LA MITOLOGIA DI CIRCE

La mitologia di Circe

 

La maga Circe è colei che nel mito conduce al mondo dell’oltretomba. E’ questa la mitologia a cui spesso sono legate le antiche religioni. Anche il culto della fertilità può dirsi legato al mondo dell’oltretomba, poiché nella circolarità delle stagioni è sotteso il principio di morte e rinascita ciclici, il cui potere sta in mano alla terra.

Circe in effetti vuol dire ruota, cerchio, circolarità della vita. Nel buddismo c’è la ruota del samsara o ruota dell’esistenza intesa come prima e dopo la vita. Gli etruschi parlano di pre – vita e di post – vita. Circe appartiene ad una religione precedente a quella di Ulisse, in cui si conosceva il mondo prima e dopo la vita ovvero l’oltre vita.

Il neolitico è l’epoca della grande madre, perché è l’epoca dell’agricoltura, quando comanda la donna, mentre l’uomo si dedica alla caccia. In questo periodo nasce la dea madre che, inizialmente, è un animale. Narrandola in questo modo la dea madre non rappresenta un fatto etico religioso innato nell’uomo, ma è un  fatto culturale, prodotto di una epoca. Questa è una prospettiva assolutamente diversa da quella evidenziata da Maria Gimbutas e dai suoi seguaci, in  quanto si basa  su una serie di eventi storici o protostorici, e non su un innato sentire religioso. Ciò che l’uomo trova in se stesso attraverso l’ascolto della propria spiritualità non sarebbe pertanto un sentimento religioso innato, ma la consapevolezza di uno sedimento antico della propria filogenesi e della propria storia.

E cosa ci dice Circe rispetto a questo? Lei parla della trasformazione dei maschi umani in animali. Circe è legata alle stagioni e alla fertilità. Ma è anche legata all’astronomia quindi alla circolarità della comparsa degli astri nella volta celeste. E’ colei che compie il passaggio dalla religiosità di natura femminile, costituita da dee e sacerdotesse, fino alla religiosità di tipo maschile, trasformando il maschio in animale sacro.

Cibele, la maga Circe, e alcuni culti femminili italici

Virgilio nell’Eneide descrive la maga Circe come una seduttrice, una femme fatale. E’ possibile che il luogo natio della maga Circe sia il monte Circello, il quale forse prese il nome dalla maga seduttrice. Anticamente è possibile che il monte Circello fosse un’isola, quell’isola di Eea (anche se altre ipotesi dicono rispondente forse all’odierna isola di Zannone), lontana,  descritta nel libro X dell’Odissea, come assai distante da qualsiasi continente. Quel monte probabilmente era il luogo nel quale abitava la maga Circe, un monte attualmente collegato al continente e posto all’interno dell’odierno promontorio, nel quale si trova il monte Circello.

Nel settimo libro dell’Eneide, Virgilio parla di Circe e le sue scritture fanno riflettere anche sulla antica madre Cibele, il cui culto è diffuso in molte zone della penisola italiana. Come ad esempio testimonia il pozzo chiamato La magna madre, che è il pozzo più vecchio di Roma. Omero e Virgilio descrivono entrambi la maga Circe, ma in maniera differente, Virgilio, nell’Eneide, scrive che gli uomini vengono da lei trasformati in varie specie animali, nell’Odissea Omero narra invece che tutti i compagni di Ulisse vengono trasformati in porci. La dea Cibele è simile, per tante definizioni date dai due antichi narratori, alla dea Circe, ma assai distante geograficamente e culturalmente dalla terra nella quale si narrano storie della maga Circe.

La dea Cibele è originaria molto probabilmente della penisola anatolica, come gli etruschi, originari anch’essi di quella terra. I veneti, provenienti dalla Siria, che si trovano a vivere nell’Anatolia durante la guerra tra Troia e la Grecia, offrendo un improvvisato aiuto ai troiani nell’ultima parte della guerra, passato quel breve momento che termina con la conquista di Troia da parte dei greci, vengono lasciati liberi di continuare il loro viaggio che li porterà a spostarsi fino a giungere nella penisola italiana, come narrato nel mito degli Argonauti. Anche constatando la lontananza geografica e culturale tra i popoli che professano le religioni delle due deità, si associa forse una comune origine tra la dea madre definita Cibele e la maga Circe, entrambi forse hanno l’antico ruolo di signore degli animali e appartengono all’epoca pre-neolitica, nella quale venivano praticate la caccia e la raccolta, un epoca dove la caccia veniva praticata dai maschi e la raccolta dalle femmine ed il fatto che entrambi le donne mitiche non fossero sposate sottolinea che non dipendessero da famiglie e uomini, ma appartenessero alla sfera sacerdotale.

Nel mito di Circe narrato da Omero, all’interno del decimo canto dell’Odissea, si racconta che, nell’isola Eea, a guardia delle case della maga Circe, figlia del sole, c’erano lupi montani dalle forti unghie e leoni, che grazie ai filtri maligni dati loro erano scodinzolanti come docili cani di fronte al gruppo dei marinai, che si erano avventurati nella remota isola immersa nel mare e distante assai dalle altre terre. Circe trasforma i compagni di Ulisse in porci con un filtro, mentre egli viene protetto dal farmaco procuratogli da Ermete e ricavato da una pianta dalle nere e solide radici e dai fiori bianchi come il latte. Così protetto dall’antidoto, nulla possono il beverone ed il farmaco offerti da Circe ad Ulisse.

I leoni sono anche gli animali sacri della grande madre mediorientale Cibele, importata nell’antichità a Roma e  decantata nel capitolo settimo o dodicesimo dei canti di Ovidio. Ella, nata nel monte Ida, viene definita “grande idea”, cioè “dea di Ida”, dal cantore Ovidio. Gli animali selvatici sono quelli che la hanno allattata su quel monte e lei probabilmente riveste il ruolo, nella cultura classica, di “signora degli animali”, cioè la dea delle società pre-neolitiche, prima dell’avvento dell’agricoltura, che probabilmente nasce a causa del veloce surriscaldamento terrestre che distingue la  post-epoca glaciale del Riss-Wurm, iniziata circa diecimila anni fa.

La maga Circe è colei che nel mito conduce al mondo dell’oltretomba. E’ a questa mitologia che spesso sono legate le antiche religioni. Come abbiamo già visto, anche il culto della fertilità può dirsi legato al mondo dell’oltretomba, poiché nella circolarità delle stagioni è sotteso il principio di morte e rinascita ciclici, il cui potere sta in mano alla terra.

Circe inoltre nutre l’ospite con cibi quali il miele la farina d’orzo e il formaggio, che sono cibi che si ritrovano anche tra le divinità femminili  etrusche e venete, e lo disseta con vino. Questo è il cibo di cui nutre Ulisse quando esercita i propri poteri magici, se poi guardiamo alle fasi successive del racconto, essa offre abbondante carne ad Ulisse ed ai suoi compagni, invitandoli addirittura a sacrificare, sgozzandoli, i migliori animali. Ma in questa fase è concluso l’effetto del farmaco e i porci son tornati uomini, è una Circe già passata ai culti religiosi maschili, legati alla cacciagione.

A casa di Circe lavorano come domestiche quattro ancelle, nate da fonti, da boschi e da fiumi sacri, esse preparano il cibo e lavano gli ospiti con acqua bollita, molto somigliano alle divinità femminili etrusche e venete.

Infine Circe conduce all’Ade, lungo un viaggio che solo lei può propiziare attraverso i profondi gorghi di Oceano, prima che Ulisse possa rientrare a casa. Così come le suddette divinità compiono ciclici e simbolici passaggi al mondo dell’oltretomba attraverso sorgenti d’acqua  ed anfratti nascosti tra fitti boschi.

In Virgilio si dice che Circe trasformasse gli uomini in vari animali, leoni, orsi, lupi, porci, nell’Odissea si narra invece che tutti i compagni di Ulisse siano stati trasformati in porci. Nel libro settimo dell’Eneide, in cui Virgilio narra di Circe, si parla dell’ <<antica madre>> Cibele, il cui culto, proveniente dall’Anatolia, è diffuso in varie zone d’Italia. Cibele era una divinità Vergine, non nel senso che rinunciasse all’accoppiamento, ma perché non era sottoposta all’uomo. Questo è il senso antico del concetto di “vergine”, diffuso nell’area asiatica e mediterranea. Virgo appartiene alla casta delle sacerdotesse, non appartiene ad alcune famiglia, nemmeno a quella dominante. Le famiglie sono di carattere maschile (dea della caccia).

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