Archivio di dicembre 2017

I Cinque Periodi della missione del Buddha: un confronto con l’I Ching

I Cinque Periodi della missione del Buddha: un confronto con l’I Ching

[ SUDDIVISO IN DUE PARTI ]

 

[PRIMA PARTE]

Mi è capitato di leggere in Storia della filosofia orientale, libro di cui ammetto di avere ignorato anche l’esistenza poco prima di trovarlo, una pagina interessante sulla diffusione della dottrina buddistica:

 

Uno dei più illustri pensatori cinesi del VI secolo tentò un’ardita sintesi delle opposte opinioni [sulla dottrina del Buddha] allo scopo di trarre un sistema organico da tanta confusione: questo fu Chi-kai, nato nel 531 d.C.

Egli ammetteva che tutti gli esseri possiedono la natura del Buddha, ma sosteneva che la sua realizzazione dipende dallo sforzo personale. Vi è quindi bisogno dell’istruzione, e anche di un profondo impegno, onde rimuovere l’errore e giungere alle idee veraci. Questa era la pietra angolare del nuovo sistema di Chi-k’ai. Un profondo studio della letteratura buddistica lo convinse che nonostante le apparenti diversità e contraddizioni riscontrabili negli insegnamenti del Buddha, vi è in essi una profonda unità d’intenti. L’esistenza di diverse teorie filosofiche non deve far dimenticare che lo scopo ultimo è sempre il medesimo, cioè quello di superare i mali e conseguire la verità e il bene ultimo. [...]

Fu partendo da queste premesse che Chi-k’ai tentò una classificazione ordinata della letteratura e una sintesi della dottrina. Il sistema da lui elaborato era tanto ragionevole, che venne adottato da tutte le scuole buddistiche in Cina e negli altri Paesi dell’estremo Oriente,  ed è pervenuto fino a noi. [...]

Rispetto agli insegnamenti del Buddha quali sono incorporati nella letteratura, Chi-k’ai propose di classificarli in ordine cronologico. Egli suddivise la carriera attiva del Buddha in cinque periodi, in relazione ai quali classificò anche la sua predicazione.

Il primo periodo è [quello in cui] il Buddha, proprio subito dopo il conseguimento della bodhi [illuminazione o risveglio] trascorse 21 giorni sotto l’albero, abbagliato dalla luce della rivelazione. [...]

Il secondo periodo incomincia non appena egli lascia l’albero della bodhi e inizia la sua opera di insegnante religioso popolare. I suoi insegnamenti di questo periodo [...] sono riservati ai novizi e non contengono alcuna «verità sublime». Questo periodo durò 12 anni.

Nel terzo periodo, di 8 anni, si impegnò in un attacco a fondo contro le varie scritture religiose e filosofiche che predicavano dottrine contrarie alla sua fede.

Il quarto fu un periodo in cui gli attacchi delle altre scuole divennero così accesi da costringere il Buddha a rivelare ai suoi discepoli le verità metafisiche più profonde. [...] Tale periodo durò 22 anni.

Il quinto periodo fu quello culminante. Gli avversari erano stati costretti al silenzio e il buddhismo si era ormai stabilito su solide fondamenta. [...] Fu un periodo di 8 anni, che terminò con il nirvana del Buddha.[1]

 

Se, facendo un esperimento, mettiamo gli anni dei cinque periodi della vita di Buddha dopo l’illuminazione in parallelo con il libro classico dell’antica Cina, l’I Ching, Libro dei Mutamenti, e consideriamo gli anni di età di Buddha durante i periodi individuati da Chi-k’ai, emergono legami sorprendenti inerenti proprio la dinamica dell’ascesi, sia in riferimento al Buddha sia in generale:

                                                                           

Periodo

Durata

Età del Buddha

Esagramma dell’I Ching

I

21 giorni

30 anni

30, Li, L’Aderente (il Fuoco)

II

12 anni

30-42 anni

30, Li, L’Aderente (Il Fuoco) – 42, I, L’Accrescimento spirituale

III

8 anni

42-50 anni

42, I, L’Accrescimento spirituale – 50, Ting, il Crogiolo

IV

22 anni

50-72 anni

- – - (l’I Ching si ferma all’esagramma 64)

V

8 anni

72-80 anni

- – -

L’esagramma 21 è Chi-ho, il Morso che spezza:

 

Il segno rappresenta una bocca aperta, ma tra i denti si trova un ostacolo (linea al quarto posto). Di conseguenza le labbra non possono riunirsi. Per ottenere la loro ricongiunzione, bisogna mordere energicamente l’ostacolo da parte a parte.

 

Gli ostacoli sarebbero

 

i turbamenti della convivenza armoniosa portati da criminali e calunniatori. [...] Quando un ostacolo si oppone all’unione, un energico morso che spezza provoca riuscita. [...] L’unità non si può stabilire laddove è sempre compromessa da delatori e traditori, da qualcuno che ostacola e impedisce. [...] Occorre però procedere nella maniera giusta. Il segno è composto dai trigrammi Li, chiarezza, e Chên, eccitazione. Li è tenero, Chên è duro. Durezza ed eccitazione da sole sarebbero troppo violente nel punire. Chiarezza e dolcezza da sole sarebbero troppo deboli. Riunite, producono la giusta misura.[2]

 

Si tratta dunque del primo e indispensabile passo nell’ascesa (e nell’ascesi) spirituale: una netta recisione di ogni compromesso con il Male. Coloro che ostacolano e impediscono, soprattutto mediante la calunnia, sono le forze maligne: il significato greco della parola diàbolos, diavolo, è appunto questo: colui che separa, divide, che crea ostacolo (skàndalon); e il primo “luogo” in cui essi possono esercitare questa azione è ovviamente l’interiorità dell’individuo umano.

Il numero 21 è prodotto della moltiplicazione 3 × 7, e gli esagrammi rappresentati da questi ultimi due numeri implicano significati simbolici che si rivelano condizioni necessarie al significato simbolico dell’esagramma 21:

• il 3 è Chun, La Difficoltà iniziale o la Confusione iniziale, così composto:

 

Il segno inferiore, Chên, è l’Eccitante: è diretto verso l’alto; per immagine ha il tuono; il segno superiore, K’an, è l’Abissale, il pericoloso: il suo moto va verso il basso; per immagine ha la pioggia. La situazione indica dunque una pienezza densa, caotica. Tuono e pioggia riempiono l’aria, ma il caos si rischiara. [...] Nel temporale le forze in tensione si scaricano, e tutto respira di sollievo. [...] È come un primo parto. Queste difficoltà derivano dall’affollarsi di ciò che sta lottando per formarsi. [...] Nel caos della difficoltà iniziale, l’ordine è già predisposto. Così il nobile deve, in questi tempi iniziali, suddividere e ordinare la caotica abbondanza.[3]

 

Come in un temporale il tuono e il buio delle nubi precedono la distensione, anche nella sfera umana il tempo dell’ordine è preceduto da un’epoca di caos. [...] Nubi e tuono corrispondono alla struttura del segno. Qui si parla dello stato che precede la pioggia e simboleggia il pericolo. Per superarlo bisogna prima separare e poi unire, come avviene quando il temporale si scarica: dapprima nubi sopra e tuoni sotto, poi tuoni sopra e pioggia sotto.[4]

 

Dal punto di vista dell’ascesi, il caos è, naturalmente, quello interiore, proprio, della persona che si mette sulla via ascetica, e le forze che si scontrano tra loro sono le sue dimensioni psicologiche, emozionali, passionali, ognuna delle quali a sua volta in conflitto con la volontà di distacco dalla dimensione mondana dell’esistenza. Si tratta dunque di strutturare le forze disordinate in un ordine finalizzato.

• il 7 è Shih, l’Esercito, segno formato

 

dai segni primordiali K’an, acqua, e K’un, terra. Così è simboleggiata l’acqua sotterranea, quella che si raccoglie nel sottosuolo. Allo stesso modo si accumula la forza militare entro la moltitudine di un popolo: invisibile in tempo di pace, ma sempre a disposizione come fonte di potenza.

 

Per questo la sua Immagine dice «Nel grembo della terra vi è l’acqua: l’immagine dell’esercito»:

 

L’acqua sotterranea sta invisibile nel grembo della terra. Allo stesso modo la potenza militare di un popolo sta invisibile in seno alle masse.[5]

 

In virtù della coscrizione obbligatoria in uso nell’antichità, i soldati sono presenti nel popolo come l’acqua sotto la terra. Avendo cura della prosperità del popolo, si ottiene un esercito valoroso.[6]

 

Il significato del 7 – la molteplicità preparata per gli eventuali conflitti – è quindi la logica evoluzione del significato del caos atmosferico rappresentato dal 3, tanto più che si tratta di acqua assorbita dalla terra, nelle falde freatiche diremmo oggi: esattamente quello che avviene in natura dopo un temporale; vale a dire, sul piano psicologico-spirituale, le passioni e le forze interiori della persona disciplinate e addestrate alla lotta spirituale (in arabo: jihad) contro le forze avversarie (avversario, in ebraico, è: satan).

Altri due significati simbolici dei numeri 3 e 7 si legano benissimo alla vicenda umana e ascetica del Buddha – e in generale all’ascetismo – e ai legami di questa con la simbologia espressa dall’I Ching:

• 3 sono le razze e le città dei demoni affrontati dal dio indù Shiva in un mito, descritto da Giuseppe Lanza del Vasto (1901-1981), discepolo del Mahatma Gandhi, che ebbe modo di osservarlo rappresentato in un bassorilievo di un tempio indiano:

 

L’arco impugnato dal dio è Vishnu stesso, e la freccia è Brahma. [...] Sciva mira con la freccia il pilastro di faccia, su cui si trovano figurate in bassorilievo le Tre Città: la Città di Ferro, la Città d’Argento e la Città d’Oro, abitate rispettivamente dai demonii del ventre, dai demonii del cuore e dai demonii della testa. E distruggerà le tre città e i demonii che le abitano: è il distruttore delle tenebre, del desiderio e delle illusioni: è il Principe degli Yoği, il Redentore dello spirito.[7]

 

Le Tre Città, ognuna costruita e denominata con un metallo prezioso in progressione – la Città di Ferro abitata dai demonii del ventre; la Città d’Argento abitata dai demonii del cuore; la Città d’Oro abitata dai demonii della testa – possono essere confrontate con le tre tentazioni di Gesù nel deserto, che, prima dell’inizio della sua vita pubblica, mirano a sedurlo proprio dal punto di vista del ventre, del cuore e della testa:

 

Gli si avvicinò il tentatore e gli disse: «Se sei il Figlio di Dio, dì che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo condusse con sé nella Città santa e, postolo sul pinnacolo del tempio, gli disse: «Se sei il Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Darà ordini per te ai suoi angeli perché ti sorreggano sulle braccia, e perché non urti in qualche sasso il tuo piede». Gli rispose Gesù: «Sta scritto anche: Non tenterai il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e di qui gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro magnificenza, e gli disse: «Tutte queste cose io le darò a te, se, prostrato a terra, mi adorerai». Allora Gesù gli disse: «Vattene, satana! Sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo presterai culto». Allora il diavolo lo lasciò…[8]

 

L’analogia fra le Tre Città distrutte da Shiva nel mito indiano, e le tre tentazioni affrontate da Cristo è possibile perché gli organi del corpo umano e le funzioni fisiche e psichiche che essi svolgono e rappresentano sono quasi le medesime sia nel caso delle Tre Città, sia nel caso delle tre tentazioni:

- il ventre, punto debole della fame, dei bisogni essenziali ma anche simbolicamente degli istinti e degli impulsi immediati: “ragionare con la pancia” (collegato ai demonii della Città di Ferro);

- il cuore, subito sopra, per molte culture antiche sede dei sentimenti e delle emozioni, quindi anche dell’orgoglio di sé e della soddisfazione personale nel vedersi – nel caso di Gesù – oggetto di un salvataggio miracoloso e spettacolare da parte degli angeli (collegato ai demonii della Città d’Argento);

- la testa, per definizione traslata simbolo del potere, del comando (si pensi alla doppia accezione del termine «capo»), dell’assenza di superiori cui sottostare; e infatti Gesù, in quanto Dio, non può sottostare all’invito di satana e adorarlo (collegata ai demonii della Città d’Oro).

Si sarà notato che la progressione dei metalli preziosi, delle Tre Città che essi definiscono, e delle tre tentazioni di Cristo, è parallela all’ordine delle stesse parti del corpo umane dal basso all’alto, così che in entrambi i racconti – mito indiano ed episodio evangelico – è implicata anche la loro crescente preziosità spirituale.

• 7 luci sono, nella Bibbia, l’attributo tipico di Dio: l’oggetto-simbolo cui si pensa subito al riguardo è la menorah, il candelabro a sette bracci tipico degli Ebrei. L’interpretazione forse più antica della menorah si trova nel libro del profeta Zaccaria:

 

L’angelo che mi parlava venne a destarmi, come si desta uno dal sonno, e mi disse: «Che cosa vedi?». Risposi: «Vedo un candelabro tutto d’oro; in cima ha un recipiente con sette lucerne e sette beccucci per le lucerne». [...] Allora domandai all’angelo che mi parlava: «Che cosa significano, signor mio, queste cose?». Egli mi rispose: «Non comprendi dunque il loro significato?». E io: «No, signor mio». [L’angelo disse quindi] «Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra».[9]

 

Secondo alcune tradizioni, la menorah simboleggia il roveto ardente in cui la voce di Dio si manifestò a Mosè sul monte Horeb; secondo altre rappresenta il sabato (al centro) e i sei giorni della creazione.[10] Il rabbino Simon Philip De Vries scrisse: «Il candelabro è un albero della luce, che si sviluppa nella massima fioritura. La luce risplende fino a Dio, e verso di Lui risplendono tutte le altre luci» (Riti e simboli giudaici [Jüdische Riten und Symbolen, Wiesbaden 1986]).[11] Per altre fonti, «rappresenta la diffusione verso l’uomo della luce della sapienza proveniente da Dio».[12]

 

«Gli sono stati dati tanti bracci – scrive Giuseppe Flavio – quanti sono i pianeti»; è «imitazione terrena», secondo Filone, «della sfera celeste archetipa». Zaccaria ne dà una descrizione mistica che lascia supporre un simbolismo di origine astrale: corrisponderebbe ai sette pianeti e ai sette cieli; le sette lampade sono, per Zaccaria, i sette occhi di Dio (sette è il numero perfetto) che vedono su tutta la Terra. Alcuni scrittori ebraici posteriori, come Filone, Flavio Giuseppe e perfino qualche testimone dell’antico rabbinismo, sviluppano esplicitamente questo simbolismo. Per Filone (Vita di Mosè, 2, 105), il candelabro rappresenta il cielo con il sistema planetario al centro del quale brilla il Sole, di cui il fusto centrale è simbolo. [...] Simbolo della divinità e della luce che essa dispensa agli uomini, la menorah è stata spesso utilizzata come motivo ornamentale, ma ricco di significati, sui muri delle sinagoghe o sui monumenti funerari.[13]

 

Allo stesso modo, Richard Wilhelm, nella sua spiegazione dell’I Ching, in riferimento alla Sentenza dell’esagramma 24, Fu, Il Ritorno, la quale recita: «Al settimo giorno si ha il ritorno», commenta: «il sette è il numero della luce giovane».[14]

[FINE PRIMA PARTE]

 

[SECONDA PARTE]

Tutto ciò che è luminoso e allo stesso tempo a portata di mano, per l’uomo antico si collega all’accensione del fuoco: il numero degli anni del Buddha durante questi primi 21 giorni è il 30, e il numero 30 nell’I Ching è Li, l’Aderente-il Fuoco:

 

Il fuoco non ha una figura determinata, ma aderisce alle cose che ardono e perciò è luminoso. [...] Tutto ciò che splende nel mondo, dipende da qualcosa cui aderisce: così può splendere durevolmente. [...] Così la doppia chiarezza dell’uomo di valore aderisce al giusto e per questo può plasmare il mondo.[15]

 

I corpi sono anch’essi necessari affinché per loro tramite le forze della luce e della vita possano manifestarsi. Lo stesso vale per la vita umana: la natura psichica deve aderire alle forze della vita spirituale per riuscire a trasfigurarsi e a influire sulla terra.[16]

 

A sua volta torna possibile un parallelo con il Cristo, anche lui trentenne: Giovanni Battista disse di lui: «Egli è venuto per battezzare nello Spirito Santo e nel fuoco»,[17] Gesù disse di se stesso: «Sono venuto a portare il fuoco, e come vorrei che fosse già acceso!»,[18] e infine si lasciò attaccare al legno della croce – così come al legno aderisce il fuoco – per essere «luce del mondo» attraverso la sua morte e risurrezione.

Al numero 30, nella periodizzazione della vita pubblica del Buddha in relazione alla sua età,  segue il numero 42: gli anni iniziali della sua predicazione furono dunque 12, da quando ne aveva 30 a quando ne ebbe 42. Dodici anni sono per l’uomo gli anni che trascorrono dal concepimento alla possibilità di generare figli. Iniziare un percorso ascetico e, dopo un determinato tempo, ottenerne i risultati-figli, è un ri-nascere, un ri-generare se stessi, un diventare padre o madre di se stessi: da questo punto di vista si comprende benissimo la frase di Gesù:

 

In verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio. [...] Quel che è nato dalla carne è carne, e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto.[19]

 

Nell’I Ching, l’esagramma 42, è I, l’Accrescimento spirituale, che appunto non avviene subito dopo l’Adesione a ciò che è degno (esagramma 30), ma dopo 12 segni-mutamenti:

 

L’idea dell’accrescimento è qui espressa dal fatto che la linea forte [cioè intera, non spezzata in due segmenti] del trigramma superiore si è abbassata e si è posta sotto il trigramma inferiore. L’idea fondamentale del Libro dei Mutamenti si palesa anche in questa concezione: il vero dominare deve essere un servire. Un sacrificio del superiore, che provoca un accrescimento dell’inferiore, viene chiamato semplicemente accrescimento, con allusione al fatto che solo lo Spirito è in grado di aiutare il mondo. [...]

Il vero accrescimento avviene quando se ne creano in se stessi le condizioni necessarie: apertura e amore per il bene. Così la cosa ambita arriva da sé, per necessità della Legge naturale. Se l’accrescimento viene a trovarsi in piena armonia con le supreme leggi dell’universo, esso non può essere impedito da nessuna combinazione di circostanze.[20]

 

Per questo il Commento alla Decisione recita tra l’altro: «Dall’alto porsi sotto l’inferiore: questa è la via della grande luce. E intraprendere è propizio: centrale, conforme, prospero».[21]

Gli otto anni successivi, dai 42 ai 50, implicano il passaggio dall’accrescimento spirituale (esagramma 42) alla trasformazione dell’energia in azione, cioè in insegnamento e pratica: l’esagramma 50, Ting, il Crogiolo, è allo stesso tempo strumento per la trasformazione e la mescolanza: da questo punto di vista, un “impasto” di divino e umano:

 

Il crogiolo serve per sacrificare a Dio. La più eccelsa cosa terrena deve essere sacrificata al divino; ma ciò che è veramente divino non si mostra avulso dall’umano. La più eccelsa venerazione di Dio sta nei profeti e nei santi. La loro venerazione è la venerazione di Dio. La volontà divina da loro rivelata deve essere accolta con umiltà, e nascono allora l’illuminazione interiore [bodhi] e la vera comprensione del mondo che conducono a grande salute e successo.[22]

 

Il Commento alla Decisione dice infatti: «Grazie alla mitezza, orecchio e occhio diventano acuti e chiari. Il tenero incede e va verso l’alto. Raggiunge il centro e trova corrispondenza presso il solido; perciò vi è sublime riuscita».[23]

Otto come gli anni dal 42 al 50, a loro volta, sono le Nobili Vie di Buddha: «il Santo Sentiero Ottopartito: retta cognizione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retto sapere, retto raccoglimento»,[24] nonché le Beatitudini dell’insegnamento del Cristo:

 

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché erediteranno la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.[25]

 

In totale, gli anni della carriera di Buddha paralleli agli esagrammi dell’I Ching sono quindi 20, e nell’I Ching l’esagramma n. 20 è Kuan, la Contemplazione:

 

Il nome cinese del segno ha, con un leggero cambiamento di tono, un duplice significato: da un lato significa il contemplare, dall’altro l’essere visto (come modello). Queste idee vengono suggerite dal fatto che il segno può essere interpretato come una torre quali ne esistevano molte nell’antica Cina. Da queste torri si godeva un’ampia vista e, d’altra parte, una torre simile sopra un monte era visibile da lontano.[26]

 

Il Commento alla Decisione dice infatti: «Una grande visione sta in alto. Devoto e mite, centrale e conforme, egli [il saggio, il mistico] è una visione per il mondo intero. Gli inferiori lo guardano e vengono trasformati. Egli lascia che essi mìrino la divina via [Tao] del cielo…».[27]

 

Inoltre, seguendo ancora il parallelismo con i significati e il numero d’ordine degli esagrammi dell’I Ching, emerge anche che:

● il primo dei cinque periodi, quello di 21 giorni, si rivela un po’ un embrione che contiene tutto lo sviluppo successivo della struttura o della situazione: 21 moltiplicato per 3 dà il risultato di 63, cioè un ciclo completo di tutti i mutamenti degli esagrammi del Libro cinese (escluso l’ultimo, il 64, che è Wei Chi, Prima del Compimento, e indica appunto una situazione in corso, aperta, e da un certo punto di vista rappresenta la possibilità accanto ad ogni esagramma di mutare in un altro), vale a dire una vita umana completa o una completa descrizione del mondo. Ora, 63 diviso per 3, che dà 21, rivela a sua volta gli esagrammi che indicano le tre tappe fondamentali della vita ascetica e dell’evoluzione spirituale:

I – 21: la rottura assoluta con il Male (il Morso che spezza l’ostacolo);

II – 42 (21 × 2): l’accrescimento spirituale, dovuto appunto alla rottura del rapporto con il Male;

III – 63 (21 × 3): Chi Chi, Dopo il compimento, cioè oltre la condizione di vita terrena, sia dal punto di vista biografico, naturale (il trapasso), sia da quello della conoscenza, la quale, in conseguenza dell’accrescimento spirituale, non è più limitata alle dimensioni soltanto tangibili e spazio-temporali:

 

L’esagramma è una derivazione del segno T’ai, La Pace (n. 11). Il passaggio dalla confusione all’ordine è compiuto, e ora ogni particolare è al suo posto. Questo è un aspetto molto favorevole, ma dà anche da pensare: proprio quando si è raggiunto l’equilibrio perfetto, ogni movimento può turbare l’ordine e provocare un ritorno alla disgregazione. [...] L’esagramma allude dunque a una situazione culminante che esige un’estrema cautela.[28]

 

Nell’Immagine infatti si dice: «Il nobile pondera la disgrazia e se ne premunisce per tempo».[29]

La situazione è appunto molto simile a quella di una persona che ha compiuto la propria vita, ma è estremamente esposto ai rischi a causa della propria anzianità.

● Gli anni dal momento della bodhi in poi, se messi in parallelo con gli esagrammi dell’I Ching, vanno dal 30 al 64 e quindi sono 34 o 35, a seconda che si conti a partire dal trentesimo o dal trentunesimo. Gli esagrammi 34 e 35 sono rispettivamente Ta Chuang, La Potenza del Grande, e Chin, Il Progresso, entrambi ben attribuibili a una figura di santità come il Buddha: il primo

 

indica un tempo in cui il valore interiore emerge con impeto e giunge al dominio. [...] Per questo è aggiunta [nella Sentenza] la frase: «Propizia è perseveranza», giacché la potenza veramente grande è quella che non degenera in mera violenza, ma resta interiormente connessa con i principii del diritto e della giustizia. [...] La vera grandezza si basa sulla concordanza con ciò che è retto.[30]

La forza fa sì che l’egoismo degli istinti più bassi si possa vincere; il moto fa sì che si metta in atto la ferma determinazione della volontà. [...] Quando si dice che il grande deve essere retto, si intende che grandezza e rettitudine non sono due cose diverse, e che senza rettitudine non vi è grandezza.[31]

 

Il segno 35, Il Progresso,

 

rappresenta il sole che si leva sopra la terra; è quindi l’immagine del progresso rapido e facile, il quale significa, nel contempo, crescente espansione e chiarezza. La luce del sole che si innalza al di sopra della terra è chiara per natura, ma quanto più il sole si leva, tanto più esce dalla foschia e splende nella sua originaria purezza, in tutte le direzioni. Così la natura dell’uomo è anch’essa originariamente buona, ma è offuscata dal legame con l’elemento terrestre. Richiede quindi una purificazione per poter splendere.[32]

 

Il relativo Commento alla Decisione dice infatti: «Il chiarore si innalza al di sopra della terra. Devoto e aderente al grande chiarore, ciò che è debole progredisce e va verso l’alto».[33]

● Gli anni restanti, una volta chiusi i 20 anni già presi in considerazione, sono 14; nell’I Ching l’esagramma 14 è Ta Yu, Il Possesso grande, che ha quasi sempre i significati precisi di: tesoro spirituale, patrimonio di sentimenti puri, fede nel Divino, amore autentico per qualcuno/a, strettamente e necessariamente legati all’unione tra modestia e elevatezza spirituale:

 

Il possesso grande è determinato dal destino e corrisponde al tempo. A chi è modesto e mite in posizione elevata, a lui ogni cosa appartiene. Il senso del segno concorda con le parole di Gesù: «Beati i mansueti, poiché erediteranno la terra»,

 

fa notare acutamente R. Wilhelm.[34] Nel Commento alla Decisione infatti si dice: «Il suo carattere e saldo e forte, ordinato e chiaro, trova corrispondenza nel cielo e si muove in armonia con il tempo; per questo si dice [nella Sentenza] “Sublime riuscita!”».[35]

Descrizione, quest’ultima, che è quasi un icastico ritratto del Saggio o dell’Illuminato – Buddha, Cristo, un Sufi islamico, Gandhi, un Lama tibetano… – nei suoi tratti caratteristici di legame interiore con il Senso (Tao) profondo e metafisico dell’Universo, quiete, fermezza, profonda comprensione dell’istante e quindi della necessità, o meno, di inserirvisi con la propria azione.

 

Piervittorio Formichetti

 



[1] Prabodh Chandra Bagchi, L’influsso indiano sul pensiero cinese, in Sarvepalli Radakrishnan (a cura di), Storia della filosofia orientale, Milano, Feltrinelli, 1978 (ed. or. London, Allen and Unwin ltd., 1952), tomo II, pp. 730-731.

[2] I Ching. Il Libro dei Mutamenti, a cura di Richard Wilhelm, trad. it. Milano, Adelphi, 1991, pp. 130-131.

[3] I Ching, ed. cit., pp. 66-67.

[4] I Ching, ed. cit., p. 418.

[5] I Ching, ed. cit., pp. 81-82. I regimi politici europei del secolo scorso hanno ricalcato questa realtà nelle politiche demografiche: nel ventre (terra) delle madri (acqua: si pensi al liquido amniotico) i futuri soldati (l’esercito). Emerge anche qui il tradizionale legame simbolico tra Femminile, acqua e terra.

[6] I Ching, ed. cit., p. 482.

[7] Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto, Pellegrinaggio alle Sorgenti. L’incontro con Gandhi e con l’India, Milano, Jaca Book, 1978, p. 38.

[8] Vangelo secondo Matteo, 4, 3-11.

[9] Zaccaria, 4, 1-2, 4-5, 10; cfr. Manfred Lurker, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, Milano, San Paolo, 1990 (ed. or. München 1989), pp. 104-105.

[10]  http://it.wikipedia.org/wiki/Menorah.

[11] Cit. in Hans Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Milano, Garzanti, 1991 (ed. or. München 1989), pp. 86-87.

[12] Scialom Bahbout, Ebraismo, Firenze, Atlanti Universali Giunti, 1996, p. 32.

[13] Jean Chevalier, Alain Gheerbrant (a cura di), Dizionario dei simboli, Milano, BUR Rizzoli, 1986-87 (ed. or. Paris 1969), vol. I, A-K, pp. 183-185.

[14] I Ching ed. cit., pp. 140-141. Non è possibile non pensare al ritorno per eccellenza, quello del Cristo risorto dalla morte, avvenuto appunto al settimo giorno, cioè il primo della settimana ebraica.

[15] I Ching, ed. cit., pp. 159-160. Con «doppia chiarezza», Richard Wilhelm allude alla doppia presenza del medesimo trigramma nell’esagramma cinese (il segno Li ripetuto, da cui l’esagramma prende nome).

[16] I Ching, ed. cit., p. 537.

[17] Matteo, 3, 11.

[18] Luca, 12, 49-50.

[19] Vangelo secondo Giovanni, 3, 3-7.

[20] I Ching, ed. cit., pp. 200-201.

[21] I Ching, ed. cit., pp. 590-591.

[22] I Ching, ed. cit., p. 229.

[23] I Ching, ed. cit., p. 629.

[24] Buddha, I quattro pilastri della saggezza, a cura di K. E. Neumann e G. De Lorenzo, Roma, Newton & Compton, 1993 (ed. or. Leipzig, Reclam, 1921), p. 39.

[25] Vangelo secondo Matteo, 5, 3-10.

[26] I Ching, ed. cit., p. 126.

[27] I Ching, ed. cit., pp. 492-493.

[28] I Ching., ed. cit., p. 274.

[29] I Ching, ed. cit., p. 275.

[30] I Ching, ed. cit., pp. 173-174.

[31] I Ching, ed. cit., p. 554

[32] I Ching, ed. cit., pp. 176-177.

[33] I Ching, ed. cit., pp. 557-558.

[34] I Ching, ed. cit., pp. 105-106.

[35] I Ching, ed. cit., p. 467.

Gesù Cristo e l’esagramma 25 dell’ I Ching: legami e analogie.

Gesù Cristo e l’esagramma 25 dell’ I Ching: legami e analogie

 

PRIMA PARTE

Nel 1923 a Pechino, l’orientalista, teologo e missionario protestante Richard Wilhelm (Stoccarda, 1873 – Tubinga, 1930), amico dei poeti Rabindranath Tagore ed Hermann Hesse, dei filosofi Martin Buber e Carl Gustav Jung, e del missionario luterano in Africa Albert Schweitzer – dopo un lavoro decennale portava a termine la prima traduzione occidentale, in tedesco, dell’antico classico cinese I Ching. Libro dei Mutamenti, probabilmente la migliore traduzione tra quelle in circolazione ancora oggi (almeno stando alla traduzione italiana pubblicata da Adelphi nel 1991). Tra le righe conclusive dell’Introduzione, di Wilhelm stesso, si legge:

La traduzione del Libro dei Mutamenti è stata condotta secondo criteri che sarà bene esporre per facilitare sostanzialmente la lettura. La traduzione del testo è data nella forma più breve e concisa possibile per rendere adeguatamente l’impressione arcaica che si ricava dal cinese. Era quindi tanto più necessario che venisse dato non solo il testo, ma anche un estratto dei più importanti commenti cinesi. Questo estratto è ordinato in modo da permettere il miglior orientamento possibile. Esso contiene una rassegna di ciò che di più importante si è prodotto, da parte cinese, per la comprensione del Libro. Opinioni personali e paragoni con scritti dell’Occidente, spesso molto affini, sono stati ridotti al minimo e sempre segnalati come tali, così che il lettore possa considerare testo e commento come una resa fedele del pensiero cinese. È un punto da sottolineare, perché certi principii coincidono talmente con principii cristiani, da destare spesso addirittura un senso di sorpresa.[1]

Carl Gustav Jung, il celebre psicoanalista, nel 1949 scrisse una prefazione alla edizione inglese dell’I Ching tradotto da Richard Wilhelm; egli, dal suo punto di vista, pose in evidenza i rapporti tra la mente dell’interrogante e il Libro dei Mutamenti.[2]

Si può indicare qualcuna delle analogie tra il Taoismo espresso dall’I Ching da una parte, e il Cristianesimo e l’Ebraismo dall’altra, individuate da Richard Wilhelm stesso:

 

I Ching / Taoismo

Bibbia / Ebraismo e Cristianesimo

«A chi è modesto e mite in posizione elevata, a lui ogni cosa appartiene» (spiegazione della sentenza dell’esagramma 14, Ta Yu, Il Possesso grande) «Beati i mansueti, perché erediteranno (il regno del)la terra» (Gesù; Vangelo secondo Matteo, 5, 5)
«Il grande possesso, per lui [i. e. l'uomo meschino] si risolve in danno perché egli, anziché rinunciare, vuole trattenere» (spiegazione del 9 al terzo posto dell’esagramma 14, Il Possesso grande) «Chi cerca di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» (Gesù; Vangelo secondo Luca, 17, 33)
«Il nobile riduce ciò che è troppo e aumenta ciò che è poco. Egli pondera le cose e le rende eque» (testo dell’Immagine dell’esagramma 15, Ch’ien, La Modestia) «Tutte le valli siano innalzate e tutte le montagne e le colline siano abbassate; ciò che è accidentato diventi piano, ciò che è scosceso diventi liscio» (Isaia, 40, 4);

«Chi si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato» (Gesù; Vangelo secondo Matteo, 25, 12);

«Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili» (Lettera di Giacomo, 4, 6).

«In questo esagramma [il n. 33, Tun, La Ritirata] trova espressione un’idea simile a quella contenuta nelle parole di Gesù: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio” (Matteo, 5, 39)».
«Siccome vuole ciò che è giusto, ed è determinato nella sua volontà, raggiunge la sua meta» (spiegazione del 6 al secondo posto nell’esagramma 33, La Ritirata, che dice: «Egli lo vincola con giallo cuoio di bue; nessuno è in grado di strapparlo»). «È qui accennata un’idea simile a quella della lotta notturna di Giacobbe con Dio a Penuel: “Io non ti lascerò se prima non mi avrai benedetto” (Genesi, 32, 23 ss.)»
«Un re si avvicina alla propria casata. Non temete. Salute».

Testo del 9 al quinto posto nell’esagramma 37, Chia Jên, La Casata. Wilhelm spiega: «Un re è l’immagine di un uomo paterno, ricco nell’animo. Egli non agisce in modo che si debba temerlo, anzi tutta la famiglia può avere fiducia, perché nei rapporti reciproci regna l’amore», e aggiunge in nota:

«Nell’amore non vi è timore» (I lettera di Giovanni, 4, 18).
«…Si adoperino pure due ciotoline per il sacrificio» (fine della Sentenza dell’esagramma 41, Sun, La Diminuzione). Wilhelm spiega: «Davanti a Dio non occorrono false apparenze. I sentimenti del cuore si possono manifestare anche con mezzi modesti»; e, in nota: «Cfr. l’episodio ["la parabola" nella trad. it. cit.] evangelico dell’obolo della vedova (Luca, 21, 1 ss.)». «Alzàti gli occhi, Gesù vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro [del tempio].Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli, e disse: “In verità vi dico: questa vedova povera ha messo più di tutti; tutti costoro, infatti, hanno deposto come offerta del loro superfluo, lei invece, nella sua miseria, ha dato quanto aveva per vivere.”» (Vangelo secondo Luca, 21, 1 ss.)

 

Oltre a questi esempi, altre concordanze sono riscontrabili anche da parte del lettore che conosca a sufficienza la Bibbia, come nei casi seguenti da parte di chi scrive:

 

I Ching / Taoismo

Bibbia / Ebraismo e Cristianesimo

«Si finisce nella buca. [Ma] Ecco che arrivano tre ospiti non invitati. Onorali, e alla fine viene salute» (ultima linea dell’esagramma 5, Hsü, L’Attesa-Il Nutrimento) «Abramo alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra [...], prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: “Dov’è Sara, tua moglie?”. Rispose: “È là nella tenda”. Il Signore riprese: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda ed era dietro di lui. Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. Allora Sara rise dentro di sé e disse: “Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. Ma il Signore disse ad Abramo: “Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio”.» (Genesi, 18, 2 ss).
«Per l’abbondanza del cuore, la bocca parla» (Wilhelm, sul 6 al secondo posto nell’esagramma 15, Ch’ien, La Modestia) «L’uomo buono trae il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo, dal suo cattivo tesoro trae il male; poiché la bocca parla traendo dalla pienezza del cuore» (Gesù; Vangelo secondo Luca, 6, 45).
«Il nobile, al tempo del crepuscolo, rincasa per ristorarsi e riposare» (dall’ Immagine dell’esagramma 17, Sui, Il Seguire). Wilhelm commenta citando Goethe: «È giorno ancora, si muova alacre l’uomo; vien poi la notte, ed ogni oprare è vano» (Goethe, Divano occidentale-orientale, Libro delle Sentenze, v. 30 ss.). «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo, ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce» (Gesù; Vangelo secondo Giovanni, 11, 9-10).
«Chi si accompagna all’uomo forte perde il ragazzino. Seguendo si trova ciò che si cerca» (spiegazione del 6 al terzo posto dell’esagramma 17, Il Seguire) «Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma, divenuto adulto, ciò che era da bambino l’ho abbandonato» (san Paolo, I lettera ai Corinzi, 13, 11).
«All’ignobile va in frantumi la casa» (spiegazione del 9 al sesto posto dell’esagramma 23, Po, La Frantumazione). Wilhelm commenta: «Il male finisce, nelle sue estreme conseguenze, con l’annientare se stesso, poiché dovendo la sua esistenza soltanto alla negazione, non può sussistere di per sé». «Il diavolo è stato omicida fin dal principio, e non ha perseverato nella verità perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla di ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna» (Gesù; Vangelo secondo Giovanni, 8, 44).

(Cfr. la frase con cui, nel Faust di Goethe, si presenta il demonio Mefistofele: «Io sono lo spirito che sempre nega»).

«Il sette è il numero della luce giovane [...] il sei è il numero delle grandi tenebre» (commento alla Sentenza dell’esagramma 24, Fu, Il Ritorno, che include inoltre la frase «Al settimo giorno viene il ritorno»). La menorah, il candelabro ebraico simbolo della luce di Dio, ha sette rami con sette luci; nell’Antico Testamento (Zaccaria, 3, 9) e nel Nuovo Testamento (Apocalisse, 1, 12), si trova la metafora dei «sette occhi del Signore»; Gesù, che è giovane e «luce vera» (Giovanni, 1, 9) muore e risorge (il massimo ritorno!) il settimo giorno. Viceversa, nell’Apocalisse il 666 è il numero dell’Anticristo e della sua Bestia che traviano l’Umanità più gravemente che mai perché alle soglie della fine del mondo, quindi un tempo di «grandi tenebre» moltiplicate.
«La luce si è immersa nella terra: l’immagine dell’ottenebramento della luce. Così il nobile vive tra la grande moltitudine: egli vela il suo splendore, pur rimanendo chiaro» (l’Immagine dell’esagramma 36, Ming I, L’Ottenebramento della Luce). «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta [ma anche: «non l'hanno coperta, sopraffatta»]. È venuta nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo, eppure il mondo non la riconobbe» (Vangelo secondo Giovanni, 1, 5; 9-10).
«Ella [la donna] è la dovizia della casa. Grande salute!» (spiegazione del 6 al quarto posto dell’esagramma 37, Chia Jên, La Casata). «Una donna perfetta: chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Essa gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Ella è simile alle navi di un mercante, fa venire da lontano le provviste. Si alza quando ancora è notte, prepara il cibo alla sua famiglia e dà ordini alle sue domestiche. Pensa ad un campo e lo compra, e con il frutto delle sue mani pianta una vigna. Si cinge con energia i fianchi e spiega la forza delle sue braccia. È soddisfatta, perché il suo traffico va bene, neppure di notte si spegne la sua lucerna. Stende la sua mano alla conocchia e mena il fuso con le dita. Apre le sue mani al misero, stende la mano al povero. Non teme la neve per la sua famiglia, perché tutti i suoi di casa hanno doppia veste. Si fa delle coperte, di lino e di porpora sono le sue vesti. Suo marito è stimato alle porte della città, dove siede con gli anziani del paese. Confeziona tele di lino e le vende e fornisce cinture al mercante. Forza e decoro sono il suo vestito, e se la ride dell’avvenire. Apre la bocca con saggezza, e sulla sua lingua c’è dottrina di bontà. Sorveglia l’andamento della casa; il pane che mangia non è frutto di pigrizia. I suoi figli sorgono a proclamarla beata, e suo marito a farne l’elogio: “Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti, ma tu le hai superate tutte!”. Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Datele del frutto delle sue mani, e le sue stesse opere la lodino alle porte della città».

(Proverbi, 31, 10 ss.).

«Se smarrisci il tuo cavallo, non rincorrerlo: tornerà da sé» (spiegazione della prima linea dell’esagramma 38, K’uei, La Contrapposizione) «Getta il tuo pane sulle acque, perché con il tempo lo ritroverai. [...] Chi bada al vento non semina mai, e chi osserva le nuvole non miete» (Qohelet, 11, 1-4).

 

Particolarmente interessante è infine il caso dell’esagramma 46, Shêng, L’Ascendere, che letteralmente “anticipa” l’esagramma 25 di cui stiamo per occuparci:

 

I Ching / Taoismo

Bibbia / Giudaismo e Cristianesimo

Se consideriamo come mutanti tutte e sei le linee dell’esagramma 46 e sommiamo il loro valore dal basso verso l’alto:

6+9+9+6+6+6

otteniamo il totale di 41. Nella Bibbia, Mosè ascese alla vetta del monte Sinai durante 40 giorni di digiuno, alla fine dei quali, il quarantunesimo giorno, udì la voce di Dio «nella nube oscura»; la prima parte della spiegazione dell’ultima linea dell’esagramma 46, grazie alla quale è possibile il risultato di 41, dice: «Ascendere nel buio».

Inoltre, se – passando dall’ipotesi al caso concreto – tutte e sei le linee dell’esagramma 46 mutano, l’intero esagramma si trasforma esattamente nell’esagramma 25, Wu Wang, L’Innocenza, che come stiamo per vedere risulterà legatissimo alla figura di Gesù Cristo, così che l’ascesa di Mosè per ricevere la Legge di Dio per il popolo ebraico, si rivela l’anticipazione e la condizione necessaria per la seguente discesa di Gesù che diffonde la Legge di Dio in tutto il mondo.

A sua volta, Gesù percorse il deserto per quaranta giorni – nel suo caso fu un’ascesa interiore, anziché sulle balze di una montagna – e il quarantunesimo giorno fu tentato dal diavolo. In parallelo, l’ultima linea dell’esagramma 46 è spiegata, nella sua seconda parte, con la frase: «Propizio è essere incessantemente perseveranti».

Mosè:

Esodo, capitoli 19 e 32;

Deuteronomio, 9, 9-29: «Quando io [Mosè] salii sul monte a prendere le tavole di pietra, le tavole dell’alleanza che il Signore aveva stabilita con voi, rimasi sul monte quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare pane né bere acqua; il Signore mi diede le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle quali stavano tutte le parole che il Signore vi aveva dette sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell’assemblea. Alla fine dei quaranta giorni e delle quaranta notti, il Signore mi diede le due tavole di pietra, le tavole dell’alleanza. Poi il Signore mi disse: “Scendi in fretta di qui, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dall’Egitto, si è traviato; presto si sono allontanati dalla via che io avevo loro indicata: si sono fatti un idolo di metallo fuso”. Il Signore mi aggiunse: “Io ho visto questo popolo; ecco, è un popolo di dura cervice; lasciami fare; io li distruggerò e cancellerò il loro nome sotto i cieli e farò di te una nazione più potente e più grande di loro”. Così io mi volsi e scesi dal monte, dal monte tutto in fiamme, tenendo nelle mani le due tavole dell’alleanza. Guardai ed ecco, avevate peccato contro il Signore vostro Dio; vi eravate fatto un vitello di metallo fuso; avevate ben presto lasciato la via che il Signore vi aveva imposta. Allora afferrai le due tavole, le gettai con le mie mani e le spezzai sotto i vostri occhi. Poi mi prostrai davanti al Signore, come avevo fatto la prima volta, per quaranta giorni e per quaranta notti; non mangiai pane né bevvi acqua, a causa del gran peccato che avevate commesso, facendo ciò che è male agli occhi del Signore per provocarlo. Io avevo paura di fronte all’ira e al furore di cui il Signore era acceso contro di voi, al punto di volervi distruggere. Ma il Signore mi esaudì anche quella volta. Anche contro Aronne il Signore si era fortemente adirato, al punto di volerlo far perire; io pregai in quell’occasione anche per Aronne. Poi presi l’oggetto del vostro peccato, il vitello che avevate fatto, lo bruciai nel fuoco, lo feci a pezzi, frantumandolo finché fosse ridotto in polvere, e buttai quella polvere nel torrente che scende dal monte. [...] Io stetti prostrato davanti al Signore, quei quaranta giorni e quelle quaranta notti, perché il Signore aveva minacciato di distruggervi. Pregai il Signore e dissi: “Signore Dio, non distruggere il tuo popolo, la tua eredità, che hai riscattato nella tua grandezza, che hai fatto uscire dall’Egitto con mano potente.”». (Vedi anche Deuteronomio 10, 1-5 per quanto riguarda la ricezione delle nuove tavole della Legge).

Gesù:

• «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti  sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto». Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Vangelo secondo Matteo, 4, 1-11).

 

FINE PRIMA PARTE

 

SECONDA PARTE

I – Si era nel dicembre del 2008 quando mi accorsi delle prime analogie con la figura di Gesù Cristo implicite nell’esagramma 25, Wu Wang, L’Innocenza, che risulta composto dai due trigrammi Ch’ien, il Creativo, il Cielo, il Padre, la Luce (tutte qualità di Dio), e Chên, il Tuono, il Primogenito, il Giovane, «il segno in cui Dio si manifesta». .Il simbolismo di quest’ultimo trigramma è ben rappresentato nell’omonimo esagramma 51, Chên, l’Eccitante (il Tuono, lo Scuotimento), che è appunto il raddoppiamento di questo trigramma e «significa l’apparire di Dio, il risveglio della forza vitale».[3] L’esagramma 25, infatti, è descritto così dalla sua stessa Immagine:

Sotto il cielo passa il tuono: tutte le cose acquistano lo stato naturale dell’innocenza.

Così gli antichi re curavano e nutrivano, ricchi di virtù e in armonia con il tempo, tutti gli esseri.

 

Tutte queste qualità ben si attagliano alla figura di Gesù Cristo: anch’egli “passava sotto il cielo” curando gli infermi e beneficando ai poveri, ma anche «parlando le parole del Padre»,[4] il Quale, secondo la Bibbia, ha voce come di tuono (cfr. Esodo, 19, 16-19; Apocalisse, 10, 3-4), ed «insegnando come uno che ha autorità e non come gli scribi» (Matteo, 7, 28-29). Gesù che soprannominò «figli del tuono» due dei suoi apostoli, i fratelli Giacomo e Giovanni. Di costoro, Giovanni anni dopo scrisse – o fece scrivere – che, nel momento in cui il suo Maestro entrava in Gerusalemme,

 

venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e ancora lo glorificherò». La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato».[5]

 

Va notata anche la coincidenza, almeno apparente, nella somiglianza tra i nomi dei due esagrammi; cosa però che necessiterebbe della competenza di un sinologo che ne conosca l’esatta pronuncia, e tenendo conto del fatto che tale apparente similarità si ha nella traslitterazione wade dall’alfabeto cinese a quello latino – che è quella seguita da Wilhelm e dalla traduzione italiana di cui ci si sta servendo – ma si perde nella traslitterazione pinyin, con la quale, anziché Ch’ien e Chên, i due nomi si ottengono traslitterati rispettivamente come Qian e Zhen.

Come accennato precedentemente, in ogni esagramma dell’I Ching la quinta linea partendo dal basso è sempre «il posto del sovrano», «il luogo del re», «il signore del segno». Nel caso dell’esagramma 25, L’Innocenza, il testo relativo al mutamento della quinta linea (9 al quinto posto) dice:

 

In caso di malattia senza colpa non adoperare farmaci. Passerà da sé.

 

e – parafrasa efficacemente Wilhelm –

 

la linea è per natura immune da malattie, ma la sua naturale tendenza a prendere su di sé le malattie degli altri è dovuta alla sua posizione centrale, conforme, dominante.[6]

 

Il parallelismo con il ruolo di Redentore innocente di Gesù Cristo è evidente:

 

«Egli si è caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori, è stato trafitto per i nostri delitti e schiacciato a causa delle nostre iniquità» (Isaia, 53, 4-5);

«Pur essendo di natura divina, uguale a Dio, spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, e umiliò se stesso fino alla morte in croce» (san Paolo, Lettera ai Filippesi, 2, 6-8);

«Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri [cioè del popolo ebraico], ma anche per quelli di tutto il mondo» (I Lettera di Giovanni, 2, 2).

 

Anche ciascuno dei tre attributi caratteristici della posizione della quinta linea può essere collegato a tre precise qualità di Cristo:

 

Centrale

in quanto seconda Persona della Trinità di Dio «Io sono nel Padre, e voi in me, e io in voi» (Vangelo secondo Giovanni, 14, 20); «[Gesù] Centro nel cuore di un sistema di  centri» (Pierre Teilhard de Chardin, Il Fenomeno umano, tr. it. Brescia, 1995, p. 244).

Conforme

in quanto conforme alla volontà di Dio «Padre, se è possibile, passi lontano da me questo calice; ma sia fatta la tua volontà, non la mia» (Vangelo secondo Luca, 22, 42).

Dominante

in quanto unico Maestro (nella sua natura umana) e unico Signore (nella sua natura divina) «Io Sono» (Vangelo secondo Giovanni, 8, 58; cfr. con Esodo, 3, 14); «Tu mi hai dato potere sopra ogni essere umano» (Giovanni, 17, 2); «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Vangelo secondo Matteo, 28, 18).

 

È rilevante che, quando la stessa quinta linea – il «signore del segno» – muta, l’esagramma 25 si trasforma nell’esagramma 21, Shih Ho, Il Morso che spezza, che rappresenta la Legge che vince sui «turbamenti della convivenza armoniosa provocati da criminali e calunniatori», poiché «l’unità non si può stabilire là dove è sempre compromessa da delatori e traditori, da qualcuno che ostacola e impedisce».[7] Tutto ciò non può non far pensare alla sconfitta del Maligno da parte di Cristo stesso, tanto più che il termine «calunniatore» potrebbe essere benissimo tradotto in greco con «diàbolos» (da cui il nostro «diavolo»), colui che calunnia e ostacola, l’avversario/nemico (in ebraico satan).

Alla luce di tutto questo, è come se il trigramma Chên, che può rappresentare Cristo, si riassumesse tutto nella linea (seconda e centrale dell’esagramma superiore) di Ch’ien (Dio Padre), così che Chên risulta analogo a Gesù Cristo quale uomo storico, mentre la quinta linea di Ch’ien ha il ruolo della Persona divina (Dio Figlio) della Trinità di Dio.

 

II – Quasi un anno dopo, a ottobre del 2009, avrei scoperto altri sorprendenti parallelismi (forse molto più di casuali analogie). Leggendo il numero della rivista “Confronti – Quaderni” del passato settembre 2008, a pagina 25 m’imbattei in quanto segue:

 

Re (Wang), scritto con tre tratti orizzontali che rappresentano, secondo gli etimologi, il Cielo, l’Uomo e la Terra, uniti da un tratto verticale individuato come il re, colui che ha il compito di unire i tre livelli. Compito del sovrano era infatti quello di trasmettere la volontà celeste, di cui egli stesso era il portatore, e spettava a lui solo presiedere il sacrificio al Cielo e alla Terra. Il sovrano doveva essere un modello di virtù per svolgere le sue funzioni regali.[8]

 

La parola cinese wang, «re», è dunque molto simile al trigramma superiore (Ch’ien, il Creativo, il Padre, il Cielo) dell’esagramma 25 dell’ I Ching, e questo esagramma è l’unico, in tutto il Libro dei Mutamenti, a includere nel proprio nome la parola wang (re). In questo senso, l’esagramma si può leggere ancora come una sorta di sorprendente sintesi: l’Innocente, il Re, il Sacrificio e la Legge riuniti tutti in una sola figura di persona, che sarebbe il Cristo.

Vale la pena di considerare anche i suggerimenti offerti dall’aspetto grafico e geometrico del segno. La parola wang assomiglia molto, oltre che al trigramma cinese Ch’ien, al simbolo egizio della Colonna Zed, interpretato come Asse del Mondo e del Tempo, colonna vertebrale di Osiride (dio del mondo terreno e ultraterreno, raffigurato di colore verde, come il verdastro dei cadaveri ma anche come la Natura fertile), segno dell’equilibrio cosmico incarnato e garantito sulla terra dal Faraone regnante, e per questo – forse – struttura centrale, e nascosta, della Grande Piramide di Cheope nella piana di Giza. A sua volta, lo Zed e la parola wang sono simili alla croce cristiana, sia greca (cioè con entrambi i bracci di eguale lunghezza) sia latina (cioè con il braccio verticale più lungo di quello orizzontale. La parola cinese è composta infatti dal tratto verticale (in greco stauron, in latino stipes, da cui il nostro «stipite» e il romeno tepes, «palo»), che attraversa tre tratti orizzontali che possono essere collegati ai tre elementi orizzontali della croce:

 

 cartello con il titulus «Gesù Nazareno Re dei Giudei»;

il patibulum, braccio orizzontale della croce, per inchiodare le braccia;

 

la tavoletta cui erano talvolta inchiodati i piedi del condannato, in modo da piegare le ginocchia e allungare così il tempo del supplizio.

 

 

 

 

La croce con il condannato Gesù Cristo, Re Innocente, è leggibile anch’essa come una “colonna regale” anche senza un confronto obbligato con il segno cinese wang:

 

 

 

(immagine: particolare da Andrea Mantegna, Crocifissione, 1457, Parigi, Louvre)

 

Punto spaziale

 

Realtà cosmica

 

Realtà anatomica

 

Apice

Cielo

Testa

Centro

Uomo

Cuore

Base

Terra

Arti

 

Con un’operazione originale, il Crocifisso si può persino stilizzare e geometrizzare: ponendolo su un ipotetico piano orizzontale, unendo le parti anatomiche indicate come nella tabella sopra, e introducendo il movimento verso l’alto, esso si “trasforma” in una sorta di struttura a tenda o, meglio, a piramide, una “casa regale”. Nell’antica lingua egizia, «grande casata» si diceva pher’ao, da cui deriva il termine «faraone», che designa appunto l’uomo che è allo stesso tempo Re (in cinese wang), Dio e Legge cosmica perenne. Per questo, anche la piramide può accostarsi, in senso lato, al tempio quale casa del Dio; nel Cristianesimo, Gesù Cristo è unico Re e definitivo Sacerdote tra l’Umanità e Dio; e la «casa di Davide», annunciata nell’Antico Testamento, si concretizzò infatti sia nello spazio, nella costruzione del Tempio del re Salomone (figlio di Davide), sia nel tempo, nella discendenza di Gesù proprio da parte di uno dei molti rami della stirpe di Davide (cfr. I Libro di Samuele, cap. 7; I Libro delle Cronache, cap. 7; Lettera agli Ebrei, 3, 4-6).

La struttura geometrica che risulta dallo sviluppo verticale del Crocifisso posto in posizione orizzontale è quindi quella indicata nella tabella seguente. La “costruzione” di tale struttura è dovuta essenzialmente a tre fasi: Convergenza (A), Centratura (B), e Vettorialità (C), che avvengono in ordine cronologico e, dal punto di vista spaziale, implicano un movimento coestensivo dal basso verso l’alto (come lo sviluppo degli esagrammi dell’I Ching, ma anche come l’evoluzione naturale degli esseri senzienti, dall’Anfibio strisciante alla stazione eretta propria dell’Uomo) e restano corrispondenti alle realtà spaziali e anatomiche considerate:

 

 

Vettorialità

(C)

Apice

Cielo

Testa

Centratura

(B)

Centro

Uomo

Cuore

Convergenza

(A)

Base

Terra

Arti

 

In questo modo si nota ancora che il movimento ascendente è lo stesso movimento dell’intera evoluzione del cosmo verso una meta alta, il «Punto Omega» presentato da Pierre Teilhard de Chardin, per il quale il Motore Primo e la Meta Ultima di tutto l’Universo sono proprio lo stesso Gesù Cristo, insieme Dio coestensivo all’universo e vero uomo storico. Si nota anche, anzi soprattutto, che il punto cui convergono i quattro punti base, e dal quale l’elevazione inizia, è il cuore/centro e non la testa/apice (che in questa struttura assonometrica diventa infatti uno dei quattro punti base), in sintonia con le metafore poetiche di molte culture umane passate e presenti, in parallelo ad alcuni moderni indirizzi scientifici secondo i quali il motore principale di ogni azione umana risiede nel suo patrimonio emotivo-sentimentale, più che in quello puramente razionale e cognitivo, e ad alcune ipotesi secondo le quali il cuore sarebbe dotato di un proprio sistema nervoso autonomo da quello del cervello, e addirittura di un proprio campo magnetico…!

Si possono citare ancora due parallelismi (ma forse più che semplici parallelismi!). Il ricorrere della centralità dell’Uomo tra la Terra e il Cielo, e del cuore tra gli arti e la testa, ricorda questa frase tratta dall’appassionato discorso che il personaggio di Maria rivolge agli operai-schiavi nel romanzo Metropolis, scritto nel 1912 da Thea von Harbou (moglie del regista Fritz Lang, che ne trarrà il famoso film espressionista del 1926):

 

Il Cervello e le Mani hanno bisogno di un mediatore.

Il Mediatore tra il Cervello e le Mani deve essere il Cuore.[9]

 

Frase riferita alla costruzione della Torre di Babele – e in generale alla costruzione di ogni monumento grandioso della storia umana – ma quanto più valida se relativa alla “costruzione” dell’individuo umano…! Frase che si trova, nel romanzo, al capitolo 5; il numero 5 – altro parallelismo – numero chiave nella comprensione e nell’attuazione delle attività “paranormali” da parte del famoso sensitivo torinese Gustavo Adolfo Rol, che in molte delle sue sedute si concentrava ripetendo a se stesso «Je suis le numéro cinq» (io sono il numero cinque).[10] Forse e soprattutto perché, come egli scrisse nel suo diario nel 1927 a Parigi, aveva «scoperto una tremenda legge che unisce il colore verde, la quinta musicale ed il calore». Compare il ruolo… centrale del colore verde, che a sua volta, nello spazio, è letteralmente centrale tra la terra e il cielo, proprio come l’Uomo stesso e come Gesù Cristo tra l’Umanità e Dio; santa Ildegarda di Bingen, nel XII secolo, figura eccezionale di donna medievale, scrisse che l’Universo, che è in Cristo il quale è in Dio, è creato, conservato e avviato in evoluzione da Dio attraverso tre forze: la vis (energia), la virtus (potenza positiva) e – singolarmente – la viriditas, cioè «l’eterno verde germogliare del Cosmo».[11]

 

III – Un altro collegamento, successivo e inaspettato, tra l’esagramma 25 e la figura di Gesù Cristo è quello che ho poi potuto congetturare alla fine dell’estate del 2010, imbattendomi in questa tabella esemplificativa (da me copiata) della scrittura ideografica cinese nei suoi caratteri antichi e moderni, a p. 134 del volume XI dell’Enciclopedia Universo (Novara, De Agostini, 1962), alla voce “Scrittura”:

 

 

Come si vede, sia nell’ideogramma antico, sia in quello moderno, per la parola che significa sia «pecora» (yáng) sia «capra» (shānyáng) sono riconoscibili le due corna stilizzate in cima al segno, più marcate in quello antico, nel quale ricordano sia le corna dello stambecco, sia – se prolungate idealmente verso il basso – quelle dell’ariete. Nella forma moderna dell’ideogramma ritroviamo tuttavia le tre righe orizzontali unite dalla riga verticale, che designavano il termine «re» (wang) e che nell’I Ching costituiscono il trigramma Ch’ien (Dio, il Creativo, il Cielo, il Padre) e che è il segno superiore nell’esagramma 25, Wu Wang, L’Innocenza, collegabile – come si è visto – a Cristo Re innocente e alla croce. Ora l’ideogramma cinese per «pecora» e «capra» permette un altro collegamento alla simbologia giudaico-cristiana e quindi alla successiva iconografia cristiana: il Cristo quale «agnello di Dio», portato al sacrificio senza che dalla sua bocca esca un solo lamento (cfr. Isaia, 53, 7), l’agnello trafitto per cancellare i peccati del mondo (cfr. Vangelo secondo Giovanni, 1, 29), e tuttavia risorto e vivente (cfr. Apocalisse, capitoli 5-8, 14, 17, 21-22), e infine anche Agnello mistico, come ricorda il celebre dipinto dei fratelli van Eyck.

Concludo con una ennesima coincidenza riscontrabile tra l’esagramma 25 dell’I Ching, implicante il legame tra Dio Padre/Ch’ien e Dio Figlio/Chên, e il fatto che quest’ultima parte del mio articolo implica a sua volta un rapporto tra padre e figlio. Infatti, fino al mese di maggio del 2010, il volume citato dell’Enciclopedia Universo era uno dei tre volumi finali dell’opera ancora assenti da casa nostra, in quanto nei primi anni ’80 mio padre ne aveva interrotto l’acquisto al volume IX (il nono). Soltanto a maggio del 2010 io avevo imprevedibilmente trovato in un mercatino dell’usato di Torino al confine con Grugliasco, in cui peraltro mettevo piede per la prima volta, la medesima enciclopedia (vecchia di più di quarant’anni, perciò abbastanza rara), completa però di tutti i dodici volumi e invenduta da tempo; anche per questo, uno dei gestori mi aveva lasciato scegliere i volumi mancanti da acquistare a un prezzo simbolico (appunto gli ultimi tre che mancavano a casa nostra). Dopo quasi trent’anni, l’enciclopedia era così completata, e mi permetteva di aggiungere in conclusione questi collegamenti ulteriori riguardo l’esagramma 25 dell’I Ching, grazie a una scoperta inaspettata avvenuta nel mese di maggio, il mese numero 5 del nostro calendario, che moltiplicato per se stesso dà proprio 25.

 

Infine, delle tre fasi in cui le circostanze hanno fatto sì che si realizzasse questa mia ricerca, quella decisiva – la seconda e centrale – si è svolta, come detto, nel 2009: l’anno in cui io stesso avevo 25 anni.

 

Piervittorio Formichetti

 

 

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Fonti per le immagini:

 

• Colonna Zed: parete della Stanza degli Avi del faraone Tutmosi III (XV secolo a. C.), ricostruzione al Louvre, Parigi (da www.gaeword.it).

• Croce ortodossa: Occultismo, mistero e magia, Grandi temi De Agostini, Novara, 1976, p. 11.

• Andrea Mantegna, Crocifissione, 1457, Parigi, Louvre (da www.artleo.it).

• Jan van Eyck e Hubert van Eyck, particolare dal Polittico dell’Agnello mistico, 1426-1432, Gand, cattedrale (da wikipedia.org).

    

 



[1] I Ching. Il Libro dei Mutamenti, a cura di Richard Wilhelm, prefazione di Carl Gustav Jung, Milano, Adelphi, 1991, pp. 50-51.

[2] I Ching. Il Libro dei Mutamenti cit., pp. 15-33.

[3] I Ching. Il Libro dei Mutamenti cit., p. 634.

[4] Vangelo secondo Giovanni, 3, 34, cit. in Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Sulla divina Rivelazione.

[5] Vangelo secondo Giovanni, 12, 28-29.

[6] I Ching. Il Libro dei Mutamenti cit., pp. 516-517.

[7] I Ching. Il Libro dei Mutamenti cit., p. 130.

[8] Debora MARZI, La natura nel pensiero cinese, “Confronti – Quaderni”, n. 9 / settembre 2008, p. 25. Soltanto trascrivendo mi accorgo che anche la pagina su cui ho letto ciò è appunto la numero 25; si tratta di un altro dettaglio numerologico incredibilmente correlabile con il contenuto delle osservazioni che seguiranno.

[9] Thea VON HARBOU, Metropolis, Roma, Compagnia del Fantastico- Gruppo Newton, 1996, p. 39.

[10] Maurizio TERNAVASIO, Gustavo Rol: la vita, l’uomo, il mistero, Torino, Lindau-L’età dell’Acquario, 2002, p. 71. Soltanto nel cercare il presente riferimento bibliografico, scopro che Rol, anche sul citofono della sua abitazione a Torino, aveva applicato al posto del proprio cognome, la parola «Cinque»: Catterina FERRARI (a cura di), “Io sono la grondaia”. Diari, lettere, riflessioni di Gustavo Adolfo Rol, Firenze, Giunti, 2000, p. 15 (in questo libro, tra le molte parole di Rol citate, si fa anche opportunamente presente che il colore verde – vedi le righe successive di questo saggio – è centrale anche nello spettro cromatico – l’arcobaleno – percepito dall’occhio umano).

[11] Il grande libro dei Santi, a cura di Claudio LEONARDI, Andrea RICCARDI, Gabriella ZARRI, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, vol. II, p. 1112 ss..

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