La figura della donna nell’Antico Egitto

Il recente vento di cambiamento che ha preso a soffiare impetuoso nei paesi del Magreb, investendo in pieno anche l’Egitto, ha riscosso nelle menti collettive il ricordo di quella grandiosa civiltà, fiorita con grande splendore lungo il Nilo, il cui protagonista principale fu il popolo egiziano, dimostratosi capace di mitiche imprese e artefice di opere imponenti.

La grandezza di una civiltà è data non solo da chi si trova a governarla, ma è determinata, in buona misura, dal suo stesso popolo che condivide i fasti e paga le disgrazie, abbracciando il destino incontro al quale viene guidato, nel buono come nel cattivo governo.

Culturalmente, l’antico Egitto ha ancora da impartire lezioni di fresca attualità. Senza scadere nel nostalgico, è possibile affermare che la società di questo antico popolo ha ancora molto da dire e tanto su cui far riflettere.

La nazione egizia, nelle sue due componenti, maschile e femminile, ha contribuito a rendere grandi i faraoni che l’hanno condotta nei sentieri delle diverse vicende storiche di cui è stata nei millenni protagonista. La donna egiziana, nei diversi livelli societari, è stata interprete capace e attiva delle scelte politiche e militari dei sovrani, consentendo il compimento dei disegni strategici di grandezza imperialistica di questi ultimi.

La donna egiziana godeva di uno status sociale uguale all’uomo con un ruolo societario di vitale importanza e notevole rilevanza a qualunque livello: sacerdotessa, regina, operaia o moglie. Il suo ruolo era opposto a quello dell’uomo non perché fosse ritenuta inferiore, ma poiché i due sessi si contrapponevano l’un l’altro, come il giorno si contrappone alla notte, la luce alle tenebre. Ognuno aveva funzioni specifiche ugualmente rilevanti senza prevaricare l’uno sull’altra ma entrambi contribuivano, senza antagonismi, nel mutuo soccorso e nel reciproco fruire del giusto equilibro.

Socialmente, la donna aveva un ruolo attivo e la sua educazione era di egual livello rispetto a quella maschile. Se dotate, le ragazze avevano la possibilità di accedere alle scuole di palazzo e del tempio – ciò era consentito anche alle giovani di modesta origine, in possesso di notevoli capacità intellettuali – qui conseguivano diversi gradi di istruzione: da quella media a quella specialistica.

La dea Seshat – affiancata al dio Thot, protettore dell’attività intellettuale – è definita Signora delle piante e degli scritti, Signora della casa e dei libri. Numerosi reperti archeologici testimoniano l’esistenza delle precettrici reali, descritte come dame di corte il cui compito richiedeva grande istruzione, indispensabile per poter educare e formare le figlie del re. Ma l’istruzione specialistica consentì alle donne di raggiungere importanti incarichi come quello di giudice e di visir. La carriera amministrativa o religiosa partiva dal conseguimento della qualifica di scriba al quale faceva seguito un periodo di apprendistato. Terminato l’apprendistato i documenti a noi pervenuti raccontano di donne con le seguenti cariche: Intendente, Capo del Dipartimento dei Magazzini, Ispettrice dei magazzini reali, Ispettrice del Tesoro. Maggiordomo degli appartamenti reali, Soprintendente ai sacerdoti funerari, Soprintendente alle Prèfiche, Responsabile dei Domìni funerari.

Inoltre è documentata l’esistenza di donne – medico che svolgevano una mansione di tipo pediatrico mentre le ostetriche possedevano conoscenze meno scientifiche, pur ricoprendo un ruolo fondamentale nella società.

Quanto appena descritto avveniva nell’Antico Regno (2650 – 2150 a. C.), durante il Medio Regno (1955 – 1750 a. C.) le cariche amministrative femminili diminuirono per lasciare spazio alla Signora della casa: con questa definizione ci si riferiva alla moglie e padrona di casa a cui spettava l’intera direzione degli affari domestici. Nel Nuovo Regno (1504 – 1070 a. C.) la figura femminile scomparve del tutto dall’amministrazione statale e completamente affidata al personale maschile, il quale però si faceva sostituire dalla consorte nei periodi di sovraccarico lavorativo.

E’ ipotizzabile che il ruolo della donna sia stato riveduto e corretto nei periodi intermedi che decorsero tra l’Antico e il Medio Regno e tra questo e il nuovo Regno. E’ nei periodi di instabilità politica che la donna ebbe maggiore necessità di protezione poiché è innegabile la sua fragilità fisica, la storia in generale lo insegna. Pertanto questo “ridimensionamento” della presenza femminile nei ruoli portanti dell’amministrazione egizia, a nostro avviso, deve essere interpretata esclusivamente come una presa di coscienza del pericolo al quale una donna poteva esporsi in periodi difficili. I documenti attestano, senza ombra di dubbio, che il ruolo femminile in seno alla società egiziana non venne affatto svilito ma semplicemente trovò una collocazione più defilata, altrettanto importante. Nonostante i pericoli le donne egizie furono le prime ad esercitare affari di tipo imprenditoriale e commerciale in proprio, a questo riguardo sono numerose le attestazioni nelle varie epoche.

Altrettanto determinante fu il ruolo della donna nelle attività lavorative più comuni, nelle pitture viene rappresentata la donna mentre lavora nei campi come spigolatrice o intenta alla pulitura del grano, nella raccolta del lino, nella vendemmia e nella cura dei frutteti. La lavorazione del pane e della birra erano mansioni tipicamente femminili ma non di rado le donne partecipavano alle battute di caccia e di pesca nelle paludi del Delta e lungo il Nilo.

Tra le attività artigianali vi erano la filatura, la tessitura e la preparazione dei profumi. A queste attività erano connesse altre imprese come la Soprintendenza ai laboratori di filatura del Palazzo oppure la Direzione di grandi botteghe di tessitura. A corte, alcune donne, avevano il compito di organizzare le feste e i piaceri del re ed erano responsabili della buona riuscita dei banchetti e dei divertimenti reali.

Nel gradino più basso si collocavano le donne-serve, che avevano un ruolo di supporto nella preparazione del pane, della birra e nell’organizzazione della vita quotidiana in genere. Purtroppo non si hanno molte notizie su di esse ed è molto difficile, allo stato attuale, tracciare una linea di demarcazione tra il concetto di donna libera e quello di donna-serva poiché entrambe assumono delle sfumature differenti, appare verosimile che la condizione di “serva” possa essere applicata al lavoro svolto e non ad una condizione sociale vera e propria, ma si rimane comunque nell’ambito delle congetture.

Nella società faraonica la famiglia – fino alla II dinastia, 2800-2650 a. C. – fu dapprima poligamica e inseguito monogamica. La patria potestà e l’autorità del capo famiglia costituivano la pietra fondante della stabilità familiare. Al suo interno, la donna era giuridicamente subalterna e priva di qualunque ruolo rilevante. Infatti le era vietato prestare testimonianza in tribunale, né le era concesso amministrare direttamente i suoi beni e tanto meno le veniva riconosciuta la patria potestà sui figli, neppure in caso di vedovanza.

Il balzo di qualità ebbe luogo durante l’Antico Regno (2650-2150 a.C.) quando il singolo individuo venne riconosciuto come entità giuridica autonoma, distaccata dalla famiglia la quale si trasformò in gruppo di personalità indipendenti. Da un punto di vista giurisprudenziale, davanti alla Legge, tutti gli individui erano considerati uguali e lo Stato non riconosceva alcun privilegio sociale o economico. E’ in questa fase storica che la donna poté esprimere la propria volontà nel disporre i suoi beni essendo essa riconosciuta pienamente come persona giuridica in tutto uguale all’uomo.

Con i suoi difetti e le sue virtù, la donna ricopriva un ruolo societario portante e il giudizio da lei espresso godeva di notevole considerazione. All’interno del matrimonio i coniugi erano posti sullo stesso piano, entrambi disponevano a piacimento del proprio patrimonio, lo amministravano autonomamente e liberamente disponevano di esso. Nessuna tutela viene esercitata nei confronti delle donne. Al raggiungimento della maggiore età ogni figlio, se lo desiderava, poteva lasciare la famiglia d’origine e intraprendere una vita indipendente. Ciononostante la famiglia egizia non cadde nell’individualismo, infatti i sentimenti familiari furono sempre molto forti come è testimoniato dai reperti archeologici funerari e dagli scritti a noi pervenuti.

 

Rendile in misura doppia il pane che ti diede tua madre

e portala, come lei ti portò.

Tu fosti per lei un carico faticoso e pesante.

Ma lei non ti lasciò neppure quando giungesti in porto.

Il suo dorso ti portò.

I suoi seni ti nutrirono per tre anni.

Non si disgustò mai della tua sporcizia

e non si scoraggiò dicendo: che cosa si deve ancora fare?

Quando ti condusse a scuola,

allorché ti si insegnava a scrivere,

ogni giorno si prese cura del tuo nutrimento

portando il pane e la birra da casa sua.

(Papiro di Ani, 7,15-8,1. British Museum)

 

Il mantenimento dei legami familiari non era sancito da alcuna norma legislativa ma erano un dogma proprio della morale laica che inculcava profondamente tali sentimenti. Era importante che la famiglia fosse numerosa, pertanto era consigliato il matrimonio in età giovanile e, data l’elevata mortalità femminile per parto, gli uomini si sposavano più volte. Solo i faraoni e gli alti dignitari erano poligami, gli altri comuni cittadini erano monogami, ciò era dovuto a semplici motivazioni economiche. Infatti avere più di una moglie implicava spese elevate poiché tutte le consorti dovevano essere trattate in modo eguale.

Colui che non si sposava o che non creava una famiglia, veniva considerato un egoista e perdeva la stima di tutti. Era infatti contemplata la possibilità di adottare degli orfanelli, qualora non fossero arrivati figli naturali.

L’intimità tra i coniugi e la loro uguaglianza viene espressa, nei componimenti poetici, attraverso il reciproco definirsi fratello e sorella, in luogo di marito e moglie. L’utilizzo di questi vocaboli era diffuso tra i giovani nelle liriche d’amore.

 

Mi sdraierò in casa

e fingerò di essere malato.

Verranno i miei vicini a visitarmi

e verrà mia sorella con loro.

Essa renderà inutile il medico

poiché essa conosce il mio male!

(Papiro Harris, r.II, 9, 11. British Museum)

 

Si desume quindi l’inesistenza delle unioni combinate,i giovani si sceglievano liberamente e  l’amore stava alla base del matrimonio.

Ripercorrere la storia dell’istituzione matrimoniale nell’antico Egitto non è semplice poiché le fonti sono avare. I documenti pervenuti su questo argomento risalgono al periodo della dominazione persiana nella regione tebana (525-404 a. C.), da essi si desume l’esistenza di due tipologie di contratto matrimoniale: patrilocale (la sposa si trasferisce a casa dello sposo) e matrilocale (lo sposo si trasferisce a casa della sposa). I riti di celebrazione matrimoniale rimangono tuttavia un mistero, alcuni studiosi immaginano che le famiglie dei due sposi si ritrovassero nel tempio dove i due contraenti ricevevano una benedizione; altri studiosi ritengono che i matrimonio venisse ufficializzato dalla coabitazione dei due sposi.

Non sembra che i matrimoni e le nascite dei figli venissero registrati in appositi registri, per lo meno tali registrazioni non riguardavano le unioni e le nascite di gente comune. E’ però molto verosimile che esistessero registri di questo tipo specialmente per i matrimoni di persone ricche. Il matrimonio era pur sempre un contratto di vita e, in caso di divorzio o di morte di uno dei due, si doveva procedere alla spartizione dei beni o ad un eventuale risarcimento della parte più debole, ma più semplicemente per una questione di tipo ereditario era necessaria la chiarezza.

L’amore coniugale e la reciproca fedeltà ricoprono un ruolo fondamentale nella morale sociale egiziana in misura maggiore rispetto ad una qualunque altra civiltà antica. La felicità familiare può essere raggiunta solo con la concordia coniugale. La dea Iside, in quanto sposa e madre, era la divinità protettrice della famiglia.

Circondare d’affetto la propria sposa non era l’unico atto d’amore che un marito doveva alla consorte, ma era suo dovere garantirle un buon tenore di vita in caso egli la lasciasse vedova. I numerosi testamenti pervenutici risalenti all’Antico Regno (2650 – 2150 a. C.), contengono generalmente un legato da parte del marito a favore della moglie, in misura uguale a quelli predisposti per ciascun figlio.

Durante il Nuovo Regno (1540 – 1070 a. C.) il contratto matrimoniale si evolve assumendo l’aspetto  di un accordo stipulato tra parti giuridicamente uguali che concorrono alla creazione di un patrimonio comune. Alla morte di uno dei due, chi sopravviveva poteva godere dell’usufrutto dell’intero patrimonio e disporre liberamente della propria parte, mentre l’altra parte andava agli eredi del coniuge venuto meno.

Lo scioglimento del matrimonio poteva avvenire anche per divorzio. L’esistenza del divorzio è documentata in diverse epoche, esso poteva avvenire solo per un giusto motivo e per volere di uno qualunque dei coniugi.

La donna divorziata poteva tornare a casa del padre, se ne aveva la possibilità, oppure si stabiliva a casa di un fratello o di un figlio.

L’adulterio era la causa più grave di divorzio e ripudio. Nel caso in cui ad essere accusata di adulterio fosse la donna, questa poteva difendersi giurando la sua non colpevolezza, il giuramento infatti estingueva l’azione del marito e le concedeva un indennizzo, qualora la moglie non giurasse era considerata colpevole.

Se invece l’adulterio era da parte del marito, la moglie poteva chiedere il divorzio e con esso un risarcimento.

L’adulterio era considerato la più grave delle colpe ed era punito molto duramente. La donna veniva privata del suo fascino con l’ablazione del naso e l’uomo subiva l’evirazione.

Quanto sopra descritto delinea un quadro riassuntivo della figura femminile della donna egiziana all’interno della società quotidiana. La figura regale femminile, nell’immaginario collettivo ha da sempre ricoperto un ruolo carico di fascino misterioso poiché essa è un tutt’uno con la divinità.

Per comprendere la teologia egizia è indispensabile riassumere quelle che sono le ideazioni egizie sulla Cosmogonia, intesa come dottrina del mito della creazione dell’Universo.

La mitologia creazionale egizia ebbe origine nei quattro grandi centri sacerdotali: Eliopoli, Ermopoli, Menphi e Tebe. Il dio creatore varia a seconda delle diverse cosmogonie.

La Teologia di Eliopoli pone al centro della creazione il dio Atum (nato da Nun, l’oceano primordiale) che salito su un’altura creò Shu con uno sputo (il vuoto) e la dea Tefnut (l’umidità). Dalla loro unione nacquero Geb e Nut (la Terra e il Cielo), che a loro volta generarono due coppie di fratelli e sorelle: Osiride, Iside, Seth e Nefti che procrearono l’umanità.

La Cosmogonia di Menphi riteneva che la creazione del mondo fosse opera di Ptah che attraverso il cuore e la lingua – rispettivamente il pensiero e la parola datrice di vita – generò quattro emanazioni di sé. Pertanto la divinità creatrice diede alla luce sia gli dei che le città e i distretti egizi e insegnò agli uomini l’agricoltura e l’artigianato.

La teologia ermopolitana affermava che una collina di fango sarebbe emersa dalle acque circostanti la città di Ashmunein (Ermopoli) e avrebbe dato origine alle otto divinità primordiali: quattro divinità maschili con la testa di rana e quattro femminili con la testa di serpente. Queste otto divinità formarono l’Ogdoade, da cui il nome di Ashmunein che significa “città degli otto”. In un secondo tempo, la leggenda passò a Tebe e qui avrebbe subito delle modifiche in base alle quali gli otto dei avrebbero creato un uovo dal quale nacque il dio-sole Amon.

La complementarità dei due sessi è essenziale per affermare e mantenere l’equilibrio cosmico. In particolare la figura di Iside racchiude in se tutte la sfaccettature tipiche dell’ideale femminile:

 

[…] Dea dalle molte facoltà,

onore del sesso femminile.

[…] Amabile, che fa regnare la dolcezza nelle assemblee,

[…] nemica dell’odio […]

[…] tu regni nel Sublime e nell’Infinito.

Tu trionfi facilmente sui despoti con i tuoi consigli leali.

[…] Sei tu che, da sola, hai trovato tuo fratello (Osiri), che hai

ben governato la barca, e gli hai dato una sepoltura degna di lui.

[…] Tu vuoi che le donne (in età di procreare) si uniscano agli uomini.

[…] Sei tu la Signora della terra […]

Tu hai reso il potere delle donne uguale a quello degli uomini!

(Papiro di Ossirinco, Il Grande Inno a Iside, n.1380,1.214-216. II sec. a. C.)

 

La dea Iside presenta quindi una molteplicità di aspetti che convergono in essa e derivano dal sincretismo di tre divinità femminili, accomunate tra loro per la predominante natura di dee – madri: Mut, Hathor e la stessa Iside.

Nella religione egizia, la dea-madre ha un significato dualistico: da un lato ha un significato mistico-divino poiché è intesa come madre della triade divina e dall’altro riveste una visione cosmica di madre da cui dipende tutta la vita.

In quanto madre di Horo – il dio che si incarna nel sovrano regnante – Iside è la madre del re, dunque madre universale.

Il ruolo di madre universale è, al contempo, svolto da diverse altre divinità femminili venerate come incarnazione delle acque primordiali e del cielo e sono rappresentate con l’aspetto di vacca. La dea Hathor è la divinità che più spesso, nelle raffigurazioni, assume un aspetto antropomorfo con le orecchie bovine e le corna. Essendo considerata madre universale, è legata al ciclo del Sole di cui è madre e contemporaneamente figlia. In base alla leggenda la dea è emanazione dell’occhio di Ra nella sua doppia natura con duplice personalità: creatrice e distruttrice. Da selvaggia leonessa si trasforma in Hathor che, in epoche successive, verrà assimilata a Bastet, la dea dell’amore, della felicità, della melodia e della danza, le cui sembianze sono quelle di un gatto.

Particolarmente riferibile alla dea Hathor è la simbologia degli strumenti liturgici che però si ritrovano attribuiti, per sincretismo, a Iside. Gli oggetti simbolici e gli strumenti liturgici sacri alla dea, venivano ad essa offerti durante le cerimonie religiose più solenni. In totale gli oggetti erano nove e simboleggiavano la teologia e i miti della dea primordiale del cielo. Gli oggetti erano: la collana di menat (essa donava la vita eterna), la clessidra (simboleggiava il tempo cosmico), i due sistri (in grado di produrre una melodia liturgica che incantava le orecchie della dea), il mammisi (modellino dell’edificio di residenza del bimbo-dio, garante dell’equilibrio e dell’ordine cosmico), il vaso del latte (contenente il latte di origine divina che donava la vita), la brocca di menu (contenente l’ebbrezza che consentiva agli uomini di avvicinarsi agli dei), la corona d’oro (forgiata dal dio Tatenen, rendeva la dea simile a suo padre Ra e il cui corpo e d’oro puro), il simbolo della protezione delle Due Terre (simbolo cosmico complesso che intendeva rappresentare il legame tra l’Alto e il Basso Egitto e tra il mondo terreno e le divinità), la porta monumentale (qui era protetto il ba della dea, ossia la sua capacità di muoversi e di assumere qualunque forma).

E’ parte integrante dell’oggettistica simbologica sopra elencata anche lo specchio, esso è infatti strettamente connesso con la vita e la rigenerazione. Infatti l’offerta del doppio specchio – a simboleggiare gli occhi di Horo: il Sole e la Luna – appare con frequenza nei templi consacrati al culto di Hathor e di Iside.

All’interno della religione egizia sono ancora numerose le divinità femminili, ricordiamo le più importanti (dopo Iside e Hathor); si tratta delle dee Serqet, Meskhenet, Tueret e Ipet.

Tutte queste divinità ebbero una grande rilevanza nelle liturgie legate agli atti propiziatori delle figure regnanti femminili.

La dea scorpione Serqet concentrava in sé il pieno concetto di divinità femminile. In epoca arcaica essa veniva raffigurata come uno scorpione e proteggeva coloro che rischiavano la morte per soffocamento provocata dalle punture degli scorpioni o dei serpenti. Successivamente la dea venne rappresentata come una donna con uno scorpione sul capo. Durante il Nuovo Regno, nei rituali funerari per il faraone, la dea compare nella settima ora della notte e tiene con le mani la fune che imprigiona il serpente Apopi (simbolo del male). La dea aveva capacità taumaturgiche e trasmetteva i poteri magici ai suoi seguaci. Inoltre la dea Serqet – insieme a Iside, Nefti e Neith – era una delle quattro divinità protettrici dei vasi canopi.

Protettrice delle nascite e dei neonati, la dea Meskhenet simboleggiava la sedia del parto. Le metodiche di assistenza durante il parto erano rudimentali, ci si limitava infatti ad assecondare in modo naturale la nascita. Per agevolare l’evento furono inventate apposite sedie che costringevano la partoriente in una posizione raccolta, in questo modo i muscoli perineali si allentavano e favorivano l’espulsione del nascituro più rapidamente. L’invocazione alla de Mekhenet comprendevano norme igieniche e formule di carattere magico-religioso per la protezione della madre e del nascituro. La dea determinava, fin dalla nascita, la vita futura e la professione del neonato.

Emblema della dea-madre, la dea Tueret appare sotto nomi diversi e risale ad un’epoca più arcaica. Secondo la leggenda, nacque dalle paludi e dalle acque primordiali del Nun e personifica il caos liquido dal quale poi si è formata la Terra, divenendo così la dea dei riti lustrali. Raffigurata con la testa di donna e il corpo di ippopotamo con le mammelle rigonfie, in posizione eretta sulle zampe posteriori. Tueret vegliava sul sonno dei vivi e dei morti, proteggendo tutti con il segno geroglifico sa, un grosso nodo che rappresenta la dea stessa.

Alla dea Ipet competeva il ruolo di nutrice che allatta il re e anch’essa, durante l’Antico Regno,  viene rappresentata come un ippopotamo e successivamente – nel Medio Regno – si identifica con Nut: dea madre del cielo, protettrice dei morti e delle necropoli e pertanto viene assimilata ad Hathor. Durante la XVIII dinastia è adorata in modo particolare ad Eliopoli e Tebe. Nel tempio di Luxor la sua figura si confonde con un’altra Ipet, signora del gineceo di Amon e dea della fecondità e raffigurata con vesti principesche.

Questo sintetico excursus teologico riguardante la sfera delle divinità femminili consente di comprendere quanta importanza avesse la donna-dea. La sua potenza era di tipo positivo poiché donava la vita e la proteggeva per tutta la sua durata terrena e ultraterrena, un legame diretto tra queste ideologie religiose e la concezione della regina quale dea è ineluttabile.

Le regine, da sole o con un consorte al loro fianco, ebbero sempre un ruolo da protagoniste nel guidare il paese.

La storia d’Egitto racconta di numerose donne al potere, legittimamente sovrane. Il nostro ricordo va a cinque di esse. La regina Hatshepsut – quinto sovrano della XVIII dinastia – era la figlia maggiore del re Thutmosis I, sposata al fratellastro Thutmosis II e tutrice del giovane fratellastro-nipote Thutmosis III, riuscì a sfidare la tradizione religiosa e politica del tempo e a installarsi saldamente sul trono divino dei faraoni. Fu l’unica presenza femminile nella storia dell’Egitto ad essere rappresentata, sia come donna che come un uomo, vestita con abiti maschili, dotata di accessori maschili e addirittura della barba finta, tradizionalmente esibita dai faraoni. Dopo la sua morte Thutmosi III cercò con ogni mezzo di cancellare il suo nome e la sua immagine, condannandola alla damnatio memoriae. I monumenti di Hatshepsut furono abbattuti o usurpati da altri, i ritratti distrutti e il nome cancellato dalla storia e dall’elenco ufficiale dei re egizi. La regina Hatshepsut è il monarca di sesso femminile più famoso che l’Egitto abbia mai avuto in tutto il corso della sua storia.

La regina Teie fu una fanciulla di origine non regale, figlia di Yuia – alto funzionari statale con importanti incarichi militari – divenne regina sposando il grande sovrano Amenhotep III (XVIII dinastia, 1390-1352 a.C.). Fu la prima regina che ebbe un ruolo importante durante la vita del suo sposo, infatti partecipò attivamente alla politica estera e si preoccupò dei problemi del paese durante i primi anni di regno del figlio, nel nome del quale esercitò la reggenza. Fu assimilata alla dea Hathor e venerata come patrono locale mentre era ancora in vita. Teie fu la prima donna ad essere divinizzata durante la propria esistenza.

Nefertiti, da tutti ritenuta figlia di Ay, fratello di Teie, nipote quindi di Yuia e quindi cugina di Amenhotep IV, suo marito. Nefertiti e il suo sposo ,formarono una coppia molto legata dal punto di vista politico. Nel V anno di regno, quando il sovrano cambiò il suo nome in quello di Akhenaten, Nefertiti riceve un altro nome : Nefer-nefru-aten (Aten è perfetto nella sua bellezza). Sembra che dopo il XII anno di regno, abbia ricoperto a corte un ruolo di minor importanza, probabilmente per la presenza di Kiya, altra sposa di Akhenaten. Nefertiti morì durante il XIV anno di regno di Akhenaten.

Nefertari, grande sposa reale di Ramesse II (XIX dinastia) era probabilmente di origine tebana, ma non si hanno testimonianze sicure circa le sue origini. Il ruolo diplomatico svolto da Nefertari nei rapporti dell’Egitto con gli Ittiti è ampiamente documentato. Nefertari ebbe 4 figli maschi e 2 figlie: Meritamon e Nebettani, entrambe furono in seguito spose e regine di Ramesse II.

Tausert (1194 – 1186 a.C.) fu la quinta donna a governare l’Egitto come faraone, l’ultimo della XIX dinastia. Era la seconda sposa di Sethi II, dal quale ebbe un figlio, Sethi-Merenptah, che morì ancora bambino. A Sethi II succedette il figlio Siptah, che era ancora bambino quando salì al trono. Per tale motivo svolsero la funzione di reggenti la matrigna, Tausert, e un cancelliere di origine siriana di nome Bay. Anche se Bay incoronò Siptah, Tausert conservò sufficiente influenza e potere per farsi costruire una tomba nella Valle dei Re. Dopo sei anni di regno, Siptah morì. Tausert divenne allora faraone; adottò tutti i titoli reali e il nome di Sitra-Meriamon Tausert, che significa ”Figlia di Ra, amata da Amon, Tausert”. Tausert regnò sola, ma solo per due anni secondo l’egittologia moderna, durante i quali riallacciò i contatti con altri paesi e realizzò una politica di costruzione in Egitto. Sono state trovate placche col suo nome del Delta e il suo cartiglio compare in gioielli dell’epoca di Sethi II. Nella zona di Bubasti fu trovato un tesoro con vasi d’oro e d’argento che recano il suo nome. Come avvenne nel caso di Hatshepsut, Sethnakht ordinò la damnatio memoriae del nome di Tausert, usurpò la sua tomba della Valle dei Re e distrusse i cartigli. La sua mummia, parzialmente distrutta, è stata scoperta nel nascondiglio della tomba di Amenhotep II, accanto a quella di Siptah.

Al termine di questo breve viaggio nella società egizia ci sembra evidente l’alta considerazione di cui godeva la donna, a qualunque ceto sociale essa appartenesse. La ricchezza delle immagini femminili a noi giunte testimonia l’ispirazione artistica nelle varie epoche. L’arte egizia ha saputo valorizzare la perfezione del corpo e del viso femminile attraverso capolavori di sconvolgente bellezza e attualità.

Giuliana Mallei

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Un Commento a “La figura della donna nell’Antico Egitto”

  • Mirna Sopranzi:

    Grazie rivista Betile! Interessantissimo articolo che consiglio, specie oggi, festa della donna e. . . .auguri a tutte!

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