Archivio di ottobre 2008

Considerazioni sul concetto di Tradizione

La Tradizione è la struttura fondamentale di una civiltà di tipo organico, differenziato e gerarchico in cui i domini e tutte le umane attività hanno un orientamento dall’alto e verso l’alto.

Questa definizione di Julius Evola (1898 – 1974), tratta da “Il cammino del Cinabro”, riteniamo sia la definizione più adeguata, per il termine Tradizione scritto con la T maiuscola, ad indicare un preciso significato di tipo filosofico.

Le parole “orientamento” con soprattutto la precisazione “dall’alto e verso l’alto”, ci inducono a fare degli approfondimenti di tipo metafisico. Il presupposto infatti, per

comprendere la Tradizione, ma soprattutto viverla, è credere in una realtà soprannaturale, lontana dal condizionamento dei sensi e non vincolata dallo spazio e dal tempo.

Per la Tradizione tutto ha avuto inizio con il Principio identificato anche come Archetipo, Modello esemplare, Essere Supremo, Volontà Divina.

Il Principio è Uno e Tutto, il Principio è Tutto e Uno.

In esso non esistono contrapposizioni tra luce ed ombra, tra giusto ed ingiusto, tra bene e male tra amore e odio. Come riporta Guenon(1886 – 1951) “il Principio è senza dualità, fuori di esso non vi è niente, né manifestato né non manifestato”, nel principio è racchiuso l’Essere ma anche il non Essere. La Tradizione è universale ed eterna, non ha avuto inizio e non avrà una fine. Non può comprendersi razionalmente, poiché la ragione è temporale e quindi inadeguata ad accettare ciò che è eterno.

Secondo la Tradizione l’intera realtà, con i suoi ritmi, le sue leggi e i suoi misteri è concepita come la manifestazione di un ordine superiore, ordinata dall’alto, senza nessuna separazione tra ciò che sta in alto e ciò che sta in basso. Tra cielo e terra, tra Dio e uomo, esiste una esatta somiglianza, l’uno il riflesso dell’altro. Citando sempre Evola quest’ordine “presuppone dei principi aventi una immutabile validità normativa e un carattere metafisico.” (trascendenza immanente)

Per tale presupposto l’uomo tradizionale ha della realtà una concezione simbolica e spirituale, di convivenza con ciò che è sacro. Con la parola “sacro” vogliamo intendere ciò che trascende e oltrepassa l’individuo, supera il tempo e la materia, si ricollega con il mondo soprannaturale. Di diversa specie è anche il rapporto con la divinità, laddove il divino non è concepito come una persona, bensì come una forza presente nella realtà di tutti i giorni, che regola la causa e l’effetto. L’uomo delle società tradizionali si sente solidale con le forze divine, con il cosmo e con i ritmi cosmici. I comportamenti generali dell’uomo tradizionale acquistano valore in quanto partecipano di una realtà che li trascende, il loro significato è legato al fatto che riproducono un atto primordiale, ripetono un esemplare mitico.

L’uomo moderno invece ha creato con Dio un rapporto, che la Teodicea definisce, di tipo retributivo, dove il bene e la salvezza sono il premio per i giusti e le sofferenze e le

ingiustizie sono l’effetto conseguente di una condotta peccaminosa.

Tale rapporto rischia però di impoverire la vita “temporanea” terrena vissuta con l’attesa di un premio finale, caratterizzata dal Do ut Des con il divino, dove il risultato diventa più importante del metodo.

L’uomo tradizionale alla concezione di Dio come forza, faceva riscontrare la concezione di culto come Rito. Lo stile di vita e la condotta caratterizzavano la sua religiosità. Per fare un esempio, la Virtus e la Pietas significavano per l’uomo Romano dell’antichità, un atteggiamento di venerazione e di fiducia per un ricongiungimento con il soprannaturale sempre presente nella vita degli uomini. Attraverso il Rito l’uomo tradizionale riesce ad entrare in contatto con la tradizione primordiale e ricreare l’azione sacra che sta alla base della vita. Con il Rito avviene il ricollegamento con il Principio. Il Rito ristabilisce l’ordine e ferma il caos. Il Rito diventa azione creatrice.

Ci piace ricordare che gli Imperatori Romani non davano inizio ad alcuna guerra senza i dovuti sacrifici e le cerimonie rituali che un collegio di sacerdoti erano incaricati a svolgere in maniera perfetta e regolare. L’efficacia del Rito infatti veniva garantita solo se venivano compiute tutte le azioni nel rispetto delle regole che ne assicuravano la validità. Qualora il rito fosse alterato da elementi oggettivi o soggettivi e avesse perso l’elemento sacro, sarebbe diventata una cerimonia passiva e priva di qualsiasi valore spirituale e quindi inutile al suo scopo di contatto con le forze soprannaturali.

Per fare un esempio quando in un laboratorio si sbaglia per errore un esperimento, bisogna ripeterlo.

Insieme al rito l’uomo riesce ad entrare in contatto con il sovrasensibile attraverso il Mito.

Il Mito è un racconto sacro, che spiega la realtà in forma allegorica e permette all’uomo di vivere i suoi comportamenti quotidiani, integrato con il cosmo. Ripetendo nelle sue azioni l’esempio di un Mito, tiene lontano il caos ed entra in un tempo religioso denso di punti di riferimento saldi ed eterni. A tal proposito consideriamo indispensabile ricordare la diversa concezione del tempo per l’uomo tradizionale. Se nell’era moderna il tempo viene considerato secondo una visione lineare, in continuo mutamento, con un passato che non ritorna, in divenire, per l’antichità il tempo veniva considerato ciclico, con fermi e saldi riferimenti all’eterno. Le leggende ed il mito rappresentavano per i popoli antichi la loro base spirituale. Il trascorrere del tempo è misurato secondo elementi qualitativi e non quantitativi. Un precetto religioso coincideva con un precetto giuridico. Il ripetersi del tempo in maniera circolare, il giorno e la notte, i solstizi e gli equinozi, garantivano e rappresentavano l’eternità.

Esiodo (VIII – VII a.C.) ci ha descritto, nella sua opera, le “Quattro Età”, l’Età dell’oro, l’Età dell’Argento, l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro. La tradizione indù similmente, chiama Satya Yuga l’Età dell’Oro, Treta Yuga l’Età dell’Argento, Dvapara Yuga l’Età del Bronzo e Kaly Yuga l’Età del Ferro. Queste età si susseguivano l’una con l’altra secondo un ordine qualitativo decrescente, indice di decadenza e desacralizzazione della vita dell’uomo. Individualismo, materialismo e utilitarismo creano il disordine, prefigurando un obiettivo unico sovversivo: l’allontanamento dal sacro. Il corpo e l’anima hanno il sopravvento sullo spirito. L’uomo perde i punti di riferimento e perde il suo orientamento verso l’alto.

Solo attraverso il Mito riceve il giusto orientamento nelle proprie azioni e nell’intera vita. In taluni casi il Mito si integra con il Rito al fine di creare un filum tra il Rito stesso e i simboli in esso contenuti.

La verità sovrasensibile è espressa dal Simbolo, citando Bachofen (1815 – 1887) “solo al simbolo riesce di raccogliere nella sintesi di una impressione unitaria gli elementi più diversi”. L’origine del simbolo non è umana, è la fissazione di un gesto rituale che ha molteplici significati e diverse interpretazioni, tutte vere e tutte reali.

Affinché il Simbolo sia interpretabile è necessario per l’uomo un intervento esterno, la trasmissione di una influenza spirituale che si effettua ritualmente: l’Iniziazione.

L’Iniziazione indica un nuovo inizio, un punto di partenza di un processo che consente all’uomo di liberarsi dalla condizione umana per ascendere verso il Principio e creare la trasmissione (Tradizione) dei valori che giungono dall’origine primordiale.

E’ indispensabile per cominciare un cammino iniziatico che l’uomo abbia delle caratteristiche e delle qualificazioni interiori tali da poter garantire il giusto contatto con la

Verità. Oltre ai due elementi che appartengono al piano individuale: l’anima ed il corpo, vi è lo spirito, l’ente soprannaturale che sta al di sopra di ogni essere individuale. E’ lo spirito che comunica con l’Essere universale, principio di ogni esistenza.

Il corpo infatti è mera sostanza materiale, temporanea, mortale, puro involucro dell’essere, l’anima è l’insieme delle energie vitali quali la psiche, i sentimenti, gli impulsi e l’istinto, mentre è lo spirito che costituisce il sé, l’elemento metafisico dell’individuo, il suo vero essere ed essenziale.

L’anima ed il corpo costituiscono l’asse orizzontale dell’esistenza, quella terrena e materiale, viziata dalle passioni, dai pregiudizi, dal peccato; lo spirito invece costituisce

l’asse verticale che auspica l’ascesi verso il Principio.

Riteniamo utile in questo caso richiamare i vari simboli che descrivono l’incontro tra il cielo e la terra, tra Dio e l’uomo, tra l’alto ed il basso: la croce, con l’unione del terreno (braccio orizzontale) e del trascendente (braccio verticale), la scala, con la sua bidirezionalità che consente il contatto tra le forze divine e l’uomo, la montagna sacra, come indicazione del centro del mondo (Monte Tabor, Monte Meru, Golgota), l’albero capovolto che affonda le proprie radici nell’alto dei cieli e produce i suoi frutti sulla terra.

 

L’uomo della Tradizione pertanto attraverso una rigorosa formazione interiore ed una crescita spirituale, può ottenere il risveglio della sua essenza metafisica. I valori spirituali e super – individuali costituiscono il vero asse e il punto di riferimento per l’individuo e per la realtà in cui esso vive.

Arriviamo quindi alla prima parte della definizione evoliana, di Tradizione, quella dove troviamo concetti ben delineati quali “civiltà organica“, “sistema differenziato e gerarchico“.

Alla base di questo enunciato dobbiamo diversificare i concetti di “Civiltà” e di ”civilizzazione” di Spengleriana memoria. Civiltà è il dominio dell’uomo sulla natura, dipendenza da un potere superiore, un popolo portatore di un definito e virile stile di vita, di una visione del mondo, di una spiritualità; civilizzazione con il progresso, il miglioramento tecnico e la omologazione al mondo dei prodotti, è la ideologia che pone l’economia, concetto assente nelle civiltà tradizionali, come valore assoluto, “metafisico”, per l’uomo.

Se alla parola “civiltà” associamo la parola “organica”, come nella definizione di Evola, entriamo maggiormente in dettaglio nel concetto tradizionale di tempo organico e ciclico.

Oswald Spengler (1880 – 1936) definiva le “civiltà come organismi e la storia universale è la loro biografia complessiva“. Le civiltà nascono, crescono e muoiono, e come tutti gli organismi sono irripetibili e unici. Le civiltà tradizionali diverse nella forma sono identiche nel loro principio. Le forze spirituali costituiscono il pilastro su cui si basa l’organizzazione generale. Ogni parte nella sua autonomia, ha una funzionalità ed una connessione con il centro. Il centro è il tutto. Non esistono contrapposizioni tra le parti, ma tutti i corpi (domini), si trovano in sinergia, si adeguano nell’esercizio della loro funzione al tutto, pur conservando la loro indipendenza, essi svolgono attività che convergono in una unica direzione, orientati dal centro.

La spiritualità dell’unità è il fondamento grazie al quale un sistema organico ha per effetto la sintesi del particolare e la sua integrazione. La forza ordinatrice è di origine divino, la sua manifestazione è nelle mani di colui che esercita l’autorità e racchiude insieme il potere politico, religioso, militare e legislativo: il Re, l’Imperatore il Pontifex, colui che costituisce il tramite (ponte) tra il cielo e la terra, tra il divino e l’umano. (primus inter pares)

Così come in un organismo le forze fisiche sono sorrette da forze vitali che a loro volta obbediscono al carattere e all’anima, sottomesso a loro volta allo spirito, anche le società tradizionali, nella loro organicità sono organizzate secondo schemi gerarchici e differenziati. Non ci riferiamo ad una inutile burocrazia, tipica delle società moderne, o a una gerarchia di tipo militare, ma ci riferiamo ad una gerarchia spirituale, con qualità sacre e spirituali la cui legittimità deriva direttamente da Dio.

Principio, Sacro, Mito, Simbolo, Tempo ciclico, spiritualità, sono tutti termini con i quali, chiunque voglia avvicinarsi allo studio della Tradizione, deve confrontarsi, deve convivere.

Qualunque grande e futura trasformazione a nulla servirà se non prima preceduta da una trasformazione di tipo interiore che ponga l’uomo stesso in sincronia con il cosmo. Dinanzi ad una evidente e progressiva decadenza dei valori spirituali solo una “élite che definisca secondo un rigore intellettuale ed un’assoluta intransigenza l’idea, in funzione della quale si deve essere uniti, ed affermi questa idea soprattutto nella forma dell’uomo nuovo, dell’uomo dritto fra le rovine”.

 

Salvatore Fraghì

 

Bibliografia:

O. Spengler – Il tramonto dell’Occidente

M. Eliade – Il Mito dell’eterno ritorno

J. Evola – Rivolta contro il mondo moderno

R. Guenon – L’uomo e il suo divenire secondo il Vedanta

J. Evola – Orientamenti

J. Evola – Il Cammino del Cinabro

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