventare nient’altro che un tutt’uno indivisibile; inoltre è un criterio dell’ortodossia quello di rivendicare il diritto d’ogni elemento del nostro essere.</p>
<p>Tuttavia ci si chiede: come riesce il misticismo a determinare il contrario della <em>corruptio optimi pessima</em>, quel contrario che è espresso dalla <em>pietra scartata dai costruttori ch’è divenuta testata d’angolo </em>(Marco XII:10),<a title="" href="#_ftn17">[17]</a> come anche da <em>in Cielo ci sarà maggior gioia per un peccatore che si pente che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di pentirsi </em>(Luca XV:7)?<a title="" href="#_ftn18">[18]</a></p>
<p>La prima fase dell’alchimia spirituale del pentimento è ‘la discesa agli Inferi’ così chiamata poiché in primo luogo è necessario penetrare nelle profondità dell’anima per recuperare coscienza di quel ‘peggio’ che attraverso il pentimento deve tornare ad essere il ‘meglio’. Ma deve essere compresa con chiarezza che tale discesa è del tutto diversa da qualsiasi esplorazione psicoanalitica del subconscio. La psicoanalisi moderna rientra nella casistica del cieco che guida un altro cieco; ed anche se la guida fosse meno cieca di colui che viene guidato, non si tratta d’altro che d’un anima che lavora su un’altra anima, senza l’aiuto d’alcuna forza trascendente. Ma in un cammino spirituale degno di tale nome, la guida è lo stesso Spirito, personificato nel Maestro, ed operativo nei riti che permettono l’avanzata del ‘viaggiatore’. Tuttavia la parola ‘discesa’ non deve trarci in inganno. Nell’epica dantesca, senza meno per motivi formali, Inferno e Purgatorio sono separati. Tuttavia, sebbene egli non riesca a rappresentare se stesso nella discesa verso l’abisso infernale in contemporanea all’ascesa della Montagna del Purgatorio, il processo di presa di coscienza della colpa e quello di purificazione sono in realtà, per molti versi simultanei; né potrebbe essere altrimenti.</p>
<p>Ciò che l’anima non è in grado di fare per se stessa o per un’altra anima, può essere realizzato dallo Spirito, la cui presenza, veicolata dai riti, richiede come ricettività la presenza dell’anima nella sua interezza. Gli elementi psichici pervertiti non possono fare a meno di manifestarsi, ma lo fanno malgrado loro, ed alcuni si presentano sotto forma d’ira, ancora avviluppati da forze infernali.</p>
<p>Da questo punto di vista è più giusto dire che l’Inferno salga più che il mistico discenda; ed il risultato di quella ascesa è una battaglia<a title="" href="#_ftn19">[19]</a> di cui l’anima rappresenta il campo di battaglia. Ciò corrisponde a quella che nel Sufismo è chiamata la <em>Grande Guerra Santa.</em><a title="" href="#_ftn20">[20]</a> Quegli elementi che sono divenuti le possibilità più basse dell’anima devono essere liberati dalle forze dell’oscurità e costretti a rinunciare a quelle relatività che li tengono legati in modo eccessivo. È inutile dire, <em>la guerra contro l’anima,</em><a title="" href="#_ftn21">[21]</a> cioè contro i suoi mali interiori, non si vince facilmente. Ma se la parte fondamentale dell’anima è costante, e continua ad utilizzare quelle invincibili armi che lo Spirito le ha fornito, il nemico si arrenderà.</p>
<p>Una volta svuotati dei loro indegni contenuti e sgravati delle illusioni che li avevano resi ottusi ed inutilizzabili, gli elementi riscattati devono poi essere ben considerati nella loro vera natura. Si può dire che questa fase d’amore e di rimembranza segua quella della paura e della rinuncia, poiché <em>il timore nei confronti del Signore è l’inizio della saggezza</em>; ma anche qui c’è una sorta di simultaneità, nel fatto che l’amore è un fattore essenziale nell’alchimia della purificazione. Amore significa consapevolezza dei legami con l’Assoluto, ed è soprattutto tale consapevolezza che ha il potere di sciogliere i legami con la relatività. Si può dire che lo Spirito si rivolga agli elementi dell’anima decaduta esattamente con quello stesso messaggio che originariamente li aveva sedotti; ma questa volta il messaggio è vero, ed un messaggio vero è infinitamente più potente di uno falso: <em>O Adamo, vuoi che ti mostri l’Albero dell’Immortalità ed un Regno che non tramonta mai? </em>Agli elementi in questione, quelli che non furono concepiti che per il trascendente, ora viene soltanto chiesto di conformarsi alla propria natura, in modo che siano in grado di dimostrare quanto questa promessa di trascendenza, prima o poi, diventi irresistibile, di qui l’esaltazione da parte dei maestri spirituali di tutti i tempi e di tutte le religioni delle virtù della risolutezza, della perseveranza, della pazienza e della fiducia.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Lo Spirito, nella dottrina dell’Islam, è la vetta e la sintesi di tutta la creazione, che s’apre all’Increato e quindi che possiede implicitamente, se non esplicitamente, l’Aspetto Increato che altro non è che la Terza Persona della Trinità Cristiana. Secondo quanto ci dice lo Sceicco al-‘Alawi, nel suo trattato sul simbolismo delle lettere dell’alfabeto, la lettera <em>ba’</em>, che ha valore numerico di due, è un simbolo dello Spirito. Si veda <em>Un santo Sufi del XX° secolo</em> (Mediterranee &#8211; 1994), capitolo 7.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> Ciò riguarda non solo il tre in se stesso, ma anche la sua potenza, ovvero tre per tre.<em></em></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref3">[3]</a> In arabo la lettera <em>waw</em> ed in ebraico la lettera <em>vav</em> hanno entrambe il valore numerico di sei, e ciascuna ha valenza, nel proprio rispettivo linguaggio, di mediatrice linguistica, propriamente la congiunzione ‘e’.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref4">[4]</a> Questa riserva è forse necessaria poiché il settenario in questione sembra essere arbitrariamente incompleto, a meno che noi consideriamo gli specifici peccati per includerne implicitamente altri non esplicitamente menzionati ma che sono comunque strettamente affini. Prima di tutto, è bene ricordare che alcuni dei peggiori eccessi dell’uomo scaturiscono dalla partecipazione di due o più dei sette peccati. Per esempio, atti di terrificante crudeltà possono risultare dalla combinazione di peccato d’orgoglio, d’invidia, e d’ira, e ancora di più se questa triade narcisistica trovasse solide basi in un’avarizia così indurita da non lasciare spazio al benché minimo barlume di generosità.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref5">[5]</a> Inutile dire, ci sono molti gradi d’ira che stanno tra i due estremi; per esser più precisi, sebbene l’ira sia raramente santa, spesso è giusta e quindi spesso non è peccaminosa. Il peccato implica un eccesso di violenza sproporzionata alla causa, una più o meno completa perdita di controllo, e perciò di centralità, una momentanea sospensione di qualsiasi coscienza superiore; di contro la santa ira è come se fosse un flusso di coscienza superiore, una marea che dal centro straripa verso l’esterno.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref6">[6]</a> I detti del Profeta dell’Islam<em></em></p>
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<p><a title="" href="#_ftnref7">[7]</a> Ciò riporta alla mente la promessa Coranica a coloro che si pentono con sincerità: Dio cambierà i loro mali in beni, e Dio è Colui che tutto perdona, il Misericordioso (xxv: 70).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref8">[8]</a> Si veda sopra a pag. 55.</p>
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<p>[9] La dottrina dei <em>peccata capitalia</em> può esser fatta risalire sin dai tempi di Serapione, vescovo di Thmuis presso il delta del Nilo a metà del IV° secolo. Avendo stabilito otto peccati capitali, ne conteggiò soltanto sette, e quando gli fu chiesto dell’ottavo, rispose che era la condizione elementare dell’anima sotto l’influsso del peccato, condizione simbolizzata dalla prigionia degli Israeliti in Egitto. Ora tale prigionia era uno stato intermedio tra due libertà, l’otto è infatti simbolo dell’intermedio o del transitorio, il che può essere negativo, come in questo particolare caso, ma può anche essere positivo, come peraltro neutrale.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref10">[10]</a> Per quel che riguarda ciò che da un certo punto di vista potrebbe essere considerato come aspetto negativo, l’otto ha un effetto ‘mortale’ sul ‘cinque’ (l’uomo), dal momento che il numero ottenuto dalla loro moltiplicazione è il quaranta, che in molte diverse tradizioni rappresenta il numero della morte. Inoltre, in astrologia, delle dodici case che costituiscono l’intero cerchio celeste, è l’ottava che sta a significare la morte; ed in tale connessione possiamo ricordare che l’ottavo segno dello zodiaco è lo Scorpione, il cui geroglifico, la lettera M con un segno terminale uncinato, è doppiamente simbolico della morte, per il motivo del pungiglione della coda e poiché la stessa lettera sta per <em>mors</em>. Ma la morte non è necessariamente negativa, e  se la consideriamo come transizione da uno stato all’altro, il simbolismo ‘mortale’ dell’otto può essere incluso nel complessivo significato del numero, quale simbolo dell’intermedio, che è ciò che stiamo qui considerando. Si veda anche, in relazione a ciò, pag. 74, nota 1.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref11">[11]</a>  <em>Simboli fondamentali della scienza sacra</em> (Adelphi &#8211; 1987), capitolo 44.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref12">[12]</a> Come, ad esempio, quando riesce a sviare Mosè e Giosuè ch’erano quasi sul punto di raggiungere le Acque della Vita.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref13">[13]</a> Il Corano qui rappresenta Satana che tenta Adamo, non attraverso Eva, ma in modo diretto, ed in altri passaggi si rivolge a loro quando stanno assieme.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref14">[14]</a> È privo d’ogni fondamento reale sostenere che nessuna singola anima possa essere ritenuta responsabile di ciò che è avvenuto ‘attraverso i secoli’ e che la sua responsabilità inizi solo con la sua nascita su questo mondo. Secondo le religioni più antiche, che possono ancora permettersi di insegnare, con obiettivo realismo, certe verità secondarie che le religioni più recenti hanno ben ritenuto di velare &#8211; senza dubbio per far sì che i propri fedeli meno qualificati non siano distratti dall’essenziale &#8211; il nostro mondo non è altro che uno d’una infinita sequenza di mondi, una periferica catena di morti e rinascite denominata dall’Induismo e dal Buddismo come <em>samsara</em>. Tutte le fedi sono d’accordo che la religione è l’unico mezzo per fuggire dalla periferia al centro; ma la dottrina del <em>samsara </em>afferma espressamente che quando un individuo entra in un mondo, la particolare eredità e l’ambiente in cui nasce in quel mondo, sono la risposta esatta a tutti i meriti conseguiti nel suo precedente stato, ovvero al suo <em>karma</em>. Si può dire che le religioni più recenti implichino ciò affermando che Dio è Giusto e che i bambini non nascono innocenti, di qui la dottrina del peccato originale. In altre parole, anche se Ebraismo, Cristianesimo, ed Islam non riconoscano esplicitamente precedenti stati di esistenza, la realtà li obbliga quantomeno a considerare ogni essere come se fosse venuto al mondo con un carico di colpe già addebitate. Si veda, in riferimento al <em>samsara</em>, Martin Lings, <em>L’undicesima ora</em> (Settimo Sigillo &#8211; 2003).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref15">[15]</a> Abu Bakr Siraj ad-Din, <em>The Book of Certainty</em>, capitolo 6 (Cambridge, 1991). Si veda anche ibidem, il capitolo 5 su tale punto.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref16">[16]</a> Il riferimento è alla questione metodologica che è alla base dell’insegnamento di Sri Ramana Maharshi.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref17">[17]</a> Si veda anche Matteo XXI:42 e Luca XX:17. Non viene propriamente espresso da queste parole nel loro senso più elevato, così come sono citate da Cristo e commentate da San Paolo, ma in un senso più relativo, riguardo ciò ch’è insito alla parabola del figliuol prodigo. Il loro originale contesto nei Salmi (CXIII:22) è direttamente, sebbene non in modo esclusivo, suggestivo di tale ulteriore interpretazione relativa:</p>
<p align="center">Il Signore m’ha castigato duramente: ma non mi ha abbandonato alla morte</p>
<p align="center">Aprimi i cancelli della rettitudine: io v’entrerò, e pregherò il Signore…</p>
<p align="center">Ti pregherò: poiché Tu mi hai ascoltato, e sei venuto in mio soccorso.</p>
<p align="center">La pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta testata d’angolo.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref18">[18]</a> Questa ‘giustizia’ è esattamente analoga alla simmetria della maggioranza delle pietre. D’altro verso, la mancanza di simmetria per cui la chiave di volta fu rifiutata, considerandola deforme rispetto agli standard abituali, una volta che questa pietra ha assunto la sua giusta collocazione alla sommità del suo arco, appare come estensione di celestiale sopraformalità, peraltro nel simbolismo massonico, come vedremo, l’arco è uno dei simboli fondamentali del Cielo.</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref19">[19]</a> Molto di quel che sta in questo paragrafo, ho avuto già modo di pubblicare altrove, con riferimento a Shakespeare. Non ci sono dubbi che in età matura egli fu profondamente conscio di quel che si sta considerando qui, ovvero dello sviluppo dell’anima verso l’umana perfezione, che presuppone la redenzione e l’integrazione di tutte quelle parti della sostanza psichica che si trovano fuori posto. In più d’una delle sue tarde opere teatrali ci viene mostrato l’improvviso destarsi degli elementi intorpiditi in un anima fin a quel momento inconsapevole della loro esistenza. Due dei personaggi in questione sono Angelo in <em>Misura per misura</em> e Leonte nel <em>Racconto d’inverno</em>. Si veda <em>Il segreto di</em> <em>Shakespeare </em>(Athanor &#8211; 1985).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref20">[20]</a> Si veda Muhammad: his life from the earliest sources (Inner Traditions &#8211; 1983).</p>
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<p><a title="" href="#_ftnref21">[21]</a> Definizione del Profeta della Grande Guerra Santa</p>
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<p>Martin Lings tradotto da Eduardo Ciampi</p>
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		<title>Il Mito nella Cultura Tradizionale</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jun 2012 10:13:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>wpbetilo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“[...] queste cose non avvennero mai, ma sono sempre: l’intelligenza le vede tutte assieme in un istante, la parola le percorre e le espone in successione.” Salustio, Sugli dèi e il mondo, IV, 8 &#160; &#160; Nella storia della cultura non vi è assolutamente nulla di più affascinante e misterioso del mito. Esso sembrerebbe, apparentemente, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>“[...] queste cose non avvennero mai, ma sono sempre: l’intelligenza le vede tutte assieme in un istante, la parola le percorre e le espone in successione.”</p>
<p>Salustio, <em>Sugli dèi e il mondo</em>, IV, 8</p>
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<p>Nella storia della cultura non vi è assolutamente nulla di più affascinante e misterioso del mito. Esso sembrerebbe, apparentemente, destinato a restare un enigma insolubile; secondo alcune correnti di pensiero, una manifestazione del tutto inintelligibile della mente umana; lo si è infatti voluto etichettare a tutti i costi sotto la voce ‘irrazionale’, giacché si pretende che sia, per definizione, del tutto privo di logica. Secondo la vulgata evoluzionista o progressista, è soltanto l’espressione primitiva di un pensiero debole, ancora incapace di vera razionalità e comprensione, pertanto si esclude categoricamente che esso abbia mai effettivamente qualcosa da insegnarci, e, se mai invece dovessimo in qualche modo scorgervelo, si può star certi che tale insegnamento non valicherà mai gli angusti confini dell’umano. Si è detto e si dirà: “Gli dèi non hanno forse forma umana? E non sono fin troppo umane le loro personalità e loro vicende?”. Sì, apparentemente. In verità, vi è innanzitutto da dire che tutte le accennate concezioni del mito appartengono invariabilmente a punti di vista che sono nettamente estranei, e non solo per ragioni cronologiche od antropologiche, al contento originario in cui il mito stesso è sorto e si è tramandato. Tale contesto è indiscutibilmente quello del Sacro e, in particolare, della cultura misterica e sapienziale. Chiunque prescinda, volontariamente o involontariamente, da tale ineludibile presupposto, non potrà che effettuare un’operazione interpretativa scorretta e fallimentare a priori, se non proprio procedere ad una mistificazione pura e semplice. Quando si intende studiare obbiettivamente una cultura notevolmente differente dalla propria, è indispensabile accettarne i principî ed i valori fondanti, gli archetipi che la costituiscono e la animano; è assolutamente necessario, altresì, osservarla attraverso la visione complessiva del mondo che la caratterizza, e non secondo una concezione della realtà che non le appartiene minimamente. Il dovere dell’autentico ricercatore è quello di sforzarsi di comprendere il più possibile il particolare punto di vista della cultura studiata – che dev’essere assunto preliminarmente come base metodologica costante, e come garanzia dello stesso rigore scientifico della ricerca -, e non di criticarla o rappresentarla secondo un complesso di idee precostituite, derivate dal contesto culturale a cui appartiene esclusivamente il ricercatore stesso. Sarebbe come un tale che decidesse di imparare una lingua straniera totalmente diversa dalla propria, e pretendesse di analizzarla, o addirittura criticarla, come se questa dovesse possedere per forza la stessa grammatica, la stessa sonorità, o basarsi sullo stesso immaginario.</p>
<p>Il mito è sempre, universalmente legato ad una teologia e ad una cosmologia ben definite, e solo in strettissimo rapporto con esse possiede un’effettiva validità ed intelligibilità. Commettono quindi un errore madornale tutti coloro i quali lo considerano alla stregua della pura narrativa fantastica, e conseguentemente lo apprezzano solo in termini letterari, ossia per la grande vivacità immaginativa che esso dimostrerebbe. Troviamo quindi assolutamente sbalorditivo, anzi inconcepibile – e perciò fors’anche abbastanza sospetto -, che, facendo l’esempio specifico dei miti greci – altamente rappresentativi di quelli di ogni epoca e cultura, e come tali assunti d’ora innanzi -, nel tempo ci sia stata una caparbia ostinazione nel non voler in alcun modo tenere buon conto della loro interpretazione da parte degli spiriti più nobili dell’antica filosofia ellenica. Si è riusciti nella più che acrobatica manovra di aggiramento storico e culturale che si possa immaginare: evitare, nella maniera più gratuita ed incomprensibile, di fare diretto ricorso alle più grandi menti dell’antichità occidentale, le quali effettivamente si erano pronunciate – e nemmeno troppo concisamente – sia sul tema generale, e sia sull’interpretazione puntuale di vicende mitiche precise. Innanzitutto, qualcuno, tra coloro che solitamente affermano l’equazione mito = irrazionalità, dovrebbero spiegarci come mai, ad esempio, lo stesso Platone che sappiamo essere, oltre che sommo maestro di filosofia, un grande esperto di logica pura, matematica, geometria, fisica ed astronomia, non solo tramandò alcuni miti arcaici dell’Ellade, ma ne creò anche di suoi – se è effettivamente vero che ne fu lui stesso l’autore originario – per esprimere alcune sue dottrine. E come mai si ignora completamente Plutarco quando illustra, con la massima chiarezza e la sufficiente ampiezza di argomentazione, la genesi e le finalità autentiche dell’espressione mitica? E che dire, poi, di Plotino, o di Proclo, o di altri notevoli filosofi Platonici come Damascio, Olimpiodoro, Ermia di Alessandria o Salustio, che rivelarono esplicitamente il significato recondito di svariate narrazioni mitiche sorte dalla tradizione misterica legata al nome del leggendario Orfeo? Perché tutto questo antico e notevole patrimonio esegetico si trova seppellito nel silenzio quasi completo? Perché esso, invece, non si trova ad essere, come necessariamente dovrebbe, il nucleo centrale ed imprescindibile di qualunque serio studio sul mito ellenico? Sulla base di quale pretesa uno studioso dell’era moderna, per poter comprendere quella cultura arcaica – lontanissima da lui non solo in termini meramente cronologici, ma piuttosto filosofici e spirituali -, dovrebbe trovarsi in una posizione migliore di tutti questi sapienti, i quali, non solo erano contemporanei di un mondo di idee ancora vivente, ma avevano ancora a loro disposizione un enorme deposito di tradizioni orali e di testi – si pensi solo alla leggendaria biblioteca di Alessandria – per noi perlopiù irrimediabilmente perduti? Ad esempio, come ha mai potuto osare un Otto Kern definire “stupidaggini” le interpretazioni procliane dei più importanti miti orfici? Se non fosse stato per i filosofi Platonici, avremmo certamente ignorato la maggior parte di ciò che sappiamo dell’Orfismo. Perché, dunque, considerare quegli autori solo in quanto validi mitografi e non anche quali eminenti mitologi, ossia come preziosissimi ed insostituibili esegeti dei mitologhemi da essi stessi trasmessi? O il rifiuto viene opposto solo perché si tratta di interpretazioni metafisiche? E con quale arbitrio si sosterrebbe – o si sottintenderebbe – che la metafisica non debba avere nulla a che fare col mito, o viceversa? Collocandosi su posizioni di questo tipo, non si rischierà forse di consentire a qualche maligno di sospettare, quantomeno, che è assai più facile fare i filologi, od i critici letterari, piuttosto che i filosofi nel senso più vero del termine? In effetti, è indubbio che la metafisica, o la teologia, dei filosofi Platonici è estremamente complessa e di difficile assorbimento; pertanto, è ben chiaro che se essa dovesse essere riconosciuta indispensabile per la reale comprensione dei miti ellenici, certamente non pochi mitologi moderni si troverebbero a mal partito. Specie tra quelli più fantasiosi e “creativi”.</p>
<p>Sia dunque ribadito definitivamente: da un punto di vista tradizionale, non è assolutamente ammissibile la validità di alcuna interpretazione di qualunque retaggio mitico, laddove tale operazione si collochi, parzialmente o totalmente, al di fuori del contesto teologico o sapienziale della tradizione sacra che ha generato e trasmesso quello stesso retaggio.</p>
<p>A parte i grandi maestri del Tradizionalismo del secolo XX, solo alcuni importanti studiosi hanno considerato ed espresso il mito per quel che realmente è: Mircea Eliade, Walter F. Otto, Henry Corbin e pochissimi altri. Tuttavia, nonostante i loro notevoli sforzi, a causa della pressione schiacciante del razionalismo e del materialismo imperanti, sciaguratamente prevale un’idea di esso che si conforma ad un inveterato pregiudizio “illuminista”. Assolutamente ridicola, in primis, è la pretesa secondo cui i miti furono concepiti essenzialmente per poter in qualche modo spiegare i fenomeni naturali: anche al loro lettore più superficiale non dovrebbe affatto sfuggire che l’universo mitico si presenta come una realtà <em>sui generis</em>, come un cosmo avente una realtà del tutto autonoma ed indipendente dal mondo naturale in cui ci troviamo. Di più: all’interno di esso è molto più quel che ci appare di innaturale, per non dire di impensabile o di impossibile, piuttosto che di naturale o anche solo di verosimile. E non è forse altrettanto evidente che, mentre gli eventi o le forze naturali ci appaiono necessariamente impersonali, gli dèi dell’universo posseggono invece delle identità non solo molto precise, ma dotate di personalità decisamente spiccate, dai tratti inconfondibili? A tal proposito, la solita vulgata ha sempre asserito che tale modo di concepire quelle forze, personificandole, dipendesse dall’elementare esigenza psicologica di “umanizzare” tali entità apparentemente insensibili ed inesorabili. Naturalmente, quest’idea non regge minimamente, giacché, volendo porre la questione nella stessa ottica dei materialisti e dei razionalisti, se l’uomo arcaico era costretto a lottare quotidianamente e duramente contro gli elementi del mondo fisico, i quali spesso ne minacciavano la stessa sopravvivenza, egli era decisamente più pressato a trovare delle valide ed efficaci soluzioni tecniche, ossia pratiche, ai suoi problemi materiali, piuttosto che a fantasticare vanamente di dèi, spiriti o altro. E se anche avesse inizialmente perso tempo con tali presunte fantasticherie ed i rituali annessi e connessi, dovendone inevitabilmente riscontrare quasi subito la totale e drammatica inutilità, non avrebbe tardato molto a farla finita con tutto ciò. O si vuole comunque insistere nel considerare gratuitamente l’uomo della remota antichità come una specie minorato mentale? Le antiche civiltà, invece, non ci hanno forse stupefatto, così come tuttora fanno e faranno in futuro, in mille occasioni, proprio nel campo della tecnica?</p>
<p>Rifacciamoci, dunque, ai summenzionati sapienti dell’antica Ellade, e definiamo il Mito esclusivamente in base all’insegnamento che ci è stato tramandato: come sostiene Proclo – al principio del primo libro della sua <em>Teologia Platonica </em>-, oltre a Plutarco nel suo <em>Iside e Osiride</em>, esso non è altro che il sottile linguaggio per “immagini”, che la metafisica e le teologie arcaiche adottavano per esprimere i propri concetti e misteri. Le realtà trascendenti ed eterne, essendo assolutamente incorporee, invisibili, o, in generale, del tutto impercettibili, e soprattutto inconcepibili dalla mente umana considerata nel suo stato ordinario, non possiedono in se stesse alcuna forma, e pertanto, a meno di una loro diretta rivelazione, resterebbero naturalmente occulte ed incomunicabili. Le immagini mitiche, tuttavia, possiedono per l’appunto il potere di rivestire tali realtà divine di una forma che le renda effettivamente comunicabili al pensiero, parlando innanzitutto all’immaginazione ed all’intuito.</p>
<p>Il linguaggio mitico si basa sulla capacità espressiva del simbolo, il quale deve la propria veridicità ed efficacia al suo essere costituito sulla base di un’analogia effettiva con la realtà simboleggiata, sia quando esso è un ente naturale e sia quando invece è un oggetto appositamente concepito e strutturato per divenire tale. In questo senso, la logica mitica è sempre precisa e rigorosa: essa svela la trama invisibile dei nessi impalpabili che collegano tutto ciò che esiste, in base alla legge trascendente della «simpatia universale». In tal modo, dunque, la realtà divina, da essere totalmente ineffabile, diviene, per natura o per artificio, in qualche modo trasparente alla mente umana, che è ora resa capace di coglierne un riflesso nient’affatto illusorio, bensì rivelatore, profetico. L’universo mitico, ancorché profondamente enigmatico, è lo specchio veridico del cosmo divino, e questo si disvela attraverso quello solo allorquando se ne possiedono le chiavi, e queste possono essere date solo dalla sacra tradizione sapienziale. Inoltre, l’enigmaticità del Mito è connaturata al mistero profondo delle realtà divine, lo riflette: l’enigma spinge alla ricerca l’uomo istintivamente proteso al Divino, gli indica la via necessaria al suo raggiungimento, la quale non può mai essere quella di ciò che è esteriormente evidente, ma solo quella che punta all’interno della stessa coscienza, come in un oscuro antro sacro.</p>
<p>Tornando alle idee erronee sulla mitologia, Plutarco condanna nettamente l’“evemerismo”, che è quella concezione secondo cui i miti riguardanti gli dèi non sarebbero altro che il risultato della mitizzazione di eventi storici reali ed estremamente remoti, i cui protagonisti avrebbero finito per essere divinizzati dalla memoria e dalla fantasia popolari. Si deve tener conto che spesso gli dèi sono presentati come grandi inventori o padri civilizzatori – come Prometeo, Mercurio/Hermes o Saturno/Kronos -; ebbene, se invece si fosse trattato di semplici uomini, per quale assurda ragione si sarebbero dovute inventare delle entità soprannaturali al posto degli effettivi benefattori della razza umana? Ad ogni modo, non v’è dubbio che la cultura antica abbia sempre distinto nettamente gli antenati illustri e gli eroi dagli dèi veri e propri, per cui pare proprio che, perlomeno concettualmente, non vi fosse alcuna confusione tra di essi; persino i faraoni egizi, pur essendo considerati divini, non venivano affatto incorporati nel pantheon della religione ufficiale. È soprattutto assolutamente chiaro che gli dèi possiedono invariabilmente un carattere di universalità che non può in alcun modo accordarsi con delle individualità umane, per quanto valorose o gloriose possano mai essere.</p>
<p>In verità, la ragione più autentica e profonda di qualunque rappresentazione antropomorfica delle realtà divine – ed il grande beneficio che essa in tal modo può produrre -, soprattutto in un ambito politeista, consiste nel fatto che, esprimendo la presenza dell’umano nel divino, essa per converso suggerisce anche la presenza del divino nell’umano; in tal modo, non solo avvicina le due realtà, ma addirittura le lega insieme inestricabilmente, poiché, sottilmente, suggerisce che dal primo nasca il secondo e viceversa, in un ciclo eterno ed immutabile. Spesso il Mito non ci narra forse delle origini divine degli eroi, o dell’intera razza umana, e non evidenzia di continuo la costante interazione o compenetrazione tra il mondo divino e quello umano? Di certo il lato umano della storia del mondo sembra esserne il lato debole, ma, allora, perché mai gli dèi dovrebbero interessarsene così tanto da interferirvi costantemente? Quale oscura necessità li indurrebbe a tale comportamento?</p>
<p>Non sarebbe il caso di ricordare la massima di colui che disse che gli dèi sono uomini immortali e gli uomini dèi mortali?</p>
<p>Un altro importante dato dottrinale, che il filosofo di Cheronea ci ha fortunatamente trasmesso, è che in verità i protagonisti dei racconti mitici non siano affatto gli dèi, ma le entità demoniche ad essi collegate: Proclo infatti spiega che esistono precise “serie” o “catene” che, a diversi livelli, gerarchicamente, legano le realtà soprannaturali; e quei “demoni” costituiscono precisamente l’ultimo anello di tali catene, quello più vicino agli uomini ed in contatto con loro. Essi sono appunto i messaggeri degli dèi, ed è per questo che Plutarco afferma che sono infatti solo loro, e non gli stessi dèi, a pronunciare oracoli negli antri sacri o nei santuari. Anche Platone, nel <em>Simposio</em>, accenna al fatto che forse i miti che narrano di guerre tra gli dèi, o di singoli episodi di violenza riguardanti alcuni di essi, non andrebbero davvero riferiti ad essi; e non riteniamo che con ciò il maestro di Atene abbia semplicemente voluto intendere che tali racconti non dovrebbero esser presi alla lettera – cosa fin troppo evidente e scontata -, ed infatti qui egli parla anche di Eros, in quanto demone, e non in quanto dio, come in precedenza aveva fatto, a riprova che esiste tanto un supremo dio con quel nome, quanto un demone omonimo, collegato e subordinato al primo.</p>
<p>L’elemento fornito da Plutarco è assai prezioso, perché indica precisamente la dimensione alla quale il mito appartiene; infatti, i “demoni” – da non confondere con gli esseri diabolici noti nel giudaismo e nel cristianesimo – appartengono al regno dell’Anima del Tutto, ossia alla sfera incorporea dello psichismo cosmico, che è intermedia tra la sfera puramente spirituale e quella prettamente sensibile e fenomenica. Si tratta di quello che Henry Corbin ha chiamato «Mondo immaginale», ossia, come s’è detto, all’universo psichico autonomo costituito dalle immagini metafisiche degli esseri divini. Il “luogo” delle teofanie. Anche se in qualche modo vi abbiamo già accennato, non resta che dire come il Mito ebbe origine; ebbene, ancora una volta, è la tradizione sacra a rivelarcelo; è vero infatti che i grandi poeti ellenici, autentici profeti, abbiano sempre dichiarato esplicitamente di aver trasmesso in poesia le loro visioni sugli dèi in seguito ad una ispirazione divina, e sempre tutto ciò venne puntualmente e nettamente confermato dai grandi maestri della sapienza di Grecia, i quali fin troppo bene conoscevano i prodigi dell’invasamento divino, dell’autentico “entusiasmo”. Assai male, quindi, farebbe chi pensasse che tali dichiarazioni costituissero un mero espediente retorico – esso avrebbe potuto divenirlo solo molto più tardi -, giacché, per quanto incredibile possa sembrare, quella è null’altro che l’assoluta verità.</p>
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<p>Giovanni M. Tateo</p>
