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I Cinque Periodi della missione del Buddha: un confronto con l’I Ching

I Cinque Periodi della missione del Buddha: un confronto con l’I Ching

[ SUDDIVISO IN DUE PARTI ]

 

[PRIMA PARTE]

Mi è capitato di leggere in Storia della filosofia orientale, libro di cui ammetto di avere ignorato anche l’esistenza poco prima di trovarlo, una pagina interessante sulla diffusione della dottrina buddistica:

 

Uno dei più illustri pensatori cinesi del VI secolo tentò un’ardita sintesi delle opposte opinioni [sulla dottrina del Buddha] allo scopo di trarre un sistema organico da tanta confusione: questo fu Chi-kai, nato nel 531 d.C.

Egli ammetteva che tutti gli esseri possiedono la natura del Buddha, ma sosteneva che la sua realizzazione dipende dallo sforzo personale. Vi è quindi bisogno dell’istruzione, e anche di un profondo impegno, onde rimuovere l’errore e giungere alle idee veraci. Questa era la pietra angolare del nuovo sistema di Chi-k’ai. Un profondo studio della letteratura buddistica lo convinse che nonostante le apparenti diversità e contraddizioni riscontrabili negli insegnamenti del Buddha, vi è in essi una profonda unità d’intenti. L’esistenza di diverse teorie filosofiche non deve far dimenticare che lo scopo ultimo è sempre il medesimo, cioè quello di superare i mali e conseguire la verità e il bene ultimo. [...]

Fu partendo da queste premesse che Chi-k’ai tentò una classificazione ordinata della letteratura e una sintesi della dottrina. Il sistema da lui elaborato era tanto ragionevole, che venne adottato da tutte le scuole buddistiche in Cina e negli altri Paesi dell’estremo Oriente,  ed è pervenuto fino a noi. [...]

Rispetto agli insegnamenti del Buddha quali sono incorporati nella letteratura, Chi-k’ai propose di classificarli in ordine cronologico. Egli suddivise la carriera attiva del Buddha in cinque periodi, in relazione ai quali classificò anche la sua predicazione.

Il primo periodo è [quello in cui] il Buddha, proprio subito dopo il conseguimento della bodhi [illuminazione o risveglio] trascorse 21 giorni sotto l’albero, abbagliato dalla luce della rivelazione. [...]

Il secondo periodo incomincia non appena egli lascia l’albero della bodhi e inizia la sua opera di insegnante religioso popolare. I suoi insegnamenti di questo periodo [...] sono riservati ai novizi e non contengono alcuna «verità sublime». Questo periodo durò 12 anni.

Nel terzo periodo, di 8 anni, si impegnò in un attacco a fondo contro le varie scritture religiose e filosofiche che predicavano dottrine contrarie alla sua fede.

Il quarto fu un periodo in cui gli attacchi delle altre scuole divennero così accesi da costringere il Buddha a rivelare ai suoi discepoli le verità metafisiche più profonde. [...] Tale periodo durò 22 anni.

Il quinto periodo fu quello culminante. Gli avversari erano stati costretti al silenzio e il buddhismo si era ormai stabilito su solide fondamenta. [...] Fu un periodo di 8 anni, che terminò con il nirvana del Buddha.[1]

 

Se, facendo un esperimento, mettiamo gli anni dei cinque periodi della vita di Buddha dopo l’illuminazione in parallelo con il libro classico dell’antica Cina, l’I Ching, Libro dei Mutamenti, e consideriamo gli anni di età di Buddha durante i periodi individuati da Chi-k’ai, emergono legami sorprendenti inerenti proprio la dinamica dell’ascesi, sia in riferimento al Buddha sia in generale:

                                                                           

Periodo

Durata

Età del Buddha

Esagramma dell’I Ching

I

21 giorni

30 anni

30, Li, L’Aderente (il Fuoco)

II

12 anni

30-42 anni

30, Li, L’Aderente (Il Fuoco) – 42, I, L’Accrescimento spirituale

III

8 anni

42-50 anni

42, I, L’Accrescimento spirituale – 50, Ting, il Crogiolo

IV

22 anni

50-72 anni

- – - (l’I Ching si ferma all’esagramma 64)

V

8 anni

72-80 anni

- – -

L’esagramma 21 è Chi-ho, il Morso che spezza:

 

Il segno rappresenta una bocca aperta, ma tra i denti si trova un ostacolo (linea al quarto posto). Di conseguenza le labbra non possono riunirsi. Per ottenere la loro ricongiunzione, bisogna mordere energicamente l’ostacolo da parte a parte.

 

Gli ostacoli sarebbero

 

i turbamenti della convivenza armoniosa portati da criminali e calunniatori. [...] Quando un ostacolo si oppone all’unione, un energico morso che spezza provoca riuscita. [...] L’unità non si può stabilire laddove è sempre compromessa da delatori e traditori, da qualcuno che ostacola e impedisce. [...] Occorre però procedere nella maniera giusta. Il segno è composto dai trigrammi Li, chiarezza, e Chên, eccitazione. Li è tenero, Chên è duro. Durezza ed eccitazione da sole sarebbero troppo violente nel punire. Chiarezza e dolcezza da sole sarebbero troppo deboli. Riunite, producono la giusta misura.[2]

 

Si tratta dunque del primo e indispensabile passo nell’ascesa (e nell’ascesi) spirituale: una netta recisione di ogni compromesso con il Male. Coloro che ostacolano e impediscono, soprattutto mediante la calunnia, sono le forze maligne: il significato greco della parola diàbolos, diavolo, è appunto questo: colui che separa, divide, che crea ostacolo (skàndalon); e il primo “luogo” in cui essi possono esercitare questa azione è ovviamente l’interiorità dell’individuo umano.

Il numero 21 è prodotto della moltiplicazione 3 × 7, e gli esagrammi rappresentati da questi ultimi due numeri implicano significati simbolici che si rivelano condizioni necessarie al significato simbolico dell’esagramma 21:

• il 3 è Chun, La Difficoltà iniziale o la Confusione iniziale, così composto:

 

Il segno inferiore, Chên, è l’Eccitante: è diretto verso l’alto; per immagine ha il tuono; il segno superiore, K’an, è l’Abissale, il pericoloso: il suo moto va verso il basso; per immagine ha la pioggia. La situazione indica dunque una pienezza densa, caotica. Tuono e pioggia riempiono l’aria, ma il caos si rischiara. [...] Nel temporale le forze in tensione si scaricano, e tutto respira di sollievo. [...] È come un primo parto. Queste difficoltà derivano dall’affollarsi di ciò che sta lottando per formarsi. [...] Nel caos della difficoltà iniziale, l’ordine è già predisposto. Così il nobile deve, in questi tempi iniziali, suddividere e ordinare la caotica abbondanza.[3]

 

Come in un temporale il tuono e il buio delle nubi precedono la distensione, anche nella sfera umana il tempo dell’ordine è preceduto da un’epoca di caos. [...] Nubi e tuono corrispondono alla struttura del segno. Qui si parla dello stato che precede la pioggia e simboleggia il pericolo. Per superarlo bisogna prima separare e poi unire, come avviene quando il temporale si scarica: dapprima nubi sopra e tuoni sotto, poi tuoni sopra e pioggia sotto.[4]

 

Dal punto di vista dell’ascesi, il caos è, naturalmente, quello interiore, proprio, della persona che si mette sulla via ascetica, e le forze che si scontrano tra loro sono le sue dimensioni psicologiche, emozionali, passionali, ognuna delle quali a sua volta in conflitto con la volontà di distacco dalla dimensione mondana dell’esistenza. Si tratta dunque di strutturare le forze disordinate in un ordine finalizzato.

• il 7 è Shih, l’Esercito, segno formato

 

dai segni primordiali K’an, acqua, e K’un, terra. Così è simboleggiata l’acqua sotterranea, quella che si raccoglie nel sottosuolo. Allo stesso modo si accumula la forza militare entro la moltitudine di un popolo: invisibile in tempo di pace, ma sempre a disposizione come fonte di potenza.

 

Per questo la sua Immagine dice «Nel grembo della terra vi è l’acqua: l’immagine dell’esercito»:

 

L’acqua sotterranea sta invisibile nel grembo della terra. Allo stesso modo la potenza militare di un popolo sta invisibile in seno alle masse.[5]

 

In virtù della coscrizione obbligatoria in uso nell’antichità, i soldati sono presenti nel popolo come l’acqua sotto la terra. Avendo cura della prosperità del popolo, si ottiene un esercito valoroso.[6]

 

Il significato del 7 – la molteplicità preparata per gli eventuali conflitti – è quindi la logica evoluzione del significato del caos atmosferico rappresentato dal 3, tanto più che si tratta di acqua assorbita dalla terra, nelle falde freatiche diremmo oggi: esattamente quello che avviene in natura dopo un temporale; vale a dire, sul piano psicologico-spirituale, le passioni e le forze interiori della persona disciplinate e addestrate alla lotta spirituale (in arabo: jihad) contro le forze avversarie (avversario, in ebraico, è: satan).

Altri due significati simbolici dei numeri 3 e 7 si legano benissimo alla vicenda umana e ascetica del Buddha – e in generale all’ascetismo – e ai legami di questa con la simbologia espressa dall’I Ching:

• 3 sono le razze e le città dei demoni affrontati dal dio indù Shiva in un mito, descritto da Giuseppe Lanza del Vasto (1901-1981), discepolo del Mahatma Gandhi, che ebbe modo di osservarlo rappresentato in un bassorilievo di un tempio indiano:

 

L’arco impugnato dal dio è Vishnu stesso, e la freccia è Brahma. [...] Sciva mira con la freccia il pilastro di faccia, su cui si trovano figurate in bassorilievo le Tre Città: la Città di Ferro, la Città d’Argento e la Città d’Oro, abitate rispettivamente dai demonii del ventre, dai demonii del cuore e dai demonii della testa. E distruggerà le tre città e i demonii che le abitano: è il distruttore delle tenebre, del desiderio e delle illusioni: è il Principe degli Yoği, il Redentore dello spirito.[7]

 

Le Tre Città, ognuna costruita e denominata con un metallo prezioso in progressione – la Città di Ferro abitata dai demonii del ventre; la Città d’Argento abitata dai demonii del cuore; la Città d’Oro abitata dai demonii della testa – possono essere confrontate con le tre tentazioni di Gesù nel deserto, che, prima dell’inizio della sua vita pubblica, mirano a sedurlo proprio dal punto di vista del ventre, del cuore e della testa:

 

Gli si avvicinò il tentatore e gli disse: «Se sei il Figlio di Dio, dì che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo condusse con sé nella Città santa e, postolo sul pinnacolo del tempio, gli disse: «Se sei il Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Darà ordini per te ai suoi angeli perché ti sorreggano sulle braccia, e perché non urti in qualche sasso il tuo piede». Gli rispose Gesù: «Sta scritto anche: Non tenterai il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e di qui gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro magnificenza, e gli disse: «Tutte queste cose io le darò a te, se, prostrato a terra, mi adorerai». Allora Gesù gli disse: «Vattene, satana! Sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo presterai culto». Allora il diavolo lo lasciò…[8]

 

L’analogia fra le Tre Città distrutte da Shiva nel mito indiano, e le tre tentazioni affrontate da Cristo è possibile perché gli organi del corpo umano e le funzioni fisiche e psichiche che essi svolgono e rappresentano sono quasi le medesime sia nel caso delle Tre Città, sia nel caso delle tre tentazioni:

- il ventre, punto debole della fame, dei bisogni essenziali ma anche simbolicamente degli istinti e degli impulsi immediati: “ragionare con la pancia” (collegato ai demonii della Città di Ferro);

- il cuore, subito sopra, per molte culture antiche sede dei sentimenti e delle emozioni, quindi anche dell’orgoglio di sé e della soddisfazione personale nel vedersi – nel caso di Gesù – oggetto di un salvataggio miracoloso e spettacolare da parte degli angeli (collegato ai demonii della Città d’Argento);

- la testa, per definizione traslata simbolo del potere, del comando (si pensi alla doppia accezione del termine «capo»), dell’assenza di superiori cui sottostare; e infatti Gesù, in quanto Dio, non può sottostare all’invito di satana e adorarlo (collegata ai demonii della Città d’Oro).

Si sarà notato che la progressione dei metalli preziosi, delle Tre Città che essi definiscono, e delle tre tentazioni di Cristo, è parallela all’ordine delle stesse parti del corpo umane dal basso all’alto, così che in entrambi i racconti – mito indiano ed episodio evangelico – è implicata anche la loro crescente preziosità spirituale.

• 7 luci sono, nella Bibbia, l’attributo tipico di Dio: l’oggetto-simbolo cui si pensa subito al riguardo è la menorah, il candelabro a sette bracci tipico degli Ebrei. L’interpretazione forse più antica della menorah si trova nel libro del profeta Zaccaria:

 

L’angelo che mi parlava venne a destarmi, come si desta uno dal sonno, e mi disse: «Che cosa vedi?». Risposi: «Vedo un candelabro tutto d’oro; in cima ha un recipiente con sette lucerne e sette beccucci per le lucerne». [...] Allora domandai all’angelo che mi parlava: «Che cosa significano, signor mio, queste cose?». Egli mi rispose: «Non comprendi dunque il loro significato?». E io: «No, signor mio». [L’angelo disse quindi] «Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra».[9]

 

Secondo alcune tradizioni, la menorah simboleggia il roveto ardente in cui la voce di Dio si manifestò a Mosè sul monte Horeb; secondo altre rappresenta il sabato (al centro) e i sei giorni della creazione.[10] Il rabbino Simon Philip De Vries scrisse: «Il candelabro è un albero della luce, che si sviluppa nella massima fioritura. La luce risplende fino a Dio, e verso di Lui risplendono tutte le altre luci» (Riti e simboli giudaici [Jüdische Riten und Symbolen, Wiesbaden 1986]).[11] Per altre fonti, «rappresenta la diffusione verso l’uomo della luce della sapienza proveniente da Dio».[12]

 

«Gli sono stati dati tanti bracci – scrive Giuseppe Flavio – quanti sono i pianeti»; è «imitazione terrena», secondo Filone, «della sfera celeste archetipa». Zaccaria ne dà una descrizione mistica che lascia supporre un simbolismo di origine astrale: corrisponderebbe ai sette pianeti e ai sette cieli; le sette lampade sono, per Zaccaria, i sette occhi di Dio (sette è il numero perfetto) che vedono su tutta la Terra. Alcuni scrittori ebraici posteriori, come Filone, Flavio Giuseppe e perfino qualche testimone dell’antico rabbinismo, sviluppano esplicitamente questo simbolismo. Per Filone (Vita di Mosè, 2, 105), il candelabro rappresenta il cielo con il sistema planetario al centro del quale brilla il Sole, di cui il fusto centrale è simbolo. [...] Simbolo della divinità e della luce che essa dispensa agli uomini, la menorah è stata spesso utilizzata come motivo ornamentale, ma ricco di significati, sui muri delle sinagoghe o sui monumenti funerari.[13]

 

Allo stesso modo, Richard Wilhelm, nella sua spiegazione dell’I Ching, in riferimento alla Sentenza dell’esagramma 24, Fu, Il Ritorno, la quale recita: «Al settimo giorno si ha il ritorno», commenta: «il sette è il numero della luce giovane».[14]

[FINE PRIMA PARTE]

 

[SECONDA PARTE]

Tutto ciò che è luminoso e allo stesso tempo a portata di mano, per l’uomo antico si collega all’accensione del fuoco: il numero degli anni del Buddha durante questi primi 21 giorni è il 30, e il numero 30 nell’I Ching è Li, l’Aderente-il Fuoco:

 

Il fuoco non ha una figura determinata, ma aderisce alle cose che ardono e perciò è luminoso. [...] Tutto ciò che splende nel mondo, dipende da qualcosa cui aderisce: così può splendere durevolmente. [...] Così la doppia chiarezza dell’uomo di valore aderisce al giusto e per questo può plasmare il mondo.[15]

 

I corpi sono anch’essi necessari affinché per loro tramite le forze della luce e della vita possano manifestarsi. Lo stesso vale per la vita umana: la natura psichica deve aderire alle forze della vita spirituale per riuscire a trasfigurarsi e a influire sulla terra.[16]

 

A sua volta torna possibile un parallelo con il Cristo, anche lui trentenne: Giovanni Battista disse di lui: «Egli è venuto per battezzare nello Spirito Santo e nel fuoco»,[17] Gesù disse di se stesso: «Sono venuto a portare il fuoco, e come vorrei che fosse già acceso!»,[18] e infine si lasciò attaccare al legno della croce – così come al legno aderisce il fuoco – per essere «luce del mondo» attraverso la sua morte e risurrezione.

Al numero 30, nella periodizzazione della vita pubblica del Buddha in relazione alla sua età,  segue il numero 42: gli anni iniziali della sua predicazione furono dunque 12, da quando ne aveva 30 a quando ne ebbe 42. Dodici anni sono per l’uomo gli anni che trascorrono dal concepimento alla possibilità di generare figli. Iniziare un percorso ascetico e, dopo un determinato tempo, ottenerne i risultati-figli, è un ri-nascere, un ri-generare se stessi, un diventare padre o madre di se stessi: da questo punto di vista si comprende benissimo la frase di Gesù:

 

In verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio. [...] Quel che è nato dalla carne è carne, e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto.[19]

 

Nell’I Ching, l’esagramma 42, è I, l’Accrescimento spirituale, che appunto non avviene subito dopo l’Adesione a ciò che è degno (esagramma 30), ma dopo 12 segni-mutamenti:

 

L’idea dell’accrescimento è qui espressa dal fatto che la linea forte [cioè intera, non spezzata in due segmenti] del trigramma superiore si è abbassata e si è posta sotto il trigramma inferiore. L’idea fondamentale del Libro dei Mutamenti si palesa anche in questa concezione: il vero dominare deve essere un servire. Un sacrificio del superiore, che provoca un accrescimento dell’inferiore, viene chiamato semplicemente accrescimento, con allusione al fatto che solo lo Spirito è in grado di aiutare il mondo. [...]

Il vero accrescimento avviene quando se ne creano in se stessi le condizioni necessarie: apertura e amore per il bene. Così la cosa ambita arriva da sé, per necessità della Legge naturale. Se l’accrescimento viene a trovarsi in piena armonia con le supreme leggi dell’universo, esso non può essere impedito da nessuna combinazione di circostanze.[20]

 

Per questo il Commento alla Decisione recita tra l’altro: «Dall’alto porsi sotto l’inferiore: questa è la via della grande luce. E intraprendere è propizio: centrale, conforme, prospero».[21]

Gli otto anni successivi, dai 42 ai 50, implicano il passaggio dall’accrescimento spirituale (esagramma 42) alla trasformazione dell’energia in azione, cioè in insegnamento e pratica: l’esagramma 50, Ting, il Crogiolo, è allo stesso tempo strumento per la trasformazione e la mescolanza: da questo punto di vista, un “impasto” di divino e umano:

 

Il crogiolo serve per sacrificare a Dio. La più eccelsa cosa terrena deve essere sacrificata al divino; ma ciò che è veramente divino non si mostra avulso dall’umano. La più eccelsa venerazione di Dio sta nei profeti e nei santi. La loro venerazione è la venerazione di Dio. La volontà divina da loro rivelata deve essere accolta con umiltà, e nascono allora l’illuminazione interiore [bodhi] e la vera comprensione del mondo che conducono a grande salute e successo.[22]

 

Il Commento alla Decisione dice infatti: «Grazie alla mitezza, orecchio e occhio diventano acuti e chiari. Il tenero incede e va verso l’alto. Raggiunge il centro e trova corrispondenza presso il solido; perciò vi è sublime riuscita».[23]

Otto come gli anni dal 42 al 50, a loro volta, sono le Nobili Vie di Buddha: «il Santo Sentiero Ottopartito: retta cognizione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retto sapere, retto raccoglimento»,[24] nonché le Beatitudini dell’insegnamento del Cristo:

 

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché erediteranno la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.[25]

 

In totale, gli anni della carriera di Buddha paralleli agli esagrammi dell’I Ching sono quindi 20, e nell’I Ching l’esagramma n. 20 è Kuan, la Contemplazione:

 

Il nome cinese del segno ha, con un leggero cambiamento di tono, un duplice significato: da un lato significa il contemplare, dall’altro l’essere visto (come modello). Queste idee vengono suggerite dal fatto che il segno può essere interpretato come una torre quali ne esistevano molte nell’antica Cina. Da queste torri si godeva un’ampia vista e, d’altra parte, una torre simile sopra un monte era visibile da lontano.[26]

 

Il Commento alla Decisione dice infatti: «Una grande visione sta in alto. Devoto e mite, centrale e conforme, egli [il saggio, il mistico] è una visione per il mondo intero. Gli inferiori lo guardano e vengono trasformati. Egli lascia che essi mìrino la divina via [Tao] del cielo…».[27]

 

Inoltre, seguendo ancora il parallelismo con i significati e il numero d’ordine degli esagrammi dell’I Ching, emerge anche che:

● il primo dei cinque periodi, quello di 21 giorni, si rivela un po’ un embrione che contiene tutto lo sviluppo successivo della struttura o della situazione: 21 moltiplicato per 3 dà il risultato di 63, cioè un ciclo completo di tutti i mutamenti degli esagrammi del Libro cinese (escluso l’ultimo, il 64, che è Wei Chi, Prima del Compimento, e indica appunto una situazione in corso, aperta, e da un certo punto di vista rappresenta la possibilità accanto ad ogni esagramma di mutare in un altro), vale a dire una vita umana completa o una completa descrizione del mondo. Ora, 63 diviso per 3, che dà 21, rivela a sua volta gli esagrammi che indicano le tre tappe fondamentali della vita ascetica e dell’evoluzione spirituale:

I – 21: la rottura assoluta con il Male (il Morso che spezza l’ostacolo);

II – 42 (21 × 2): l’accrescimento spirituale, dovuto appunto alla rottura del rapporto con il Male;

III – 63 (21 × 3): Chi Chi, Dopo il compimento, cioè oltre la condizione di vita terrena, sia dal punto di vista biografico, naturale (il trapasso), sia da quello della conoscenza, la quale, in conseguenza dell’accrescimento spirituale, non è più limitata alle dimensioni soltanto tangibili e spazio-temporali:

 

L’esagramma è una derivazione del segno T’ai, La Pace (n. 11). Il passaggio dalla confusione all’ordine è compiuto, e ora ogni particolare è al suo posto. Questo è un aspetto molto favorevole, ma dà anche da pensare: proprio quando si è raggiunto l’equilibrio perfetto, ogni movimento può turbare l’ordine e provocare un ritorno alla disgregazione. [...] L’esagramma allude dunque a una situazione culminante che esige un’estrema cautela.[28]

 

Nell’Immagine infatti si dice: «Il nobile pondera la disgrazia e se ne premunisce per tempo».[29]

La situazione è appunto molto simile a quella di una persona che ha compiuto la propria vita, ma è estremamente esposto ai rischi a causa della propria anzianità.

● Gli anni dal momento della bodhi in poi, se messi in parallelo con gli esagrammi dell’I Ching, vanno dal 30 al 64 e quindi sono 34 o 35, a seconda che si conti a partire dal trentesimo o dal trentunesimo. Gli esagrammi 34 e 35 sono rispettivamente Ta Chuang, La Potenza del Grande, e Chin, Il Progresso, entrambi ben attribuibili a una figura di santità come il Buddha: il primo

 

indica un tempo in cui il valore interiore emerge con impeto e giunge al dominio. [...] Per questo è aggiunta [nella Sentenza] la frase: «Propizia è perseveranza», giacché la potenza veramente grande è quella che non degenera in mera violenza, ma resta interiormente connessa con i principii del diritto e della giustizia. [...] La vera grandezza si basa sulla concordanza con ciò che è retto.[30]

La forza fa sì che l’egoismo degli istinti più bassi si possa vincere; il moto fa sì che si metta in atto la ferma determinazione della volontà. [...] Quando si dice che il grande deve essere retto, si intende che grandezza e rettitudine non sono due cose diverse, e che senza rettitudine non vi è grandezza.[31]

 

Il segno 35, Il Progresso,

 

rappresenta il sole che si leva sopra la terra; è quindi l’immagine del progresso rapido e facile, il quale significa, nel contempo, crescente espansione e chiarezza. La luce del sole che si innalza al di sopra della terra è chiara per natura, ma quanto più il sole si leva, tanto più esce dalla foschia e splende nella sua originaria purezza, in tutte le direzioni. Così la natura dell’uomo è anch’essa originariamente buona, ma è offuscata dal legame con l’elemento terrestre. Richiede quindi una purificazione per poter splendere.[32]

 

Il relativo Commento alla Decisione dice infatti: «Il chiarore si innalza al di sopra della terra. Devoto e aderente al grande chiarore, ciò che è debole progredisce e va verso l’alto».[33]

● Gli anni restanti, una volta chiusi i 20 anni già presi in considerazione, sono 14; nell’I Ching l’esagramma 14 è Ta Yu, Il Possesso grande, che ha quasi sempre i significati precisi di: tesoro spirituale, patrimonio di sentimenti puri, fede nel Divino, amore autentico per qualcuno/a, strettamente e necessariamente legati all’unione tra modestia e elevatezza spirituale:

 

Il possesso grande è determinato dal destino e corrisponde al tempo. A chi è modesto e mite in posizione elevata, a lui ogni cosa appartiene. Il senso del segno concorda con le parole di Gesù: «Beati i mansueti, poiché erediteranno la terra»,

 

fa notare acutamente R. Wilhelm.[34] Nel Commento alla Decisione infatti si dice: «Il suo carattere e saldo e forte, ordinato e chiaro, trova corrispondenza nel cielo e si muove in armonia con il tempo; per questo si dice [nella Sentenza] “Sublime riuscita!”».[35]

Descrizione, quest’ultima, che è quasi un icastico ritratto del Saggio o dell’Illuminato – Buddha, Cristo, un Sufi islamico, Gandhi, un Lama tibetano… – nei suoi tratti caratteristici di legame interiore con il Senso (Tao) profondo e metafisico dell’Universo, quiete, fermezza, profonda comprensione dell’istante e quindi della necessità, o meno, di inserirvisi con la propria azione.

 

Piervittorio Formichetti

 



[1] Prabodh Chandra Bagchi, L’influsso indiano sul pensiero cinese, in Sarvepalli Radakrishnan (a cura di), Storia della filosofia orientale, Milano, Feltrinelli, 1978 (ed. or. London, Allen and Unwin ltd., 1952), tomo II, pp. 730-731.

[2] I Ching. Il Libro dei Mutamenti, a cura di Richard Wilhelm, trad. it. Milano, Adelphi, 1991, pp. 130-131.

[3] I Ching, ed. cit., pp. 66-67.

[4] I Ching, ed. cit., p. 418.

[5] I Ching, ed. cit., pp. 81-82. I regimi politici europei del secolo scorso hanno ricalcato questa realtà nelle politiche demografiche: nel ventre (terra) delle madri (acqua: si pensi al liquido amniotico) i futuri soldati (l’esercito). Emerge anche qui il tradizionale legame simbolico tra Femminile, acqua e terra.

[6] I Ching, ed. cit., p. 482.

[7] Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto, Pellegrinaggio alle Sorgenti. L’incontro con Gandhi e con l’India, Milano, Jaca Book, 1978, p. 38.

[8] Vangelo secondo Matteo, 4, 3-11.

[9] Zaccaria, 4, 1-2, 4-5, 10; cfr. Manfred Lurker, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, Milano, San Paolo, 1990 (ed. or. München 1989), pp. 104-105.

[10]  http://it.wikipedia.org/wiki/Menorah.

[11] Cit. in Hans Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Milano, Garzanti, 1991 (ed. or. München 1989), pp. 86-87.

[12] Scialom Bahbout, Ebraismo, Firenze, Atlanti Universali Giunti, 1996, p. 32.

[13] Jean Chevalier, Alain Gheerbrant (a cura di), Dizionario dei simboli, Milano, BUR Rizzoli, 1986-87 (ed. or. Paris 1969), vol. I, A-K, pp. 183-185.

[14] I Ching ed. cit., pp. 140-141. Non è possibile non pensare al ritorno per eccellenza, quello del Cristo risorto dalla morte, avvenuto appunto al settimo giorno, cioè il primo della settimana ebraica.

[15] I Ching, ed. cit., pp. 159-160. Con «doppia chiarezza», Richard Wilhelm allude alla doppia presenza del medesimo trigramma nell’esagramma cinese (il segno Li ripetuto, da cui l’esagramma prende nome).

[16] I Ching, ed. cit., p. 537.

[17] Matteo, 3, 11.

[18] Luca, 12, 49-50.

[19] Vangelo secondo Giovanni, 3, 3-7.

[20] I Ching, ed. cit., pp. 200-201.

[21] I Ching, ed. cit., pp. 590-591.

[22] I Ching, ed. cit., p. 229.

[23] I Ching, ed. cit., p. 629.

[24] Buddha, I quattro pilastri della saggezza, a cura di K. E. Neumann e G. De Lorenzo, Roma, Newton & Compton, 1993 (ed. or. Leipzig, Reclam, 1921), p. 39.

[25] Vangelo secondo Matteo, 5, 3-10.

[26] I Ching, ed. cit., p. 126.

[27] I Ching, ed. cit., pp. 492-493.

[28] I Ching., ed. cit., p. 274.

[29] I Ching, ed. cit., p. 275.

[30] I Ching, ed. cit., pp. 173-174.

[31] I Ching, ed. cit., p. 554

[32] I Ching, ed. cit., pp. 176-177.

[33] I Ching, ed. cit., pp. 557-558.

[34] I Ching, ed. cit., pp. 105-106.

[35] I Ching, ed. cit., p. 467.

Gesù Cristo e l’esagramma 25 dell’ I Ching: legami e analogie.

Gesù Cristo e l’esagramma 25 dell’ I Ching: legami e analogie

 

PRIMA PARTE

Nel 1923 a Pechino, l’orientalista, teologo e missionario protestante Richard Wilhelm (Stoccarda, 1873 – Tubinga, 1930), amico dei poeti Rabindranath Tagore ed Hermann Hesse, dei filosofi Martin Buber e Carl Gustav Jung, e del missionario luterano in Africa Albert Schweitzer – dopo un lavoro decennale portava a termine la prima traduzione occidentale, in tedesco, dell’antico classico cinese I Ching. Libro dei Mutamenti, probabilmente la migliore traduzione tra quelle in circolazione ancora oggi (almeno stando alla traduzione italiana pubblicata da Adelphi nel 1991). Tra le righe conclusive dell’Introduzione, di Wilhelm stesso, si legge:

La traduzione del Libro dei Mutamenti è stata condotta secondo criteri che sarà bene esporre per facilitare sostanzialmente la lettura. La traduzione del testo è data nella forma più breve e concisa possibile per rendere adeguatamente l’impressione arcaica che si ricava dal cinese. Era quindi tanto più necessario che venisse dato non solo il testo, ma anche un estratto dei più importanti commenti cinesi. Questo estratto è ordinato in modo da permettere il miglior orientamento possibile. Esso contiene una rassegna di ciò che di più importante si è prodotto, da parte cinese, per la comprensione del Libro. Opinioni personali e paragoni con scritti dell’Occidente, spesso molto affini, sono stati ridotti al minimo e sempre segnalati come tali, così che il lettore possa considerare testo e commento come una resa fedele del pensiero cinese. È un punto da sottolineare, perché certi principii coincidono talmente con principii cristiani, da destare spesso addirittura un senso di sorpresa.[1]

Carl Gustav Jung, il celebre psicoanalista, nel 1949 scrisse una prefazione alla edizione inglese dell’I Ching tradotto da Richard Wilhelm; egli, dal suo punto di vista, pose in evidenza i rapporti tra la mente dell’interrogante e il Libro dei Mutamenti.[2]

Si può indicare qualcuna delle analogie tra il Taoismo espresso dall’I Ching da una parte, e il Cristianesimo e l’Ebraismo dall’altra, individuate da Richard Wilhelm stesso:

 

I Ching / Taoismo

Bibbia / Ebraismo e Cristianesimo

«A chi è modesto e mite in posizione elevata, a lui ogni cosa appartiene» (spiegazione della sentenza dell’esagramma 14, Ta Yu, Il Possesso grande) «Beati i mansueti, perché erediteranno (il regno del)la terra» (Gesù; Vangelo secondo Matteo, 5, 5)
«Il grande possesso, per lui [i. e. l'uomo meschino] si risolve in danno perché egli, anziché rinunciare, vuole trattenere» (spiegazione del 9 al terzo posto dell’esagramma 14, Il Possesso grande) «Chi cerca di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» (Gesù; Vangelo secondo Luca, 17, 33)
«Il nobile riduce ciò che è troppo e aumenta ciò che è poco. Egli pondera le cose e le rende eque» (testo dell’Immagine dell’esagramma 15, Ch’ien, La Modestia) «Tutte le valli siano innalzate e tutte le montagne e le colline siano abbassate; ciò che è accidentato diventi piano, ciò che è scosceso diventi liscio» (Isaia, 40, 4);

«Chi si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato» (Gesù; Vangelo secondo Matteo, 25, 12);

«Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili» (Lettera di Giacomo, 4, 6).

«In questo esagramma [il n. 33, Tun, La Ritirata] trova espressione un’idea simile a quella contenuta nelle parole di Gesù: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio” (Matteo, 5, 39)».
«Siccome vuole ciò che è giusto, ed è determinato nella sua volontà, raggiunge la sua meta» (spiegazione del 6 al secondo posto nell’esagramma 33, La Ritirata, che dice: «Egli lo vincola con giallo cuoio di bue; nessuno è in grado di strapparlo»). «È qui accennata un’idea simile a quella della lotta notturna di Giacobbe con Dio a Penuel: “Io non ti lascerò se prima non mi avrai benedetto” (Genesi, 32, 23 ss.)»
«Un re si avvicina alla propria casata. Non temete. Salute».

Testo del 9 al quinto posto nell’esagramma 37, Chia Jên, La Casata. Wilhelm spiega: «Un re è l’immagine di un uomo paterno, ricco nell’animo. Egli non agisce in modo che si debba temerlo, anzi tutta la famiglia può avere fiducia, perché nei rapporti reciproci regna l’amore», e aggiunge in nota:

«Nell’amore non vi è timore» (I lettera di Giovanni, 4, 18).
«…Si adoperino pure due ciotoline per il sacrificio» (fine della Sentenza dell’esagramma 41, Sun, La Diminuzione). Wilhelm spiega: «Davanti a Dio non occorrono false apparenze. I sentimenti del cuore si possono manifestare anche con mezzi modesti»; e, in nota: «Cfr. l’episodio ["la parabola" nella trad. it. cit.] evangelico dell’obolo della vedova (Luca, 21, 1 ss.)». «Alzàti gli occhi, Gesù vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro [del tempio].Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli, e disse: “In verità vi dico: questa vedova povera ha messo più di tutti; tutti costoro, infatti, hanno deposto come offerta del loro superfluo, lei invece, nella sua miseria, ha dato quanto aveva per vivere.”» (Vangelo secondo Luca, 21, 1 ss.)

 

Oltre a questi esempi, altre concordanze sono riscontrabili anche da parte del lettore che conosca a sufficienza la Bibbia, come nei casi seguenti da parte di chi scrive:

 

I Ching / Taoismo

Bibbia / Ebraismo e Cristianesimo

«Si finisce nella buca. [Ma] Ecco che arrivano tre ospiti non invitati. Onorali, e alla fine viene salute» (ultima linea dell’esagramma 5, Hsü, L’Attesa-Il Nutrimento) «Abramo alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra [...], prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: “Dov’è Sara, tua moglie?”. Rispose: “È là nella tenda”. Il Signore riprese: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda ed era dietro di lui. Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. Allora Sara rise dentro di sé e disse: “Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. Ma il Signore disse ad Abramo: “Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio”.» (Genesi, 18, 2 ss).
«Per l’abbondanza del cuore, la bocca parla» (Wilhelm, sul 6 al secondo posto nell’esagramma 15, Ch’ien, La Modestia) «L’uomo buono trae il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo, dal suo cattivo tesoro trae il male; poiché la bocca parla traendo dalla pienezza del cuore» (Gesù; Vangelo secondo Luca, 6, 45).
«Il nobile, al tempo del crepuscolo, rincasa per ristorarsi e riposare» (dall’ Immagine dell’esagramma 17, Sui, Il Seguire). Wilhelm commenta citando Goethe: «È giorno ancora, si muova alacre l’uomo; vien poi la notte, ed ogni oprare è vano» (Goethe, Divano occidentale-orientale, Libro delle Sentenze, v. 30 ss.). «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo, ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce» (Gesù; Vangelo secondo Giovanni, 11, 9-10).
«Chi si accompagna all’uomo forte perde il ragazzino. Seguendo si trova ciò che si cerca» (spiegazione del 6 al terzo posto dell’esagramma 17, Il Seguire) «Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma, divenuto adulto, ciò che era da bambino l’ho abbandonato» (san Paolo, I lettera ai Corinzi, 13, 11).
«All’ignobile va in frantumi la casa» (spiegazione del 9 al sesto posto dell’esagramma 23, Po, La Frantumazione). Wilhelm commenta: «Il male finisce, nelle sue estreme conseguenze, con l’annientare se stesso, poiché dovendo la sua esistenza soltanto alla negazione, non può sussistere di per sé». «Il diavolo è stato omicida fin dal principio, e non ha perseverato nella verità perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla di ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna» (Gesù; Vangelo secondo Giovanni, 8, 44).

(Cfr. la frase con cui, nel Faust di Goethe, si presenta il demonio Mefistofele: «Io sono lo spirito che sempre nega»).

«Il sette è il numero della luce giovane [...] il sei è il numero delle grandi tenebre» (commento alla Sentenza dell’esagramma 24, Fu, Il Ritorno, che include inoltre la frase «Al settimo giorno viene il ritorno»). La menorah, il candelabro ebraico simbolo della luce di Dio, ha sette rami con sette luci; nell’Antico Testamento (Zaccaria, 3, 9) e nel Nuovo Testamento (Apocalisse, 1, 12), si trova la metafora dei «sette occhi del Signore»; Gesù, che è giovane e «luce vera» (Giovanni, 1, 9) muore e risorge (il massimo ritorno!) il settimo giorno. Viceversa, nell’Apocalisse il 666 è il numero dell’Anticristo e della sua Bestia che traviano l’Umanità più gravemente che mai perché alle soglie della fine del mondo, quindi un tempo di «grandi tenebre» moltiplicate.
«La luce si è immersa nella terra: l’immagine dell’ottenebramento della luce. Così il nobile vive tra la grande moltitudine: egli vela il suo splendore, pur rimanendo chiaro» (l’Immagine dell’esagramma 36, Ming I, L’Ottenebramento della Luce). «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta [ma anche: «non l'hanno coperta, sopraffatta»]. È venuta nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo, eppure il mondo non la riconobbe» (Vangelo secondo Giovanni, 1, 5; 9-10).
«Ella [la donna] è la dovizia della casa. Grande salute!» (spiegazione del 6 al quarto posto dell’esagramma 37, Chia Jên, La Casata). «Una donna perfetta: chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Essa gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Ella è simile alle navi di un mercante, fa venire da lontano le provviste. Si alza quando ancora è notte, prepara il cibo alla sua famiglia e dà ordini alle sue domestiche. Pensa ad un campo e lo compra, e con il frutto delle sue mani pianta una vigna. Si cinge con energia i fianchi e spiega la forza delle sue braccia. È soddisfatta, perché il suo traffico va bene, neppure di notte si spegne la sua lucerna. Stende la sua mano alla conocchia e mena il fuso con le dita. Apre le sue mani al misero, stende la mano al povero. Non teme la neve per la sua famiglia, perché tutti i suoi di casa hanno doppia veste. Si fa delle coperte, di lino e di porpora sono le sue vesti. Suo marito è stimato alle porte della città, dove siede con gli anziani del paese. Confeziona tele di lino e le vende e fornisce cinture al mercante. Forza e decoro sono il suo vestito, e se la ride dell’avvenire. Apre la bocca con saggezza, e sulla sua lingua c’è dottrina di bontà. Sorveglia l’andamento della casa; il pane che mangia non è frutto di pigrizia. I suoi figli sorgono a proclamarla beata, e suo marito a farne l’elogio: “Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti, ma tu le hai superate tutte!”. Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Datele del frutto delle sue mani, e le sue stesse opere la lodino alle porte della città».

(Proverbi, 31, 10 ss.).

«Se smarrisci il tuo cavallo, non rincorrerlo: tornerà da sé» (spiegazione della prima linea dell’esagramma 38, K’uei, La Contrapposizione) «Getta il tuo pane sulle acque, perché con il tempo lo ritroverai. [...] Chi bada al vento non semina mai, e chi osserva le nuvole non miete» (Qohelet, 11, 1-4).

 

Particolarmente interessante è infine il caso dell’esagramma 46, Shêng, L’Ascendere, che letteralmente “anticipa” l’esagramma 25 di cui stiamo per occuparci:

 

I Ching / Taoismo

Bibbia / Giudaismo e Cristianesimo

Se consideriamo come mutanti tutte e sei le linee dell’esagramma 46 e sommiamo il loro valore dal basso verso l’alto:

6+9+9+6+6+6

otteniamo il totale di 41. Nella Bibbia, Mosè ascese alla vetta del monte Sinai durante 40 giorni di digiuno, alla fine dei quali, il quarantunesimo giorno, udì la voce di Dio «nella nube oscura»; la prima parte della spiegazione dell’ultima linea dell’esagramma 46, grazie alla quale è possibile il risultato di 41, dice: «Ascendere nel buio».

Inoltre, se – passando dall’ipotesi al caso concreto – tutte e sei le linee dell’esagramma 46 mutano, l’intero esagramma si trasforma esattamente nell’esagramma 25, Wu Wang, L’Innocenza, che come stiamo per vedere risulterà legatissimo alla figura di Gesù Cristo, così che l’ascesa di Mosè per ricevere la Legge di Dio per il popolo ebraico, si rivela l’anticipazione e la condizione necessaria per la seguente discesa di Gesù che diffonde la Legge di Dio in tutto il mondo.

A sua volta, Gesù percorse il deserto per quaranta giorni – nel suo caso fu un’ascesa interiore, anziché sulle balze di una montagna – e il quarantunesimo giorno fu tentato dal diavolo. In parallelo, l’ultima linea dell’esagramma 46 è spiegata, nella sua seconda parte, con la frase: «Propizio è essere incessantemente perseveranti».

Mosè:

Esodo, capitoli 19 e 32;

Deuteronomio, 9, 9-29: «Quando io [Mosè] salii sul monte a prendere le tavole di pietra, le tavole dell’alleanza che il Signore aveva stabilita con voi, rimasi sul monte quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare pane né bere acqua; il Signore mi diede le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle quali stavano tutte le parole che il Signore vi aveva dette sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell’assemblea. Alla fine dei quaranta giorni e delle quaranta notti, il Signore mi diede le due tavole di pietra, le tavole dell’alleanza. Poi il Signore mi disse: “Scendi in fretta di qui, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dall’Egitto, si è traviato; presto si sono allontanati dalla via che io avevo loro indicata: si sono fatti un idolo di metallo fuso”. Il Signore mi aggiunse: “Io ho visto questo popolo; ecco, è un popolo di dura cervice; lasciami fare; io li distruggerò e cancellerò il loro nome sotto i cieli e farò di te una nazione più potente e più grande di loro”. Così io mi volsi e scesi dal monte, dal monte tutto in fiamme, tenendo nelle mani le due tavole dell’alleanza. Guardai ed ecco, avevate peccato contro il Signore vostro Dio; vi eravate fatto un vitello di metallo fuso; avevate ben presto lasciato la via che il Signore vi aveva imposta. Allora afferrai le due tavole, le gettai con le mie mani e le spezzai sotto i vostri occhi. Poi mi prostrai davanti al Signore, come avevo fatto la prima volta, per quaranta giorni e per quaranta notti; non mangiai pane né bevvi acqua, a causa del gran peccato che avevate commesso, facendo ciò che è male agli occhi del Signore per provocarlo. Io avevo paura di fronte all’ira e al furore di cui il Signore era acceso contro di voi, al punto di volervi distruggere. Ma il Signore mi esaudì anche quella volta. Anche contro Aronne il Signore si era fortemente adirato, al punto di volerlo far perire; io pregai in quell’occasione anche per Aronne. Poi presi l’oggetto del vostro peccato, il vitello che avevate fatto, lo bruciai nel fuoco, lo feci a pezzi, frantumandolo finché fosse ridotto in polvere, e buttai quella polvere nel torrente che scende dal monte. [...] Io stetti prostrato davanti al Signore, quei quaranta giorni e quelle quaranta notti, perché il Signore aveva minacciato di distruggervi. Pregai il Signore e dissi: “Signore Dio, non distruggere il tuo popolo, la tua eredità, che hai riscattato nella tua grandezza, che hai fatto uscire dall’Egitto con mano potente.”». (Vedi anche Deuteronomio 10, 1-5 per quanto riguarda la ricezione delle nuove tavole della Legge).

Gesù:

• «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti  sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto». Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Vangelo secondo Matteo, 4, 1-11).

 

FINE PRIMA PARTE

 

SECONDA PARTE

I – Si era nel dicembre del 2008 quando mi accorsi delle prime analogie con la figura di Gesù Cristo implicite nell’esagramma 25, Wu Wang, L’Innocenza, che risulta composto dai due trigrammi Ch’ien, il Creativo, il Cielo, il Padre, la Luce (tutte qualità di Dio), e Chên, il Tuono, il Primogenito, il Giovane, «il segno in cui Dio si manifesta». .Il simbolismo di quest’ultimo trigramma è ben rappresentato nell’omonimo esagramma 51, Chên, l’Eccitante (il Tuono, lo Scuotimento), che è appunto il raddoppiamento di questo trigramma e «significa l’apparire di Dio, il risveglio della forza vitale».[3] L’esagramma 25, infatti, è descritto così dalla sua stessa Immagine:

Sotto il cielo passa il tuono: tutte le cose acquistano lo stato naturale dell’innocenza.

Così gli antichi re curavano e nutrivano, ricchi di virtù e in armonia con il tempo, tutti gli esseri.

 

Tutte queste qualità ben si attagliano alla figura di Gesù Cristo: anch’egli “passava sotto il cielo” curando gli infermi e beneficando ai poveri, ma anche «parlando le parole del Padre»,[4] il Quale, secondo la Bibbia, ha voce come di tuono (cfr. Esodo, 19, 16-19; Apocalisse, 10, 3-4), ed «insegnando come uno che ha autorità e non come gli scribi» (Matteo, 7, 28-29). Gesù che soprannominò «figli del tuono» due dei suoi apostoli, i fratelli Giacomo e Giovanni. Di costoro, Giovanni anni dopo scrisse – o fece scrivere – che, nel momento in cui il suo Maestro entrava in Gerusalemme,

 

venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e ancora lo glorificherò». La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato».[5]

 

Va notata anche la coincidenza, almeno apparente, nella somiglianza tra i nomi dei due esagrammi; cosa però che necessiterebbe della competenza di un sinologo che ne conosca l’esatta pronuncia, e tenendo conto del fatto che tale apparente similarità si ha nella traslitterazione wade dall’alfabeto cinese a quello latino – che è quella seguita da Wilhelm e dalla traduzione italiana di cui ci si sta servendo – ma si perde nella traslitterazione pinyin, con la quale, anziché Ch’ien e Chên, i due nomi si ottengono traslitterati rispettivamente come Qian e Zhen.

Come accennato precedentemente, in ogni esagramma dell’I Ching la quinta linea partendo dal basso è sempre «il posto del sovrano», «il luogo del re», «il signore del segno». Nel caso dell’esagramma 25, L’Innocenza, il testo relativo al mutamento della quinta linea (9 al quinto posto) dice:

 

In caso di malattia senza colpa non adoperare farmaci. Passerà da sé.

 

e – parafrasa efficacemente Wilhelm –

 

la linea è per natura immune da malattie, ma la sua naturale tendenza a prendere su di sé le malattie degli altri è dovuta alla sua posizione centrale, conforme, dominante.[6]

 

Il parallelismo con il ruolo di Redentore innocente di Gesù Cristo è evidente:

 

«Egli si è caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori, è stato trafitto per i nostri delitti e schiacciato a causa delle nostre iniquità» (Isaia, 53, 4-5);

«Pur essendo di natura divina, uguale a Dio, spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, e umiliò se stesso fino alla morte in croce» (san Paolo, Lettera ai Filippesi, 2, 6-8);

«Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri [cioè del popolo ebraico], ma anche per quelli di tutto il mondo» (I Lettera di Giovanni, 2, 2).

 

Anche ciascuno dei tre attributi caratteristici della posizione della quinta linea può essere collegato a tre precise qualità di Cristo:

 

Centrale

in quanto seconda Persona della Trinità di Dio «Io sono nel Padre, e voi in me, e io in voi» (Vangelo secondo Giovanni, 14, 20); «[Gesù] Centro nel cuore di un sistema di  centri» (Pierre Teilhard de Chardin, Il Fenomeno umano, tr. it. Brescia, 1995, p. 244).

Conforme

in quanto conforme alla volontà di Dio «Padre, se è possibile, passi lontano da me questo calice; ma sia fatta la tua volontà, non la mia» (Vangelo secondo Luca, 22, 42).

Dominante

in quanto unico Maestro (nella sua natura umana) e unico Signore (nella sua natura divina) «Io Sono» (Vangelo secondo Giovanni, 8, 58; cfr. con Esodo, 3, 14); «Tu mi hai dato potere sopra ogni essere umano» (Giovanni, 17, 2); «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Vangelo secondo Matteo, 28, 18).

 

È rilevante che, quando la stessa quinta linea – il «signore del segno» – muta, l’esagramma 25 si trasforma nell’esagramma 21, Shih Ho, Il Morso che spezza, che rappresenta la Legge che vince sui «turbamenti della convivenza armoniosa provocati da criminali e calunniatori», poiché «l’unità non si può stabilire là dove è sempre compromessa da delatori e traditori, da qualcuno che ostacola e impedisce».[7] Tutto ciò non può non far pensare alla sconfitta del Maligno da parte di Cristo stesso, tanto più che il termine «calunniatore» potrebbe essere benissimo tradotto in greco con «diàbolos» (da cui il nostro «diavolo»), colui che calunnia e ostacola, l’avversario/nemico (in ebraico satan).

Alla luce di tutto questo, è come se il trigramma Chên, che può rappresentare Cristo, si riassumesse tutto nella linea (seconda e centrale dell’esagramma superiore) di Ch’ien (Dio Padre), così che Chên risulta analogo a Gesù Cristo quale uomo storico, mentre la quinta linea di Ch’ien ha il ruolo della Persona divina (Dio Figlio) della Trinità di Dio.

 

II – Quasi un anno dopo, a ottobre del 2009, avrei scoperto altri sorprendenti parallelismi (forse molto più di casuali analogie). Leggendo il numero della rivista “Confronti – Quaderni” del passato settembre 2008, a pagina 25 m’imbattei in quanto segue:

 

Re (Wang), scritto con tre tratti orizzontali che rappresentano, secondo gli etimologi, il Cielo, l’Uomo e la Terra, uniti da un tratto verticale individuato come il re, colui che ha il compito di unire i tre livelli. Compito del sovrano era infatti quello di trasmettere la volontà celeste, di cui egli stesso era il portatore, e spettava a lui solo presiedere il sacrificio al Cielo e alla Terra. Il sovrano doveva essere un modello di virtù per svolgere le sue funzioni regali.[8]

 

La parola cinese wang, «re», è dunque molto simile al trigramma superiore (Ch’ien, il Creativo, il Padre, il Cielo) dell’esagramma 25 dell’ I Ching, e questo esagramma è l’unico, in tutto il Libro dei Mutamenti, a includere nel proprio nome la parola wang (re). In questo senso, l’esagramma si può leggere ancora come una sorta di sorprendente sintesi: l’Innocente, il Re, il Sacrificio e la Legge riuniti tutti in una sola figura di persona, che sarebbe il Cristo.

Vale la pena di considerare anche i suggerimenti offerti dall’aspetto grafico e geometrico del segno. La parola wang assomiglia molto, oltre che al trigramma cinese Ch’ien, al simbolo egizio della Colonna Zed, interpretato come Asse del Mondo e del Tempo, colonna vertebrale di Osiride (dio del mondo terreno e ultraterreno, raffigurato di colore verde, come il verdastro dei cadaveri ma anche come la Natura fertile), segno dell’equilibrio cosmico incarnato e garantito sulla terra dal Faraone regnante, e per questo – forse – struttura centrale, e nascosta, della Grande Piramide di Cheope nella piana di Giza. A sua volta, lo Zed e la parola wang sono simili alla croce cristiana, sia greca (cioè con entrambi i bracci di eguale lunghezza) sia latina (cioè con il braccio verticale più lungo di quello orizzontale. La parola cinese è composta infatti dal tratto verticale (in greco stauron, in latino stipes, da cui il nostro «stipite» e il romeno tepes, «palo»), che attraversa tre tratti orizzontali che possono essere collegati ai tre elementi orizzontali della croce:

 

 cartello con il titulus «Gesù Nazareno Re dei Giudei»;

il patibulum, braccio orizzontale della croce, per inchiodare le braccia;

 

la tavoletta cui erano talvolta inchiodati i piedi del condannato, in modo da piegare le ginocchia e allungare così il tempo del supplizio.

 

 

 

 

La croce con il condannato Gesù Cristo, Re Innocente, è leggibile anch’essa come una “colonna regale” anche senza un confronto obbligato con il segno cinese wang:

 

 

 

(immagine: particolare da Andrea Mantegna, Crocifissione, 1457, Parigi, Louvre)

 

Punto spaziale

 

Realtà cosmica

 

Realtà anatomica

 

Apice

Cielo

Testa

Centro

Uomo

Cuore

Base

Terra

Arti

 

Con un’operazione originale, il Crocifisso si può persino stilizzare e geometrizzare: ponendolo su un ipotetico piano orizzontale, unendo le parti anatomiche indicate come nella tabella sopra, e introducendo il movimento verso l’alto, esso si “trasforma” in una sorta di struttura a tenda o, meglio, a piramide, una “casa regale”. Nell’antica lingua egizia, «grande casata» si diceva pher’ao, da cui deriva il termine «faraone», che designa appunto l’uomo che è allo stesso tempo Re (in cinese wang), Dio e Legge cosmica perenne. Per questo, anche la piramide può accostarsi, in senso lato, al tempio quale casa del Dio; nel Cristianesimo, Gesù Cristo è unico Re e definitivo Sacerdote tra l’Umanità e Dio; e la «casa di Davide», annunciata nell’Antico Testamento, si concretizzò infatti sia nello spazio, nella costruzione del Tempio del re Salomone (figlio di Davide), sia nel tempo, nella discendenza di Gesù proprio da parte di uno dei molti rami della stirpe di Davide (cfr. I Libro di Samuele, cap. 7; I Libro delle Cronache, cap. 7; Lettera agli Ebrei, 3, 4-6).

La struttura geometrica che risulta dallo sviluppo verticale del Crocifisso posto in posizione orizzontale è quindi quella indicata nella tabella seguente. La “costruzione” di tale struttura è dovuta essenzialmente a tre fasi: Convergenza (A), Centratura (B), e Vettorialità (C), che avvengono in ordine cronologico e, dal punto di vista spaziale, implicano un movimento coestensivo dal basso verso l’alto (come lo sviluppo degli esagrammi dell’I Ching, ma anche come l’evoluzione naturale degli esseri senzienti, dall’Anfibio strisciante alla stazione eretta propria dell’Uomo) e restano corrispondenti alle realtà spaziali e anatomiche considerate:

 

 

Vettorialità

(C)

Apice

Cielo

Testa

Centratura

(B)

Centro

Uomo

Cuore

Convergenza

(A)

Base

Terra

Arti

 

In questo modo si nota ancora che il movimento ascendente è lo stesso movimento dell’intera evoluzione del cosmo verso una meta alta, il «Punto Omega» presentato da Pierre Teilhard de Chardin, per il quale il Motore Primo e la Meta Ultima di tutto l’Universo sono proprio lo stesso Gesù Cristo, insieme Dio coestensivo all’universo e vero uomo storico. Si nota anche, anzi soprattutto, che il punto cui convergono i quattro punti base, e dal quale l’elevazione inizia, è il cuore/centro e non la testa/apice (che in questa struttura assonometrica diventa infatti uno dei quattro punti base), in sintonia con le metafore poetiche di molte culture umane passate e presenti, in parallelo ad alcuni moderni indirizzi scientifici secondo i quali il motore principale di ogni azione umana risiede nel suo patrimonio emotivo-sentimentale, più che in quello puramente razionale e cognitivo, e ad alcune ipotesi secondo le quali il cuore sarebbe dotato di un proprio sistema nervoso autonomo da quello del cervello, e addirittura di un proprio campo magnetico…!

Si possono citare ancora due parallelismi (ma forse più che semplici parallelismi!). Il ricorrere della centralità dell’Uomo tra la Terra e il Cielo, e del cuore tra gli arti e la testa, ricorda questa frase tratta dall’appassionato discorso che il personaggio di Maria rivolge agli operai-schiavi nel romanzo Metropolis, scritto nel 1912 da Thea von Harbou (moglie del regista Fritz Lang, che ne trarrà il famoso film espressionista del 1926):

 

Il Cervello e le Mani hanno bisogno di un mediatore.

Il Mediatore tra il Cervello e le Mani deve essere il Cuore.[9]

 

Frase riferita alla costruzione della Torre di Babele – e in generale alla costruzione di ogni monumento grandioso della storia umana – ma quanto più valida se relativa alla “costruzione” dell’individuo umano…! Frase che si trova, nel romanzo, al capitolo 5; il numero 5 – altro parallelismo – numero chiave nella comprensione e nell’attuazione delle attività “paranormali” da parte del famoso sensitivo torinese Gustavo Adolfo Rol, che in molte delle sue sedute si concentrava ripetendo a se stesso «Je suis le numéro cinq» (io sono il numero cinque).[10] Forse e soprattutto perché, come egli scrisse nel suo diario nel 1927 a Parigi, aveva «scoperto una tremenda legge che unisce il colore verde, la quinta musicale ed il calore». Compare il ruolo… centrale del colore verde, che a sua volta, nello spazio, è letteralmente centrale tra la terra e il cielo, proprio come l’Uomo stesso e come Gesù Cristo tra l’Umanità e Dio; santa Ildegarda di Bingen, nel XII secolo, figura eccezionale di donna medievale, scrisse che l’Universo, che è in Cristo il quale è in Dio, è creato, conservato e avviato in evoluzione da Dio attraverso tre forze: la vis (energia), la virtus (potenza positiva) e – singolarmente – la viriditas, cioè «l’eterno verde germogliare del Cosmo».[11]

 

III – Un altro collegamento, successivo e inaspettato, tra l’esagramma 25 e la figura di Gesù Cristo è quello che ho poi potuto congetturare alla fine dell’estate del 2010, imbattendomi in questa tabella esemplificativa (da me copiata) della scrittura ideografica cinese nei suoi caratteri antichi e moderni, a p. 134 del volume XI dell’Enciclopedia Universo (Novara, De Agostini, 1962), alla voce “Scrittura”:

 

 

Come si vede, sia nell’ideogramma antico, sia in quello moderno, per la parola che significa sia «pecora» (yáng) sia «capra» (shānyáng) sono riconoscibili le due corna stilizzate in cima al segno, più marcate in quello antico, nel quale ricordano sia le corna dello stambecco, sia – se prolungate idealmente verso il basso – quelle dell’ariete. Nella forma moderna dell’ideogramma ritroviamo tuttavia le tre righe orizzontali unite dalla riga verticale, che designavano il termine «re» (wang) e che nell’I Ching costituiscono il trigramma Ch’ien (Dio, il Creativo, il Cielo, il Padre) e che è il segno superiore nell’esagramma 25, Wu Wang, L’Innocenza, collegabile – come si è visto – a Cristo Re innocente e alla croce. Ora l’ideogramma cinese per «pecora» e «capra» permette un altro collegamento alla simbologia giudaico-cristiana e quindi alla successiva iconografia cristiana: il Cristo quale «agnello di Dio», portato al sacrificio senza che dalla sua bocca esca un solo lamento (cfr. Isaia, 53, 7), l’agnello trafitto per cancellare i peccati del mondo (cfr. Vangelo secondo Giovanni, 1, 29), e tuttavia risorto e vivente (cfr. Apocalisse, capitoli 5-8, 14, 17, 21-22), e infine anche Agnello mistico, come ricorda il celebre dipinto dei fratelli van Eyck.

Concludo con una ennesima coincidenza riscontrabile tra l’esagramma 25 dell’I Ching, implicante il legame tra Dio Padre/Ch’ien e Dio Figlio/Chên, e il fatto che quest’ultima parte del mio articolo implica a sua volta un rapporto tra padre e figlio. Infatti, fino al mese di maggio del 2010, il volume citato dell’Enciclopedia Universo era uno dei tre volumi finali dell’opera ancora assenti da casa nostra, in quanto nei primi anni ’80 mio padre ne aveva interrotto l’acquisto al volume IX (il nono). Soltanto a maggio del 2010 io avevo imprevedibilmente trovato in un mercatino dell’usato di Torino al confine con Grugliasco, in cui peraltro mettevo piede per la prima volta, la medesima enciclopedia (vecchia di più di quarant’anni, perciò abbastanza rara), completa però di tutti i dodici volumi e invenduta da tempo; anche per questo, uno dei gestori mi aveva lasciato scegliere i volumi mancanti da acquistare a un prezzo simbolico (appunto gli ultimi tre che mancavano a casa nostra). Dopo quasi trent’anni, l’enciclopedia era così completata, e mi permetteva di aggiungere in conclusione questi collegamenti ulteriori riguardo l’esagramma 25 dell’I Ching, grazie a una scoperta inaspettata avvenuta nel mese di maggio, il mese numero 5 del nostro calendario, che moltiplicato per se stesso dà proprio 25.

 

Infine, delle tre fasi in cui le circostanze hanno fatto sì che si realizzasse questa mia ricerca, quella decisiva – la seconda e centrale – si è svolta, come detto, nel 2009: l’anno in cui io stesso avevo 25 anni.

 

Piervittorio Formichetti

 

 

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Fonti per le immagini:

 

• Colonna Zed: parete della Stanza degli Avi del faraone Tutmosi III (XV secolo a. C.), ricostruzione al Louvre, Parigi (da www.gaeword.it).

• Croce ortodossa: Occultismo, mistero e magia, Grandi temi De Agostini, Novara, 1976, p. 11.

• Andrea Mantegna, Crocifissione, 1457, Parigi, Louvre (da www.artleo.it).

• Jan van Eyck e Hubert van Eyck, particolare dal Polittico dell’Agnello mistico, 1426-1432, Gand, cattedrale (da wikipedia.org).

    

 



[1] I Ching. Il Libro dei Mutamenti, a cura di Richard Wilhelm, prefazione di Carl Gustav Jung, Milano, Adelphi, 1991, pp. 50-51.

[2] I Ching. Il Libro dei Mutamenti cit., pp. 15-33.

[3] I Ching. Il Libro dei Mutamenti cit., p. 634.

[4] Vangelo secondo Giovanni, 3, 34, cit. in Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Sulla divina Rivelazione.

[5] Vangelo secondo Giovanni, 12, 28-29.

[6] I Ching. Il Libro dei Mutamenti cit., pp. 516-517.

[7] I Ching. Il Libro dei Mutamenti cit., p. 130.

[8] Debora MARZI, La natura nel pensiero cinese, “Confronti – Quaderni”, n. 9 / settembre 2008, p. 25. Soltanto trascrivendo mi accorgo che anche la pagina su cui ho letto ciò è appunto la numero 25; si tratta di un altro dettaglio numerologico incredibilmente correlabile con il contenuto delle osservazioni che seguiranno.

[9] Thea VON HARBOU, Metropolis, Roma, Compagnia del Fantastico- Gruppo Newton, 1996, p. 39.

[10] Maurizio TERNAVASIO, Gustavo Rol: la vita, l’uomo, il mistero, Torino, Lindau-L’età dell’Acquario, 2002, p. 71. Soltanto nel cercare il presente riferimento bibliografico, scopro che Rol, anche sul citofono della sua abitazione a Torino, aveva applicato al posto del proprio cognome, la parola «Cinque»: Catterina FERRARI (a cura di), “Io sono la grondaia”. Diari, lettere, riflessioni di Gustavo Adolfo Rol, Firenze, Giunti, 2000, p. 15 (in questo libro, tra le molte parole di Rol citate, si fa anche opportunamente presente che il colore verde – vedi le righe successive di questo saggio – è centrale anche nello spettro cromatico – l’arcobaleno – percepito dall’occhio umano).

[11] Il grande libro dei Santi, a cura di Claudio LEONARDI, Andrea RICCARDI, Gabriella ZARRI, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, vol. II, p. 1112 ss..

LA MITOLOGIA DI CIRCE

La mitologia di Circe

 

La maga Circe è colei che nel mito conduce al mondo dell’oltretomba. E’ questa la mitologia a cui spesso sono legate le antiche religioni. Anche il culto della fertilità può dirsi legato al mondo dell’oltretomba, poiché nella circolarità delle stagioni è sotteso il principio di morte e rinascita ciclici, il cui potere sta in mano alla terra.

Circe in effetti vuol dire ruota, cerchio, circolarità della vita. Nel buddismo c’è la ruota del samsara o ruota dell’esistenza intesa come prima e dopo la vita. Gli etruschi parlano di pre – vita e di post – vita. Circe appartiene ad una religione precedente a quella di Ulisse, in cui si conosceva il mondo prima e dopo la vita ovvero l’oltre vita.

Il neolitico è l’epoca della grande madre, perché è l’epoca dell’agricoltura, quando comanda la donna, mentre l’uomo si dedica alla caccia. In questo periodo nasce la dea madre che, inizialmente, è un animale. Narrandola in questo modo la dea madre non rappresenta un fatto etico religioso innato nell’uomo, ma è un  fatto culturale, prodotto di una epoca. Questa è una prospettiva assolutamente diversa da quella evidenziata da Maria Gimbutas e dai suoi seguaci, in  quanto si basa  su una serie di eventi storici o protostorici, e non su un innato sentire religioso. Ciò che l’uomo trova in se stesso attraverso l’ascolto della propria spiritualità non sarebbe pertanto un sentimento religioso innato, ma la consapevolezza di uno sedimento antico della propria filogenesi e della propria storia.

E cosa ci dice Circe rispetto a questo? Lei parla della trasformazione dei maschi umani in animali. Circe è legata alle stagioni e alla fertilità. Ma è anche legata all’astronomia quindi alla circolarità della comparsa degli astri nella volta celeste. E’ colei che compie il passaggio dalla religiosità di natura femminile, costituita da dee e sacerdotesse, fino alla religiosità di tipo maschile, trasformando il maschio in animale sacro.

Cibele, la maga Circe, e alcuni culti femminili italici

Virgilio nell’Eneide descrive la maga Circe come una seduttrice, una femme fatale. E’ possibile che il luogo natio della maga Circe sia il monte Circello, il quale forse prese il nome dalla maga seduttrice. Anticamente è possibile che il monte Circello fosse un’isola, quell’isola di Eea (anche se altre ipotesi dicono rispondente forse all’odierna isola di Zannone), lontana,  descritta nel libro X dell’Odissea, come assai distante da qualsiasi continente. Quel monte probabilmente era il luogo nel quale abitava la maga Circe, un monte attualmente collegato al continente e posto all’interno dell’odierno promontorio, nel quale si trova il monte Circello.

Nel settimo libro dell’Eneide, Virgilio parla di Circe e le sue scritture fanno riflettere anche sulla antica madre Cibele, il cui culto è diffuso in molte zone della penisola italiana. Come ad esempio testimonia il pozzo chiamato La magna madre, che è il pozzo più vecchio di Roma. Omero e Virgilio descrivono entrambi la maga Circe, ma in maniera differente, Virgilio, nell’Eneide, scrive che gli uomini vengono da lei trasformati in varie specie animali, nell’Odissea Omero narra invece che tutti i compagni di Ulisse vengono trasformati in porci. La dea Cibele è simile, per tante definizioni date dai due antichi narratori, alla dea Circe, ma assai distante geograficamente e culturalmente dalla terra nella quale si narrano storie della maga Circe.

La dea Cibele è originaria molto probabilmente della penisola anatolica, come gli etruschi, originari anch’essi di quella terra. I veneti, provenienti dalla Siria, che si trovano a vivere nell’Anatolia durante la guerra tra Troia e la Grecia, offrendo un improvvisato aiuto ai troiani nell’ultima parte della guerra, passato quel breve momento che termina con la conquista di Troia da parte dei greci, vengono lasciati liberi di continuare il loro viaggio che li porterà a spostarsi fino a giungere nella penisola italiana, come narrato nel mito degli Argonauti. Anche constatando la lontananza geografica e culturale tra i popoli che professano le religioni delle due deità, si associa forse una comune origine tra la dea madre definita Cibele e la maga Circe, entrambi forse hanno l’antico ruolo di signore degli animali e appartengono all’epoca pre-neolitica, nella quale venivano praticate la caccia e la raccolta, un epoca dove la caccia veniva praticata dai maschi e la raccolta dalle femmine ed il fatto che entrambi le donne mitiche non fossero sposate sottolinea che non dipendessero da famiglie e uomini, ma appartenessero alla sfera sacerdotale.

Nel mito di Circe narrato da Omero, all’interno del decimo canto dell’Odissea, si racconta che, nell’isola Eea, a guardia delle case della maga Circe, figlia del sole, c’erano lupi montani dalle forti unghie e leoni, che grazie ai filtri maligni dati loro erano scodinzolanti come docili cani di fronte al gruppo dei marinai, che si erano avventurati nella remota isola immersa nel mare e distante assai dalle altre terre. Circe trasforma i compagni di Ulisse in porci con un filtro, mentre egli viene protetto dal farmaco procuratogli da Ermete e ricavato da una pianta dalle nere e solide radici e dai fiori bianchi come il latte. Così protetto dall’antidoto, nulla possono il beverone ed il farmaco offerti da Circe ad Ulisse.

I leoni sono anche gli animali sacri della grande madre mediorientale Cibele, importata nell’antichità a Roma e  decantata nel capitolo settimo o dodicesimo dei canti di Ovidio. Ella, nata nel monte Ida, viene definita “grande idea”, cioè “dea di Ida”, dal cantore Ovidio. Gli animali selvatici sono quelli che la hanno allattata su quel monte e lei probabilmente riveste il ruolo, nella cultura classica, di “signora degli animali”, cioè la dea delle società pre-neolitiche, prima dell’avvento dell’agricoltura, che probabilmente nasce a causa del veloce surriscaldamento terrestre che distingue la  post-epoca glaciale del Riss-Wurm, iniziata circa diecimila anni fa.

La maga Circe è colei che nel mito conduce al mondo dell’oltretomba. E’ a questa mitologia che spesso sono legate le antiche religioni. Come abbiamo già visto, anche il culto della fertilità può dirsi legato al mondo dell’oltretomba, poiché nella circolarità delle stagioni è sotteso il principio di morte e rinascita ciclici, il cui potere sta in mano alla terra.

Circe inoltre nutre l’ospite con cibi quali il miele la farina d’orzo e il formaggio, che sono cibi che si ritrovano anche tra le divinità femminili  etrusche e venete, e lo disseta con vino. Questo è il cibo di cui nutre Ulisse quando esercita i propri poteri magici, se poi guardiamo alle fasi successive del racconto, essa offre abbondante carne ad Ulisse ed ai suoi compagni, invitandoli addirittura a sacrificare, sgozzandoli, i migliori animali. Ma in questa fase è concluso l’effetto del farmaco e i porci son tornati uomini, è una Circe già passata ai culti religiosi maschili, legati alla cacciagione.

A casa di Circe lavorano come domestiche quattro ancelle, nate da fonti, da boschi e da fiumi sacri, esse preparano il cibo e lavano gli ospiti con acqua bollita, molto somigliano alle divinità femminili etrusche e venete.

Infine Circe conduce all’Ade, lungo un viaggio che solo lei può propiziare attraverso i profondi gorghi di Oceano, prima che Ulisse possa rientrare a casa. Così come le suddette divinità compiono ciclici e simbolici passaggi al mondo dell’oltretomba attraverso sorgenti d’acqua  ed anfratti nascosti tra fitti boschi.

In Virgilio si dice che Circe trasformasse gli uomini in vari animali, leoni, orsi, lupi, porci, nell’Odissea si narra invece che tutti i compagni di Ulisse siano stati trasformati in porci. Nel libro settimo dell’Eneide, in cui Virgilio narra di Circe, si parla dell’ <<antica madre>> Cibele, il cui culto, proveniente dall’Anatolia, è diffuso in varie zone d’Italia. Cibele era una divinità Vergine, non nel senso che rinunciasse all’accoppiamento, ma perché non era sottoposta all’uomo. Questo è il senso antico del concetto di “vergine”, diffuso nell’area asiatica e mediterranea. Virgo appartiene alla casta delle sacerdotesse, non appartiene ad alcune famiglia, nemmeno a quella dominante. Le famiglie sono di carattere maschile (dea della caccia).

Note sulla Grande Madre

Il legame tra il culto di San Michele Arcangelo e il culto della “Grande Madre”.

Il culto di San Michele Arcangelo è sempre localizzato in ambiti in cui è necessario opprimere presenze e credenze pagane. E’ altresì un culto legato al potere catartico delle acque, come San Giovanni Battista, che battezzò Gesù Cristo con l’acqua, cui egli rispose che come Giovanni avrebbe battezzato con l’acqua, egli avrebbe battezzato con lo spirito.

L’Arcangelo Michele è molto vicino a San Giovanni Battista, colui che battezza con l’acqua il figlio di Dio e che annuncia la nascita di Cristo. Anche l’Arcangelo Michele è estremamente collegato con le acque sacre e pure lui annuncia la nascita del Salvatore. San Michele Arcangelo è un santo escatologico e catarchico, per questo è collegato alle acque, che nel simbolismo cristiano ed ebraico sono sia acque punitivo-escatologiche, che acque catarchiche e quindi di salvezza. I due opposti, la morte terrena e la vita eterna, in San Michele Arcangelo si toccano profondamente.

Al di la del forte legame con il simbolismo delle acque, molto evidente nell’iconografia, nell’architettura sacra e negli scritti religiosi su San Michele Arcangelo, è potente la presenza del santo anche in luoghi di morte e rinascita, infatti il suo legame con le acque è potente proprio per questo motivo, un motivo legato alla caratterizzazione di San Michele Arcangelo a quella che è la sua missione, essere l’elemento primario dell’apocalisse. lnfatti lo troviamo come personaggio fondamentale nell’Apocalisse di San Giovanni e a questo proposito, anche nel comune dell’Aquila, ad Amiternum, nella chiesa dedicata appunto a San Michele Arcangelo, la quale fu eretta nel VI secolo, sopra alcune catacombe paleo-cristiane. Per un motivo analogo, nella Basilica di San Apollinare in Classe a Ravenna eretta nel 546 d. C. il celeberrimo abside presenta le figure a mosaico degli Arcangeli Gabriele e Michele a protezione della cristianità contro il culto Ariano; dove ora vi è la Basilica, precedentemente gli ariani avevano il proprio luogo di culto.

Questo lega molto il Santo Arcangelo Michele alla Dea Madre, anch’essa, come il Santo dell’apocalisse e dell’escatologica catartica salvezza, era suddivisa nei culti preistorici addirittura precedenti al neolitico in tre sotto-divinità, la divinità della nascita, la divinità della vita e la divinità della morte. Sia San Michele Arcangelo che la Grande Madre sono i primi battezzatori dell’umanità e le prime figure escatologico-catarchiche. Le tre moire della mitologia greca si rifanno appunto a queste tre divinità che nate probabilmente in un periodo ancora precedente a quello della grande Madre, di cui già si nota l’esistenza nelle immagini religiose di 15ooo anni fa, si trasformarono in personaggi divini che costituivano l’identità monoteista della Grande Madre.

Il culto di San Michele Arcangelo è possibile che abbia trovato diffusione nelle aree della penisola occupate dai Longobardi nel periodo a partire dal 500 d.C. I Longobardi dapprima erano pagani, poi divennero cristiani.

A Novi di Modena per esempio vi è una Pieve romanica del XII sec. dedicata a San Michele Arcangelo, che sorge sopra una pieve preromanica del IX sec. (gli absidi sono sovrapposti) dedicata a Santa Maria Maddalena. In un terzo tempo, nel XVI sec. fu costruita e sovrapposta una nuova pieve dedicata sempre a San Michele Arcangelo. Ciò avvenne per paura del diffondersi dei movimenti eretici. Le precedenti costruzioni probabilmente furono abbattute a causa di inondazioni. Recentemente sotto l’abside preromanico sono stati scoperti resti di età romana, manufatti prodotti da una fornace e forse un altro abside. E’ importante notare che il basamento preromanico è costruito con sassi fluviali e in un secondo tempo con mattoni.

Per quanto riguarda la presenza nel Veneto, ne parlano Paolo Diacono e Ariperto I. Questi autori offrono anche testimonianze sugli antichi alvei dei fiumi che hanno formato la laguna prima della grande alluvione descritta da questi autori avvenuta nel 586 d.C. (Brenta, Muson, Marzenego e Sile). Brenta e Muson portano ancora testimonianze del culto di San Michele Arcangelo. A Venezia esistono tre siti dedicati a questo culto: San Michele in Isola (l’attuale cimitero) sede di una antica biblioteca camaldolese in parte custodita ora a Camaldoli e in parte alla Biblioteca Marciana di Venezia, e luogo dove operò anche il cartografo fra’ Mauro, che la leggenda vuole visionario e ispirato dal diavolo;  San Michele degli zoppi, chiesa rasa al suolo da Napoleone, di cui pare non si sia salvato nulla, resta solo un attiguo vecchio oratorio e il nome del campo, Campo San Angelo; San Michele delle polveri o San Michele di Contorta, che ospitò un convento di monache “corrotte”. Se osserviamo la presenza di luoghi religiosi dedicati a San Michele Arcangelo, ma anche a San Giorgio, santo anch’egli di carattere escatologico-catarchico, lungo il Canal Grande a Venezia, possiamo capire come mai in questi luoghi dove è forte la presenza dei due santi citati, si situino due luoghi negativi tristemente famosi, Palazzo Dario per la morte violenta di ogni suo proprietario e Palazzo Mocenigo dove Giordano Bruno il quale confidò a Cagliostro le sue arti di stregoneria nell’ultimo tentativo di salvarsi. Ma anche nell’isola di Burano vi è una zona si dice del diavolo e una zona d’acqua dalla quale pare esca del gas metano. Questi luoghi nei quali venivano vissute situazioni peccaminose, tra le quali quelle di carattere stregonico sopra dette, avevano bisogno dell’intervento di questi due santi nell’immaginario della città di Venezia.

 Le sacerdotesse nelle antiche religioni di area veneta

Qui si pone la domanda se le antiche religioni di area veneta siano o meno legate al culto della Grande Madre. Vi è l’influsso dell’Ecate greca nella simbologia delle antiche religioni di area veneta, in particolar modo euganea. E vi sono similitudini con la simbologia etrusca: per esempio piccole edicole appese agli alberi o oggetti votivi o cibo sempre appesi agli alberi, per ingraziarsi le cornacchie.

Altre tracce si trovano nei riti delle sacerdotesse paleo – venete. Il Santuario situato nella località Meggiaro a Este (V – IV sec. a. C., andò abbandonato nel I sec a.C.) e scoperto a partire dal 1999 presenta similitudini con i santuari di Cosa (Ansedonia – Orbetello), Forentum (provincia Potenza), Marzabotto (Bologna) e Bantio (tra Apulia e Lucania): sono santuari del tipo cosiddetto “templum in terris”. A Meggiaro sono stati ritrovati circa 8000 resti ossei di animali, in prevalenza giovani e di genere femminile, di cui quasi la metà sono di scrofe e feti, il che fa supporre al sacrificio di scrofe gravide. E’ stato ritrovato anche un pozzo, che fu costruito in un secondo momento e sono stati ritrovati anche reperti che riconducono a libagioni. Questa tipologia di santuari è legato ai miti di fondazione così come li descrive Virgilio nel I libro dell’Eneide alludendo alla fondazione di Cartagine ad opera di Didone con un tempio dedicato a Giunone.

L’aspetto linguistico in area euganea ci associa al legame tra indoeuropei e preindoeuropei, infatti la lingua veneta è un incrocio c tra lingue locali e lingue che sono venute attraverso le migrazioni indoeuropee. Attraverso lo studio delle lingue si può scoprire la relazione tra popoli preindoeuropei e quelli indoeuropei di provenienza aria. Il termine Euganeo deriverebbe dal greco e significa di nobili stirpe, ma potrebbe essere collegabile con gli Ingauni antichi abitanti della Liguria, quindi di probabili origini preindoeuropee. Studiosi come Giovenale Marziale Comelisio Italico e Lucano usano il termine euganeo per definire all’epoca di Roma imperiale l’Italia nord orientale.

La lingua paleoveneta sarebbe invece originaria delle popolazioni indoeuropee che si sono stanziate nel nord della penisola. Gli indoeuropei si sono stanziati nel nord est della penisola italica attorno al VI sec. a.C. e con l’arrivo dei romani nel II sec. a.C,. si sono inglobati con loro. Precedentemente hanno avuto rapporti con gli etruschi. Si suppone che con l’arrivo dei veneti, gli euganei si siano spostati dai colli euganei verso le prealpi. Le iscrizioni paleovenete si trovano su ceramiche, vasi e monumenti funerari, sono spesso iscrizioni votive.

Secondo alcuni studiosi il veneto più puro anzi il paleoveneto più puro chiamato anche venetico, sarebbe quello della parlata slava, lo slavo insomma sarebbe una lingua in parte di origine veneta indoeuropea. Ma è vero anche che all’epoca dei castellieri popolazioni istriane si spinsero fin dentro il veneto al confine tra le attuali provincie di Belluno e Treviso costituendo enclavi linguistiche antropologiche resistenti fino ai nostri anni, tanto che fino a pochi anni fa in quelle zone si riconoscevano nuclei fisionomici e tradizioni di derivazione istriana.

Vi sono poi similitudini tra il linguaggio scritto etrusco ed euganeo e venetico. Secondo alcuni autori le varie popolazioni presenti in area venetica erano in origine Ari, o comunque provenienti da quell’area. Gli euganei erano il nucleo originale ed erano probabilmente di diversa origine. Lo afferma anche Tito Livio (padovano di origine). Virgilio parla invece di Antenore, principe troiano che venne in Italia attraverso la Croazia a capo di una schiera di Eneti (o Veneti), e fondò Padova.

 Il culto del serpente

Anche il culto del serpente ci riporta alla connessione tra indoeuropei e preindoeuropei,  come infatti è possibile notare nelle immagini che raffigurano la donna con mani e gambe a forma di serpente e in posizione che odiernamente sarebbe definita ypogica, essa appartiene alla cultura preindoeuropea. Lo stesso mito serpentario lo ritroviamo nel racconto biblico che è anch’esso preindoeuropeo. Nella tradizione indoeuropea il serpente è invocato in senso nefatico, ma è sempre presente nelle tradizioni mitologiche.

Nella Bibbia e nell’Eneide si parla del culto della Grande Madre, simboleggiata dal serpente, che è legato alla terra. Il demonio è legato al serpente, così come il drago. Chi ammazza un drago è sempre un santo. Nell’isola di Malta è molto presente il culto del serpente legato al culto di san Paolo, in Svizzera il serpente è chiamato arcobaleno, mentre tra gli indiani il serpente scaccia il fulmine. Quindi il serpente è legato all’acqua. Nell’Eneide gli animali di colore nero venivano sacrificati da Enea per propiziare la pioggia. Gli sloveni hanno il culto della vacca nera che viene sacrificata e l’usanza del sacrificio animale è ancora molto diffusa nelle zone tra il Kosovo e la Macedonia. Il fiume Timavo citato da Virgilio quando parla del mito di fondazione della città di Padova, è un fiume che nasce in Croazia, si sviluppa in Slovenia e sfocia nei pressi di Trieste, il cui percorso in parte sotterraneo è ancora sconosciuto, avvolto nell’enigma.

La Grande madre prima nasce dalla terra, poi nasce il serpente e succhia la terra, così nasce il demonio. Poi la Grande Madre diviene animale nero cosicché l’animale viene ammazzato per propiziare la pioggia (il serpente arcobaleno per far piovere). Dalla pioggia nasce l’anima. Enea ammazza ancora animali per propiziare la pioggia. Infine dall’anima nasce la concezione di un Dio  – Zeus che determina la pioggia e la terra. Così dalla Grande Madre si arriva al Dio astratto: questa è l’ipotesi positivista – funzionalista.

 Sui Serpari di Cocullo (testimonianza orale, agosto 2016)

Mi trovo nel paese di Filetto mt 1090 sul l. m., vicino alle frazioni di Camarda e Paganica (Jovi Paganico Sacro) nel Comune dell’Aquila, sulle pendici del Gran Sasso verso Campo Imperatore. La località anticamente in un territorio di confine tra i popoli dei Sabini e dei Vestini.

Chiedo ad un anziano se nei pressi vi siano località o tradizioni dedicati ai serpari. Risponde che solo a Cocullo esiste questa tradizione. Mi descrive la strada per arrivarci ed aggiunge “Ma ora nun è stagione”. Gli suggerisco che la stagione è maggio, il primo di maggio. Egli afferma “Quando si svegliano”. Provo a farmi spiegare cosa voglia dire questa affermazione. Egli continua a ripetermi “Quando si svegliano”. Penso che si riferisca ad una sorta di letargo invernale, ma non capisco. Egli col viso e col corpo fa un cenno di fastidio, più volte, e aggiunge “Ma come fanno a metterli sul collo?” Mi mostra come, a mo’ di sciarpa. “Ma come fanno, sembrano addormentati” ribadisce. Gli dico che forse sono ubriacati o drogati, egli fa un altro cenno di fastidio e repulsione. Intuisco che questo argomento lo infastidisca, infatti mi saluta ed entra nel portone di casa.

 La madre terribile 

La Grande Madre chiamata anche madre terribile era nata in Mesopotamia, era la grande madre Tiamat ovvero l’oceano primordiale. Era vicina come simbolismo a Saturno, che in greco è Kronos, il tempo non cronologico, Saturno e la Grande Madre sono simili archetipicamente.

Faccio spesso il paragone tra le “facce” nere che sono mesopotamiche e gli egiziani preclassici. Sono molto differenti: la grande madre è mesopotamica, mentre in Egitto comandano il dio Epafo figlio di Io – Iside, sacerdotessa di Era. Io fu trasformata in vacca da Era per gelosia ma, liberata da Ermes su richiesta di Zeus, fu di nuovo perseguitata da Era, e andò vagando per molti luoghi fino a giungere in Egitto. Ritornata nelle vesti di donna divenne moglie di Osiride, che è un dio che ogni anno muore e ogni anno rinasce attraverso l’accoppiamento. Sono molto vicini al culto ebraico e successivamente cristiano, infatti la vacca è la dea della fertilità per gli egizi e si trova anche nel racconto della nascita di Gesù, insieme all’asino che è un simbolo, il dio asino, di cui parla il re sapiente Salomone.

Le dee avevano la coda di coccodrillo, leone, ippopotamo come la Tueret egizia perchè erano dell’età dei cacciatori, paleolitico inferiore, che precede la cultura della rivoluzione agraria del neolitico, erano le dee gravide. Gli ebrei possono aver attinto dal mito di Didone perché la Fenicia, e Didone è fenicia, è confinante col loro regno.

La dea gravida veniva chiamata “donna gravida”, era la Grande Madre. In Mesopotamia ci sono la dea benevola e la dea malevola. La dea benevola è chiamata Tiamat, mentre la dea malevola è chiamata Istar. Inanna – Istar coincide con Urano (il cielo), è figlia del Cielo o della Luna e sorella del Sole. La dea benevola accettava il movimento dei figli, e dunque accettava il divenire temporale. La dea malevola invece si arrabbiava quando i figli si muovevano, voleva che stessero fermi, e li uccideva: in ciò era simile a Saturno. Questa divinità non accettava il divenire e quindi il tempo.

Il Caos, il mare in Mesopotamia, genera Tiamat, la dea che pure ammazza i figli, tranne due. Tiamat è la divinità femminile che nasce dal mare, essa viene assorbita nella cultura dei Greci divenendo Afrodite. Urano – Kronos – Zeus secondo Esiodo sono i tre stadi della teogonia. Urano e Gea vengono dal Caos, sono l’ultima coppia dei figli di Caos. Tiamat, il Caos, ha anch’essa vari figli che uccide, tranne due.

In Italia i precristiani e i preindoeuropei fondano il paese di Saturnia e insegnano a lavorare la terra. Ma in alcuni culti l’agricoltura è un’arte femminile, insegnata delle deità femminili. Ciò appartiene alla religione della Grande Madre. Tiamat è entrambe le cose, Urano e Kronos. Da Kronos successivamente nasce Zeus e da questi nasce Venere, che in realtà però di Zeus sarebbe la sorella. Dalla Venere preindoeuropea, cioè Tiamat mesopotamica, che è appunto simboleggiata dalle stella ad otto punte che rappresenta il pianeta Venere, si passa alla Venere greca che è figlia sorella di Zeus.

Tifone, il drago, il serpente, è stato creato da Rea, la quale voleva uccidere Zeus, il quale aveva mandato sotto terra i Titani, figli di Rea. Zeus va in Egitto. Dalla cenere di Dioniso e dei Titani nasce l’uomo. Le religioni patriarcali sono centrate sul potere degli dei, mentre le religioni matriarcali sono centrate sulla fertilità. Esse inoltre sono diverse per il culto delle acque dove l’acqua è quella che dà fertilità e fa crescere la possibilità di trovare marito, fa venire il latte e questo uso delle acque paragona la pianta all’uomo.

Marco Viti, Stefania Pomiato

ACQUE CATARCHICHE ED ESCATOLOGICHE

ACQUE CATARCHICHE ED ESCATOLOGICHE

 

C’è un passo evangelico, nel quale Gesù Cristo dice che Giovanni Battista lo ha battezzato con l’acqua e che lui battezzerà con lo Spirito Santo. Questo passo apre a un interessante collegamento tra il cristianesimo e le religioni pre­cristiane, tra le quali quella che nella religione wicca è definita “vecchia religione”, termine dato da Margareth Murray, un’egittologa inglese, studiosa di antiche religioni. Tra queste religioni, ad esempio, c’è quella, di cui sono deità le tre Moire, una religione probabilmente legata alla Grande Madre.

Altre figure, probabilmente definite da Margareth Murray, all’interno della “vecchia religione”, sono le fate dei racconti ladini e le ondine dei racconti tedeschi del Tirolo, le quali possiedono il dono della chiaroveggenza e vivono nelle grotte, da cui sgorgano acque di sorgente. Queste figure mitiche fanno pensare alle deità greche, come le Moire, ad esempio, che vivevano nelle grotte, dove si trovavano fonti di acque dolci e nei luoghi acquei dolci, che avevano forse origini legate ai culti matriarcali. Queste deità probabilmente adoravano i serpenti, culti dei quali si constata ancora oggi la sopravvivenza nella festa detta dei Serpari di San Domenico, celebrata a Cocullo, in Abruzzo, dove vengono catturati i serpenti nei boschi e portati nel paese, il giorno della celebrazione, per poi essere lì liberati. Le deità primadette, legate ai culti matriarcali pre­cristiani, come le ninfe, le egerie, le naiadi, erano molto probabilmente le guardiane dell’acqua, esse forse erano le antropomorfizzazioni dei serpenti, che vivevano nei pressi degli stagni, che nella religione della Grande Dea erano considerati animali mitici. Le ninfe sono simboleggiate da un animale che ama nell’immaginario culturale greco, stare attaccato al suolo terrestre, il serpente. Questa è una delle figure simboliche più potenti, relativamente alla divinità della Grande Madre.

Le ninfe talvolta sono esse stesse antropomorfizzazioni di serpenti, molto probabilmente, infatti, si diceva che stessero a guardia delle fonti. Anche la figura mitica dell’anguana, presente nell’area piemontese, lombarda e soprattutto veneta, talvolta è legata a questo genere di antropomorfizzazioni. Se ci soffermiamo a considerare l’etimologia della parola anguana, scopriamo come questo termine derivi dal latino aquana, ninfa, creatura delle acque, ma l’etimologia popolare la associa all’etimologia della parola anguilla, dal latino anguilla, diminutivo di anguis, serpe. E’ molto singolare che la parola veneta bisatto, indicante l’anguilla, derivi da biscia, a sua volta derivante dal latino bestia, che dal V° sec. d.C. comincia ad indicare il serpente. Se poi si guarda alle caratteristiche di questo pesce, si scopre come esse siano simili a quelle attribuite all’anguana. L’anguilla è’ un pesce di abitudini notturne, che si muove in prevalenza con l’assenza di luna, poiché esso è lucifugo e possiede caratteristiche simil­anfibie, poiché si muove anche sul terreno al di fuori dei corsi d’acqua ed è amante del fango, dove ama cacciare e dove anche può sopravvivere a lungo. Altre sue caratteristiche lo pongono anche in diretto contatto col mistero e la morte. Per esempio è ancora poco chiaro il suo ciclo riproduttivo, per lungo tempo del tutto avvolto nel mistero. L’anguilla parte per un lungo viaggio, di cui si sa ancora poco con certezza, così come l’anguana, nelle tradizioni orali, ciclicamente si reca in luoghi solo a lei conosciuti. L’anguilla infine ha capacità necrofaghe e saprofaghe, amando cibarsi di animali morti. Le anguille, come rappresentazioni delle anguane e probabilmente in seguito, delle ninfe, delle moire e di molte altre figure mitiche femminili pre­cristiane, si rifugiano spesso nelle grotte d’acqua dolce e ogni anno forse, secondo le culture pre­cristiane, andavano oltre il concepibile, cioè in luoghi geografici immaginari, paragonabili al luogo dell’oltrevita.

La figura mitologica dell’anguana prevalentemente è vestita di bianco, che simbolicamente per certe culture è il colore dell’aldilà ma, a volte, nelle narrazioni di tradizione orale del Veneto, del Trentino e del Friuli, si racconta che essa indossi abiti colorati, rossi, neri o verdastri e assuma le sembianze proprie dell’anguilla femmina. A volte infatti l’anguana nelle narrazioni delle culture orali venete, è descritta con la coda di pesce, attorno alla quale si avvolgono i lunghi capelli, in effetti l’anguana ricorda molto quell’animale mezzo pesce e mezzo serpente, che nell’immaginario popolare è l’anquilla. Altre volte invece è raffigurata con i piedi di capra,come in un disegno attribuito a Tiziano Vecellio, il grande pittore cadorino. È un’ipotesi e forse un paradosso, da paradoxa, opinione oltre la verità, ma i colori dell’anguana suscitano simbolismi legati al rapporto tra i colori e un’immaginario popolare arcaico, forse pre­cristiano, tanto da dovere essere definito come forma archetipale. I colori in esame sono il nero, il rosso e soprattutto il bianco, rappresentato nell’immaginario popolare e nell’arte medioevale, sopratutto veneta, dal colore delle vesti dell’anguana. Il nero la può ricollegare al mondo dei morti, il rosso alla fecondità, il verdastro al suo contatto con l’acqua e con la terra.

Le anguane in alcuni accezioni dei dialetti veneti e trentini sono chiamate vane. Questo ci apre a una fantasia interpretativa interessante, è possibile infatti che le vane siano collegate alle popolazioni pre- indoeuropee e matriarcali di origine germanica, i Vani. Questi erano una delle poche popolazioni pre- indoeuropee, ancora memoria storica dell’occidente, la cui lingua ancora oggi è parlata in una delle poche aree che gli Asii non poterono invadere.  Nel periodo post­glaciale, che probabilmente suscitò la ricerca da parte degli indogurganici di nuovi territori da colonizzare, la zona abitata dai Vani, che si colloca nell’attuale Finlandia, era troppo fredda per loro, che venivano in Europa da zone molto più calde. Questo mi fa supporre il motivo per cui in Finandia, ancora oggi c’è probabilmente il ceppo linguistico dei Vani. Nella loro lingua, insieme a quella dei baschi, ancora oggi persiste un nucleo linguistico pre- indoeuropeo.

La ridefinizione veneta, trentina e ladina delle anguane, con il termine vane, può derivare da un sincretismo linguistico germanofilo. Tale germanismo, è presente in due culture: in quella connotata dal dialetto veneto e trentino, linguisticamente nel contempo germanico e italico e in quella connotata dalla lingua ladina, più specificamente, quella riguardante il dialetto ladino della val di Fiemme, uno dei quattro dialetti ladini di questa antichissima lingua italico­germanica, parlata da una popolazione di origine retica, proveniente dall’area germanica orientale, che incontrandosi con la cultura italica, durante la colonizzazione romana, prese il nome odierno di ladina. Anche simbolicamente le anguane sono legate alla vita e alla morte, così come alla purificazione. Pensare che lavare la biancheria, tipico di queste figure, era un lavoro che un tempo si svolgeva in primavera ed in autunno, al risveglio della vita e all’arrivo della morte. Ma si faceva anche in altre situazioni, alla nascita, durante il puerperio, durante la vecchiaia (pensiamo ai panni dei neonati e dei bambini, così come ai panni di un anziano). Si lavava poi tutta la biancheria di un morto subito dopo il funerale; così come si lavava il sangue mestruale. Tutto il resto poteva attendere il cambio delle stagioni, questi panni invece andavano lavati subito. Ma le donne gravide e le puerpere non potevano lavare, rischiavano la loro vita, così intervenivano le fate e le anguane, costituite in quell’immaginario culturale, spesso da donne morte di parto, da fanciulle e bimbe morte prematuramente o addirittura abortite, ancora avvolte nel sacco.

Queste figure antiche rappresentano, in tale immaginario tradizionale, il veicolo psicopompo tra il luogo della vita e il luogo dell’oltretomba, la morte, rappresentano il veicolo comunicazionale, all’interno delle ritualità stagionali delle antiche religioni, tra la primavera e l’autunno, tra spirito e carnalità. Nella loro essenza vive il serpente, e l’etimologia dei loro nomi ne è testimonianza. Sarebbe interessante interpellare anche la biologia, che ci insegna come il grado di salinità del sangue umano sia uguale al grado di salinità dell’acqua marina, retaggio della nostra primitiva origine. Mi piace fare questo parallelismo, seppure fantasioso, però considero bello pensare che le anguane, come le anguille che si riproducono in un mare salino per poi emigrare verso le acque dolci dei fiumi, immaginare che le anguane, appunto, siano figure, che attraverso l’acqua, siano veicolo di un lungo cammino che riconduce a dimensioni antiche e soprannaturali.

Da questa supposizione ne scaturisce un’altra: anche i serpenti e le apparizioni dei serpenti, che fanno la guardia ai tesori nascosti sotto terra, come nel caso della leggenda del cacciatore che si rifugia in una notte di pioggia in una grotta presso San Rabano e trova la gallina d’oro, che lo porta a scoprire dove è nascosto il tesoro, al quale però fa la guardia il serpente che gli impedisce di appropriarsene. Sembra che la figura mitica del serpente sia una antropomorfizzazione di deità femminili,come le egerie, le ninfe, le naiadi, probabilmente appartenenti al culto legato alla grande Madre, culto che verrà inglobato dalla religione cristiana.

Nella leggenda maremmana del cacciatore che scopre il tesoro posto dentro alla grotta nel bosco, dove si trova l’Abbazia di San Rabano, il serpente non è simboleggiato, è un protagonista vero e proprio della narrazione di tradizione orale e sta a guardia del tesoro, impedendo al cacciatore di appropriarsene. La figura del serpente, in questa narrazione, potrebbe teoricamente essere rappresentato anche da San Michele Arcangelo o essere la sua rappresentazione, come lo è probabilmente rispetto alle naiadi, alle egerie, alle moire, alle ninfe greche e romane, alle fate venete, friulane e trentine e alle ondine tirolesi. Infatti, sia lui, che San Domenico, sono legati entrambi alla figura serpentaria. San Domenico, celebrato in una festività a lui dedicata, in un paese del centro Italia e che ho già citato, è un santo serpentario, in onore del quale vengono catturati i serpenti per essere poi esposti e liberati in paese, durante la celebrazione a lui dedicata.

Sia San Domenico, che San Michele Arcangelo, sono probabilmente delle figure sostituitrici di deità pre­cristiane legate al culto del serpente, una religione probabilmente appartenente alla cultura matriarcale della Grande Madre. Quindi San Michele Arcangelo e San Domenico, sarebbero sostituzioni cristiane di figure divine legate alla Grande Madre e le celebrazioni laiche fatte nei racconti a veglia, nei tempi in cui non esisteva ancora la cultura scritturale e vigeva la tradizione orale, come modalità di continuità sociale e trasmissione delle conoscenze, che usava i racconti di tradizione orale, trasmessi durante le veglie, nelle quali venivano tramandati, in un ordine sociale di carattere gerontocratico, la memoria storico­culturale e religiosa che raccoglieva in se tutto, anche le competenze tecniche lavorative, ad esempio. La trasmissione attraverso le narrazioni di tradizione orale, delle competenze di ogni genere, ad esempio quelle professionali, all’interno di una memoria storico­culturale di carattere implicitamente religioso, nel senso di religere, unire l’uno alla molteplicità, l’individuo al kosmos, sarebbe legata a celebrazioni religiose antichissime, alle quali esse sono pervenute e nelle quali gli antichi rituali religiosi, dei culti legati alla Grande Madre, sarebbero semplificati proprio grazie alla immissione nei racconti di tradizione orale, apparentemente laici, giunti fino a noi, oggi.

Così, quando in queste narrazioni si parla del serpente che fa la guardia al tesoro posto dentro a grotte, in realtà si rinnovano le ritualità di simbolismi religiosi antichissimi, di culti oramai perduti e inglobati nella religione cristiana. San Michele sarebbe quindi l’antropomorfizzazione divina della figura sacra del serpente, figura liturgica legata a una precedente religione? La risposta non è certo definitiva, ma riallacciandomi alla narrazione di tradizione orale del cacciatore che scopre il tesoro di San Rabano, narrazione, la quale, pur non essendo legata all’acqua, è comunque una leggenda legata cripticamente alle divinità femminili delle religioni arcaiche matriarcali, in quanto il serpente è raffigurato nei miti delle acque dalle deità femminili e come le naiadi fa la guardia alle fonti, il serpente di San Rabano e San Michele Arcangelo, fanno entrambi la guardia a ciò che di sacro contiene la grotta: l’uno il tesoro, l’altro la sacra acqua miracolosa. Tra l’altro la leggenda di San Rabano ubbidisce ai quattro canoni che costituiscono la similarità tra le grotte che possiedono acque terapeutiche:

1° sta in zone boscose e lontane dalla presenza umana,

2° sta in grotte profonde, infatti la parte più importante della narrazione del tesoro di San Rabano, si sviluppa nel luogo dove sta nascosto il tesoro, proprio in una grotta profonda.

3° si trova sopra monti o rialzamenti di terreno,

4° l’avere al proprio interno un tesoro sacro, sacro come le acque considerate miracolose, entrambi tesori, nel caso di San Rabano, letterale e nel caso di San Michele Arcangelo, metaforico nel caso di San Michele Arcangelo.

La figura protettrice è espressa letteralmente ed il tesoro, costituito dall’acqua, espresso metaforicamente, nel caso invece della narrazione di San Rabano, la figura protettrice è espressa metaforicamente ed il tesoro espresso letteralmente. Questa dualità diametralmente opposta, che raffigura immaginari simili è, a mio parere, un dato fondamentale, dal quale si può immaginare più da vicino la contiguità tra l’arcaica religione matriarcale e quella più recente del cristianesimo. Nelle grotte dedicate a San Michele si trova l’acqua sacra, un tesoro metaforicamente definito e nella grotte di San Rabano, protetta dal serpente, di cui sono antropomorfizzazioni le deità femminili precristiane, si trova un tesoro letteralmente definito. Ci sono i riallacciamenti alle acque sacre, al serpente, similarità molto forti, che mi fanno pensare al legame con i culti pre­cristiani, ai quali con una certa probabilità i due argomenti erano legati.

Penso che possa esserci un legame tra le religioni matriarcali legate alla Madre Terra e le credenze popolari nelle acque miracolose delle fonti lattaie e di altre sorgenti curative, come ad esempio quelle che si trovano in Sardegna, le quali hanno origine nelle loro caratteristiche cultuali dai santuari dell’antica Fenicia e dai punici, da cui deriva la cultura sarda.

Stefania Pomiato, Marco Viti

Tanakh, Bibbia e Corano sono libri sacri? Certamente sì, per le dottrine iniziatiche lo sono!

L’essere umano ha inventato le religioni, l’essere umano ha elaborato complessi riti e dogmi al fine di rendere più credibile, l’incredibile: che esiste un dio invisibile che ci osserva e ci giudica, in base ai nostri comportamenti più o meno sottomessi; che ogni cosa che accade nel nostro mondo è la conseguenza di un potere “superiore” all’umanità, un potere il cui unico fine è punire o premiare.

Un giorno l’intera umanità scoprirà che nulla di più lontano dalla verità è stato mai elaborato: siamo noi gli artefici dei nostri destini individuali e collettivi, con le nostre “scelte”.

Possediamo il libero arbitrio, ma non lo adoperiamo! Questo è il potere dell’élite: farci credere inermi, incapaci, indifesi alla merce di qualche divinità “superiore”.

Grazie a uomini come Anton van Leeuwenhoek e Louis Pasteur, abbiamo scoperto, che quelli che i medici antecedenti alle loro scoperte definivano “demoni invisibili”, altro non erano che “batteri”.

I batteri sono organismi, invisibili a occhio nudo, hanno fatto più morti di qualunque altra cosa nella storia umana.

Con tutta probabilità un giorno si scoprirà che quel che definiamo dio è qualcosa di cui noi tutti facciamo parte e non qualcuno a cui sottometterci o da temere e non di certo qualcuno che ci ama o teme.

Gli esseri umani un giorno comprenderanno di essere polvere di stelle, di essere un tassello dell’intera esistenza.

Se una qualsiasi cellula del vostro corpo prendesse “coscienza” di sé, e iniziasse a porsi domande sull’esistenza e quant’altro, a che conclusione giungerebbe?

Probabilmente crederebbe di essere “speciale”, prescelta da un potere superiore. Il problema è, che quella cellula potrebbe iniziare a comportarsi in maniera “non armonica”, indipendente dalle altre, questo produrrebbe in voi o in me, la condizione che comunemente definiamo “malattia”.

Ma quando le cellule sono “consapevoli” d’esser un tutt’uno con il corpo che le ospita, anzi di formare il corpo che le ospita, allora esse faranno tutto il necessario per il “mutuo benessere e reciproco rispetto”, armonia o omeostasi, è questo produrrebbe in voi e in me “benessere”.

L’intero sistema Solare, di cui facciamo parte non è altro che un granello di sabbia nel cosmo… Quanto potremmo allora noi, comprendere di Dio?

Siamo arroganti esseri sensienti, che giocano a circoscrivere il tutto “Dio” in un’unità individuale e selettiva.

Noi esseri umani siamo polvere di stelle, togliamo la polvere e ridiventiamo stelle!

Ogni dottrina religiosa della storia umana, ha da sempre manifestato una volontà scatologica nel rendere poco accessibile la conoscenza tenuta, gelosamente, nascosta nelle mani dei più alti ranghi iniziatici.

Dovuto a tale comportamento possiamo suddividere ogni dottrina religiosa in: esoterica e essoterica.

Esoterismo è il termine con cui si indicano, in senso lato, le dottrine di carattere almeno in parte segrete o riservate. La verità occulta o i significati nascosti di tali dottrine sono accessibili solo ai cosiddetti iniziati, prevedendo spesso diversi gradi di iniziazione.

Il termine appare per la prima volta in una lingua moderna, il francese, nel 1828. Si contrappone a essoterico, parola che indica una conoscenza aperta a chiunque.

In altre parole, indistintamente, ogni dottrina ha diversi gradi di “interpretazione”, in base all’estemporanea prospettiva del seguace. Il livello acquisito all’interno della propria congregazione religiosa, oltre all’egocentrico stato mentale determinato dal credere d’esser diversi, dona una conoscenza superiore, per contenuti informativi, rispetto al livello di provenienza.

Concettualmente anche le dottrine religiose sono state elaborate a forma piramidale, man mano che si sale di gradino nella piramide (grado iniziatico) si può accedere ad una conoscenza più ampia. Stesso sistema adoperato per ogni percorso scolastico: asilo, elementari, medie, superiori, università, dottorato.

Si “la conoscenza” è tutto, infondo noi esseri umani siamo esseri immortali (anime) che provano un’esperienza mortale (la vita), attraverso il corpo (cervello) e grazie alla mente (software operativo) e lo spirito (energia bioelettrica).

Io credo in “Dio”, ma non credo nelle religioni, come unico mezzo di comunione tra noi e il tutto. Come gli albigesi (catari) e gli esseni, credo che ognuno di noi può indistintamente, accedere alla condizione necessaria per esser ispirati, guidati da un “sé” superiore.

Dottrine iniziatiche

Il termine iniziazione, proveniente dalla lingua latina (initiatio), identifica un inizio. Il verbo relativo, iniziare, sta a significare l’avviare una particolare azione o evento. L’iniziato è colui formalmente è stato invitato da una forza maggiore, di natura umano o non, a intraprendere il percorso necessario per ricodificare la propria esistenza, smettendo d’esser uno schiavo dei sensi, per possibilmente divenire “il vero proprietario della propria esistenza”. Il termine utilizzato nella dottrina cristiana per indicare questo strumento è stato codificato come “libero arbitrio”: essere artefici del proprio percorso evolutivo (fato).

Iniziati famosi nelle narrazioni allegoriche, sono per esempio, Pinocchio il figlio non naturale di Giuseppe, che compie un “viaggio” iniziatico che lo vede “burattino”, grazie a diversi gradi di iniziazione la sua storia “finisce” dove inizia la vita del bimbo vero; altro esempio famoso, è l’allegoria voluta dall’élite di un uomo che diventa un “super uomo”, Yeoshua Ben Yosef figlio non naturale di Giuseppe, attraverso una lunga ricerca interiore diviene dopo la morte, il vero figlio di dio; altri esempi provengono dalle storie di Edmond Dantès (il conte di monte Cristo), Eracle, Sansone, Luke SkyWalker, He man, etc. etc.

Le tre consorelle figlie di Abramo

Le tre grandi religioni monoteiste, dopo un attento studio risultano essere “dottrine iniziatiche” di natura archetipa/astronomica/astrologica/alchemica e scientifica.

Le tre religioni allegoricamente hanno un’unica matrice “Abramo” il nuovo “Adamo”, padre di Ismaele (Musulmani) e Isacco (Israeliti). Abramo il “papa” degli Arcani maggiori. Abramo che insieme al figlio Ismaele eresse la Kaʿba (o al-Kaʿba) anche nell’adattamento in lingua italiana Caaba o Kaaba; in arabo: كعبة†, Kaʿba, che deriva dal sostantivo kaʿb, che significa “dado” o “cubo”. Abramo il primo Cabalista. La Caaba è il sacro monolite a forma di masso nero, in cui è incastonata la Pietra Nera della Mecca (Alhajar Al-Aswad), inglobata nell’angolo sudorientale della Ka’ba, attorno alla quale i pellegrini compiono ritualmente sette giri in senso antiorario, una pratica che fa riferimento al culto degli astri (i sette pianeti dell’antichità – i sette chakra principali – i sette pianeti interni). Lo stesso masso nero sembra essere stata oggetto di venerazione anche prima di Maometto, ritenuta caduta dalla luna. Abramo il primo “massone”. La Caaba tanto omaggiata da Stanley Kubrick in uno dei suoi capolavori, 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey), ma anche da Luc Besson nel film “Lucy” (Lucifer, il portatore di Luce).

Abramo il Monolatra e Re Giosia il Monoteista

Abramo erroneamente definito “padre del monoteismo”, era consapevole dell’esistenza di diverse divinità e per proprio tornaconto ne scelse una da seguire. Per Abramo è stato coniato il termine “Monolatra”.

L’enoteismo (dal greco antico εἷς “uno” e θεός “dio”), termine coniato da Max Müller, indica un tipo di religiosità che prevede la preminenza di un dio su tutti gli altri, tale da accentrare su di esso tutto il culto; è pertanto una forma di culto intermedia tra politeismo e monoteismo, in cui è venerata in particolar modo una singola divinità, senza tuttavia negare l’esistenza di altre divinità, di cui però di solito è sottolineata l’estraneità e/o l’inferiorità.

Sebbene siano concetti molto simili, enoteismo e monolatria (dal greco μόνος, “unico”, e λατρεία, “culto”) differiscono su alcuni punti. Nell’enoteismo ad esempio non è escluso che gli altri dèi, per quanto inferiori, siano oggetto di forme di culto significative e talvolta preminenti rispetto alle divinità maggiori. Sul piano temporale enoteismo e monolatria possono succedersi: accade dunque che nell’enoteismo il culto di un unico dio, all’interno di un più vasto pantheon, sia un sistema momentaneo per avere favori nell’immediato, da quella determinata forza divina; nella monolatria questo schierarsi dalla parte di un’unica divinità risulta essere più longevo nel tempo, vera passerella per il monoteismo.

Ampie notizie sul regno di Giosia si trovano nella Bibbia e in particolare nel Secondo libro dei Re 22-23, 35 e nel Secondo libro della Cronache 34-35). Giosia divenne re a 8 anni e regnò per 31 anni. Nel suo dodicesimo anno di regno cominciò a restaurare il culto esclusivo di Yahweh, distruggendo dai santuari tutti gli oggetti di culto degli altri dei come Baal (“riempiendone il posto con ossa umane”), trucidando tutti i sacerdoti ancor vivi, e arrivando a dissotterrare e bruciare sui loro altari le ossa di quelli morti (Secondo libro dei Re 23, 4-16).

Giosia fu a ragion o torto il “fautore” del Monoteismo dottrinale, imposto con severità e a volte con estrema ferocia. Il comportamento di Giosia fu riproposto da altri due condottieri; da Costantino il grande, che con estrema ferocia impose il cristianesimo romano evangelico apostolico; da Maometto, che con estrema ferocia impose l’islamismo.

3 condottieri, 3 guerrieri, 3 conquistatori fondamentalisti, repressivi e autocratici, che si sono arrogati il diritto di “sapere” cosa vuole dio. Ma quale dio? Il loro… un dio che rispecchia la loro natura, violenta e repressiva.

Abramo e Melchidesech

La figura di Melchidesech appare nel libro della Genesi 14,18: 17 Quando Abram fu di ritorno, dopo la vittoria su Chedorlaomer e dei re che erano con lui, il re di Sodoma gli uscì incontro nella Valle di Save, cioè la Valle del re. 18 Intanto Melchidesech, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo 19 e benedisse Abramo con queste parole: “Sia benedetto Abramo dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, 20 e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici”. Abramo gli diede la decima di tutto.

Abramo, antenato degli Ebrei, rispettava Melchidesech come suo superiore, ma Melchidesech non apparteneva al popolo ebraico, in quanto Abram non lo aveva ancora fondato…

Abramo è esistito?

Non esistono prove storiche inequivocabili dell’esistenza di Abramo, ma esistono “similitudini”, come per ogni personaggio biblico, con personaggi mitologici o storici antecedenti alla presunta nascita dei personaggi biblici.

Abramo condivide bizzarramente, alcune similitudine con il dio celeste della mitologia mesopotamica “An” in lingua sumerica, Anum o Anu in accadico.

Abramo come Re “An” ebbe due figli, il maggiore con una concubina e il minore con la propria sorellastra. Come nella storia di Re An è il minore a ereditare il trono.

Abramo il papa, padre, papà dei due popoli, Ismaeliti e Israeliti, Abramo il “Papa” degli Arcani Maggiori.

Il libro: La Bibbia

La Bibbia dell’Imperatore Costantino, con oltre 5 miliardi di copie vendute è il libro più “letto” al mondo.

Urge una correzione: la Bibbia Giudaico/Cristiana è il libro più diffuso al mondo.

Poiché la maggior parte dei possessori del suddetto libro, non lo hanno “mai” letto, ma unicamente tenuto come “monile” o oggetto di potere e protezione!

La sorte della sua diffusione, proviene principalmente dall’operato dell’imperatore Costantino, che inizialmente dopo la sua falsa conversione, “IMPOSE” come religione di stato del vasto impero romano, la “neo fondata” religione imperiale cristiana romana apostolica.

Falsa conversione, perché Costantino non ha mai smesso di far parte dei cultori del “Sol Invictus”, primo culto antropomorfo del Sole e delle sue consorelle “le stelle” (il Sole è una stella).

Primo, per modo di dire… l’umanità consapevolmente o meno, ha fin dagli albori della “paleocorteccia” venerato tutti gli oggetti della volta celeste, visibili a occhio nudo e incredibilmente anche quelli non visibili, senza “moderni” strumenti, quali telescopi spaziali.

Nel globo terrestre sono stati ritrovati “osservatori” spaziali, e monumenti megalitici in pietra, che ricalcavano sulla superficie terrestre alcuni tra i più importanti “monumenti” della volta celeste (come in alto così in basso).

In pietra, perché è l’unico materiale in grado di resistere al tempo, agli agenti atmosferici, alle radiazioni solari e in taluni casi alle bombe atomiche.

Albert H. disse: Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta sì: con bastoni e pietre.

Albert, aveva ben compreso la ciclicità dei fenomeni ambientali e geopolitici, per cui le civiltà vengono distrutte o si autodistruggono, per dar spazio a nuove e fiorenti civiltà, che in parte adottano usi e costumi dei malcapitati predecessori.

Fin dagli albori dell’intelletto (la neocorteccia, il fuoco sacro), l’umanità ha onorato e adorato gli oggetti che illuminavano il buio.

Il buio… la primordiale paura intrinseca nell’inconscio collettivo descritto da Carl Gustav Jung nel suo studio dei ricordi “primordiali” o archetipi.

La parola archetipo deriva dal greco antico ὰρχέτυπος col significato di immagine: arché (“originale”), típos (“modello”, “marchio”, “esemplare”); è utilizzata per la prima volta da Filone di Alessandria e, successivamente, da Dionigi di Alicarnasso e Luciano di Samosata.

Il termine viene usato, attualmente, per indicare, in ambito filosofico, la forma preesistente e primitiva di un pensiero (ad esempio l’idea platonica); in psicologia analitica da Jung ed altri autori, per indicare le idee innate e predeterminate dell’inconscio umano; per derivazione in mitologia, le forme primitive alla base delle espressioni mitico-religiose dell’uomo.

Il buio… morte certa per i primi ominidi, che non potendo “vedere” i predatori notturni, divenivano facili prede per quegli esseri, divenuti i nostri “demoni”.

Il buio… morte lenta (dissenteria, parassitosi, etc.) per i primi ominidi, che non disponendo dell’illuminante fuoco, non potevano “cuocere” le carni occasionalmente mangiate.

Il buio… che per molti millenni ha fatto della Luna, l’oggetto più venerato, essendo essa presente sia di notte che di giorno.

La Bibbia cristiana o più precisamente dell’Imperatore Costantino è un vero e proprio sunto e connubio, delle più antiche tradizioni esoteriche ed essoteriche del nostro globo. Per redarla è stata utilizzata in parte la “Bibbia ebraica”, termine solitamente usato per indicare i testi sacri della religione ebraica, l’etimologia di Bibbia è greca e significa semplicemente “libri”, il termine più frequentemente usato è tuttavia Tanakh, acronimo privo di significato nella lingua ebraica e formato dalle iniziali delle parti nelle quali vengono raggruppati i 24 libri:

Torah (= Legge o anche Insegnamento; Pentateuco = 5 Testi (Libri) in greco)

Neviim (= Profeti) a loro volta divisi in profeti anteriori e posteriori

Ketuvim (= Scritti; Agiografi = scritti sacri in greco)

Per comprendere “la Bibbia”, dobbiamo ripercorre brevemente il percorso storico di un popolo “misterioso”, per certi versi “inesistente”, il popolo di Abramo, detto “l’ebreo”.

SECONDO LA TRADIZIONE EBRAICA, l’ascendenza ebraica è fatta risalire ai patriarchi biblici Abramo, Isacco e Giacobbe, che vivevano a Canaan intorno al XVIII secolo p.e.v. Storicamente, gli ebrei si erano evoluti in gran parte dalla Tribù di Giuda e Simeone, e in parte dalle tribù israelite di Beniamino e Levi, che tutti insieme formavano l’antico Regno di Giuda. La prima apparizione del termine “ebreo” o di una parola assonante, risale agli archivi egizi: i khabiri erano un popolo nomade del territorio a ovest del Giordano, una regione alla quale tali documenti si riferiscono come R-t-n-u (pronuncia Rechenu). La parola semitica “ever”, da cui deriva la parola ebreo, significa “colui che attraversa” o “colui che passa”. Secondo alcuni dietro questa denominazione si potrebbe celare il significato di “nomadi”, mentre secondo altri deriverebbe dall’espressione ever a Jarden, “al di là del Giordano”.

Tutto ciò secondo la tradizione orale tramandata da padre in figlio, di generazione in generazione dai tempi dei Sumeri!

Perché troppo spesso “dimentichiamo”, che qualunque sia la verità storica sul fantomatico popolo “ebraico”, di certo tutti i racconti narrati, inerenti il fantomatico popolo, hanno tratto ampio spunto dai racconti narrati nelle tavole di argilla scritte in una delle prime forme di scritture (cuneiforme), dopo L’ULTIMO DILUVIO UNIVERSALE (ultimo cronologicamente, ma non l’ultimo…).

La stessa Bibbia indica i natali di Abramo (circa 4000 anni fa) presso quell’area geografica oggi nota come Iraq (Ur dei Caldei). L’Iraq di 4000 anni fa, faceva parte di una delle prime grandi civiltà storicamente documentate, la civiltà Sumera dell’area Mesopotamica.

Per comprendere a fondo, “la bibbia ebraica” e le sue consorelle “la bibbia Cristiana” e “il Corano”, dovremmo studiare minuziosamente il popolo Indù della tradizione Vedica, il popolo Sumero, il popolo Assiro Babilonese e il popolo Egizio. Perché attraverso la correlazione storica mitologica di questi popoli ch’è stato possibile, creare uno dei libri più “meravigliosi”, fantasiosi, ma minuziosamente esatti in termine di “trasposizione” della storia dell’umanità.

Costantino seguace del Sol Invictus, fu solo l’ennesimo uomo di potere, che grazie alla bacchetta del comando, servi un “élite”, che fin dopo l’ultimo diluvio universale si contende le sorti dell’umanità, attraverso il controllo e la manipolazione della “conoscenza” e delle “coscienze” umane. Tale élite è stata definita in tantissimi nomi lungo la storia occulta della razza umana.

L’élite si è frammentata nei millenni ed a volte autodistrutta o quasi, vi è traccia indelebile dei suoi membri e fautori. Gli ultimi 2000 anni della storia umana, sono stati brillantemente manipolati dagli appartenenti di questo gruppo di potere, che non ha una finalità oggettiva reale, ma lo scopo di mantenere l’umanità nel buio delle incertezze, perché essa non possa ridiventare “meravigliosa”, potente e indipendente.

L’élite non ha una nazione, non ha unna bandiera, non ha un credo, non ha dogmi da seguire, ha solo uno scopo: dominare e controllare dividendo. “Divide et impera”.

Gli appartenenti all’élite sono diretti discendenti dei fautori delle più grandi atrocità della storia umana, sono diretti discendenti di chi ha detenuto il “potere” in ogni parte del globo.

Dell’élite fanno parte personaggi di ogni nazione e religione, non avendo essi un vero credo e sentendosi “i dominatori del pianeta terra”.

Uno dei prossimi passi, fondamentali per l’élite è la creazione di un “nuovo ordine mondiale”, nuovo, perché lungo la storia ve ne sono stati molti, prima e dopo l’ultimo diluvio universale:

Sumer, Babilonia, Egitto, London, New York.

Attualmente il centro di comando è stato innalzato nello Stato transcontinentale del Kazakistan presso la capitale “Astana”, anagramma di “Satana”. No, non quel satana, prepotentemente voluto, dagli artefici della campagna denigratoria ai danni di una delle massime divinità Sumere, “il dio Enki” signore della terra, signore della medicina, signore dell’acqua, etc.

Il satana cristiano è servito e serve all’élite per far allontanare le coscienze dal risveglio necessario per illuminare il cammino dell’evoluzione.

La campagna denigratoria dell’élite ha lo scopo di far allontanare le persone dalle corrette chiavi di lettura di uno dei libri di potere più importanti della storia umana.

I templari erano entrati in possesso, di quelle chiavi di lettura, scoprendo per i loro tempi e anche per i nostri, qualcosa di “inverosimile” di assolutamente “inimmaginabile”; ma stranamente e minuziosamente narrato nelle tavole di argilla delle civiltà dell’area mesopotamica e nelle biblioteche dell’area mesoamericana.

La confusa storia ufficiale, narra di come Colombo (la colomba) inviato con tre caravelle portatrici del sigillo templare (croce rossa), abbia scoperto il nuovo mondo… Come prima di lui un nuovo mondo era stato scoperto dai colombi di Noè e dalla Colomba proveniente dalla Luna, la regina Semiramide. La croce rossa simbolo del pianeta Nibiru, il pianeta del passaggio, con onore portato al petto di Jacques de Molay (ufficialmente, ultimo gran maestro templare) e dal personaggio principale dei “dominatori dell’universo” He Man, abitante del pianeta “Eternia”. La croce rossa, forma della chiesa di Saint George, una delle 11 scavate nella roccia a Lalibela, in Etiopia. La cappella è un monolite a forma di croce simmetrica, scavato per una dozzina di metri nella roccia tufacea (rossastra).

Grazie agli studiosi delle mummie Egizie e Mesoamericane, abbiamo prove certe, che vi è stato un qualche tipo di “contatto”, tra le due civiltà apparentemente distanti nel tempo e nello spazio.

La dottoressa Svetla Balabanova, tossicologa dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Ulm, specializzata nell’identificazione di tracce di stupefacenti nei capelli dei cadaveri di tossicodipendenti. La scienziata nel 1992 stava conducendo studi sulle mummie peruviane precolombiane nella speranza di documentare l’uso della cocaina, conosciuta, come dimostrano i reperti archeologici, fin dal 2500 a.C. Animata da una simile scoperta, la Balabanova radunò una squadra di esperti in medicina legale con cui eseguì ulteriori test su mummie sia egizie sia peruviane, nonché su scheletri rinvenuti in Sudan e nella Germania meridionale. Ad infittire il mistero, anche questi campioni presentavano tracce di stupefacenti. Alla fine del 1992 gli studiosi avevano esaminato undici mummie egizie, trovando nicotina in ognuna di esse, cocaina in otto ed hashish in dieci; delle circa settantadue mummie peruviane, almeno ventisei presentavano tracce di nicotina, sedici di cocaina, venti di hashish. Nei due scheletri sudanesi venne riscontrata nicotina, mentre cocaina e hashish erano assenti; infine, otto dei dieci scheletri tedeschi contenevano tracce di nicotina, ma in nessuno di essi venne identificata la presenza di cocaina o hashish.

La nicotina, sotto forma di tabacco, giunse nel Vecchio Mondo solo dopo Colombo, e si diffuse in seguito ai viaggi del famoso comandante inglese sir Walter Raleigh, che introdusse l’uso del fumo. Prima di allora anche la cocaina era sconosciuta nel Vecchio Mondo, e divenne una droga popolare solo nel tardo XIX secolo. La utilizzava anche Sigmund Freud, il padre della psicanalisi.

La cocaina è un alcaloide che si ottiene dalle foglie della coca (Erythroxylum coca), pianta originaria del Sud America, principalmente del Perù, della Colombia e della Bolivia, o per sintesi dall’ecgonina.

Le scelte strategiche dell’élite, e l’operato degli agenti inviati appositamente per depredare e cancellare le prove di uno scomodo passato, hanno reso quasi del tutto inaccessibile la conoscenza necessaria per poter esser certi che hai tempi delle piramidi, una società globale esisteva.

Grazie all’operato di ricercatori e studiosi, non tutto è perduto… Vi sono le documentate scoperte di Padre crespi, la città di Tenochtitlan (capitale dell’impero Azteco) in onore di Enoch figlio di Caino, la scoperta di William Gadoury, di appena 15 anni, che soprapponendo la mappa delle costellazioni ha compreso che i Maya costruivano le città rispecchiano la mappa delle costellazioni.

Esistono altre prove documentate, come quelle esposte da un accademico anticonformista che sta sfidando il sapere convenzionale diffuso sulla preistoria del Canada. Egli sostiene che un sito archeologico nel sud Alberta sia davvero un grande tempio del sole all’aperto, con un calendario molto preciso, antico di 5.000 anni, antecedente sia a Stonehenge in Inghilterra che alle piramidi d’Egitto. Gli archeologi classici considerano quel tumulo circondato da rocce, essere solo un’altra ruota della medicina lasciata dai primi aborigeni. Ma un nuovo libro del professore Gordon Freeman, professore in pensione dell’Università dell’Alberta, sostiene che il tumulo sia in effetti il centro di una raffigurazione in pietra con una dimensione di 26 chilometri quadrati che segna il passaggio delle stagioni e le fasi della luna, con una precisione maggiore rispetto anche al nostro calendario attuale. “La genialità esisteva nelle praterie di 5.000 anni fa”, sostiene Freeman, ex capo del dipartimento di chimica fisica e teorica di quell’università. La fascinazione di Freeman per la preistoria della prateria risale alla sua infanzia “indiana”. Ed altre ancora…

L’élite non venera gli Astri, non venera la Luna, ma ne comprende l’influenza e l’interazione negli scambi energetici tra micro e macrocosmo, tra l’uomo, la terra e il cosmo. Attraverso la conoscenza ha manipolato indistintamente le sorti di ogni civiltà del passato e del presente…

La bibbia è un trattato alchemico/archetipo/astronomico/astrologico/mitologico e dunque scientifico.

Alchemico perché tratta la chimica del cervello umano (dio nel corpo).

Archetipo perché il modello allegorico utilizzato per dar vita ai protagonisti, specialmente i 22 principali del vecchio testamento, ricalca i 22 archetipi della coscienza umana (i 22 modi di base di essere e comportarsi).

Astronomico perché in special modo il nuovo testamento attraverso l’allegoria “il cristo sole” ricalca il sistema solare di cui il pianeta terra fa parte (dunque molto prima di galileo, l’élite era a conoscenza del sistema eliocentrico).

Astrologico perché anche un astrologo neofita, potrà verificare come ogni personaggio biblico, subisca l’influenza dell’astro che gli viene attribuito. Non molto conosciuto è la correlazione tra le 12 tribù ebraiche e lo zodiaco. Normalmente si tende a ricordare unicamente la tribù di Giuda (il leone). Più conosciuta è la correlazione tra i 12 apostoli e le 12 costellazioni:

Simone/ariete, Taddeo/Toro, Matteo/Gemelli, Filippo/Cancro, Giacomo Magg./Leone Tommaso/Vergine, Giovanni/Bilancia, Giuda/Scorpione, Pietro/Sagittario, Andrea/Capricorno, Giacomo Min./Acquario, Bartolomeo/Pesci.

Mitologico perché attraverso una continua trasposizione, ogni popolo ha assorbito i culti ancestrali, revisionandone nomi e ambientazione. Esemplare il culto dell’eroe solare Sansone (figlio del sole, piccolo sole; quello che doveva essere il salvatore del popolo ebraico, il nazireo/nazareno), che a sua volta ricalca le orme di Eracle (Ercole) nelle diverse culture, andando a ritroso nel tempo fin riscoprirlo in Enkidu e Gilgamesh (il primo re eroe, dopo l’ultimo diluvio universale). Da chiarire, che ogni racconto “mitologico” ha anch’esso una basa storica/allegorica, un linguaggio a volte poco comprensibili, se non attraverso lo studio della cultura e del simbolismo che gli ha prodotti.

Gli esseri umani non hanno sempre ragionato alla stessa maniera, dunque il loro modo di concepire e interpretare il mondo esterno (al loro cervello), si è modificato gradualmente.

Per questa nozione antropologica, ritroviamo lungo la storia umana diversi modi di “interpretare” la conoscenza acquisita o esternata: graffiti, petroglifi, geroglifici, ideogrammi, alfabeto, musica, matematica, etc. Gli archetipi sono il punto di partenza e il punto di arrivo dell’espressione umana… Comunicare per archetipi, vuol dire essere “connesso” con i diversi modi di comunicare che possiede il nostro organismo: i sensi e le onde elettromagnetiche.

In principio il dio Biblico, creo tutto attraverso il verbo, così come la massima divinità Brahman, generatore della trimurti Indù, Brahama, Vishnu e Shiva, crea tutto attraverso il sacro verbo “l’OM”, che non è un’espressione gutturale, ma energetica e sensoriale.

Abramo il Brahma della tradizione Indù, Vishnu (Enlil, Isacco) e Shiva (Enki, Ismaele).

Esistono buone probabilità che la razza umana, evolva ulteriormente da un punto di vista antropologico, generando uno strato cerebrale superiore alla neocorteccia. Probabilmente avremo la capoccia (cranio) più grande, per ospitare l’ulteriore strato cerebrale. Quel passo evolutivo potrebbe “ridarci” le capacità cerebrali, necessarie a comprendere con estrema chiarezza i messaggi implicitamente lasciati dai nostri avi, messaggi che parlano di una nuova fine del mondo e di un nuovo inizio di era.

Come dice l’illuminato Yeshua Ben Yosef: In Luca (22:10), quando i discepoli chiedono a Gesù dove si preparerà la Pasqua dopo la sua morte, Gesù replicò:” Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà.”

Dopo la morte di Gesù dei pesci, noi (la terra) seguiremo la casa astrologica dell’acquario!

Il valore dei tre libri sacri del falso monoteismo

I potenziali massoni, come i cultori delle tre grandi religioni monoteiste, non si rendono conto dell’universalità della massoneria e delle tre consorelle. Ogni neo massone giura fedeltà dinanzi ai tre testi sacri, ogni massone crede in dio, così come i seguaci delle tre consorelle.

Il valore dei tre testi non è semantico ma scientifico, dovuto a le nozioni contenute in essi, nozioni che narrano di un antico passato, dove dio plasmo l’umanità, dove i grandi sauri regnavano, dove i discendenti dei grandi sauri camminavano in mezzo a noi, dove i figli di dio si univano carnalmente alle donne, dove una bomba atomica distrusse Sodoma, dove l’inseminazione artificiale assistita era possibile, dove una banca dati di sequenze genomiche era già stata ideata per dar vita a un nuovo mondo, dove i profeti viaggiavano in mezzi volanti, dove è stato possibile la selezione artificiale del bestiame, dove è stato possibile l’addomesticamento dei cereali grazie, alla manipolazione genetica delle piante, come fanno i genetisti della compagnia Monsanto, dove attraverso droghe psicotrope si accedeva ai reami del “sé” superiore, e tanto, tanto altro ancora.

Parte di questo articolo è stato estratto da “La Bibbia dell’Ermeneuta”

Autore dell’articolo, Ben G.R.A. (l’Ermeneuta)

LA DESTITUZIONE DEL SENSO INIZIATICO NELL’EPOCA MODERNA

Qual’è il significato oggi del decreto nietzschiano che annuncia la morte di Dio? Ha ancora senso parlare di Dio in un epoca, la nostra, dove tutto è ridotto a merce e quelli che un tempo erano considerati dei mezzi per soddisfare i bisogni, cioè il denaro e la tecnica, oggi sono diventati i fini primi, tali da sostituire perfino Dio nella concezione del senso esistenziale ? Cos’è diventato l’uomo in questo contesto se non un mezzo anch’esso, da asservire a quei nuovi fini che prima abbiamo nominato?  E ancora, si può enunciare che insieme a Dio anche l’uomo muore con lui e che questo condurrà inevitabilmente al declino e alla morte anche della civiltà occidentale? E quando affermiamo che i mezzi hanno sostituito i fini invertendone i ruoli, quella che i filosofi chiamano l’eterogenesi dei fini, abbiamo nominato la causa prima di questa morte annunciata? Esiste, infine, ancora una possibilità di liberazione e di riscatto della dignità cosmica dell’uomo, in quanto essere pensante?

La morte dell’uomo

Quando l’uomo da fine diviene mezzo è possibile decretarne la propria morte?

Nell’etica aristotelica col denaro non si può produrre ricchezza in quanto questo non è un bene, ma il simbolo di un bene e con i simboli non si produce ricchezza. Hegel formulò la teoria basata sulla necessità che il denaro dovesse essere considerato solo un mezzo idoneo al raggiungimento di determinati scopi, che sono la produzione dei beni e il conseguente soddisfacimento dei bisogni. Qualora il denaro fosse divenuto la condizione universale per realizzare qualsiasi altro scopo, allora sarebbe diventato esso stesso il fine primo, con la conseguenza che non necessariamente si sarebbero soddisfatti i bisogni e, di volta in volta, si sarebbero decise la quantità, la qualità e la tipologia dei beni da produrre, in base a leggi eterogenee di mercato. Secondo Hegel in occidente viene considerata persona colui che possiede ricchezza, ovvero colui che è in grado di pagare una sanzione qualora trasgredisca una legge. Tutti gli altri sono considerati individui, uomini esclusi dalla società: “L’uomo senza denaro è l’immagine della morte”. Siamo giunti a questo: la nostra società percepisce e riconosce il denaro come l’unico generatore di tutti i valori. Ma una società che fonda se stessa riassumendo i propri valori in un unico valore universale e relega l’uomo a un ruolo di semplice ingranaggio di una macchina complessa, è destinata disastrosamente a  franare su se stessa. Nel suo “L’uomo è antiquato”, la riflessione antropologica di Günther Anders, (filosofo ebreo e primo marito della ben più nota Hannah Arendt) maturata nel contesto degli eventi storici in cui è vissuto, ci fornisce una analisi tragica sul destino dell’uomo dei tempi moderni. La condizione dell’uomo inserito in un contesto di produzione e di consumo esasperati, dove l’unica legge è quella di ottenere il massimo risultato da un impiego minimo di mezzi e di risorse, è di essere relegato a semplice funzionario asservito alla tecnologia, ovvero a divenire, egli stesso, un ingranaggio e un fattore produttivo, il cui apporto è considerato utile nella misura in cui valgono le sue competenze specifiche. Tale limite riguarda anche la sua responsabilità soggettiva, circoscritta e limitata alle sole mansioni che gli sono assegnate, delineate in base alle proprie competenze. Ad esempio, in una fabbrica di armi atomiche, la realizzazione di una bomba da impiegare per lo sterminio di intere popolazioni innocenti richiede parecchie competenze e molti sono coloro che partecipano alla sua realizzazione. Nessuno di essi, tuttavia, sarà ritenuto responsabile degli effetti che quest’arma causerà, ma risponderà solamente in termini di efficienza produttiva e per la parte di competenza relativamente alle proprie mansioni.  Ma c’è di peggio: la morte stessa  può essere considerata un prodotto. Così  i morti di Hiroshima e dei campi di sterminio nazisti, nel pensiero dell’autore, sono considerati alla stregua di un laboratorio, come prodotti dell’efficienza organizzativa e tecnico-scientifico. Tutto assume la parvenza di una fabbrica in cui la tecnica è l’autrice del misfatto, mentre gli esseri umani sono semplici operatori o ingranaggi che svolgono la propria mansione e fanno funzionare una macchina complessa. L’uomo tecnologico, in quanto “mezzo” di produzione, oltre che della responsabilità soggettiva è stato così privato, per conseguenza, anche della sua libertà di giudizio e di decisione. L’uomo ha alienato da se la propria anima, fondando i propri precetti morali sulla produzione e sul consumo dei prodotti. Di fatto, l’homo faber ha soppiantato l’homo cogitans nel mondo della produzione, ma si scopre impreparato e inadeguato di fronte alla perfezione della macchina e del mondo dei congegni, deve solo obbedirle. Scopertosi superato nel proprio essere finito e obsoleto di fronte alla perfezione della tecnica, getta se stesso nel vortice indifferenziato del «dislivello tra il fare e l’immaginare, l’agire e il sentire, la conoscenza e la coscienza, la macchina e il corpo».

Nel saggio “L’uomo e la tecnica” Spengler ci fornisce la sua visione apocalittica del momento attuale: “Oggi ci troviamo all’apice, là dove comincia il quinto atto. È l’ora delle decisioni ultime. La tragedia si conclude. Ogni civiltà superiore è una tragedia; la storia dell’uomo nel suo insieme è tragica” .

La perdita dell’identità dell’uomo coincide con la sua morte e consiste nella metamorfosi della forma mentis in modalità univoca, che è causa prima nell’ignoranza delle differenze nella distinzione degli opposti: non sappiamo più cosa è giusto e cosa è ingiusto, cosa è bello e cosa è brutto, ma sappiamo bene solamente cosa è utile. La mente umana ha disimparato a pensare in termini qualitativi, essa pensa solo in termini quantitativi e di calcolo. La domanda che precede ogni intenzione-azione è posta in termini di utilità: “è conveniente?”. Pensare poco significa vivere in modo acritico e affidarsi a idee generali o, peggio ancora, precostituite, le quali conducono tutte, inevitabilmente, verso un pensiero uniformato e unico. Tale pensiero solitamente è tranquillizzante e protettivo e consiste nella mancata problematizzazione dei concetti e nella creazione di falsi miti, quali sono ad esempio il mercato e la crescita economica. Problematizzare un concetto consiste nel discernerne il significato, ad esempio tra crescita e progresso: il progresso è un concetto qualitativo, mentre la crescita (economica) è un concetto quantitativo. All’interno di questo scenario, tutto ciò che l’homo cogitans è stato capace di produrre nei secoli passati in termini di cultura, arte, religione, filosofia, letteratura, musica e poesia, non  è più capace di creare se non all’interno di spazi utili; egli esiste solo attraverso una collocazione specifica di mercato, in grado, cioè, di generare profitto. Un opera d’arte è tanto più “artistica” quanto più elevata è la sua quotazione di mercato. Siamo giunti all’epilogo. La parola occidente significa terra del tramonto. Il suo destino sta scritto nella genesi del nome.

La scelta amletica e il senso iniziatico del domandare

«Il dio: giorno-notte, inverno-estate, guerra-pace, sazietà-fame; come il fuoco si tramuta quando ad aromi si mescola, prende nome secondo l’olezzo di ognun d’essi» (Eraclito). 

La ragione umana ha terrore del sacro e per questo il suo scopo nel tempo della storia è stato quello di alienarsi dal sacro, per la sua salvazione e per il suo riscatto. Essa infatti si basa sulla univocità del giudizio e sul principio di non contraddizione: una cosa è se stessa e non altro, mentre il sacro è il luogo del linguaggio simbolico, dove una cosa è se stessa ma anche altro. E’ il luogo dell’indifferenziato e dell’armonia degli opposti, dove la cosa è pregna di ulteriorità. In una parola è’ il luogo della follia, abitato dal dio che non distingue il giusto dall’ingiusto, il bello dal brutto, la notte dal giorno e il vero dal falso. Un luogo sacro, dunque, è un luogo assai pericoloso e chi si avvicina o alberga in esso senza una adeguata preparazione e in maniera improvvida, a lungo andare rischia la folgorazione e la malattia mentale. Ciò nonostante continuiamo a recarci, forse non del tutto consapevoli, in luoghi che consideriamo sacri. Ci domandiamo, nel momento in cui varchiamo la porta di un tempio, di una sinagoga, di una chiesa o di una moschea, il senso del nostro ingresso e del nostro permanere in un luogo considerato sacro? E’ prudente, di questi tempi, varcare quella soglia? E’ prudente attribuire un senso irrazionale a un luogo fisicamente concreto e tangibile, cioè collocato in un tempo e in uno spazio determinati? La ragione, lo sappiamo, ha terrore dell’infinito e dell’imponderabile. Allora ci domandiamo il senso di questo paradosso, della nostra presenza in questo luogo, quale esso sia nel contesto di una coabitazione con la prerogativa, tutta umana, che consiste nella razionalizzazione del senso delle cose. Perfino azzardare una risposta a questa domanda potrebbe nascondere delle insidie e potrebbe rivelarsi pericolosa se tentata in maniera avventata e frettolosa.  Dunque, per il momento soffermiamoci a meditare solo sul senso del nostro domandare, ma intanto prendiamo atto che un senso, sebbene del tutto irrazionale, a questo luogo che abitiamo, è stato già attribuito: il senso del sacro, appunto. Ancora secondo Anders, rispondendo alla domanda fondamentale dell’antropologia filosofica: «che cosa è l’uomo?»  andrebbe negata una «differentia specifica» rispetto alle altre specie. Proprio le domande sul «che cosa» e sul «chi» sia l’uomo farebbero parte dell’impareggiabile autocompiacimento umano, secondo il quale egli sarebbe beneficiario di una posizione metafisica e teologica del tutto particolare. In altre parole, la domanda sull’essere ha significato solo se ha presupposti teistici. Chi è allora quest’uomo, che osa domandare il senso delle cose? Secondo Anders l’uomo è un errore della natura, una specie di mostruosità, o un incidente, destinato all’estinzione in quanto con la sua presenza e il suo domandare disturberebbe l’equilibrio naturale. Pertanto l’uomo sarebbe un folle a domandare, una sorta di disturbato mentale. Senonché Jung ci dice che: “La psiconevrosi è, in ultima analisi, una sofferenza della psiche che non ha trovato il proprio senso”. Quindi saremmo dei pazzi in ogni caso! Siamo giunti al bivio amletico: sprofondare ancor di più nel nichilismo più profondo, o aggrapparci disperatamente alla ricerca del senso.

“Il camminare nella direzione di ciò che è degno di essere domandato non è avventura, ma Ritorno in patria. Seguire una via, che una cosa ha già di per se presa, si dice senso”. In tedesco la parola  è sinn, la cui estensione in sinnen significa musa. “Impegnarsi nel sinn, cioè nel senso di una cosa, è l’essenza della meditazione, besinnung. Questa significa di più del semplice divenire di qualcosa, ma non siamo ancora nel besinnung quando siamo ancora nella coscienza. La meditazione è qualcosa di più, che va oltre la coscienza. Essa è il tranquillo abbandono a ciò che è degno di essere domandato. Tuttavia, anche quando per un favore particolare si giungesse al grado più elevato della meditazione, essa dovrebbe pur sempre contentarsi di predisporsi a ricevere quella parola, di cui la nostra umanità ha estremo bisogno. Che cosa riusciamo a capire se riflettiamo adeguatamente su questo? Che il tratto fondamentale del pensare non è l’interrogare, bensì l’ascoltare ciò che viene suggerito da ciò che deve farsi problema. Fare esperienza di qualcosa significa che quel “qualcosa” al quale aneliamo, proprio mentre siamo in cammino per raggiungerlo ci sopraggiunge, ci colpisce, ci pretende e ci trasforma secondo se stesso.”                        Da “Saggi e discorsi” di Martin Heiddegger. 

Qual’è, allora, il senso del nostro domandare sulla presenza dell’essere razionale per eccellenza in un luogo sacro? La risposta richiede una grande umiltà. Essa non tiene conto del livello della scala sociale che ognuno di noi ha raggiunto, o del grado di cultura a cui siamo pervenuti, dal momento che è la medesima per tutti. Si tratta di riconoscere, umilmente, ciò che sentiamo come una insufficienza nelle risposte razionali al nostro domandare, che si tramuta in una insufficienza di qualità nella vita che conduciamo. Sentire questo vuoto, questa mancanza di qualità nelle risposte razionali equivale a riconoscere l’insufficienza di noi stessi.  Nasce così il bisogno di colmare questo vuoto e questa mancanza di pienezza qualitativa. Ma i luoghi in cui a volte ci rechiamo per cercare di colmarlo, proprio questi luogo sacri, sono luoghi inconsueti, irrazionali e fuori dalla concezione esistenziale moderna. Qui sono vivi concetti che la ragione ha ucciso e sepolto da tempo: il concetto di sacro appunto, di iniziazione, di simbolismo, di sapienza. Ma solo qui e in pochi altri luoghi, questo tipo di domanda riacquista un  senso, che non è più razionale. Nel frammento di Heiddegger che abbiamo citato, comprendiamo il significato della Conoscenza Iniziatica, la riassumiamo in: “diventare ciò che vogliamo conoscere”. Tuttavia, tutta la Tradizione è d’accordo e Heiddegger lo riafferma, non siamo noi a pervenire alla Conoscenza con la nostra ricerca, ma è lei che si rivela a noi quando il nostra domandare, il nostro desiderare va nella giusta direzione, ovvero verso la ricerca del giusto senso. Ma la Conoscenza, ci insegnano tutte le Tradizioni, non ci è mai data senza una nostra collaborazione, ovvero senza una nostra predisposizione a riceverla. Collaborare significa crescere e creare, dare un senso alla propria esistenza e riacquistare la propria dignità. La questione assume in questo modo una dimensione collettiva e non più solo personale, perché in gioco non c’è solo la dignità e la libertà personale, ma la disumanizzazione e la schiavitù dell’umanità intera. Pertanto è indispensabile, nella ricerca del giusto senso, modificare la forma della nostra mente, predisponendola e preparandola ad accogliere l’intuizione e la rivelazione della Parola. Dice  Heiddegger:

“Il senso è un esistenziale dell’esserci (di stare nel mondo), e non è una proprietà che inerisce all’ente”.

Dunque è l’uomo che da il senso alle cose del mondo: le cose di per sé non hanno alcun senso se non è l’uomo ad attribuirglielo. Nessun altro essere al mondo, tranne l’uomo, si domanda quale sia il senso delle cose; quale il senso del venire al mondo, dell’esistere e quale il senso della morte. Ad ogni azione della sua vita l’uomo attribuisce un senso razionale, ma domanda il perché anche di ciò che razionale non è. Questo domandare, prerogativa esclusiva dell’essere umano, è in grado, da solo, di mandare in frantumi ogni teoria filosofica meccanicistica e riduzionista tentata da molti filosofi sull’essenza dell’uomo. Si tratta però di riconoscere l’elevatezza della natura umana, di prenderne coscienza, rinvenendola proprio in quel “bisogno di qualità mancante o perduta” di cui abbiamo poc’anzi parlato. A dirla anche dal punto di vista heiddeggeriano, siamo liberi di scegliere se vivere in forma autentica oppure inautentica. Il nichilismo è esattamente lo stato contrario a questa visione dell’esistenza. Esso è la conseguenza della morte annunciata nietzschiana di Dio che porta alla mancanza di senso e di scopo, alla mancanza dei perché, alla svalutazione di tutti i valori, al precipitare in un infinito nulla, all’implosione del senso della storia. Ma un Dio che muore è un Dio che è esistito: se pensassimo il medioevo senza Dio non avrebbe più senso storico e diventerebbe incomprensibile; mentre con la morte di Dio la nostra epoca rimane comprensibile, ma non lo sarebbe più se togliessimo le parola tecnica e la parola denaro dal senso antropologico moderno. Tutto nel medioevo, infatti, è impregnato della presenza di Dio: arte sacra, inferno, purgatorio e paradiso, donna angelo. Nietzsche distrugge quel mondo scoprendo la grande menzogna bimillenaria, che consiste in una visione metafisica distorta dell’uomo egocentrico, vittima e perdente. L’uomo, schiacciato dalla sua stessa debolezza di fronte alla debordante grandezza di Dio e dell’universo, precipita lo stato dell’essere nel nichilismo più profondo. Il nichilismo, dice Heiddegger, è l’epoca in cui l’essere viene dimenticato nella rappresentazione dell’ente: “l’uomo dimentica se stesso per rivolgere la sua attenzione all’oggetto”. Ma Zarathustra annuncia il sacrificio e l’uccisione dell’io egocentrico e annuncia la venuta sulla terra de ”l’oltre uomo”:

“In realtà, ogni grande crescita comporta un enorme sbilanciamento e deperimento. Il dolore dei sintomi di decadenza fanno parte delle epoche di enorme avanzamento. Ogni fruttuoso e potente movimento dell’umanità ha creato contemporaneamente anche un movimento nichilistico. In determinate circostanze sarebbe sintomo di crescita, incisiva ed essenzialissima, di passaggio a nuove condizioni di esistenza, il fatto che venisse al mondo una forma estrema di pessimismo, il vero e proprio nichilismo. Questo ho compreso!” (Nietzsche, aforisma: “Visione complessiva”).

Dunque l’umanità si trova di fronte a un bivio: il senso o il non senso dell’esistenza.

Ci ritroviamo ad oscillare continuamente come dei pendoli tra questi due stati, come tirati da due corde legate alle braccia, con alternanza, di volta in volta più violentemente da una parte o dall’altra. E’ qui che ritorna attualissima e prende forma la concezione di libertà e di dignità umana nel “De hominis dignitate” di Pico della Mirandola. Tutte le Tradizioni parlano di anima straniera sulla terra, di estraneità di fronte al mondo. L’origine dell’uomo è lontana e proviene da un ordine superiore rispetto alla natura della terra. Anche in questo le Tradizioni concordano, sul fatto che la verità dell’uomo, del suo essere, non è indagabile con le leggi manifestate della natura, ma appartiene ad un ordine superiore.

 «L’armonia invisibile è superiore all’armonia visibile» (Eraclito).

Cosa ci fa dire questo? L’uomo porta nel mondo ciò di cui l’universo non è capace, il problema del senso. Riconoscere ed esaltare questa singolarità umana significa confrontarsi con le Tradizioni e riconoscerne la serietà dei suoi enunciati:

“Ciò che da sempre è stato da tutti creduto merita di essere preso in seria considerazione” 

(Carl Gustav Jung).

 

Sandro Secci

 

IL SENSO RELIGIOSO E LA SOFFERENZA PSICHICA FEMMINILE

Andando per le vecchie strade ed i crocicchi del Veneto s’incontrano frequentemente piccole edicole o capitelli dedicati alla Vergine o ai Santi, specialmente a San Antonio da Padova. Non è certo che i templi dedicati a Sant’Antonio da Padova siano originati all’interno del contesto di una religione pre-cristiana che costruì ab origine un santuario dedicato alle acque sacre, ma spesso è vicina la presenza di canali, fiumicelli o torrenti, di cui questa terra è ricchissima, alla cui guardia, si racconta nelle narrazioni di tradizione orale venete, stavano un tempo le fate.

Da sempre considerate custodi di questo bene naturale, fonte di vita e salute, esse ammonivano l’uomo nel farne buon uso. Non avendo la presunzione di farne un lavoro esaustivo, pensiamo di mettere in risalto questa realtà attraverso alcuni siti esemplari, di certa devozione popolare e che annoverano alcune caratteristiche comuni.

Procedendo nello studio ci accorgiamo di quanto numerosi siano in questo territorio i luoghi con tali caratteristiche.

Nel Veneto, la ricerca iniziò casualmente un mattino in cui, passeggiando tra vecchie strade, mi imbattei in una minuscola edicola affissa ad un albero, al crocicchio tra due canaletti con un piccolo ponticello. Vi riporto l’iscrizione che vi trovai,a cura di un anonimo:

La Madonéta del Ponte.

Situata tra le località ai Boschi e la Frusta.

La Vergine, rappresentata in questa sacra immagine, è stata presente in questo luogo campestre a difesa della popolazione contro credenze magiche e presenze maligne.

Ha conservato per secoli nella fede generazioni di Salzanesi, ed è stata promotrice di grazia e favori celesti per chiunque a lei si fosse rivolto. E’ stata anche presente durante l’epidemia di colera che ha infestato queste terre nell’estate del 1873, muta testimone di un fatto riferito dallo storico prof. Eugenio Bacchion (1899 – 1976):

Il trasporto dei defunti al cimitero veniva fatto di notte per ragioni igieniche; nel mese di agosto, durante il trasporto di un… morto di colera a soli 21 anni, i necrofori ubriachi si reggevano male sulle gambe, giunti in questo luogo detto “Ponte dea Madonéta”…..

Come lo fu per i nostri predecessori, questa sacra immagine ti sia propizia per tutte le tue necessità spirituali e materiali.

Questo racconto contiene alcuni elementi, non tutti, propri dei luoghi di culto pagani legati alle acque: una figura sacra femminile, l’acqua salvifica o guaritrice. Non sono presenti le caratteristiche sulfuree dell’acqua ed il culto di San Michele Arcangelo. Ma tanto bastò a suscitare la necessità di una ricerca che andasse a dipanare le figure sacre pagane di questo territorio così intriso di strighe (fate, streghe) e maranteghe (la vecchia madre, la donna anziana), che era la strega (o fata) più vecchia della congrega.

Il termine strega ora ha un’accezione negativa ma, in origine, questa figura che poi è stata rinominata come strega, era positiva. Il termine strega o fata si rifà probabilmente al culto della Dea Madre, di tradizione pre-indoeuropea. In seguito, dopo il concilio di Trento, questa divinità è diventata negativa e alcuni dicono che dopo questo concilio siano spariti definitivamente i culti pre-cristiani e le fate o le streghe, ma anche le anguane  siano state uccise. Questi culti di antica origine non esistono più a livello ufficiale, in coincidenza con altri culti che la chiesa ha eliminati, come quello dei catari, ad esempio.

Ma le leggende  e la storia che, dopo il Concilio di Trento, non sono più ufficiali, vengono tramandate dalle generazioni matriarcali (i culti che seguono quelli della grande madre erano patriacali) soprattutto sulle Alpi, ad esempio nella Valle del Waltser, e sono legati ai culti di antica origine. Sopravvivono ancor oggi, con fatica, nonostante il perpetuo ostracismo rivolto loro dalle istituzioni e la distruzione dell’ambiente che, in questa straordinaria terra veneta, purtroppo complottano ogni giorno contro la natura e le sue protettrici e madri.

C’e’ chi dice che questi spiriti femminili e maschili siano definitivamente scomparsi al tempo del concilio di Trento, quando la Chiesa li paragonò al diavolo, declassando così la loro natura. Le fate  e le anguane divennero streghe o meglio il termine strega assunse una connotazione negativa, così come gli esseri maschili furono ridotti tutti a maghi connotati negativamente.

Raccontano gli anziani che le streghe non hanno mai fatto niente di bene, e anche adesso, quelle poche che ci sono, non fanno che rovinare bambini, bambine, donne, uomini e tutti. Le fate invece quando c’erano, facevano anche del bene: facevano diventare ricco chi fosse povero, bello chi fosse brutto, e giovane chi fosse vecchio. Ma delle fate si è distrutta la razza. E, a proposito degli spiriti maschili, si dice che non avessero mai fatto niente di cattivo. Anch’essi però sono stati messi al confino, non si sa dove, dal santo Ufficio, così come le streghe, le fate e i maghi.

Penso che non sia stato così. Ritengo inoltre che in talune zone dell’area veneta strighe, anguane, fate o ninfee si confondano nella nomea popolare, ma che proprio tale confusione abbia consentito loro di sopravvivere nascoste in molti luoghi, non necessariamente nei loro veri e propri santuari.

A tal proposito una questione particolare che mi pongo è quella della sopravvivenza del culto della divinità Sainate e delle sue sacerdotesse, accertato da ritrovamenti archeologici in Veneto,ad Este e Lagole. La ritualità tipica di queste sacerdotesse è costituita dalle libagioni di gruppo seguite dalla rottura dei contenitori usati (situle, simpuli) e dai sacrifici di interi animali bruciati sul focolare perenne di cui esse erano custodi. Offrono cibo e si ingraziano gli uccelli, in particolare i corvi. Alcune di queste ritualità sono simili o uguali a quelle delle fate, per esempio le libagioni di gruppo nelle acque solforose e guaritrici, la custodia del focolare e delle fonti di acque guaritrici, la localizzazione in luoghi lacustri e con anfratti, l’offrire cibo agli animali. Altre tradizioni invece sono pienamente discordanti, per esempio il sacrificio animale, infatti caratteristica delle fate è di non uccidere mai alcun essere, uomo o animale. Erano infatti esseri dediti non solo al lavoro ma anche all’amore e alla spiritualità, muse del canto e delle melodie e delle danze, amanti della natura e degli animali. La convivenza nello stesso luogo di questi due gruppi femminili risultava talmente difficoltoso che addirittura sorgevano veri e propri contrasti.

Esemplificativo mi pare, a tal proposito, il sito di Lagole, localizzato nell’attuale Calalzo di Cadore (Belluno)e una particolare leggenda ad esso legato.Si tratta di un luogo incantato situato lungo le pendici di un bosco alpino nel quale emergono dal fondo roccioso numerosissime fonti, venti delle quali sono accertate essere solforiche e curative. Negli anni ’40 è iniziato uno scavo che ha portato alla luce circa settanta ex voto, statuette in bronzo, appartenenti all’epoca che va dal IV sec. a.C. al IV sec. d.C., più suppellettili rituali nella fattispecie numerosi e variegati esempi di simpuli, una situla,lamine bronzee,anforette,figure in bronzo, un piccolo santuario in muratura a forma di pozzo, alcune iscrizioni, ossa e zone combuste. Il tutto risultava seppellito sotto un fronte di frana, a cui si sono aggiunti i lavori eseguiti per la ferrovia inaugurata nel 1914. Interessantissimi i reperti, che contribuiscono a definire i contorni di un’area paleoveneta più ampia nel Cadore e nella valle del Piave, ma gettano le basi di uno studio anche sui legami con i popoli alpini del nord e con gli etruschi a sud, anche da un punto di vista linguistico. Fu un’area dedicata a ad una divinità Sahnate o divinità sanatrice (non è chiaro se questa divinità fosse maschile o femminile) custodita da sacerdotesse che con libagioni rituali mantenevano fertili e giovani e soprattutto curavano infezioni cutanee e altre malattie della pelle, come dimostrano gli ex voto rappresentati da statuine di soldati. Fu quindi un luogo di religiosità paleoveneta con la venerazione di Trumusiatei Sahnate o Trumusiatis sainatis e successivamente romana con la venerazione di Apollo (le due divinità possedevano caratteristiche simili). All’epoca cristiana il santuario fu abbandonato e andò sepolto e dimenticato. Mentre a monte del paese, nella valle d’Oten, si trova una chiesetta campestre intitolata alla Madonna del Caravaggio, fino a pochi anni or sono meta di una processione annuale,su un precedente capitello dedicato a Santa Margherita, patrona delle partorienti. Tutta l’area dalla valle d’Oten a Lagole al Lago di Centro Cadore era inoltre zona di transumanza di ovini e caprini, come testimoniano i reperti di campanellini per gli animali, ma sono state ritrovate anche ossa combuste di maiale.

Ciò che colpisce però dell’area di Lagole è che la zona subito a valle del santuario, poche decine di metri più in basso, era considerata abitata dalle Anguane o Lagane. In particolare il Lago delle Tose (ragazze, ndr) era il lago delle Anguane in cui tutte le donne della zona andavano a immergersi nella notte di plenilunio di agosto, perché tale rituale concedeva il dono della giovinezza e della fertilità. Ancora più a valle il Lago di Centro Cadore, un lago artificiale (ahimè!), quando viene parzialmente prosciugato, rende visibili ancora molti anfratti abitati dalle Anguane o Lagane.

Anguane e sacerdotesse di Sahnate non andavano d’accordo, e questo è oggetto di una leggenda popolare ripresa e raccolta in varie versioni, che evidenzia il carattere astioso e vendicativo delle Anguane di Lagole, ma anche le differenze culturali con le sacerdotesse: non compivano sacrifici animali, erano dedite al lavoro e curavano essenzialmente le donne in quel genere di problemi che le mettevano in forte difficoltà con i maschi, la giovinezza, la bellezza, la fertilità, i lavori domestici, soprattutto il lavare la biancheria nelle gelide acque di montagna. Le Anguane con le acque di sorgente e solforiche, non solo potevano lavare lenzuola e altra biancheria, e con un’acqua di temperatura costante intorno ai quindici gradi, circondate dal ghiaccio e dalla neve, ma potevano anche sbiancarle grazie all’azione dei minerali contenuti in quelle acque, ed infine asciugarle velocemente appendendole negli stretti canaloni delle valli alpine (in particolare in quella dove sorge la chiesetta della Vergine del Caravaggio).

Ecco una delle versioni della leggenda di Bianca:

“Tra queste fanciulle vi era anche Bianca, una bellissima ragazza figlia del capo del villaggio. Nessuno era al corrente che in quel bellissimo specchio d’acqua dimorassero le malvagie Anguane, le quali, oltre ad essere sempre più infastidite dall’invadenza delle giovani bagnanti erano invidiose della bellezza di Bianca. Così una sera, quando gli uomini del villaggio andarono a caccia, le mostruose ninfe decisero di tendere un agguato alle donne per liberarsi definitivamente di loro e godere in via esclusiva dei prodigiosi poteri benefici delle acque del laghetto. Appena Bianca e le sue compagne si immersero nell’acqua le Anguane le trascinarono sul fondale e colpendole con gli zoccoli nel volto le uccisero in pochi minuti.

Subito dopo appiccarono il fuoco al villaggio con lo scopo di spingere gli abitanti ad andarsene. Gli uomini, vedendo le lingue dell’incendio in lontananza, corsero subito indietro, ma ormai era troppo tardi per salvare vite e abitazioni. Quando le fiamme furono spente questi ritrovarono solo il corpo esanime di Bianca. Decisero allora di deporre il cadavere ancora sanguinante su di una barella e di seppellirlo presso la Cima della Croda Bianca sulle montagne delle Marmarole. La Natura, assistendo a tale terribile spettacolo, fu così dispiaciuta per la morte della giovane e bellissima Bianca che, per renderle omaggio, fece spuntare delle nuvole di fiorellini bianchi per ogni goccia del suo sangue che toccava terra. In più, impietosita e disgustata per il comportamento crudele ed indegno delle sue ninfe punì le Anguane cacciandole dal laghetto di Lagole, del quale vanificò tutti i prodigiosi poteri di modo che queste fossero costrette a vivere da quel momento nelle grotte, dove il buio e l’asprezza delle rocce le rese ancora più brutte e intrise d’odio”.

Ebbene, come è possibile che le fate e le anguane, più antiche nel tempo, siano sopravvissute nei racconti popolari fino a pochi anni fa, e il loro culto, legato a quello delle acque salvifiche soprattutto per le donne, sia inossidabile nel tempo senza essere alterato, mantenendo le caratteristiche originali? Mentre, del culto di Sahnate e di Apollo, curato da vere e proprie sacerdotesse, non sia sopravvissuta traccia, se non nella trasposizione del culto della Vergine e che, senza gli importanti scavi effettuati, poco o nulla se ne sarebbe saputo?

La distruzione dei culti pagani da parte del governo dell’antica Roma è avvenuta solo parzialmente. Gli antichi romani, infatti, pur con alcuni limiti, rispettavano i culti pagani, perché questo faceva parte della loro strategia colonizzatrice. Infatti quando i comandanti degli eserciti legionari invadevano i paesi di altri popoli, non li privavano dei loro gerarchi ne’ tantomeno delle divinità, cui questi popoli credevano.

Da questa strategia colonizzatrice nasce la strategia di espansione della chiesa cristiana cattolica, che si sviluppa all’interno della madre chiesa romana. La grande espansione della chiesa cattolica, dovuta al sincretismo religioso che essa attua rispetto alle religioni dei paesi che va ad evangelizzare, questa forma di colonializzazione occidentale industrialista e plutocratica, rispecchia la strategia attuata duemila anni fa dall’antica Roma, antesignana nell’uso del diritto pubblico e nell’amministrazione politica che tuttora vige nei paesi occidentalizzati. Per esempio si ritiene che le fate avessero potere sui cippi romani messi ai confini di proprietà e considerati sacri, così come erano sacre le divinità casalinghe dei Lari; le fate infatti potevano varcare i confini senza incorrere in alcun sacrilegio, e questo solo a loro era concesso.

L’idea che fate, streghe ed anguane siano scomparse del tutto potrebbe essere vera nel senso che la cultura definita della informazione ha divorato e fatto diventare altro ciò che un tempo era un culto antico. Ma credo che l’idea di sopravvivenza culturale di questo elemento in realtà sia stata trasformata in altro, e che l’entrata massiccia nella nostra cultura di religioni come il taoismo e l’induismo, e il conseguente grande accrescimento di concezioni che allontanano da una visione economicistica del mondo, ne costituisca una buona chiave di lettura. Inoltre bisogna tener presente che i culti dell’antica religione preindoeuropea legati alla Grande Madre si sono sincretizzati con il culto patriarcale indoeuropeo della liturgia degli indemoniati e questa è un’altra e complementare chiave di lettura.

Accade per esempio che, nella non lontana Fanzolo di Vedelago, nella provincia di Treviso, nella seconda metà dell’ottocento sia stato eretto un Santuario, per ottenere la grazia di un buon raccolto dopo un decennio di carestia, e che esso sia dedicato alla Madonna del Caravaggio, così come è universalmente conosciuto in questi territori, o Santa Maria del Fonte di Caravaggio. Situato lontano dalla frazione in un luogo campestre, è meta continua di pellegrinaggi. Secondo la tradizione il simulacro della Vergine ha il potere di guarire gli ammalati e gli indemoniati. Il simulacro della Madonna veniva esposto ogni anno alla ricorrenza del 26 maggio e, per proteggerlo dagli ammalati che andavano in trance per opera del demonio o diventavano aggressivi, fu necessario costruire una gabbia di ferro e, per questo, è conosciuta come la “Vergine in gabbia”. E’ da precisare come la titolazione del santuario di Fanzolo sia riferito a quello madre di Caravaggio in Lombardia e che i nomi siano Nostra Signora del Caravaggio o Santa Maria del Fonte o Santa Maria alla Fontana. Tutti ricordano la presenza di una fonte sacra e miracolosa le cui acque guariscono. La zona di Caravaggio è peraltro conosciuta per essere una zona ricchissima di fontanassi, fenomeni spontanei di risorgiva, proprio come quella di Vedelago.

Il miracolo di Caravaggio richiama ad una guarigione corporale e spirituale e, solo come corollario, vi è per chi non ha avuto abbastanza fede, il miracolo della trasformazione di un bastone di legno secco in un virgulto fiorito. Pertanto appare quanto meno singolare che, in una zona pullulante di acque come è la parte meridionale del territorio comunale di Vedelago, anche i toponimi ricordano con forza la massiccia presenza di acqua boschi e di lavori legati ad essi, Pozzobon, Fossalunga, Albaredo, Carpenedo, Fossa Storta, Cavasagra, Casacorba, in una Vedelago appunto famosissima per i suoi fontanassi, ci si preoccupasse di sconfiggere la carestia con un sacello dedicato alla Madonna protettrice contro gli ammalati e gli indemoniati. Le frazioni di Barcon e Fanzolo si trovano sempre nel comune di Vedelago, ma a nord della linea delle risorgive, in un territorio più aspro ma comunque ricco di canali costruiti dalla Serenissima che deviavano torrenti e fiumi provenienti dalle colline a nord per irrigare le campagne, come il canale Brentella.

A nostro avviso non basta a giustificare la decisione di dedicare il sacello alla Madonna del Caravaggio nemmeno il fatto che spesso, e anche in quegli anni, quei territori e altri limitrofi fossero colpiti da colera. Si tratta dei luoghi delle fate, anticamente abitati, in particolare la zona dei fontanassi tra le località di Cavasagra e Torreselle nel Comune di Piombino Dese, come testimoniano i reperti palafitticoli da varie fonti citati. Le ritualità di guarigione erano custodite dalle fate già in epoca precristiana, come anche tutta la ritualità sulla protezione della terra e dell’agricoltura, fino almeno agli settanta del Novecento, quando il territorio si trasformò da agricolo in artigianale ed industriale. Sopravvivono tutt’ora alcuni riti, legati principalmente al passaggio tra l’inverno e la primavera, come i Pan e vin, I brusa a vecia, El bater marso, precisando che questi territori appartennero per lungo tempo alla Serenissima, che datava l’inizio dell’anno il 25 di marzo, festa dell’annunciazione di Gesù e di fondazione della Serenissima, poi convenzionalmente anticipato al 1 marzo. Ma soprattutto sono presenti nel territorio altri importanti culti, per esempio nella frazione di Barcon la chiesa ha come titolare l’Apparizione di San Michele Arcangelo, che è il patrono della località.  E’ peraltro presente il culto di San Biagio di Sebaste, medico, vescovo e martire, protettore della gola e degli animali. Ed è presente anche il culto di san Mamante o Santa Mama, dal nome del martire Manete di Cesarea, protettore delle puerpere e delle balie, con un oratorio a lui dedicato tra Fanzolo e Vedelago: nella tradizione veneta Santa Mama si accompagna sempre ad una fonte sacra le cui acque donano latte abbondante e sostanzioso.

La malattia fisica o mentale e quella spirituale, sono tradizionalmente collegate, infatti il paziente per legge, fin oltre il medioevo, doveva prima farsi visitare dal sacerdote e soltanto dopo dal medico. Dentro a questo contesto di legame tra malattia fisica, mentale e spirituale, anche nella Maremma toscana, quando una persona prendeva la malaria, era spesso considerata indemoniata. La stessa cosa è presente nel caso delle donne, che nelle regioni italiane del sud soffrivano di quella che De Martino denominò come crisi di presenza, la cui cura era costituita dal rituale religioso della taranta, piuttosto conosciuto nell’espressione musicale della tarantella.

Il termine taranta deriva dalla tarantola, che a dire delle leggende pizzicava le raccoglitrici durante la raccolta del grano, ma questo fa parte in gran parte dell’immaginario popolare, l’origine vera è scatenata dalla dea Aracne, che nel periodo della Magna Grecia era ben conosciuta nel meridione d’Italia, proprio nelle aree dove è maggiormente sviluppata la tarantella, da Napoli, la cui origine etimologica significa nea polis, nuova città, e fu fondata dai greci, fino a tutto il meridione d’Italia, soprattutto in una zona dove ancora oggi si parla il greco antico, una zona situata in Puglia, nella quale la taranta è maggiormente conosciuta.

In Toscana meridionale ci sono molte fonti che permettevano alle donne in età da marito, compiendo dei rituali, di riuscire a sposarsi o ad avere il latte se ne scarseggiavano. È sempre un mondo piccolo, il mondo che fisicamente e  metaforicamente è concepito localmente. È chiaro che è un mondo in cui il credere storico e il sentire magico si danno più lievemente la mano, nel quale le madri bevendo l’acqua sacra alla fonte del Santo, compiono un rituale che le porta a credere di sentire di poter ricominciare a produrre il latte materno per il proprio bambino, come avviene nel caso delle fonti lattaie oppure, grazie al rituale propiziatorio, che compiono, possono sentire il matrimonio vicino, quando, nelle società pre-industriali, sono in età da marito. Era un mondo nel quale la benedizione acquea che, fino a qualche decennio fa, veniva distribuita annualmente, agli animali domestici, presso la fonte di acqua sulfurea del paese di Saturnia, situato nella Toscana meridionale, un’acqua considerata sacra da un’infinità di anni, ricollegante, molto probabilmente,la tradizione religiosa della Grande Madre a quella cristiana cattolica.

A nostro avviso, come nel caso della malaria (e della pellagra in Veneto), alcuni sintomi riconducevano ad una malattia mentale, ed era considerata una caratteristica femminile, e spesso il genere femminile era visto come indemoniato. Le fonti che aiutavano le donne in età da marito a maritarsi e sempre a quelle a far venire il latte, serviva per risolvere una crisi esistenziale della donna, una crisi di presenza che era particolarmente forte presso il genere femminile, perché le donne dovevano sempre essere subalterne al potere dominante maschile. Quindi come la ritualità della taranta nel meridione, anche il rituale del far venire il latte alle madri serviva per aiutare loro nella loro crisi post partum. Nel caso in cui la donna non trovasse marito, attraverso il rituale della fonte risolveva il problema di ruolo, perché con il matrimonio la donna nella nostra cultura tradizionale poteva essere più valorizzata. Infatti le donne che non si sposavano erano definite zitelle, cioè coloro che non dovevano parlare, che dovevano stare sempre zitte e se non ci stavano erano considerate prostitute o malate di mente. Basti pensare a “La bisbetica domata” di Shakespeare che è un frutto emblematico di una cultura medioevale dove è grande questa crisi, e infatti la commedia racconta di una donna che non si voleva sposare perché voleva comandare lei medesima la propria vita, e alla fine trova un uomo più forte  di lei che la doma.

La stessa situazione della tragedia shakespeariana la si ritrova anche negli episodi di malattia mentale che si sono rivelati nella seconda metà dell’ottocento, quando molte donne giovani andavano a finire in un ospedale psichiatrico del sud della Francia. Ciò avvenne finché un medico capì e scrisse che la loro malattia non era organica ma funzionale e che nasceva dalla impossibilità di esprimere loro stesse, così quelle donne si ammalavano.

Questa caratteristica non è propria solo delle donne ma anche di alcuni uomini, come per esempio Vincent Van Gogh,che fu ricoverato nella stessa clinica proto psichiatrica per problemi legati alla impossibilità di espressione del sé. Pensiamo alla malattia sociale che porta la cultura maschilista violenta a definire le donne malate di isteria come malate nell’isterion cioè nell’apparato genitale. Il termine isterion infatti indica l’apparato genitale femminile,e perciò la derivazione di isteria, perché si pensava che solo le donne potessero ammalarsi di isteria. Questo è il frutto della perversione maschilista della maggior parte delle società, nelle quali il genere maschile è considerato forte ma in realtà è solo rigido e bloccato a livello psichico, infatti un poeta dell’immagine come Van Gogh niente affatto rigido e bloccato a livello psichico, si ammalò della stessa malattia funzionale di cui soffrivano molte giovani donne.

Marco Viti e Stefania Pomiato

”Ossimori, Verità e la forza propulsiva dell’Equilibrio.”

Messo lì volutamente,

l’uomo, nella sua piena consapevolezza di stato contingente,  si trova all’interno di una condizione “ossimorosa”;  se così mi è concesso l’uso di questo termine e così anche della sua immagine semi-onirica che vorrei darne.

La parola “ossimoro1indica un qualcosa che contiene, simultaneamente, due termini di senso contrario, due differenti realtà, due condizioni in antitesi tra loro. Come, ad esempio, ”oscura luce”,   “silenzio assordante”,  “lunghissimo attimo”  e così via.

Una condizione meravigliosa quella dell’uomo, di “vitale morte”2

Condizione meravigliosa difficile da afferrare se si insiste nel vedere, e nel vivere, la condizione umana solo all’interno dello spazio mono-dimensionale dell’immanente.

Una condizione unica quella dell’uomo, in quanto dotato di Ragione e Sentimento, simultaneamente. Due differenti forze che, se unite, indicano una direzione verso la quale l’uomo non guardava. Una direzione che, forse, lo conduce verso altre condizioni conoscibili di ordine superiore.

Una condizione unica e privilegiata che, se lo vuole, lo può condurre lungo un tracciato ascensionale, progressivo e tutto proteso in avanti. Un percorso costruito all’interno di uno spazio pluri-bi-dimensionale3 “immanente-trascendente”. Una linea nuova e diversa, che si innalzerà al di sopra della sconfinata area del Dubbio: la scelta giusta, per l’uomo, rimarrà sempre un’impresa difficile.

I grandi ritorni, le ciclicità, l’alternarsi delle stagioni, il giorno e la notte, il bene ed il male altro non sono che delle manifestazioni di due potenti forze contrapposte, generate dal primordiale sdoppiamento dell’Uno sconosciuto. L’uomo  è chiamato a dominare e governare queste forze.

Una “ottimizzazione”, una Sintesi data dall’unione di due palpiti, due limiti, due antitesi che possono manifestarsi, ad esempio, sia nelle materie primordiali come acqua e fuoco, aria e terra, quanto nelle energie magnetiche positivo/negativo, ed ancora nei numeri binari; una Sintesi “Divina” che ha dato origine a Tutto4.

Forze contrapposte dalle quali, grazie ad una misteriosa fusione, nasce un’unica forza propulsiva chiamata Equilibrio. Queste forze permettono ogni perenne ciclico movimento, ogni evoluzione, ogni morte che termina con una sensazionale rinascita. Forze che permettono all’Uomo Verticale di essere messo lì, come asse di congiunzione tra la sfera Terrestre e quella Celeste. Uomo Verticale Pensante, capace di generare ragionamenti sensati sull’etica, sulla morale e sulle possibili “Verità” delle cose in genere, sia nel campo dell’immanente che in quello del trascendente.

La parola verità, in lingua ebraica Emeth, ha una costruzione interessante: essa è formata dalla radice triconsonantica Alef, mem e tau.

La “alef” è la prima lettera dell’alfabeto e rappresenta, in termini cabalistico-esoterici, il numero uno ed il soffio vitale: l’En-Sof , così viene definita la alef nella mistica ebraica.

Alla lettera “alef” si contrappone la lettera “tau”, che è ultima lettera dell’alfabeto ebraico, con un valore numerico- cabalistico di 400, quello più alto e quello posto più lontano dal numero uno.

La mem è  la lettera centrale della parola Emeth.

Togliendo  la lettera Alef, cioè quella corrispondente allo “spirito vitale”, si ottiene la parola Meth, che significa morte. Pertanto, la parola “Emeth-verità”, vedendola come un ossimoro, contiene al suo interno vita e morte, alto e basso, vicino e lontano. Un  vero ed un falso, o meglio un “diversamente vero” se vogliamo.

E’ la verità che si svela per quella che è, cioè per un qualcosa di impossibile da afferrare, se non per brevi e continui “divenire” all’interno di un presente perpetuo che possiede contemporaneamente, nel momento che lo si vive, una componente di  passato definito  ed una  di futuro indefinito.

Una verità, quindi, che sfugge alla acquisita conoscenza del momento, in quanto si é sempre impegnati con le accelerazioni evolutive del “dopo”.5

Un luogo, quella della Verità per la mente umana, instabile. È questa la meravigliosa condizione dell’uomo in cammino, tutto proteso in avanti.  Un luogo dove la conoscenza acquisita, seppur di momentaneo  valore  concreto,  ogni  volta permette di dare delle forme alle cose. E l’uomo comprende così l’esistenza di una Causa Prima e per cui tutto è ciò che è.

Proprio come la Sintesi Divina, posta tra tesi ed antitesi, l’Equilibrio può essere per l’uomo un intelligente mezzo propulsivo che gli permette di raggiungere una possibile felicità. Una “serena felicità” fatta di Terra e di Aria, di Acqua e di Fuoco. Di Sole e di Luna.

La verità può essere paragonata, quindi, ad un progresso dinamico dove la nostra mente si evolve fino ad un attimo prima della meta, per poi vedere questa nuovamente come uno stimolante punto di ripartenza e certamente non come un punto zero.

Curiosamente, sotto la lettera mem (in lingua ebraica), componente centrale della parola Emeth, vi troviamo le seguenti parole col significato di:

Metà, mezzo, retto, perfezione, chiave, colonna, santuario, speranza, divinazione, elevato, in cima, spazio vasto, fantasia e livella.

Baltasar

1 Figura logica che consiste nell’accordare, nella medesima espressione, parole di senso opposto (Dizionari Garzanti)

2 Vita e morte, nell’uomo, sono due condizioni certe, reali; pertanto la piena consapevolezza, l’accettazione ed il riconoscimento di ciò non può che condurre l’uomo verso uno stato di “logica”serenità.

3 Nello spazio bi-dimensionale immanente-trascendente, si aprono altri infiniti spazi verso la conoscenza.

4 La nascita, avvenuta per scissione e da un qualcosa che era UNO, di due forze contrapposte, uguali e contrarie; generando così un moto perpetuo alimentato dalle due polarità.

5 Il presente perpetuo è uno spazio elastico, dove la capacità di “allungamento” molto dipende dalle capacità intellettive, e sensitive, del singolo; uno spazio, dunque, di diversa dimensione per ogni singolo uomo.

Analisi contemplativa del concetto di «conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino» – Agostino e Porfirio.

Abstract.

In questo articolo ci siamo proposti di esaminare la questione critica dell’effettiva possibilità della conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino (CIAD). Possibilità ammessa nel contesto del Paganesimo ma negata nel contesto del Cristianesimo. Nel primo essa veniva ammessa in tutta la metafisica neoplatonica pagana (specie sulla base della dottrina plotiniana dell’identità dell’intelletto umano con quello divino), ma anche nel contesto della prassi cultuale-rituale di tipo iniziatico. Nel secondo essa veniva invece negata sulla base del tradizionale argomento dell’assoluta trascendenza di Dio nei confronti dell’uomo, e senza alcuna eccezione per l’intellettualità di quest’ultimo. Posizione questa che poi si sarebbe strutturata nella rigida separazione dogmatica tra teologia positiva (o razionale-naturale) e negativa (o sovrannaturale). Con questa seconda è stato poi sempre inteso il corpus  sapienziale della Rivelazione, il cui contenuto in verità divine veniva pertanto ritenuto inaccessibile alla Ragione umana. Radicalmente diversa a tale proposito è sempre stata la posizione pagana, rappresentata poi in primo luogo da quella filosofia neoplatonica che concepì una vera e propria ascesa «filosofica» (o «teoretica»). La quale può senz’altro essere intesa come una vera e propria ascesi mistica. Abbiamo indagato questo complessivo scenario di idee selezionando un suo luogo storico-filosofico particolare, e cioè la ben documentata polemica intercorsa tra Porfirio e gli apologeti cristiani, specie Agostino. L’indagine è stata condotta su una selezione di testi del primo raffrontate a loro volta con il De Trinitate di Agostino. Ebbene, per mezzo di tale raffronto testuale, ci è sembrato di poter concludere che la controversia sull’effettiva possibilità della CIAD non ha una vera base dottrinaria di tipo metafisico-integrale. Per cui essa può essere negata solo su un piano dialogico-discorsivo di tipo razionalistico, naturalistico ed immanentistico. Non lo può invece affatto se concepita nel contesto di un pensiero davvero iper-razionale. Cosa che, almeno in via di principio, ci sembra del tutto alla portata anche della metafisica cristiane, e non solo invece di quella pagana.

 

Introduzione

È ben noto che il tema della conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino (CIAD) è stato fin da subito un tema estremamente conflittuale entro il rapporto tra metafisica teologica pagana e cristiana. E qui senz’altro il Neoplatonismo assume un ruolo di primo piano. Come attestato dalla Remes[1], secondo la quale il distacco dal mondo ha in esso un senso radicalmente diverso da quello cristiano proprio per il fatto che con tale atto non si tende alla salvezza ma invece proprio all’esperienza intellettuale immersiva (“immersion in perfect intelligibility”) nel divino.

Ci riferiamo qui comunque in particolare alla fase già piuttosto avanzata di tale polemica e cioè quella che si sviluppava intorno al pensiero di Porfirio (allievo e successore di Plotino). Proprio questo pensatore veniva infatti commentato da più autori cristiani, e precisamente in un modo estremamente critico se non sarcastico ed offensivo[2]. E sta di fatto che proprio attraverso siffatti commenti che conosciamo testi originali andati perduti.

Uno dei commentatori qui in causa è quell’Agostino di Ippona sul cui pensiero in questo articolo ci soffermeremo per mezzo del suo testo De Trinitate. E così impiegheremo qui il pensatore ed il relativo testo come rappresentanti della posizione filosofico-metafisica cristiana. In tempi moderni Fritjof Schuon ha riassunto l’intera problematica nel suo testo Logica e trascendenza[3], nel quale si sostiene la piena possibilità e legittimità di una CIAD da parte dell’uomo. E ciò principalmente sulla base delle capacità naturali che sarebbero proprie dell’intelletto umano ; e quindi sulla base della naturale e completa affinità di quest’ultimo con l’Uno divino quale oggetto di conoscenza. Tali argomentazioni di Schuon non sono in verità molto lontane da quelle sviluppate da buona parte del platonismo e neoplatonismo cristiano intorno alla conoscenza animico-interiore di Dio, e con particolare accento sulla presenza effettiva di Dio stesso, quale verità, in interiore homine (argomento ontologico). Ed Agostino è stato senz’altro uno dei principali sostenitori di tale dottrina.  Certamente comunque, entro l’esposizione sintetica offertaci da Schuon, non si può affatto parlare della capacità della divinizzazione della razionalità umana (animica ma immanente), e quindi della capacità proprio di quest’ultima di conoscere la verità divina. Seguendo l’impostazione neoplatonico-pagana, specie plotiniana, lo studioso mantiene infatti costante una netta distinzione tra Intelletto e Ragione. Laddove resta chiaro che quest’ultima costituisce una «dianoia» meramente dialogico-discorsiva, e quindi un logos esclusivamente filosofico (inferiore in quanto immanente), che segue il destino nell’anima nella sua radicale discrepanza onto-metafisica rispetto a quell’intelletto che invece in sé non cessa mai di essere divino. È certo inoltre che in Plotino si può e si deve parlare di una “non-discesa[4] dell’anima rispetto all’intelletto. Ma ciò significa in primo luogo che essa non ha una sostanza indipendente rispetto al secondo, sebbene si trovi ontologicamente più in basso. Ben più ambizioso è invece l’accento posto da Agostino sulla Ragione umana – per quanto ciò avvenga nel contesto della dottrina platonica dell’anima[5], e peraltro con non pochi apporti plotiniani. Il Gilson[6] ritiene anzi il pensiero dell’Ipponate dipendente in modo molto stretto da quello di Plotino. Insomma il pensatore assolutizza la razionalità (che intanto ha però posto, come Plotino, al culmine stesso dell’anima conoscente, o mente), considerandola così di fatto l’elemento più trascendente dell’animicità interiore umana. E ciò in quanto posta di fatto sul piano dell’eternità e dell’immortalità. Dunque capace in sé (in forza della sua immateriale sostanza) di quella “contemplazione” senza la quale il pensiero è sempre troppo distante da Dio per poterlo davvero conoscere. In questo senso, pur riconosciute le debite distanze rispetto alla dottrina neoplatonico-pagana della CIAD (qui affermata in modo decisamente positivo), va comunque qui ritrovato almeno lo spazio per una riflessione sulla tendenziale espansibilità di questa stessa dottrina. Che comunque in ambito cristiano viene invece affermata solo in senso negativo.

Ebbene credo che si debba iniziare senz’altro proprio da qui per affrontare la questione per mezzo di un criterio che permetta di  seguire non il filo delle opposizioni ma invece il filo delle potenziali prossimità tra i due fronti (così fieramente schierati l’uno contro l’altro). Siamo infatti convinti che siano state soprattutto urgenti necessità storiche quelle che hanno generato tra queste due posizioni un conflitto che non ha in sé ragioni davvero oggettive, ovvero dottrinarie. Tali necessità storiche sono senz’altro quelle che spingevano un Cristianesimo volontariamente missionario verso la vocazione universale («ecumenica») che esso sentiva così fortemente in sé. Ed il cui primo passo in tal senso fu lo sforzo di sfruttare la rivolta delle masse contro l’aristocrazia ellenistico-romana[7], impersonando così sul piano teologico le esigenze delle prime (e sgominando così anche le teologie metafisiche concorrenti, sia delle religioni misteriche orientali sia di quella vera e propria religione filosofica che fu lo stoicismo). Il secondo passo fu poi quello di occupare lo stesso spazio storico-geografico e politico dell’«Imperium»[8]. Operazione che si sarebbe conclusa poi solo molti secoli dopo con la conquista del mondo intero da parte delle armate ispano-cattoliche. E con l’annientamento in tal modo di ogni residuo planetario di Paganesimo.

Insomma, se la metafisica pagana iniziava a rendersi conto solo allora (ma decisamente troppo tardi) del prezzo da pagare per non aver voluto essere una vera e propria teologia, cioè una Chiesa istituzionale[9] –  e così iniziava a mobilitarsi contro il Cristianesimo –, la prima mossa della guerra va attribuita senz’altro a quest’ultimo. E quindi anche la responsabilità di una polemica tanto virulenta quanto in primo luogo strumentale, ovvero posta in atto a fini ben più strategici che non invece dottrinari. Una polemica di guerra, insomma, che poi sarebbe continuata ininterrottamente nel corso delle incessanti lotte storiche contro le «eresie». Ed in tale contesto bisogna dunque prendere atto senz’altro dell’evidenza di una vera e propria usurpazione a danno del Paganesimo. Consistita a nostro avviso soprattutto nel volersi attribuire la proprietà esclusiva su un pensiero metafisico (con la presentazione di una metafisica sofisticata che invece un Paganesimo ingenuo, volgare e corrotto non avrebbe mai avuto), che in verità però non era mai stato affatto suo. Al di là infatti dell’elaborazione del concetto metafisico di Dio immanente o vivo, che trova nel Cristianesimo una formulazione forse davvero unica (ma che comunque trova notevoli una precisa eco in moltissime tradizioni pagane, oltre che in quel politeismo monoteista che fu l’induismo)[10], è chiaro che la metafisica cristiana del Dio trascendente (poi sviluppata notevolmente nella sua mistica) trova le sue radici nella religione giudaica. Ma quest’ultima va poi riconosciuta come strettamente legata al quella tradizione teologico-metafisica mazdeico-avestica che aveva costituito  l’autentico ponte tra il politeismo monoteista orientale (induismo vedico) ed il monoteismo storico-geografico occidentale[11]. Inoltre vanno riconosciuti perfino i legami della religione giudaica con molte religioni pagane del bacino mediterraneo orientale, inclusa quella greco-cretese[12]. Una testimonianza in tal senso ci viene peraltro proprio dallo stesso Eusebio (nella sua lettura di Porfirio), che parla di un’autentica stretta prossimità tra il dio Apollo e gli Ebrei[13].  Ed a tale proposito qui non si può davvero dimenticare il fatto che Nietzsche[14] accusò il Cristianesimo di non aver fatto altro che appropriarsi della metafisica greca, specie platonica.

Tutto questo però non significa altro che questo : – quando si parla di metafisica, non bisognerebbe mai dimenticare che essa è una ed una sola! Non però nel forzoso senso dell’universalismo ecumenico (cioè in forza di un mero atto storico), bensì invece in sé e per sé. Come del resto sostenuto da moltissimi studiosi tradizionali[15]. I quali convergono tutti (sebbene nelle differenze che comunque li contraddistinguono) verso la delineazione di un’unica metafisica a diffusione planetaria (eterna, trascendente e sovrumana), alla quale si può dare il multiplo nome di “Scienza Sacra” o “Religio aeterna”. Ebbene, tale metafisica può e deve essere riconosciuta come “integrale” (Vallin), e quindi come in grado di riassorbire in sé qualunque metafisica storico-geografica (e conseguentemente anche qualunque locale tradizione metafisico-religiosa o teologica). Ed il Cristianesimo rientra senz’ombra di dubbio in tale riducibilità. Così come anche il Paganesimo greco-romano stesso. Sebbene, con l’estremamente rilevante differenza tra le due posizioni, rappresentata dalla ben diversa consapevolezza di tale riducibilità. Massima nel Paganesimo greco-romano[16], e minima, anzi per la verità nulla, nel Cristianesimo. Possiamo dunque riscontrare proprio in questo il nucleo dell’intera questione. La differenza tra le due posizioni appare infatti segnata proprio da quella propensione polemica del Cristianesimo che è chiaro indice del violento rigetto di questa pur necessaria consapevolezza. Pena lo snaturamento completo dell’esperienza religiosa che ne risulta (completamente offuscata dalle esigenze di una mera Istituzione). Ed in realtà, in base a quanto chiarito da Schuon[17], la vera vocazione del Cristianesimo non appare essere stata affatto questa. Insomma deve stare proprio qui  il nucleo negativo e fuorviante dell’intero questione della CIAD. Perfino al di là del fatto del se la CIAD sia effettivamente possibile o meno. Difficoltà che senz’altro viene sottolineata con forza da Agostino, e non senza ragione. Ma che è comunque impossibile che non sia stata ben presente alla metafisica pagana. E peraltro nel contesto di una propensione alla sublimità del pensiero (propria della prospettiva iper-razionale) che è tale da rende ben più probabile, nel suo contest, una consapevolezza addirittura maggiore di quella cristiana. Constateremo molte tracce di questo proprio nel pensiero di Porfirio.

 

I- La CIAD presso Porfirio

 

Proprio per questo, prima di dedicarci agli spunti emergenti dal testo di De Trinitate, e prima anche di prendere in esame il pensiero di Porfirio, crediamo di dover illustrare il più sinteticamente possibile gli elementi per poter raffigurare il modo in cui la CIAD dovette essere sentita entro il Paganesimo greco-romano.

In primo luogo va dunque gettato uno sguardo sulla stessa tradizione costituita dalla religiosità misterica[18]. E che poi costituisce in primo luogo quella cultualità religiosa largamente popolare alla quale sempre mettè capo una dottrina metafisico-religiosa invece estremamente sofisticata. Come tale in gran parte segreta, e pertanto appannaggio delle sole élites aristocratico-sacerdotali (esoterismo élitario). Ebbene, la prassi iniziatica era senz’altro al centro di questa così multiforme dottrina ed essa costituiva indubbiamente un’ascesa verso il Principio divino. Del resto proprio quest’ultima fu la base sulla quale il pensiero filosofico-metafisico neoplatonico-pagano si mosse nel concepire una vera e propria “teurgia” (sebbene il valore attribuito ad essa abbia conosciuto accenti abbastanza diversi)[19]. Ossia una base cultuale e pratica che può bene essere assimilata alla dimensione della «Fede» quale punto di partenza della dimensione della «Ragione».  Ora, non vi è dubbio che si può riscontrare qui un’intensità dell’esperienza religiosa che non trova pari nel corrispondente versante cristiano. Ed uno dei suoi principali aspetti può essere considerato senz’altro proprio la doppia valenza, ignorante e colta, che ha la stessa unitaria esperienza. Cosa poi senz’altro in relazione con l’ammissione del fenomeno di quel manifestarsi discendente del dio che sempre soverchia così completamente l’essere umano (“enthousiasmos”) da portarlo letteralmente fuori di sé. Proprio su questa linea verticale, però, appare essere concepibile anche l’ascesa al divino. E questa senz’altro deve anche prescindere (trascendendole) dalle componenti sensuali-orgiastiche dell’esperienza religiosa discensiva. Il che rivela poi che le caratteristiche indubbiamente inquietanti di quest’ultima sono da attribuire  semplicemente alle cogenze imposte dal punto di vista di un’umano-immanente. Il quale, essendo letteralmente invaso dal divino-trascendente, non può in alcun modo conservare la sua usuale integrità. Ma è allora del tutto ovvio che, intraprendendo la direzione opposta (quella dell’ascesa), tali inconvenienti vengano corretti. In questo senso allora l’ascesa va a correggere la discesa. Ma comunque nel senso di una correzione e non invece di una sostituzione esautorante. E qui viene decisamente in primo piano l’aspetto genuinamente «filosofico» (ma anche ovviamente metafisico-religioso) – e dunque in qualche modo razionale e non invece sensuale – della correzione che è qui in causa. Va anche considerato  che, nella figura di Śiva[20] (estremamente simile a Dioniso), la religione indù ha sempre conosciuto la non contraddizione tra gli aspetti pur sfrenatamente dionisiaci dell’esperienza religiosa e quelli più elevatamente spirituali. Il che significa che l’ascesa filosofica ricalca alla fine proprio questa non contraddizione

Ebbene, proprio in relazione a tale ultimo aspetto, va tenuto conto anche della complessiva critica fatta dal Graves a tutto questo[21]. Egli accusava infatti proprio lo spirito filosofico della cultura greca di aver coartato completamente i tratti di un’esperienza religiosa originaria[22]. Che per lui aveva invece il suo valore di per sé, e che quindi non necessitava di alcuna correzione. Non possiamo però soffermarci su questo. Fatto sta che la complessità polimorfa, ed in un certo senso anche debitamente disinibita (quanto alle esigenze di un troppo angusto moralismo), di tale complessiva dimensione di prassi e pensiero, dovette essere presente ancora nella sua interezza entro la riflessione neoplatonico-pagana che abbiamo prima menzionato. E proprio così essa si presenta presso quel Porfirio che da un lato si ingegna di difendersi dalle così pressanti accuse degli intellettuali cristiani (ormai estremamente agguerriti) e dall’altro lato sembra anche letteralmente condizionato dalle perplessità indotte in lui da tale polemica. E ciò senz’altro anche a fronte da un lato della necessità urgentissima della religione pagana di organizzarsi in una Chiesa (cioè in una ben definita Teologia) e dall’altro lato dalle esigenze tematiche poste da quel Cristianesimo ormai già decisamente trionfante. Era infatti ormai decisamente quest’ultimo il vincitore storico, e quindi quello, tra i due contendenti, che sceglieva il campo di battaglia e prendeva l’iniziativa. Per essere dall’altro solo seguito.

E qui assume allora importanza primaria il ruolo (preparatorio ma anche unificante) affidato a quella “teurgia” entro la prospettiva di un’ascesa filosofica che punta decisamente a raggiungere Dio stesso per penetrarlo intellettualmente – essa è pertanto una vera e propria ascesi e quindi è mistica in senso molto prossimo alle religioni moralistiche[23].  Ma la teurgia è in sé comunque estremamente prossima al vissuto immanente del divino, e quindi alla sua manifestazione nella carne così come nella storia – e ciò fino agli aspetti inquietanti ed imbarazzanti che abbiamo prima accennato. Si può insomma presumere che essa sviluppi sul piano appena orizzontale ed immanente una consapevolezza metafisico-religiosa che conserva però solo sul piano trascendente (in alto e nella prospettiva verticale) la sua vera integrità. Ebbene, una parte delle tesi filosofico-neoplatoniche rispetto a tale aspetto (Giamblico)[24] prevede invece un vero e proprio procedere parallelo di teurgia e filosofia. Qui la teurgia non viene vista allora come l’amministrazione meramente in orizzontale della realtà divina, ma invece in primo luogo come una via di tipo verticale costantemente aperta (e di direzione bilaterale) tra l’umano-terreno ed il divino. E bisogna dire che è stato proprio sulle tracce di tale interpretazione che si è mossa molto tempo dopo tutta una prospettiva di moderno pensiero metafisico-religioso incentrato sulla prassi teurgica e di cui ultimamente Evola[25] ci ha disegnato gli specifici tratti ermetico-alchemici. Dove poi ciò che qui domina è l’aspirazione dell’uomo a sopravanzare Dio stesso nella sua divinità. Siamo però con ciò appena nel contesto di un moderno Titanismo del tutto iconoclastico. Il quale, se afferma di voler recuperare tutta la tradizione metafisico-religiosa effettivamente oppressa dal Cristianesimo, in verità si muove in senso decisamente deicida e quindi anti-religioso. Non a caso il brodo di cultura in cui è maturato tutto questo è stato quel così controverso movimento della “rivoluzione conservatrice[26] entro il quale è insorto poi di fatto l’intero nucleo di idee antimetafisiche che Heidegger (sviluppando così Nietzsche) faceva assurgere alla dignità di quel moderno paradigma dogmatico di pensiero. Per il quale l’intera metafisica è quanto di più spregevole l’uomo abbia mai conosciuto[27]. E ciò con l’aggravante di costituire perfino un’estremamente moderna versione, ormai solo de-costruttiva (cioè distruttiva) ed apertamente rivoluzionaria,  del tradizionale pensiero esoterico, escatologico e tendenzialmente neo-pagano[28]. Ed è esattamente su questa base che oggi buona parte della Filosofia accademica celebra il culto di Heidegger. Sta di fatto che comunque non pochi aspetti della riflessione più esoterica (quanto anche anti-semita) del pensatore tedesco[29] si sposano apparentemente in modo perfetto con quella metafisica religiosa tradizionale che, se interpretata con spirito anti-religioso, può ben fungere da base per un moderno neo-paganesimo titanista e demonico. Che è poi di stampo tanto dionisiaco quanto anche shivaita. Emblematico è l’intendimento heideggeriano dello spirito come “fuoco” distruttivo, che trova una precisa eco nel culto di Śiva – qui il fallo divino sempre eretto (fremente distruttore e creatore) è appunto una “colonna di fuoco[30].

Ebbene, Porfirio risente fortemente delle perplessità qui accennate (e quindi in qualche modo legittime). Come ci mostra il Girgenti, infatti, già nel suo De regressu animae ( DRA) egli si chiede se la teurgia non vada considerata appena come un primo passo dell’ascesi filosofica a Dio[31] e quindi appunto un’esperienza solo basilare. Dunque una mera amministrazione orizzontale del divino. O tutt’al più una mera prassi preparatoria, che può pertanto sì elevarsi (inarcandosi verso l’alto con il maggiore sforzo possibile) ma solo di pochissimo. Tutto il resto deve invece farlo la filosofia. E proprio qui di delinea un punto di insanabile contrasto con Agostino : – per lui infatti la filosofia (per quanto strenuamente metafisica) non ha affatto questo potere! Ma qui si delinea anche già la possibile estensibilità del concetto di intima relazione tra Rivelazione  (Fede) e Filosofia (Ragione)[32] che si sviluppò poi in tutto il pensiero platonico-cristiano ma che trova evidentemente proprio qui le sue premesse.

Ancora più importante ci sembra comunque l’opera di Porfirio dal titolo Filosofia rivelata dagli oracoli (FRDO). Dalla quale pare che lo stesso Agostino, assetato di Dio già prima della conversione, apprendesse la teologia mistica[33]. In quest’opera viene teorizzata una purificazione dal sensibile (katharsis), da ottenersi proprio per mezzo degli oracoli divini (teurgia), grazie alla quale poi elevarsi all’ascesi filosofica (theoria). Ma si tratta proprio del senso pieno del termine “theoria”, e cioè quello di “visione” (non a caso poi illustrato dallo stesso Agostino più volte nel De Trinitate). Dunque si tratta di una CIAD che è contemplazione di Dio nell’unione a Lui. Non a caso Porfirio ritiene che sia essenziale in questo una vera e propria “apparizione” (“epiphaneia”) di Dio al filosofo. Ed è da notare bene che qui il distacco dal sensibile come carne è ancora più intenso che non nel Cristianesimo – dato che in tale contesto non vi è alcuna traccia di un Dio vivo. Ed infine Porfirio, nel suo Gli oracoli della Teosofia[34] ci offre un fondamentale elemento per la CIAD, e cioè quello di una conoscenza che è del tutto al di sopra della stessa intellettualità. Essa è “agnosia”, ovvero «non-conoscenza». Sarebbe però più corretto parlare di «iper-conoscenza»[35]. Un’idea comunque del tutto contraria a quella della Gnosi. Gli studiosi pensano che proprio con quest’idea, si arresti entro il neoplatonismo il misticismo speculativo (che da Platone procedeva fino a Plotino e Porfirio) ed inizi invece, da Giamblico in poi, il misticismo fideistico, ovvero pienamente teurgico. E quest’ultimo si pronuncia però poi esattamente come Agostino : – l’Uno divino è del tutto inaccessibile, e pertanto è accessibile solo con la fede. In ogni caso va considerato che lo stesso Porfirio introduce una notevole deriva teurgica al così rigoroso intellettualismo di Plotino[36]. Anzi l’altro commentatore dei testi porfiriani, il Muscolino[37], parla a tale proposito di una vera e propria degenerazione del neoplatonismo nel senso di una magia stregonesca.

Un ulteriore importante punto di riferimento emerge anche laddove il Girgenti menziona le radici platoniche della prospettiva sviluppata da Porfirio[38]. E particolarmente quella figura del Daimon che è centrale nel senso di costituire un intermedio tra uomo e Dio. Per mezzo del quale si prende dunque atto proprio del fatto che in via di principio la CIAD non è affatto alla portata del primo. Per cui l’ascesa può essere intesa solo come il riconoscimento nel profondo dell’uomo di ciò che in lui è essenzialmente divino. Il che è poi la ricerca della propria profonda identità profonda alla quale il Daimon ci guida. È esattamente in questi termini e con questo senso che il Viola[39] ci illustra il cammino per mezzo del quale il Daimon, o Dio immanente, ci riconduce al Genius quale Dio trascendente. Ma di tutto questo si trova una traccia tangibilissima nel pensiero di Agostino.

Sta di fatto che, come posto il luce dal Muscolino[40], con Porfirio si affaccia la realtà di quella “teosofia” che introduce un elemento davvero significativo, e cioè quello della Rivelazione della Sapienza divina. E tuttavia la teosofia non chiude affatto il discorso su tutto questo. Dato che con essa va sì intesa la rivelazione concessa da Dio ma anche la scienza di tale rivelazione (sebbene Dio resti inconoscibile). Si lasciano intravvedere proprio qui una serie di significati che nel Cristianesimo sono restati del tutto occultati (e che peraltro in Agostino riemergono qua è là)

In particolare il concetto della connessione di ininterrotta continuità esistente tra Dio, come Causa del tutto sconosciuta (dalla quale procede la Sapienza come ineffabile Rivelazione). Ma anche il concetto del mondo come sua fattiva Rivelazione. Non nell’esteriore però, bensì nel più puro e nascosto interiore di ogni cosa (uomo incluso) ; laddove Dio stesso è presente nuclearmente come Spirito impregnante ogni cosa. La “Sophia” è dunque proprio questo, di fatto una scienza occulta della Natura, rivelante un mondo di presenze divine statiche e dinamiche. La dottrina di Proclo poi svilupperà particolarmente la così compatta ed inesorabile connessione di cause ed effetti, ripercorribile continuamente a ritroso sulla via dell’intelligibile[41]

Infine conviene lasciar parlare alcuni punti dei testi stessi di Porfirio. Che però purtroppo conosciamo quasi solo attraverso il commento critico degli apologeti cristiani, tra i quali appunto Agostino.  A proposito del DRA[42] l’Ipponate stesso (specie nel suo De Civitate Dei) svaluta totalmente la prassi e la teoria della teurgia, considerandola poco più che un’abusiva elevazione di demoniche e spregevoli divinità della natura (p. 51-59). Cosa che per lui destituisce poi completamente di fondamento la pretesa natura religiosa di un’ascesa, che è filosofica solo nel senso che essa si occupa appena di fenomeni naturali. Eppure invece proprio qui si fa sentire l’effetto costruttivo delle perplessità nutrite da Porfirio. Dato che egli istituisce una netta differenza tra il soffermarsi volgare e di massa sulla sola teurgia (che rischia di essere effettivamente solo vizioso e turpe) ed invece l’elevarsi per il suo tramite. La purificazione per via teurgica può infatti toccare appena l’anima “pneumatica” (ovvero “sensitiva”) ma non invece l’anima “razionale”. Quest’ultima in verità non ha alcun bisogno di purificazione. Si tratta insomma della chiara segregazione esistente tra un’ascesa filosofica solo falsa (che resta nei limiti di un fideismo superstizioso) ed un’ascesa filosofica invece davvero autentica.

In realtà, come lo stesso Agostino ci mostra, Porfirio pensa all’anima razionale come alla sola che sia in grado di pervenire alla CIAD (p. 69-73).  E ciò su una base ontologica che è poi quella solita della divisione dell’anima in livelli. Ma che è anche antropologica nel senso di gradi gerarchici  evidenzianti uno vero e proprio stato elettivo. Solo gli eletti sono infatti in possesso dell’anima razionale e solo ad essi è pertanto riservato l’accesso intellettivo a Dio. e questi eletti sono “i filosofi”. Un concetto, questo, che il Cristianesimo si è sempre rifiutato di accettare. Rifiuto del quale troviamo traccia nella polemica del Viola[43] proprio contro il personalismo di stampo agostiniano. Il quale pretenderebbe secondo lui di affermare un concetto incondizionato ed indifferenziato del valore dell’individuo quale “persona”. Ebbene, Agostino nel suo commento a Porfirio si schiera proprio in questo modo (definendolo peraltro “falso filosofo”). Più precisamente egli invoca l’intervento della Grazia in una prospettiva insostenibile senza concepire le due realtà congiunte dell’Incarnazione e della Resurrezione.

Nella FRDO poi (commentata prevalentemente da Eusebio) emerge l’esposizione da parte di Porfirio di un vero e proprio concetto di Rivelazione pagana[44]. Egli prende infatti a riferimento della sua riflessione filosofica una grande serie di scritti (oracolari) di Tradizioni metafisico-religiose, e cioè quelle di vari popoli (romani, greci, egizi, caldei, ebrei…), che egli definisce anche come “popoli eletti” (303F-304F p. 87-91). Ed egli dà a tutto questo il nome di “loghion”, riferendosi così ad una teologia di ispirazione divina. Ma comunque egli precisa anche che si tratta di una “teosofia”, e come tale da proteggere nella sue segretezza esoterica con un rigorosissimo impegno. E proprio qui emerge nuovamente il significato specificamente esoterico di ciò che è “mysterion”, in quanto Verità divina destinata ad essere rivelata. Rivelata, evidentemente, solo agli iniziati.

Più avanti (343 F-346F, p. 147-159) nell’esposizione del testo commentato emerge poi il fatto che Porfirio sottolinea fortemente la dimensione morale dell’ascesa filosofica. Entro la quale emerge poi la fondamentale importanza della fede. Si tratterebbe pertanto di una via non solo epoptica (iniziatica) ma anche mistica. E ciò riproporrebbe la messa in guardia di Plotino circa l’eccessiva facilità nel concepire l’approssimazione al divino. Ma qui si parla anche addirittura di “preghiera”. Ed il commentatore avvalora perfino l’ipotesi che Porfirio alluda qui addirittura alla persona di Gesù Cristo. Il che lascia poi pensare al sussistere effettivo presso lo stesso pensatore di un’intenzione di superare la contrapposizione tra Paganesimo e Cristianesimo.

Infine c’è da registrare quanto emerge in uno scritto che compare in appendice rispetto alla FRDO, e cioè il testo dal titolo Dalla Teosofia di un anonimo Monofisita (1-5a p. 169-179). Qui è all’opera la metafisica teologica caldaica stessa, che non fa altro che darci di Dio una raffigurazione sublimemente apofatica. Quello che viene raffigurato è pertanto il Dio trascendente stesso, che poi viene narrato da Apollo quale suo oracolo. Alla fine però emerge che il discorso verte su Apollo stesso come Dio vivo ed immanente. Ccioè come un “dio che soffre, ma non soffre la sua natura divina”, che condivide la natura umana e quella divina e quindi è “anche uomo” –  ovvero Cristo stesso. Egli non è altro che il Figlio che per mezzo di sé stesso ci parla del Padre. Ebbene un testo come questo sembra mostrarci chiaramente con quale forza, decisione e coerenza la metafisica pagana tendeva a trapassare in quella cristiana. E Porfirio ci appare allora proprio come un anello di congiunzione di capitale importanza tra le due sfere di pensiero. Il riferimento proprio a lui da parte di Agostino, sebbene solo polemico e demolitorio, ci sembra pertanto estremamente significativo proprio nel senso della tesi che qui sosteniamo.

 

II- La CIAD presso Agostino.

 

E veniamo ora al De Trinitate di Agostino, per il quale procederemo ad un’esposizione ordinata secondo la successione dei quindici libri in cui l’opera si divide. Ma prima di entrare le merito del testo, bisogna dire che un pensatore che era stato così intellettualmente intimo a Porfirio ed al neoplatonismo non può essere preso in considerazione solo per le posizioni polemiche assunte a partire dalla sua conversione in poi. Bisogna insomma tener presente che una sostanziosa parte della dottrina criticata da apologeta deve essere stata da lui anche assorbita e perfino condivisa. E questo può spiegare le così tante suggestioni che vedremo emergere nel testo nel senso di una larvata apertura alla possibilità di una CIAD.

 

Nel primo libro[45]  il pensatore attacca direttamente il concetto gnostico di CIAD definendolo come appena vano quanto vuoto orgoglio. Dato che l’uomo può solo limitarsi a desiderare Dio nella fede, affidandosi peraltro al vissuto di Lui per mezzo del Figlio. E tuttavia egli porta in primo piano anche l’esigenza esoterica affermando che la stessa reticenza della Scrittura riguardo alla natura di Dio (con rarissime eccezioni, quali l’”Io sono” dell’Esodo) rinvia ad un’assolutamente primaria dimensione teologico-negativa della CIAD. Che va poi intesa nel senso più affermativo della negatività, dato che essa segna la sfera di conoscenza che è del tutto inaccessibile all’intelletto umano. Considerando invece la negatività  in un altro senso – e cioè come indicazione di una sfera nella quale l’intelletto si muoverebbe in senso sì «negativo» ma comunque pieno –, non si farebbe altro che consentire il tradimento di Dio quale oggetto di conoscenza. Il rinvio alla dimensione esoterica viene qui comunque completato dal richiamo all’Apostolo Paolo. Quale esempio di un “uomo spirituale” che è senz’altro più prossimo alla CIAD di quello medio. Ci sembra quindi evidente che la sua negazione della dimensione elettiva della CIAD non è poi così totale.

Nel secondo libro[46] persiste questo sia pur larvato rinvio all’elettività della CIAD. Sebbene sempre insistendo sul presupposto indispensabile di uno stato ontologico che è solo ultra-terreno e post-mortale. Inoltre Agostino sottolinea qui anche la necessità assoluta della rinuncia a sé stessi quali esseri pensanti, per sottomettersi invece sempre alla Scrittura (nonostante quelle sue “ambiguità” che comunque mettono così a dura prova la fede). E tuttavia, nonostante questo pressante richiamo alla passività, il rinvio all’elezione si riconferma attraverso la menzione esplicita dell’attività implicata nella CIAD (il suo contrario è infatti solo “pigrizia”).  Attività che poi caratterizza lo stato ontologico pre-mortale della CIAD. E cioè quello vissuto dal fedele per l’intermediazione del Figlio (Dio immanente), da intendere a sua volta come l’operare dello stesso Padre (Dio trascendente). E tuttavia la complessiva «azione passiva» qui configurata (equivalente all’affidarsi totalmente al Cristo) mette alla fine comunque capo alla comprensione di quella realtà divina trinitaria che è poi l’incomprensibile stesso. Qui si discute non a caso proprio del Figlio quale “mandato” – in quanto Egli non solo è Colui che manda sè stesso ma è anche ciò verso cui viene mandato, ovvero il mondo o essere nella sua estensione orizzontale. La sua intermediazione chiama quindi in causa quell’Essere senza il quale la conoscenza di Dio è impossibile. Ma si tratta di un sublime Essere totale, che pone in continuità (in verticale) il livello ontologico divino (esplorabile solo in modo iper-razionale) con il livello ontologico terreno-umano che comunque è qui pressantemente chiamato alla conoscenza. L’accento posto pertanto sullo stato ontologico non indica solo ciò che ci sarà solo nella vita ultraterrena (ma ora non c’è), bensì indica anche quello jato tra determinato ed Indeterminato che chiede di essere superato. E così perdono non poco di spessore tutte le accuse dell’apologetica cristiana a quell’ascesa filosofica che propria a tale così sublime continuità verticale si appellava. Proprio qui ci appare dunque evidente quanto iper-razionale ed esoterico fosse il concetto dell’ascesa filosofica a Dio, e quanto ingiustificato sia stato liquidarlo come una volgare e vanagloriosa ingenuità. Dato però che chi ha fatto questo sono stati pensatori ai quali ciò non poteva sfuggire, è evidente che si è trattato solo di un espediente apologetico.

Ma Agostino nel quarto libro[47] sente comunque l’esigenza di demolire la prospettiva filosofica come muoventesi esclusivamente sul piano naturale ed esteriore. E ci richiama pertanto ad una conoscenza pienamente interiore, che è poi quella del “conosci te stesso”. Qui poi la differenza rispetto alla prospettiva dell’imperativo delfico (pagano) sta nel fatto che, nel suo intendimento agostiniano, il ritrovamento della propria identità è scoperta di una debolezza e non di una potenza. Ma di nuovo è la sublime ontologia del Figlio quella che qui offre sé stessa come intermedio – e precisamente attraverso la sua valenza di Dio presente interiormente nella forma di una potenza conoscitiva, quella animico-razionale.  L’indicazione è quella di una via interiore alla vera dimensione ontologica, e questa è chiaramente quella del Ritorno. Per cui, se qui Agostino condanna di nuovo la filosofia (in quanto non fa riferimento alla Rivelazione), tuttavia anche distingue in essa la parte (platonica) pregevole in quanto tiene presente il Ritorno. E qui menziona peraltro espressamente il Platone del Timeo. In ogni caso decisiva appare essere quella dimensione ontologico-morale in assenza della quale l’ascesa filosofica resta nei fatti solo freddamente teoretica. Ma qui, insieme all’usuale sottolineatura dell’elemento della fede (quale immanenza temporale dell’esperienza di Dio), emerge anche decisamente quell’elemento dell’eternità che costituisce poi l’orizzonte sovra-temporale trascendente e sovrannaturale. E così ci sembra che sia chiaramente indicata almeno (nella sua effettiva apertura) la prospettiva della CIAD.

Il che è ancora più significativo se si tiene conto del fatto che nel quinto libro[48] Agostino fa una davvero significativa distinzione rispetto alla dimensione esoterica della CIAD. In quanto afferma che Dio può essere anche pensato, ma di certo non può essere detto. Non viene però precisato se tale difficoltà sia dovuta ad un’incapacità oppure ad un’impossibilità. Laddove in quest’ultimo caso si dovrebbe pensare al segreto esoterico da osservare circa la realtà divina. Del resto il pensatore sottolinea qui nuovamente l’umiltà umana come caratteristica dello stato ontologico per mezzo del quale esso si approssima a Dio. E ciò viene giustificato con la non parità dell’intelletto umano con l’intelletto divino. Anche qui resta comunque però aperta la questione se tale incapacità sia dell’uomo totale, o invece sia limitata alla sua condizione media.

Nel settimo libro[49] viene condotta un’argomentazione che non ci interessa direttamente. Ma essa, introducendo il tema della differenza tra essenza, persona e sostanza (entro la realtà trinitaria) – che poi sarà trattato più diffusamente dopo – sottolinea comunque la necessità di una conoscenza del tutto iper-razionale della realtà divina. Nel nono libro[50] comunque cade poi un accenno piuttosto suggestivo alla possibilità che tale conoscenza venga effettivamente perseguita. Qui infatti il pensatore afferma che comunque noi “cerchiamo la Trinità”, ovvero aspiriamo a conoscere Dio. Sebbene ciò non sia affatto impossibile, bensì comunque “difficilissimo”. Le argomentazioni usate per questo sono quelle già menzionate, eppure sembrerebbe qui che quell’incapacità costituzionale prima attribuita all’intelletto umano non venga poi considerata come assoluta ed omni-valente. Peraltro qui si parla della necessità di preferire l’essere conosciuti da Dio piuttosto che conoscerlo. Ed a ciò viene aggiunto che siamo costretti ad invocare il suo “aiuto” per poter assurgere a quella condizione di “faccia a faccia” («visio beatifica») senza al quale la CIAD è davvero impossibile. Ora si può davvero pensare che, nel caso di un oggetto conoscitivo quale è Dio, la dimensione passiva della conoscenza (nella quale l’uomo è ridotto al Suo cospetto) revochi davvero ogni conoscenza in assoluto? Come se Agostino stesso dice che l’intelletto umano è nulla rispetto a quello divino? Non è invece ben più probabile che, in questo «essere conosciuti da Dio», si  intenda una conoscenza umana che viene potenziata proprio in quanto trascesa ed abbracciata?

In realtà la richiesta di aiuto deve venire, dice il pensatore,  “proprio da colui che vogliamo comprendere”. Quali che siano le condizioni ontologiche effettive in cui la CIAD può effettivamente avvenire, sta di fatto, pertanto, che con essa va comunque intesa una pienezza di conoscenza. Ma allora il credo quia intelligam al quale qui ci si riferisce può anche significare che noi (almeno tendenzialmente) vogliamo anche comprendere anche ciò in cui intanto crediamo. E forse che l’assoluta non ordinarietà dell’atto di ascesi filosofica (che abbiamo visto affermato con tanta cura da Porfirio) non prende atto proprio di questo? Ovvero di una prospettiva sempre solo tendenziale e dal risultato aperto. Del resto nessuno ha mai detto che la stessa ascesi iniziatica fosse sempre destinata ad essere coronata da sicuro successo.

In ogni caso ne prosieguo di tale discorso Agostino sviluppa la sua ben nota dottrina di quell’auto-conoscenza animica che è caratterizzata anche dall’auto-erotismo. Non entreremo qui nel merito di tale discorso perché esso è estremamente complesso e ci porterebbe fuori tema. Comunque va detto che emergono qui come decisivi gli elementi della spiritualità incorporea caratterizzante una realtà la cui sostanza unitaria va definita come “essenza”, e quindi rimanda continuamente ad una relazione tra termini che è sempre auto-riflessiva. Dunque è insieme sempre Conoscenza ed Essere. In tale contesto si configura quindi una conoscenza strenuamente interiore che riporta decisamente la spiritualità umana a quelle dimensioni dell’eterno (immortale) e del trascendente che in sé sono solo divine. E ciò riduce decisamente la prospettiva epistemologica ed immanente dell’anima conoscente (così com’è stata colta in Agostino dalla filosofia moderna) ad una prospettiva nello stesso tempo anche ontologica, il cui supremo termine è il vero Soggetto, e cioè Dio stesso. E qui decisamente ritorniamo alla CIAD, che risulta fortemente sottolineata in una prospettiva così strenuamente spirituale-interiore, entro la quale la dimensione erotica (desiderio) sfugge completamente a cogenze esteriori e sensibili. A tale proposito si parla non a caso di conoscenza di un vero che è solo trascendente. E questo è un oggetto del tutto sovrannaturale e trascendente di conoscenza. Non solo però, perché secondo Agostino si profila dall’altro lato (quello umano) quella “razionalità” che è poi il vero nucleo e baricentro dell’intera dimensione animico-conoscitiva.  È infatti proprio in essa che sboccia quella “parola interiore”, che poi è in ininterrotta connessione con la Parola sublime ; ovvero quella che è Logos proprio nel senso che per suo mezzo tutte le cose sono state create. Ecco allora che alla razionalità umana viene concessa la potenzialità assoluta di esistere solo per conoscere proprio la verità nella sua trascendenza. Proprio in questi termini si parla di una vera e propria “nascita” in essa della parola interiore. Con essa però non si tratta affatto di un “parto”, ovvero generazione immanente. Il fenomeno non conosce infatti alcun condizionamento naturale. Qui invece si realizza quell’estrema similitudine con l’oggetto di conoscenza (Dio) che poi,  realizzando il culmine stesso della dimensione auto-erotica dell’auto-conoscenza, assimila di fatto quest’ultima alla possibilità piena della CIAD. Ecco allora che (data anche la natura strenuamente morale di tale conoscenza) con l’auto-conoscenza si tratta del raggiungere il culmine qualitativo immanente stesso delle proprie potenzialità. Ma questa è solo una stazione intermedia, su una via che incontestabilmente ha proprio la CIAD come sua stazione davvero ultima. Ecco dunque che nuovamente la CIAD viene considerata nella sua non solo possibilità ma addirittura indispensabilità. Essa deve almeno essere concepita come orizzonte della conoscenza nella sua vera integralità.

Nel decimo libro[51] Agostino sviluppa ulteriormente il discorso fatto prima ponendo in luce il vero e proprio mistero della potenza conoscitiva propria della razionalità animica. Ed egli conduce qui il discorso in un modo che richiama molto da vicino l’intera riflessione di Platone sul rapporto tra la conoscenza animica ed una scienza del tutto previa (quindi solo trascendente) nella quale soltanto è attingibile l’autentica Verità. E quindi è in realtà sapienza. Non a caso tutta la riflessione agostiniana sulla dimensione erotica di tale conoscenza risulta riportabile fortemente alla dottrina esposta nel Simposio e che verte sulla ricerca della proprio profonda e misteriosa identità. Nascosta proprio nell’anima. È dunque in questi termini che giunge a compimento qui quella riflessione dell’Ipponate sul “conosci te stesso” che è poi di per sé fortemente platonica – ciò specificamente nel senso del richiamo all’interiore ed all’eterno quale assoluti valori. E che quindi riconduce ad una fondamentale moralità di tale atto che non è affatto solo cristiana

Nel dodicesimo libro poi Agostino riporta l’intero discorso alla realtà di quell’”uomo interiore” nel quale sembrano convergere la sua complessiva dottrina dell’imago dei (che solo in esso trova pienezza). Ed inoltre quella, di forte impronta plotiniana, della parte superiore dell’anima nella sua così forte relazione di appartenenza all’Intelletto divino. È già così evidente che la conoscenza deve essere così intesa come elevazione. È pertanto in tale contesto che la prospettiva della CIAD riemerge proprio nei termini della relazione esistenza tra la “scienza”, solo materiale corporale e sensibile (cioè immanente ed esteriore), e la “sapienza”. Che è invece solo trascendente perché concerne solo l’eterno. Come tale essa è solo contemplativa e non invece speculativa sul piano naturale.  Nonostante le consuete prudenze, a tale proposito emerge comunque qui di nuovo (sempre per mezzo di Paolo) il tema dell’elettività della conoscenza – laddove lo Spirito stesso viene qui chiamato in causa come Colui che pone in tale condizione. Ma tutto ciò viene affermato nel contesto di un’estremamente significativa precisazione circa la prospettiva della CIAD. Essa viene dichiarata essere infatti ricerca infinita. Come in quel “culto di Dio” (“theosébeia”), o anche “devozione”, nel quale la dimensione erotica trova una sua definizione specifica. Ed a proposito di questo termine va decisamente il concetto shivaitico di “Bhairava[52], che è devozione n quanto “realizzazione meditativa”, ovvero fulminea intuizione intellettuale nella quale ogni dispersione mentale si dissolve e si raggiunge così il massimo della potenza conoscitiva (quella che tutti più o meno conosciamo nel fenomeno dell’assorbimento intellettuale). Nel pensiero di Agostino si tratta comunque ancora una volta dell’accento posto sul presupposto dello stato ontologico. E se qui parliamo chiaramente di una condizione terrena e pre-mortale, tuttavia l’elemento primario non è questo bensì invece quello della straordinaria intensità dell’esperienza. Si tratta insomma con ciò di un paradigma massimo di conoscenza. Del quale poi la metafisica integrale (Viola)[53] parla – ma senza alcuna preclusione moralistica rispetto ad una CIAD tutta terrena –, a proposito di quel Principio divino da conoscere quale Identità assolutamente sovra-essenziale (al di sopra anche del Primo Ente). Ed in questo caso si tratta comunque della pienezza di un’esperienza intellettuale. Ebbene allora, il dire chi, come, quando e dove se ne può fare (o meno) protagonista non ci sembra che intacchi molto quest’ultimo aspetto. Che è da considerare quello davvero fondamentale.

Con ciò giungiamo al quattordicesimo libro[54] nel quale Agostino dichiara definitivamente che la Sapienza è Essere prima ancora che Conoscenza. Mentre tutto il resto semplicemente non è sapienza : – né la fede (come amore di Dio) né la “filo-sofia” (come amore della sapienza). Entrambe sono solo ricerca e non invece sapienza. Ciononostante egli però non nega a tale proposito la legittimità del pensare. Che è però da considerare non come sapienza bensì come un semplice “discutere la sapienza”. È la chiara indicazione di un limite. Ma anche di una prospettiva, che è quella propria della “scienza delle cose umane e divine”. La ricerca si muove pertanto tra questi due termini. Pertanto quella fede che è ricerca resta di certo nella sfera terrena caratterizzata dall’”esilio”. Ma è anche ciò si muove verso l’eternità e non verso le cose terrene. L’antidoto a tale impotenza consiste però ancora una volta in quanto dell’uomo è insieme ontologico e conoscitivo, ovvero l’interiorità animica di tipo razionale. Che supera pertanto la stessa fede, e lo fa mettendo capo ad una forma di conoscenza ben superiore (in quanto trascendente il tempo e lo spazio), che è poi la contemplazione dell’eternità.  In questo l’anima è senz’altro ben più che mente. Qui insomma la razionalità sfocia decisamente nella contemplazione, e con ciò in un piano di essere decisamente trascendente.

Ci sembra che il passo dal parlare di una conoscenza intellettuale dell’Assoluto divino (CIAD) sia qui davvero molto breve.  Insomma, a conclusione del suo intero discorso, Agostino sembra pronunciarsi qui davvero per la possibilità della CIAD. Il solo limite al quale egli la sottopone è pertanto quello che abbiamo già visto, e cioè quello di un non-pienezza di uno stato conoscitivo per il quale davvero non è detto che l’uomo funga da misura. Qui si tratta della sua attualità

in uno stato che non può essere definito in termini piattamente spazio-temporali[55]. E diremmo che proprio qui sta allora la chiave sia del concetto di CIAD sia della prossimità ad esso da parte di Agostino.

È insomma del tutto vero che va ammesso che la CIAD è irrimediabilmente lontana dalla nostra condizione terrena. Ma ciò non vuol dire affatto che tale lontananza non possa essere trascesa una volta trasceso lo spazio-tempo.

 

Conclusioni :

 

Pailiina Remes[56] mostra come la relazione tra neoplatonismo pagano e Cristianesimo abbia costellato di fatto sia la nascita che la vita del primo. E precisamente essendo all’inizio caratterizzato da una convivenza del tutto pacifica. Solo l’epilogo è stato conflittuale e perfino cruento, con la chiusura nel VI secolo della scuola di Atene e l’assassinio di Ipazia per mano cristiana (vescovo Cirillo e turbe scalmanate di proletari). Il che significa che molto probabilmente lo stato naturale delle cose è proprio quello della pacifica convivenza. Peraltro bisogna notare anche (sempre sulla base della Remes) che il neoplatonismo nasce senz’altro pagano, ma poi, nonostante questi tristi eventi, si trasfonde completamente nel pensiero cristiano. Con la nascita in tal modo di quel neoplatonismo cristiano che è poi la testimonianza vivente e storica della possibilità di convivenza tra lo spirito intellettuale-religioso pagano e quello cristiano. Però non senza che i motivi del dissidio si perpetuino comunque nel senso stesso del pensiero cristiano. Con il fatto che il platonismo non solo non ha in esso mai prevalso ma inoltre è anche stato sempre considerato con molto sospetto se non antipatia. E ciò poi con l’ovvia conseguenza che molti pensatori neoplatonico-cristiani sono andati molto vicini al rogo o almeno al ludibrio ufficiale (Origene, Dionigi, Scoto Eriugena, Eckhart, Bruno…).

Ma comunque va preso atto del fatto che chi è stato maggiormente interessato al dissidio è stato proprio il Cristianesimo. Anche se con l’imperatore Giuliano vi fu un movimento contrario e non poco influenzato proprio dalla teologia di stampo neoplatonico. Ma si trattò appena di una parentesi della storia. Chi semina vento, però, non può che raccogliere tempesta. Ed ecco allora l’inevitabile svilupparsi progressivo di un movimento di idee del tutto contrario. Nutritosi per lunghi secoli delle linfe di dottrine occulte non solo di per sé ma anche per il rischio di persecuzione cui erano continuamente esposte (gnosi, ermetismo alchemico…), esso è poi esploso e fiorito tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Con uno scenario estremamente vario e composito di idee ed intenti. Troppo per essere qui sintetizzato. Di questo movimento di idee ci interessa in particolare la parte più positiva e costruttiva (in quanto affatto iconoclastica), cioè la corrente di studi che abbiamo già menzionato (con le sue principali voci) nella definizione di ciò che “Scienza sacra” (o anche “metafisica integrale”). Ebbene proprio in tal contesto la dottrina metafisica pagana greco-romana (in gran parte neoplatonica) veniva ripresa in forte considerazione. E con ciò si sviluppava comunque (e non senza ragione) un atteggiamento decisamente anti-cristiano e pro-pagano. Del quale può essere considerato significativo rappresentante quel Viola che da noi è poi considerato obbligatorio punto di riferimento dottrinario nell’esplorazione del neoplatonismo pagano connesso alla metafisica integrale. Ebbene la sua polemica anti-cristiana ha appunto moltissime e fondatissime ragioni. La prima della quali può però essere considerata proprio la mancata giustificazione della polemica anti-pagana da sempre sviluppata dal Cristianesimo. La cui così piatta se non volgare virulenza si può constatare proprio nelle critiche ad un pensatore come Porfirio, così come espresse da ingegni davvero notevoli (come Agostino).

Ora, a noi personalmente sembra che tutto ciò non ci fa procedere di un solo passo entro quello scenario della Modernità il cui fenomeno prevalente è proprio l’atto violento, ormai irreversibile, dell’annientamento di tutto ciò che è “metafisica[57]. In primo luogo se essa è religiosa, e specialmente in modo davvero strenuo (in quanto decisamente iper-razionale, spiritualista ed interiorista). Come avviene appunto nell’intero neoplatonismo – cristiano o pagano che sia. Crediamo che sia dunque giunto il momento di archiviare ogni dissidio. Così che, almeno nel contesto della metafisica più autenticamente religiosa, cioè quella neoplatonica, è decisamente giunto il momento di cercare i motivi di convergenza e non più quelli di conflitto tra Paganesimo e Cristianesimo. Ebbene, tali motivi sono evidenti nell’opera di pensatori neoplatonico-cristiani (come appunto Origene, Dionigi, Eriugena ed Eckhart) presso i quali la continuità tra neoplatonismo pagano e cristiano è più evidente[58]. E ciò senz’altro per la decisiva intermediazione del neoplatonismo cristiano greco, e cioè quello della Patristica greca (Basilio, Massimo, Gregorio di Nissa, Gregorio da Nazanzio, Nemesio). Ma abbiamo anche visto in Porfirio che ciò trova una precisa eco anche dal lato pagano.

Ed è esattamente su tale aspetto che questo articolo intende focalizzare l’attenzione degli studiosi e dei lettori. In particolare però di coloro ai quali sta a cuore la sopravvivenza storica di una metafisica religiosa – per quanto in una nicchia isolata dalla moderna devastazione.

Ma un ultimissimo argomento va aggiunto a tutto ciò. E questa volta abbastanza sbilanciato verso la sfera cristiana del pensiero metafisico. Ma siccome il tema della CIAD ha rappresentato il nostro principale punto di vista in questo articolo, vedremo subito che il nostro argomento rientra benissimo anche nella sfera pagana dello stesso pensiero. In realtà (come peraltro supportato dal significato primario del termine “mistico”, e cioè quello relativo al “mysterion”) la mistica è per definizione una, e non conosce pertanto, almeno in via di principio, alcuna differenziazione confessionale. Ciò già storicamente – come mostrato dalla così forte tendenziale convergenza della mistica pagana con quella cristiana (come si presentava nel pieno dell’era neoplatonica) e come mostrato anche dal fatto che l’intera mistica cristiana (specie nella sua così strenua fase del XVI secolo presso i suoi pensatori ispanici) sconfina di fatto in una metafisica religiosa in cui Paganesimo e Cristianesimo sono davvero difficilmente distinguibili[59]. Ma la cosa diviene ben più impressionante proprio quando si prende in considerazione primariamente la CIAD. La mistica è infatti (del tutto intuitivamente) l’attualità stessa più piena di quest’ultima. Pertanto tutte le prudenze adottate dai pensatori cristiani, nel pensare l’effettiva possibilità di una CIAD, recedono davanti alla vera e propria sua evidenza nell’unione mistica. Infatti, come che stiano o non stiano le cose, il mistico guarda realmente in faccia a Dio. Come è spiegabile questo da quel punto di vista (sia teologico che filosofico) che fa di tutto per considerare irrealistica tale realtà? Ed ecco allora quell’accusa di insania mentale al mistico che poi fa prestissimo ad estendersi all’intera metafisica, ed ovviamente anche all’intera esperienza religiosa. Significativo però il fatto che proprio la moderna ricerca empirista sull’esperienza religiosa[60]  prenda le mosse proprio dalla profonda messa in discussione di tale accusa. E su questa base poi essa ci illustra addirittura i così coerenti meccanismi fisiologici cerebrali per mezzo dei quali l’esperienza mistica può essere descritta, compresa ed anche giustificata[61].

Con la messa in discussione dell’effettività della CIAD; siamo insomma al cospetto di una gigantesca operazione di occultamento. La quale non può che avere come protagonista quel così miope “razionalismo” (comune all’intera filosofia, alla teologia e perfino a buona parte della metafisica, sia filosofica che religiosa), il cui primario effetto, come dimostrato da Schuon, è poi proprio quello di nascondere le capacità alla portata dell’”intelletto” sotto un impiego della Ragione che è però meramente fine a sé stesso. Ebbene, in questo articolo crediamo di aver apportato un significativo argomento a questa complessiva questione. Esso parte proprio dalla doverosa ammissione che la CIAD, quando intesa in termini troppo letterali (e quindi solo pedestri), è effettivamente inammissibile. E qui avrebbe completamente ragione Agostino (Cristianesimo) ed invece completamente torto Porfirio (Paganesimo). Sta di fatto però che, accostando i due pensatori, si può iniziare finalmente a vedere che la CIAD non va affatto intesa in termini letterali. La sua piena possibilità inizia infatti a delinearsi in modo chiarissimo quando si prescinde dalla sua troppo stretta collocazione entro le categorie di giudizio che sono solo dell’immanenza, e cioè in  primo luogo spazio e tempo (con il conseguente dominare di quella causalità meramente consecutiva e del fondamentale principio logico di non-contraddizione ai quali Kant ha vincolato in modo riduttivo ed inibitorio qualunque discorso metafisico). Ebbene l’esperienza mistica ci mostra proprio, ed in modo tangibile ovvero naturale (se si è disposti a credere ad essa), che esistono, nel contesto della nostra esistenza terrena, sfere di esperienza nelle quali tali categorie vengono del tutto revocate. E la sfera di esperienza propria della conoscenza dell’Assoluto divino (CIAD) rientra proprio in tali circostanze.  Non a caso Schuon[62] chiarisce che l’atteggiamento conoscitivo da tenere in essa deve essere adeguato proprio a queste ultime.

Ebbene il grande apporto dato a tutto ciò dalla moderna ricerca empirista sull’esperienza religiosa è che tutto ciò può essere anche descritto in modo scientificamente assolutamente coerente e documentato. Un discorso finalmente disinibito circa la CIAD ha pertanto il grande merito di permettere non solo la riconciliazione tra Paganesimo e Cristianesimo, ma anche di revocare l’ormai datata polemica della Ragione contro la Fede, e così anche l’orientamento fondamentalmente anti-religioso dell’intera scienza moderna.

Vincenzo Nuzzo



[1] Pauliina Remes, Neoplatonism, Berkeley Los Angeles : University of California Press 2008, 1 p. 16-17

[2] Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti,  Porfirio. La filosofia rivelata dagli oracoli, Milano  : Bompiani 2011 ; Étienne Gilson, La filosofia nel medioevo, Milano : Rizzoli 2014, I-II, p. 11-201

[3] Frithjof Schuon, Logica e trascendenza, Roma : Mediterranee 2013, 2 p. 26-28, ibd. 4 p. 53-67, ibd. 5 p. 71-72

[4] Elena Gritti, Proclo. Dialettica anima esegesi, Milano : LED 2008, Introd. p. 9-23, ibd. I-II p.  25-120

[5] Agostino, De immortalitate animae, in : Giovanni Catapano (a cura di), Agostino. Sull’anima, Milano : Bompiani 2012, i1 p. 65, ibd. iii4 p. 73, ibd. v8 p. 79, ibd. i1-vi10 p.83-85, ibd. vii 12 p. 89 ; Agostino, De quantitate animae, in : Giovanni Catapano, Agostino i1-2 p. 123-127, ibd. xxvi-xxvii, 50-53 p. 243-251

[6] Étienne Gilson, La filosofia, II, 2 p. 139-154

[7] Arnold Toynbee, Il mondo ellenico, Torino : Einaudi, 1967,  XIV-XVI, p. 200-229 ;  LMA Viola, Essere italiani, Forlì : Victrix 2015, I, II p. 35-49

[8] Julius Evola, Federalismo imperiale, Napoli : Controcorrente 2004 ; Carl Schmitt, Il Nomos della terra,  Milano Adelphi 2003, I, 3-5 p. 38-77, ibd. III, 1 p. 163-178 ; Vincenzo Nuzzo, Elogio della monarchia imperiale, Napoli : Controcorrente 2010

[9] Nota : Si trova una sensibile traccia di tale consapevolezza nello sforzo fatto da Proclo per ovviare a tale carenza [Giovanni Reale, Proclo di Costantinopoli ultimo grande esponente del pensiero greco-pagano, in : Michele Abbate (a cura di), Proclo. Teologia platonica, Milano : Bompiani 2005, I-VI p. XIII-LVI]. Ed è da rilevare anche che tale necessità era stata recepita in pieno dall’imperatore Giuliano già al tempo di Plotino.

[10] Paolo Scarpi, Le religioni dei misteri, Milano : Mondadori, 2004, II, VI p. 157-257, ibd. VII, p. 261-347 ; Plutarco, Iside e Osiride, Milano : Adelphi 1994 ;

Filippo Càssola, Inno I. A Dioniso, in : Filippo Càssola (a cura di), Inni omerici, Milano : Mondadori 2004, p.5-17 ; Karl Kerényi, Dioniso, Milano : Adelphi 2011, II, 2, IV p. 224-244 ; Raimon  Panikkar, I Veda, Milano : Rizzoli 2008 ; Anne-Marie Esnoul (a cura di), Bhagavadgītā, Adelphi Milano, 1992

[11] Alessandro Bausani (a cura di), Testi religiosi zoroastriani, Edizioni Paoline Roma 1964 ; Tersilla Gatto Chanu, Miti e leggende della creazione, Fabbri Milano 2001, I p. 30-41

[12] Robert Graves, La Dea Bianca, Milano : Adelphi 2012, 4-5 p. 71-110, ibd. 7 p 129-139, ibd. 9 p. 161-187

[13] Porfirio, La filosofia rivelata dagli oracoli, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, Porfirio, 323F-324F p. 117  – 119.

[14] Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male. Adelphi Milano 2006, III p. 53-70, ibd. IX, p. 175-206 ;  Friedrich Nietzsche, La volontà di potenza, Newton Compton Milano 2005, § 32  p. 44-45, ibd. § 95 p. 64, ibd.  § 240-296 p. 106-130, ibd. § 368-399, p. 161-177

[15] Renè Guènon, Simboli della Scienza Sacra, Milano : Adelphi 1975, p. 15-59 ; LMA Viola, Religio aeterna,  Forlì : Victrix 2004,  p. 7-79 ; Fritjof Schuon, Sulle tracce della religione perenne, Roma : Mediterranee 1988 ;  Swami Sri Yukteswar, La scienza sacra, Roma : Astrolabio 1993, p. 31-5, ibd. 107-117 ; Georges Vallin, La prospettiva metafisica, Roma : Victrix 2007

[16] Nota : Ed in tale contesto si delinea in modo estremamente significativo la “tradizione romano-italiana” così come esposta in modo dal Viola. Essa si fa infatti portatrice dell’intuizione della trascendente e divina missione storico-religiosa, in qualche modo propria dell’intero Paganesimo greco-romano, che è stata affidata ad uno specifico spazio storico-geografico ed alla sua intera cultura (in primis religiosa). Spazio storico-geografico che però non dimentica né mistifica affatto la sua ristretta identità. Anzi se ne fa carico fino alle sue estreme conseguenze (e senza alcun sagace calcolo strategico-demagogico) sul piano dell’assetto sociale (aristocratico) e dell’azione politica (esplicitamente legata alla conquista bellica). Con la conseguenza che in tal modo diviene ben più chiaro come debbano essere davvero intesi lo spirito missionario e l’afflato ecumeni stico. E quindi diviene ben più chiaro quale sia il vero sfondo della loro formulazione presso il Cristianesimo. Ma oltre a ciò diviene soprattutto chiaro che la planetarietà ed eternità della Scienza Sacra (ovviamente ben più che ristrettamente geografica e storica) non esclude affatto il suo impersonamento storico-locale. Con la conseguenza del vero e proprio manifestarsi di una suprema Realtà divina (del tutto puramente trascendente), che però è evidentemente tutt’altro che indifferente al valore specifico dell’identità di un luogo e della sua storia. Questa suprema Intenzione permette dunque che, entro le perfino oscure vicende storico-locali, possano (sebbene solo entro i termini concreti consentiti da un superiore Disegno) tralucere per un tempo lo splendore, l’altezza e la grandezza di una Realtà che è utopica come tutto ciò che è trascendente ed eterno. Ed è questo il significato che va allora attribuito alla straordinaria saldatura tra una dottrina metafisico-religiosa e le vicende dell’Imperium, così com’è avvenuta (in modo senz’altro unico e forse irripetibile) nella terra Italia con Roma al suo centro. Certamente tutte le complesse e multiformi vicende della planetaria ed ecumenica “Respublica christiana” non sono che una pallida ombra di tutto questo. E ciò peraltro anche a causa di una molto poco onesta retorica mistificatrice della vera identità nascosta sotto tali apparenze. Retorica che in primo luogo mistifica circa la vera natura dell’universalismo qui in causa.

[17] Frithjof Schuon, Sulle tracce della religione perenne,  5, p. 65-75 ; Frithjof Schuon, L’unità trascendente delle religioni, Roma : Mediterranee 1997, 8, p. 145-172

[18] Paolo Scarpi, Le religioni dei misteri, I, I p. 3-219

[19] Giuseppe Girgenti, Porfirio ierofante. Il platonismo come religione, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, Porfirio, p . V-CXV ; Pauliina Remes, Pauliina Remes, Neoplatonism, 1 p. 1-33

[20] Raffaele Torella, Introduzione, in : Raffaele Torella (a cura di), Vasugupta. Gli aforismi di Śiva, Milano : Adelphi 2013, p. 13-77

[21] Robert Graves, La Dea Bianca, Introd. p. 13-20

[22] Nota : Lo studioso suppone in quest’ultima il paradigma arcaico stesso di ogni religione proprio dello spazio culturale ed antropologico europeo, e precisamente quella religione della Grande Madre che trovò la sua fioritura nell’Egeo e che fu caratterizzata dalla divinizzazione della spiritualità femminile e della Vita.

[23] Nota : Va ricordato qui il significato originario di “mistico”, che ha diverse valenze (Paolo Scarpi, Introduzione, in : Paolo Scarpi, Le religioni dei misteri, I p. XI-XIX). Come “mystikós”  (aggettivo relativo all’insieme delle realtà “mistiche”, o τὰ μυστικά) esso indica un complesso rituale codificato, istituzionale e pubblico, di riti festivi detti anche “misteri” (τὰ μυστήρια). Inoltre indica anche la dimensione orgiastica quale “agire rituale”. Ed infine indica la necessità del silenzio esoterico, o “myesis” ( dal verbo μυῶ)

[24] Giamblico, I misteri dell’Egitto, Como : Red 1995 ; Giamblico Giamblico, Vita pitagorica,  Milano : Rizzoli   2008

[25] Julius Evola, La Tradizione Ermetica, Mediterranee Roma 2002

[26] Ernst Nolte, La rivoluzione conservatrice,  Soveria Mannelli : Rubbettino 2009

[27] Vincenzo Nuzzo, Heidegger. Il moderno pensiero della distruzione, Forlì : Victrix 2014

[28] Donatella Di Cesare, Heidegger e gli Ebrei, Torino : Bollati Boringhieri 2014, 3,2 p. 86-88, ibd. 3, 9 p. 118-121, 3, 12 p. 129-131, 4, 12-14 p. 270-279 ; Donatella Di Cesare, Heidegger & Sons, Torino : Bollati Boringhieri 2015, 2, 1 p. 77-80, ibd. 2, 8 p. 99-105, ibd. 2, 16 p. 127-130

[29] Donatella Di Cesare, Heidegger e gli Ebrei, 3, 9 p. 118-121

[30] Raffaele Torella, Introduzione, in : Raffaele Torella, Vasugupta, p. 19

[31] Giuseppe Girgenti, Porfirio ierofante. Il platonismo come religione, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, Porfirio, I, p. XXX-XXXV.

[32] Étienne Gilson, La filosofia, V p. 295-392

[33] Giuseppe Girgenti, Porfirio ierofante, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, Porfirio, I, p. XXXV-XXXIX

[34] Nota : Testo per il quale viene comunque messa in dubbio la sua paternità (Giuseppe Girgenti, Porfirio ierofante, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, Porfirio, I p. LXVII-LXIX)

[35] Nota : L’esposizione della cui prassi può essere poi constatata proprio entro la riflessione sulla dimensione “sovra-essenziale” del divino così come si trova in Scoto Eriugena [Giovanni Zuanazzi, “Dire l’indicibile. Negazione e trascendenza nel Periphyseon di Giovanni Scoto Eriugena”, Acta Philosophica, 12(1), 2003, 89-121]

[36] Giuseppe Girgenti, Porfirio ierofante, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, Porfirio, II, p. XCIX-CV

[37] Giuseppe Muscolino, Magia, stregoneria, teosofia e teurgia. La trasformazione del neoplatonismo, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, Porfirio, p. CXVII-CCXI

[38] Giuseppe Girgenti, Porfirio ierofante, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, Porfirio, II, p. LXXI-LXXIX

[39] LMA Viola, Essere Italiani, I, V p. 73-82

[40] Giuseppe Muscolino, Magia, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, Porfirio, p. CLIV-CCVI

[41] Proclo, Elementos de teologia, Aguilar Buenos Aires 1975  ; Jesús de Garay, “La dialéctica en Proclo”, Revista Archai, 5 (2010),  p. 83-90

[42] Porfirio, Sul ritorno dell’anima, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, Porfirio,  284aF-302bF p. 51-83

[43]LMA Viola, Essere Italiani, I, II-III p. 35-67

[44] Porfirio, La filosofia rivelata dagli oracoli, in : Giuseppe Muscolino e Giuseppe Girgenti, Porfirio, p. 87-278

[45] Giovanni Catapano (a cura di), Agostino. La Trinità, Milano : Bompiani 2013, I p. 10-93

[46] ibd. p. 96-175

[47] ibd. p. 242-325

[48] ibd., p. 327-371

[49] ibd., p. 408-455

[50] ibd., p. 505-547

[51]ibd. p. 550-595

[52] Vasugupta, Śivasūtra. Primo dischudimento, in : Raffaele Torella, Vasugupta, 5 p. 111-114

[53] LMA Viola, Essere Italiani, I, I p. 21-34

[54] Antonio Catapano, Agostino. La Trinità, p. 792-865

[55] Nota : Un estremamente suggestivo riflesso di tutto ciò si può ritrovare nello shivaismo, laddove lo stato di unificazione a Śiva da parte dello yogin diviene possibile proprio in forza della definitiva dissoluzione di tutto ciò che era ancora “corpo”, e quindi ancora “differenziazione” (consecuzione spazio-temporale), che è solo del molteplice (Vasugupta, Śivasūtra. Terzo dischudimento, in : Raffaele Torella, Vasugupta, 25, p. 237-238)

[56] Pauliina Remes, Neoplatonism, 1, p. 1-33

[57] Nota : Ci sembrano emblematiche di tutto questo le ragioni recentemente addotte dalla Prof. Di Cesare (vedi le opere già citate) per l’assoluzione di quell’Heidegger che è stato del tutto giustamente accusato del crimine di anti-semitismo. Il principale capo dell’atto di difesa è qui infatti proprio il presunto merito imperituro acquisito dal pensatore con la sua così radicale lotta alla metafisica (che non a caso trova proprio nell’”Ebreo” il suo bersaglio centrale). In un recente articolo abbiamo esposto parte delle nostre considerazioni critiche verso un’inaccettabile operazione come questa (Vincenzo Nuzzo, “Santo Heidegger”, www.succedeoggi.it, 23.02.2016)

[58] Dermot Moran, The Philosophy of John Scottus Eriugena, Cambridge: Cambridge University Press 2004, p. 241-242; Étienne Gilson, La filosofia, I p. 11-103

[59] Juan Cruz Cruz, Neoplatonismo Y Mistica, Pamplona : Ediciones Universidad de Navarra 2003

[60] Franco Fabbro, Neuropsicologia dell’esperienza religiosa, Roma : Astrolabio  2010, Introd. p. 15-19

[61] Franco Fabbro, Neuropsicologia,10, 1, p. 174-179, ibd. 11, 8-10 p. 246-257  ; ibd. 13, 2-4 p. 307-3171

[62] Frithjof Schuon, L’unità trascendente delle religioni, 1 p. 15-21

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