Santi terrestri e porte celesti

I primi simboli e annotazioni dei cicli celesti risalgono all’Era Glaciale quando ancora venivano incisi sugli ossi e sulle zanne di mammut. Osservare, capire e, perché no, meravigliarsi dei ritmi della natura e del cosmo è, da sempre, uno tra i bisogni più pressanti dell’essere umano. Potrebbe non essere così?

La natura è un prodigioso mosaico senza tempo, fatto di innumerevoli tasselli tutti diversi, eppur tutti collegati tra loro. Ogni pianta, animale e uomo, segue un innato ciclo circadiano. In particolare, per quel che ci riguarda, la nostra temperatura corporea aumenta e diminuisce di uno o due gradi nell’arco della giornata; la secrezione di corticosteroidi segue lo stesso ritmo per raggiungere il picco più alto nello stesso momento. La velocità di coagulazione del sangue, la conta dei globuli bianchi, la produzione di glicogeno da parte del fegato, le proteine utilizzate nel metabolismo, le curve dell’elettroencefalogramma, il battito cardiaco, il ritmo respiratorio, etc., seguono un andamento pressoché regolare di 24 ore. Molti di questi nostri processi sono coordinati dalla ghiandola pineale (epifisi), insieme agli avvicendamenti stagionali del Sole. Difatti, a mano a mano che le giornate si accorciano, l’epifisi secerne più melatonina, un ormone che controlla la quantità di serotonina nel cervello, che (in particolari concentrazioni), può innescare uno stato depressivo. Allorquando le giornate si allungano, il processo si inverte. L’epifisi è quindi fotosensibile e, attraverso l’influenza che esercita sul resto del sistema endocrino, pare fare da cerniera tra il corpo e il suo habitat. Detta funzione di mediazione tra cicli celesti e terrestri è, verosimilmente, all’origine di alcune credenze mistiche sorte nelle più disparate culture e luoghi del mondo. Tant’è vero che, per migliaia di anni, i nostri antenati hanno celebrato le stagioni dell’anno con feste rituali. Tra queste, le più importanti e universalmente obbedite, erano i due Solstizi la cui funzione prima era quella di accrescere il senso di comunione tra la Terra e il Cielo.

Benché i Solstizi in sé trascendono qualsiasi ideologia religiosa, è indubbio che le grandi feste stagionali erano (e rimangono!) un elemento chiave delle religioni di tutti i popoli del mondo che, di fatto, hanno assorbito le feste rituali nel loro calendario liturgico.

Ecco, allora, di come il culto delle chiese cristiane dei due San Giovanni coincide con i due Solstizi.

Ecco, allora, di come la festa di San Giovanni Battista (San Giovanni d’Estate) ricorre il 24 giugno e quella di San Giovanni Evangelista (San Giovanni d’Inverno) il 27 dicembre.

Ma cosa sono i Solstizi?

Dobbiamo essere consapevoli che i sette giorni della settimana hanno nomi di origine astronomica. È nel II sec. a.C. che, si fa per dire, videro la luce le errate teorie di Tolomeo riguardanti Sole, Luna e i cinque pianeti che giravano attorno alla Terra. È allora che i giorni furono battezzati col nome del Sole (Domenica), della Luna (Lunedì), di Marte (Martedì), di Mercurio (Mercoledì), di Giove (Giovedì), di Venere (Venerdì) e di Saturno (Sabato). Pertanto, per quanto il paradigma fosse errato, è innegabile che le nostre esistenze non si sono mai disunite dalle cose celesti.

E allora, visto e considerato che già migliaia di secoli prima di Cristo il popolo Sumero aveva conoscenze astronomiche così specifiche e precise riguardo i pianeti del sistema solare (soprattutto perché è solo dal 1600-1700 d.C. che si sono scoperti i pianeti attraverso i telescopi), è nostro dovere sapere, quanto meno, gli aspetti basilari di questa scienza. Partiamo allora dall’inizio, ossia, dalla rotazione terrestre. È infatti con la rotazione attorno al Sole sul proprio asse che la Terra ci restituisce le fasi della notte e del giorno. Inoltre, l’inclinazione dell’asse terrestre sul suo piano orbitale (obliquità dell’ellittica), ci da le quattro stagioni. All’unanimità gli studi e i ritrovamenti hanno dimostrato che le prime civiltà, osservando l’alzarsi ed il calare del Sole in rapporto all’orizzonte terrestre, furono tutte molto perspicaci nell’identificare quattro punti chiave fissi. Essi comprendono: i Solstizi d’Estate e d’Inverno, laddove il Sole raggiunge le sue più distati posizioni a Nord e a Sud, per poi ritornare indietro; gli Equinozi di Primavera e d’Autunno, allorquando lo stesso Sole attraversa l’Equatore terrestre dando luogo a giorno e notte di uguale durata.

Solstizio vuole dire fermata del Sole, perché la sua elevazione zenitale non sembra cambiare da un giorno all’altro. In questi due momenti dell’anno, il Sole raggiunge il punto più meridionale o settentrionale della sua illusoria corsa nel cielo, rispettivamente al tropico del Capricorno e al tropico del Cancro. Quindi, in termini temporali, i Solstizi distano tra loro circa 6 mesi e segnano il giorno in cui l’emisfero Nord e Sud della Terra, ricevono il massimo (Solstizio d’Estate) e il minimo (Solstizio d’Inverno) irraggiamento dal Sole. Il Solstizio d’Estate si verifica attorno al 21 Giugno e corrisponde al giorno più lungo dell’anno, mentre in Dicembre si ha il giorno più corto. Questo succede a causa della differente altezza del Sole sull’orizzonte. Dall’Italia, per esempio, a Giugno il Sole raggiunge l’altezza di 67° a mezzogiorno, mentre a Dicembre scende fino a soli 21° dall’orizzonte per iniziare di nuovo.

Una lunga e ricca tradizione di festeggiamenti è giunta fino a noi sovrapponendo, alle Antiche ricorrenze pagane dei Solstizi (25 dicembre Sol Invictus e 24 Giugno Fors Fortunae), le successive pratiche cristiane che accolsero in sé parte degli antichi rituali.

La Natività, verosimilmente iniziò ad essere celebrata dai nostri antenati presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge (in Gran Bretagna), di Newgrange, Knowth e Dowth (in Irlanda) o, ancora, attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan (in Iran) e della Val Camonica (in Italia), già in epoca primitiva. Essa, inoltre, ispirò l’opera di Eraclito di Efeso (560/480 a.C), ma fu allegoricamente cantata anche da Virgilio e da Omero. L’Odissea ci descrive il misterioso antro nell’isola di Itaca nel quale si aprivano due porte, così: L’antro ha due porte, una da Borea, accessibile agli uomini; l’altra, dal Noto, è dei numi e per quella non passano uomini, degli immortali è la via. E, poi, Porfirio si fa interprete di questi versi in L’antro delle ninfe allorquando scrive: Dato che l’antro costituisce l’immagine e il simbolo del mondo, Numenio e Cronio suo compagno, dicono che due sono nel cielo le estremità, delle quali una non è più meridionale del tropico invernale, e l’altra non è più settentrionale di quello estivo. Quello estivo poi è nel Cancro, mentre quello invernale è nel Capricorno. Ed essendo per noi vicinissimo alla Terra il Cancro, a buona ragione (il suo segno) è attribuito alla Luna che è prossima alla Terra. Mentre il Capricorno, essendo invisibile più del polo meridionale, è attribuito a quello che di gran lunga è il più lontano e alto di tutti (gli astri) vaganti, cioè a Kronos. … Coloro dunque che parlano delle cose divine ponevano essere due (il numero) di questi ingressi: Cancro e Capricorno; e Platone parla di due bocche. Di queste, il Cancro è quella per cui le anime discendono, ed il Capricorno quella per cui ascendono. Ma il Cancro è settentrionale e atto alla discesa, mentre il Capricorno è meridionale e atto all’ascesa. E le parti di Settentrione sono proprie alle anime che discendono verso la generazione. E rettamente gli ingressi dell’antro volti a Borea discendono per gli uomini, mentre le parti di Meridione non sono proprie agli dèi, ma a coloro che ascendono agli dèi. Per questa ragione (il poeta) dice via non propria agli dèi, ma agli immortali, comune anche alle anime che sono per sé o per essenza immortali.

Il Natale fu immutabilmente atteso e glorificato anche dalle popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti lo denominarono Alban Arthuan (rinascita del dio Sole); i Germani, Yulè (ruota dell’anno); gli Scandinavi Jul (ruota solare); i Finnici July (tempesta di neve); i Lapponi Juvla; i Russi Karatciun (il giorno più corto).

Di fatto, intorno a quel dì dicembrino, quasi tutti i popoli del mondo hanno fatto la stessa cosa: in Egitto si festeggiava la nascita del dio Horo e il padre, Osiride, si credeva fosse nato nello stesso periodo; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoath e l’azteco Huitzilopochtli; Bacab nello Yucatan; il dio Bacco in Grecia, nonché Ercole e Adone o Adonis; il dio Freyr, figlio di Odino e di Freya, era festeggiato dalle genti del Nord; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina; in Persia, si celebrava il dio guerriero Mithra, detto il Salvatore ed a Babilonia vedeva la luce il dio Tammuz figlio della dea Ishtar. C’è da aggiungere che quest’ultima dea veniva rappresentata (come Iside in Egitto), avente tra le braccia il suo unico figlio (Tammuz, appunto), con una aureola di dodici stelle intorno al capo [...]. Il culto di Tammuz era talmente forte e diffuso che anche nella Bibbia troviamo il profeta Ezechiele (VI secolo a.C), rimproverare le donne di Gerusalemme perché piangevano la morte di Tammuz (il dio-pastore festeggiato il 25 Dicembre che muore e poi risorge dopo tre giorni).

È evidente che il Solstizio è sempre stato fonte di grande ispirazione per i culti e riti pagani. Una fase magica dunque, che dispiega le sue radici lontano nel tempo.

Nella tradizione esoterica, i Solstizi rappresentano il dramma cosmico della Morte e della Rinascita del Sole, l’incessante succedersi delle stagioni, di Luce e Tenebre. In tal senso per noi i Solstizi acquistano significati in riferimento al destino dell’anima, oltre che al naturale perpetuarsi della vita sulla Terra.

Forti anche le analogie con le pratiche alchimiste che avevano come fine ultimo la ricerca di quella Sapienza capace di condurre alla Vita eterna coloro che sapevano distinguere il grosso dal sottile.

Come non citare, inoltre, i pensieri di René Guénon, raccolti postumi in Simboli della Scienza sacra, che ci mostrano la via per risolvere un’apparente contraddizione, che è questa: il Nord è designato come il punto più alto, e verso questo punto d’altronde è diretto il cammino ascendente del sole, mentre il suo cammino discendente è diretto verso sud, il quale appare così il punto più basso; ma, d’altra parte, il solstizio d’inverno, che corrisponde nell’anno al nord, e segna l’inizio del movimento ascendente, è in un certo senso il punto più basso, e il solstizio d’estate, che corrisponde al sud, e dove termina il movimento ascendente, è – sotto lo stesso profilo – il punto più alto, a partire dal quale comincerà quindi il movimento discendente, che terminerà al solstizio d’inverno. La soluzione di questa difficoltà risiede nella distinzione che è il caso di fare tra l’ordine “celeste”, cui appartiene il cammino del sole, e l’ordine “terrestre”, cui appartiene invece la successione delle stagioni; secondo la legge generale dell’analogia, questi due ordini devono, nella loro stessa correlazione, essere inversi l’uno dell’altro, di modo che quel che è più alto nell’uno divenga più basso nell’altro, e reciprocamente; ed è così che, secondo l’espressione ermetica della Tabula smaragdina, “ciò che è in alto (nell’ordine celeste) è come quello che è in basso (nell’ordine terrestre)”, o ancora, secondo il detto evangelico, “i primi (nell’ordine principale) sono gli ultimi (nell’ordine manifestato)”. Guénon considera la questione talmente importante che ribadisce il concetto: la porta solstiziale d’inverno, o il segno del Capricorno, corrisponde al nord nel ciclo annuale, ma al sud in relazione al cammino del sole nel cielo; così, la porta solstiziale d’estate, o il segno del Cancro, corrisponde al sud nel ciclo annuale, e al nord in relazione al cammino del sole.

Sorge quasi spontaneo anche il collegamento del simbolismo delle due Porte Solstiziali al simbolismo di Giano. Giano (ianitor), che apre e chiude le porte (ianuae) del ciclo annuale con le chiavi, è il Nume dalla doppia e, talvolta, anche quadrupla faccia. Giano interpreta l’eterna conciliazione degli opposti: passato e futuro, avanti e indietro, interno e esterno, luce e tenebre.

Allacciandosi al lavoro di Guénon, il Cattabiani evidenzia il passaggio delle consegne da un guardiano all’altro delle Porte Solstiziali ad opera dei due Santi Giovanni, il Battista e l’Evangelista. I due San Giovanni hanno sostituito Giano, anche se a Dicembre il Sole nascente è diventato il simbolo del Cristo Bambino. Il Solstizio d’Estate, invece, apre la fase discendente e coincide con la nascita del Battista, come sottolinea la formula evangelica bisogna che egli cresca e che io decada (Giovanni,3,30).

E che dire della rassomiglianza fonetica tra Janus e Joannes (Giano e Giovanni in latino)? Si porterebbe ritenere che la collocazione delle feste dei Santi Giovanni in prossimità dei due Solstizi, non sia stata casuale, ma servisse non a cancellare ma, piuttosto, a riscrivere l’arcaico culto.

Il Vangelo di Giovanni, che si apre con le parole In principio era il Verbo, fa riferimento al Principio della Creazione cosmica e si collega, evidentemente, al nuovo anno, alla Rinascita della Luce, al risorgere invincibile dagli abissi, al chiudersi di una fase e lo schiudersi di un’altra. Come ricorda Julius Evola: nel simbolismo primordiale il segno del sole come Vita, Luce delle Terre, è anche il segno dell’Uomo. E come nel suo corso annuale il sole muore e rinasce, così anche l’Uomo ha il suo ‘anno’, muore e risorge. Questo stesso significato fu suggerito, nelle origini, dal solstizio d’inverno, a conferirgli il carattere di un mistero.

Al Rinascere del Sole si associò altresì, il simbolismo dell’albero sempreverde (per Evola l’albero della vita) che si leva innestando le proprie radici nell’abisso e quello dell’Uomo cosmico con le braccia alzate, tradotto, d’altronde, anche nella runa Algiz.

Così, i doni che il Natale porta ai bambini, come ci dice ancora Evola, costituiscono un’eco remota, un residuo morenico: l’idea primordiale era il dono di Luce e di vita che il Sole nuovo, Il Figlio, dà agli uomini. Dono da intendersi sia in senso materiale che in senso spirituale.

Senza dubbio il Sole è il simbolo della Divinità Creatrice. Come era nei tempi antichi, così esso è ora. Tuttavia questo simbolo si allontana sempre più dal vero ideale rappresentato, per trasformarsi per i suoi impreparati adoratori, da simbolo, a Sole stesso. Poiché l’Oriente, l’Est, è il punto cardinale dove sorge l’astro del giorno, non ci dobbiamo meravigliare se tutti i popoli della Terra adorassero in esso l’elemento visibile del Principio invisibile. Non ci dobbiamo meravigliare se la messa fosse officiata in onore di Colui che è il datore delle messi. Ma fra l’adorare l’ideale in sé e l’adorare il simbolo fisico, c’è un po’ di differenza. Non vi pare?

Enrico Marongiu

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