Archivio di aprile 2011

Argia

Qualche anno fa, sulla stampa locale, comparve la notizia che la vedova nera, il famigerato ragno velenoso che si credeva estinto da decenni, godeva invece ottima salute e si riproduceva tranquillamente nelle campagne sarde.

Perché tanto interesse per un ragno di pochi millimetri di grandezza, con l’addome globoso di un nero lucido punteggiato di macchioline rosse?

In effetti già i suoi colori, nella muta simbologia della natura, hanno il loro significato; sono un perspicuo avviso: attenti, sono letale! Il veleno della malmignatta (Latrodectus Tredecimguttatus), è infatti decisamente potente, circa quindici volte più potente di quello del serpente a sonagli. Fortunatamente, però, la quantità di tossina che questo ragno può iniettare quando morde, è decisamente bassa; ciò non toglie che quando l’Argia o Arza o Ardza (questi sono i suoi appellativi in sardo) punge un malcapitato, le conseguenze possono essere talmente gravi da far cadere la vittima in crisi convulsive ed alterazioni della coscienza. Scrive il Jervis: “..il morso può non venire avvertito, o essere trascurato, cosa che facilita la non identificazione della causa dei disturbi. A qualche minuto dal morso si ha la comparsa di una sintomatologia di tipo tossico generale (malessere, sudorazione)  accompagnata da disturbi neurologici specifici: dolori violentissimi che partendo dalla zona colpita si irradiano a tutto il corpo e sono particolarmente intensi nell’addome, tanto da simulare un addome acuto peritonitico, o da poter essere da parte dei più incolti riferiti a coliche o doglie da parto; disturbi visivi; ansia vivissima con depressione, pianto e sensazione di morte; in seguito segni di confusione mentale, irrequietezza e particolare tendenza a tremito e spasmi dolorosi agli arti inferiori, tali da simulare a volte movimenti di danza o movimenti convulsivi; disturbi neurovegetativi come sudorazione profusissima, congestione del volto, ritenzione urinaria e a volte eccitamento sessuale”.

Comunque con l’appellativo di  Argia (in Sardegna), viene significato anche un altro artropode: la  mutilla, una piccola vespa solitaria, carnivora, senza ali, vistosamente colorata, che si può osservare aggirarsi intorno ai formicai in cerca di vittime. Dotata di un pungiglione di ben cinque millimetri e del relativo veleno, non ha niente da invidiare alle sue cugine gialle e nere (come anche nelle conseguenze della sua puntura!). In certe zone della Sardegna, la FrumigArgia è temuta e rispettata come il ragno di cui all’inizio e talvolta è identificata con esso nel mito dell’Argia,  anche perché entrambi richiedevano, quale cura tradizionale alla loro puntura, il ricorso ad una particolare terapia.

Proviamo a spostarci idealmente nel passato……, in una di quelle estati sarde nelle, quali tutta la comunità di un paese collaborava, sotto la polvere canicolare, alla mietitura e trebbiatura del grano; è proprio qui, tra i corpi seminudi, la stanchezza, il sudore e i piedi scalzi dei contadini, che si consumava il silenzioso assalto dell’Argia, sconvolgendo, non solo il povero e operoso contadino, ma infrangendo un momento di comunione e collaborazione dal quale dipendeva la sopravvivenza dell’intera stessa comunità. E’ proprio in questo contesto, ritengo, che l’Argia ha fatto il salto di qualità, divenendo mito fino a sollecitare speciali rituali praticati sino agli anni ’60 del secolo scorso e che oramai rimarranno nella memoria sociale e culturale della Sardegna.

In un ambito culturale primitivo nel quale entità soprannaturali regolavano e dominavano la vita delle comunità, l’Argia è stata elevata da piccolo ragno (seppur pericoloso), a Essere con capacità di possedere il corpo e lo spirito del colpito che, quale elemento di una comunità che si sente a sua volta colpita nella sua interezza, viene da questa soccorso con rituali di liberazione.

Sembra quasi che, nell’immaginario popolare, la  Divinità-Ragno, occupasse un posto di primo piano fra i pericoli reali o fantastici che insidiavano i nostri antenati, come se, oltre a colpire dolorosamente il corpo del malcapitato, riuscisse a tormentarne anche l’anima.

Come negli antichi riti legati alla fertilità (tramandati fin quasi ai nostri giorni), paura ed impotenza causavano la necessità di esorcizzare le minacce legate al soprannaturale, mediante scongiuri che, senza tralasciare il mito originario, si sono successivamente rimodellati sulle nuove esperienze religiose.

Dopo l’affermarsi del cristianesimo, le invocazioni protettive e gli scongiuri contro questo pericoloso nemico, che il contadino o il pastore imparavano a temere sin da bambini, si rivolgevano a Dio, alla Madonna, ai Santi che venivano comunque accomunati alle antiche divinità legate al Sole ed alla Luna.

Le Argie, nella nuova cultura, diventano anime malvagie e dannate che, tramite il velenoso morso, trasferiscono la propria pena nella persona colpita.

L’Argia, quale presenza e minaccia per la comunità, era sempre un essere femminile che poteva appartenere a diverse tipologie di ceto e stato civile, inoltre spesso proveniva da un altro villaggio pertanto estranea a quella vita sociale nella quale si insinuava (istrangia). Viceversa, prevalentemente maschile era la casistica dei casi di possessione.

Il rituale di liberazione era un esorcismo finalizzato ad individuare le caratteristiche dell’Argia colpevole. Questo rituale prevedeva l’esecuzione di musiche, canti, travestimenti e interrogatori in presenza della comunità, coinvolta in danze e scherzi carnevaleschi, per una durata di tre giorni;  terminava quando il parassita, ormai smascherato, abbandonava la propria vittima.

Quale conseguenza del fatto che l’Argia fosse considerato un essere femminile, il corpo esorcistico prevedeva la presenza e partecipazione di sole donne (tre o sette), mentre l’unica figura maschile era quella del suonatore.

Il gruppo interveniva con diverse metodiche al fine di esplorare l’Argiato sin quando le musiche, i suoni o il comportamento degli esorcizzanti non risultavano graditi all’essere che possedeva il malato. Il successo del rituale veniva decretato da una sorta di dialogo con il  ragno che, soltanto alla fine, permetteva al posseduto di rientrare nella sfera comunitaria.

Particolarmente importante era poi il ruolo del suonatore; egli doveva avere una profonda conoscenza dei balli tipici delle varie zone della Sardegna e pertanto era suo primo compito interpretare gli spasmi dolorosi degli arti inferiori del colpito come movimenti di una danza, di cui riproduceva il ritmo, ricercando e riproducendo una musica conosciuta che avesse la stessa cadenza, in un lavoro di sincronizzazione realizzato con l‘organetto o le launeddas.

Se questi suoni erano tipici di un paese o territorio differente, questo veniva identificato dalla interpretazione popolare, come l’area di provenienza dell’Argia e tale musica veniva proposta, per i tre giorni del rito, con le stesse modalità, accompagnando il bizzarro ballo del posseduto che danzava da solo o sorretto da altri ballerini.

La musica risultava essenziale anche nella caratterizzazione dello stato civile dell’Argia.

Chi era posseduto ballava e personificava la “sua”  Argia particolare e, dal suo riconoscimento, si differenziava il conseguente rituale: se era preda di una Argiabambina (pippia o  pizzinna), veniva cullato con ninne nanne tradizionali o improvvisate, che non erano rivolte all’ammalato ma piuttosto all’entità che lo possedeva, che veniva quindi invitata a tornare ai suoi giochi infantili e non fare più ritorno.

Chi veniva punto da una Argia-fidanzata, o maritata, o nubile, o sedotta (isposa, coiada,  bagadia,  cugliunada), veniva coinvolto in una rappresentazione amorosa fatta di canti d’amore, ricerca di partner, relative nozze e parto simbolico (prentoxia-partoriente); un rituale, questo, a forte tenore erotico nel quale, grazie all’alibi della possessione, potevano emergere comportamenti pretesto atti a violare i tabù sessuali che vincolavano la vita del paese.

La vittima di un’Argia-vedova (viuda), veniva compianta invece come morta, in quanto il parassita richiedeva una interpretazione di cordoglio e pianto per il proprio sposo, preparatoria al successivo rituale di rinascita che aveva lo scopo di riportarlo in vita.

Più statiche erano, infine, le figure dell’Argia-vecchia o malata (beccia o martura), che rifiutavano il ballo, erano caratterizzate da immobilità e torpore ed il malato veniva curato con la cerimonia del focolare domestico o con l’immissione in un forno tiepido.

Anche il travestitismo aveva la sua importanza in questi rituali di identificazione/liberazione/guarigione; all’Argiato venivano fatti provare diversi costumi femminili, sino a quando, l’alleviarsi dei sintomi indicava che l’abito indossato risultava gradito all’Argia perché corrispondeva a quello del paese da cui proveniva.

Le tecniche di esplorazione comprendevano anche l’interrogatorio esorcistico nel quale l’Argia si manifestava per bocca del posseduto, dichiarava apertamente la sua identità e provenienza, i motivi della sua pena ed esternava le sue pretese. Questa fase concludeva i tre giorni del rituale, plasmati sulla effettiva fisiologica durata dell’avvelenamento.

È importante notare di come il simbolismo rituale sopra descritto, possa oscillare tra il ruolo di esorcismo terapeutico e quello della festa, tra l’esaltazione della possessione e l’aspetto carnevalesco, dovendosi rapportare ai differenti orientamenti indotti dalla presenza o meno di una componente cristiana.

Nel tempo sono state date molteplici interpretazioni a questi rituali, collegandoli magari a miti lontani nel tempo e nello spazio; sicuramente, pur avendo punti di confronto con il tarantismo pugliese legato al culto di San Paolo, l’argismo sardo era nettamente differenziato, spesso scevro dalla radice cristiana e che conservava, soprattutto nella Sardegna centro orientale, caratteristiche ancestrali e fortemente pagane con chiassate, pantomime, rituali orgiastici, in apparente antinomia con la funzione ed il simbolismo di guarigione.

Oltre alla concretezza dell’avvelenamento, il mito che si era sviluppato sull’Argia non corrispondeva a nessuna realtà oggettiva anche se ciò non aveva alcuna importanza: chi veniva punto ci credeva …., era membro di una comunità che ci credeva.

L’Argia rientrava nell’atavico sistema di esseri soprannaturali, spiriti protettori o malvagi, animali magici che permeavano la quotidianità e richiedevano quella ritualità che, oltre  ad aiutare il contatto con il divino, stabilivano un’armonizzazione tra l’individuo che compiva i riti, e la sfera sociale nella quale agiva. La possessione  Argiatica infatti, creava uno stato nel quale il malato parlava con e attraverso l‘Argia, mentre, alle persone che lo assistevano, era permesso avere un rapporto diretto ed un dialogo col Nume Possessore.

Tutte le tecniche del rituale avevano un unico scopo: rafforzare i sentimenti di appartenenza dell’individuo in seno alla comunità di appartenenza. Per mezzo di un unico ritmo, un’unica veste e ruolo, si configurava un modello di comportamento coerente in ogni particolare, ovverosia, si realizzava il passaggio dal caos all’ordine in cui, in un contesto di forte socialità, la collettività si attivava prendendosi cura del malato e reintegrandolo al suo interno.

Mario Camboni


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Storia delle antiche religioni – Il dualismo Zoroastriano

Considerato il  fondatore dello  Zoroastrismo o  religione mazdea,  Zarathustra, o Zoroastro, fu un profeta e mistico iranico inviato dal sommo dio Ahura Mazda, il cui significato è  il Signore Saggio,  per guidare verso la salvezza l’umanità soggiogata dalla malvagità di  Angra Mainyu,  lo Spirito del Male.   Ahura Mazda ”Spirito che crea con il pensiero” (avestico) è, infatti, il nome dell’unico Dio, creatore del mondo sensibile e di quello sovrasensibile della Religione zoroastriana. Non  si conosce con precisione il luogo e il periodo in cui sia vissuto Zarathustra; gli studiosi lo collocano il tra l’XI e il VII secolo a.C. Ipotesi più recenti, attestate da una verifica filologica e archeologica ritengono, tuttavia, più plausibile una sua collocazione nell’Età del Bronzo tra il XVIII e il XV secolo a.C.. Geograficamente si ritiene che possa aver vissuto e predicato tra gli odierni Afghanistan e il  Turkmenistan. Egli è il compositore  delle  Gâthâ, le quali si presentano come composizioni liriche religiose facenti parti dell’Avestā. Si tratta di diciassette inni (hâti) suddivisi originariamente in cinque canti (Yasna): il Canto del Signore; il Canto della Felicità; il Canto dello Spirito del Bene; il Canto del buon dominio; il Canto del buon desiderio. La peculiarità delle  Gâthâ, che oltre ad essere la parte più antica e venerata, è rappresentata dall’utilizzo di una lingua differente dal resto della raccolta avestica, tanto da essere assimilata ai più antichi scritti della tradizione indiana: i testi sacri  Veda.  Nell’esposizione delle Gâthâ si possono, peraltro, intravedere svariati elementi esoterici, tanto da risultare tra i testi di più difficile interpretazione dell’intera tradizione indoiranica. Sono, inoltre, presenti elementi che mettono in risalto l’alta moralità e la spiccata religiosità del profeta iranico. Tale risulta essere, ad esempio,  il passo relativo al conflitto persecutivo attuato nei suoi confronti dai  seguaci dei vecchi culti, i cosiddetti  karapan, kavi e Usij, adoratori dei  Daêva, considerate le divinità dell’antico politeismo iranico. Quel conflitto fu causato prevalentemente dall’accusa rivolta ad essi da Zoroastro, che li apostrofò come mistificatori del sacro e adoratori della falsa religione. Persecuzione, quella, che lo indusse ad emigrare dalla propria terra, come viene desunto in un passo di un canto della Gâthâ (Yasna 46, 1): «Presso quale tribù potrò rifugiarmi? Dove fuggire? Vengo cacciato dalla mia famiglia e dalla mia tribù: né il villaggio, né i capi malvagi del mio paese mi sono favorevoli, come potrò servire  Ahura Mazda?». Nel suo pellegrinare Zoroastro scelse di farsi accompagnare da pochi discepoli, i drigu (i bisognosi), i frya (gli amici) e gli urvatha (i compagni) sostenendo, nel diffondere la sua hu mereti (la buona novella) che  tutto  ciò  che  di  benefico  esiste   è stato creato da Ahura Mazdā, mentre tutto ciò che è malefico è opera di Angra Mainyu (Spirito del Male). In quel particolare contesto sociale,  politico e religioso, il polso della situazione era tenuto da una casta di guerrieri, chiamati Mairya, veneratori del  Thraêtaona, (eroe uccisore del drago). I  Mairya eccedevano spesso nella violenza e nella pratica di cruenti sacrifici notturni di indole oscura, distinguendosi nell’uso spregiudicato della pratica sessuale, dell’esercizio della forza e del furore  (aêshma). La loro mitologia e il loro credo erano imperniati su un carattere infero e predatorio, i cui simboli di appartenenza erano di indole malefica. In contrapposizione a tanta violenza e sopraffazione Zarathustra assumeva una posizione avversa alle prevaricazioni e alla insaziabili scorrerie devastatrici di pascoli e raccolti. Piena di simbolico significato nella  Ahunavaitî Gâthâ viene narrata una sorta di parabola detta “del lamento dell’anima del bue” (Gêush  urvan). Tale lamento  simboleggia  la  voce di  un essere sofferente, abbandonato alla furia di crudeli predatori e sacrificatori, alla ricerca disperata di un buon pastore. In tale allegoria viene ulteriormente messo in rilievo il conflitto in essere tra  la società e il clero tradizionale, fondato sul rifiuto della pratica sacrificale del bestiame unito all’uso di bevande allucinogene, il sauma indoiranico, apostrofato da Zarathustra come “urina” (Yasna 48, 10). Zarathustra,in antitesi a tali eccessi, contrappose la sua dottrina fondata sull’etica e sul libero arbitrio. Relativamente all’etica in quanto basata sull’esortazione alla moderazione e al buon comportamento e all’invito a rinunciare ai tanti eccessi. Congiuntamente, nell’esercizio del libero arbitrio, esortò alla fede nel Dio unico Ahura Mazdah, indicando, ma non imponendo, la giustezza dell’esistenza come atto di libera volontà, da attuarsi nella scelta della lotta della Vita contro la nonVita, del  Bene contro il  Male, della Luce contro la  Tenebra. All’uomo era data, infatti, la possibilità di scegliere, come all’inizio liberamente fecero, lo Spirito Benefico (Spenta Mainyu) e lo Spirito Distruttore (Angra Mainyu).  L’insegnamento delle Gâthâ assume qui una nuova dimensione spirituale, spiccatamente introspettiva ed estatica, nel corso della quale a Zoroastro viene rivelata l’essenza dell’esistere come opposizione tra Verità  (asha) e Menzogna  (druj). In tale esperienza estatica i due Spiriti gli appaiono: “come due gemelli in un sogno” (Yasna 30, 3-4). Il dualismo di Zoroastro infatti non è, come si potrebbe erroneamente pensare, tra spirito e materia, bensì tra i due spiriti: Spenta Mainyucontrapposto ad  Angra Mainyu; pertanto esso è ontologicamente indirizzato esclusivamente su un piano di un esistenza spirituale, interiorizzata ed estatica. Tale insegnamento determina i due stati di esistenza, materiale e spirituale, differenti e ben distinti tra loro. Questa concezione viene distinta da Zoroastro nelle Gâthâ come Vita del pensiero (manah) e  Vita corporea (tanu), perciò materiale. Nella Ahunavaitî Gâthâ (Yasna 28, 2) troviamo una corrispondente asserzione a questo tipo di concezione: “Io che intendo servirvi mediante il Buon Pensiero (Vohu Manah), o Saggio Signore (Ahura Mazda), affinché voi rechiate a me secondo la Verità (Asha) i favori delle due esistenze, la corporea e quella del pensiero”. Nella futura rielaborazione zoroastriana, pur sensibilmente modificata, non verrà mai meno, tuttavia, la distinzione netta delle due esistenze: il cosidetto mainyava (spirituale) e il  gaêithya (materiale). Il dualismo concepito dal profeta iranico, pertanto, è esclusivamente di natura spirituale, in quanto i due spiriti, il Male al pari del Bene, vengono considerati poteri universali, capaci di influire realmente sull’esistenza materiale. La spiritualità benefica viene indicata all’origine della creazione materiale, mentre la malefica è, come è scritto in Yasna 30, 4, negazione della vita:  “l’una è all’origine della “Vita” (gaya) e l’altra della “non-Vita” (ajyaiti)”. Il racconto mitico dell’origine cosmica narra della creazione di un mondo ideale, concepito nella purezza dell’uomo e dell’animale, anch’essi ideali, che lo abitarono: era il regno della Luce di Ahura Mazdah, un mondo senza peccato. Ma venne il  tempo della lotta e della contrapposizione generata dalla comparsa di Angra Mainyu,  lo Spirito del Male. Nella cruenta lotta che egli condusse per oltre tremila anni, basata sulla negazione e sulla corruzione del principio di purezza originaria di Ahura Mazdah, riuscì infine a penetrare la Luce e a sopprimere l’uomo e l’animale ideali. Da allora la terra venne invasa da creature corrotte e di origine malefica, le quali vennero generate da Angra Mainyucon l’obbiettivo di scacciare per sempre il Bene dal mondo. Egli tuttavia non riuscì del tutto nel suo intento, in quanto erano compartecipi di questa tremenda lotta i semi benefici lasciati sulla terra dall’uomo e dall’animale ideali. Da questa mescolanza del Bene col Male, infatti, nacquero i primi esseri umani, ponendo fine, di fatto, all’epoca del mondo celeste senza peccato, fondato sulla purezza dell’origine. Fu il preludio della dolorosa storia conflittuale dell’uomo, tuttora chiamato a scegliere tra il Bene e il Male. Lo Zoroastrismo, dunque è un  monoteismo dualista: uno è il Signore Saggio, (Ahura Mazda) creatore di tutte le cose, due gli Spiriti avversi che si combattono per la supremazia sul cosmo: lo Spirito Benefico  (Spenta Mainyu) e lo Spirito Distruttore  (Angra Mainyu). L’esperienza estatica della  religiosità e dell’insegnamento zoroastriano è improntata, pertanto, su rapporti dualistici, altamente simbolico e di antitesi, tra la Luce, che rappresenta la Conoscenza e la Tenebra; ovvero tra manifestato e non-manifestato, tra attività e quiete, nonché sul legame e sull’influenza di questi elementi con la sfera cognitiva e quella appartenente alla vita materiale. Come si evince, dunque, monismo e dualismo non sono incompatibili fra loro, anzi, le stesse religioni si configurano e si determinano tra un dualismo estremo e un monismo assoluto, ponendosi in qualche punto definito tra i due estremi. Il monismo assoluto, che afferma un unico e indissolubile principio divino è rappresentato dall’Ebraismo e dall’Islam. Dal momento in cui subentrano fattori limitativi o influenzanti il potere di Dio, (il fato, il caos, lo spirito, la materia, il bene, il male, il libero arbitrio, etc.) le religioni si allontanano dal monismo assoluto verso l’altro estremo  rappresentato dal dualismo assoluto. Questo enumera come suo più rappresentativo esponente lo Zoroastrismo, il quale postula, come detto, due principi del tutto separati e indipendenti. Il Cristianesimo si colloca in una posizione oscillante, a seconda dei gradi limitativi che vengono assegnati al potere e alla sovranità di Dio, tra i due estremi. Esso oscilla da Lutero a Calvino, più prossimi al monismo assoluto, ad Agostino e a Tommaso d’Aquino, che si collocano in una posizione intermedia, fino all’ala del più estremo  Manicheismo. Il dualismo Cristiano, collocandosi tra queste due estremità, attinge sia dall’orfismo greco che dal dualismo mazdeo. Dall’orfismo in quanto si basa  sull’opposizione  fra spirito  e materia: il Diavolo cristiano rappresentava il Male, ma era anche messo in relazione con la materia in contrapposizione allo spirito. Il dualismo di Zarathustra rappresentava una originale ed innovativa concezione teologica nella storia della religione, in quanto, negando l’unità e l’onnipotenza di Dio, (una sorta di teologia negativa ripresa e sviluppata in seguito dal Neoplatonismo) essa tendeva in questo modo a preservarne la perfetta bontà. Egli fu il primo a sostenere il principio assoluto del Male nella personificazione di Angra Mainyu, il quale rappresenta il primo diavolo nella storia delle religioni. Pur se indipendenti e separati tra loro, i due principi spirituali zoroastriani giungono a contatto, generando un conflitto fatto di lotta cruenta e opposizione. La presenza di una divinità malvagia che si contrappone al Bene implica due importanti conseguenze: in primo luogo che l’origine del Male non è insita originariamente nella natura umana, ma in una entità esterna di concezione universalistica, da cui l’uomo si fa spesso governare. In secondo luogo il successo della creazione, ovvero del prevalere del Bene sul Male, non è affatto scontato, ma richiede la cooperazione dell’uomo  attraverso la capacità di scelta. Il Mazdeismo, benché assolva l’essere umano dal peccato originale, non è affatto deresponsabilizzante, nel senso che propugna quell’impegno sociale e spirituale necessario a determinare il valore e la dignità propria di ogni essere umano, attraverso la libera e responsabile ricerca della Verità e del significato della vita, ponendosi l’obiettivo di costruire una comunità globale in cui  regnino pace, libertà, e giustizia per tutti; e infine, nella  compiutezza del tempo di cui non si conosce l’origine, far prevalere inesorabilmente il Bene sul Male.

Sandro Secci

 

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Tratti di simbologia indoeuropea

È solo con la Ricerca e Tradizione, benché biecamente offuscata dal razionalismo illuministico, che rincominciò l’idilliaco cammino dell’uomo per pervenire alla riscoperta interiore della propria origine. In questo clima dissacrante molti scienziati, ricercatori e studiosi di ogni campo e disciplina, tendono a alzarsi in una sorta di volo utopico al fine di ricomporre idealmente, quelle strutture da adottare sul piano umano. Ecco allora di come, dalle affinità di alcuni termini indiani con quelli latini, greche e germanici, hanno origine numerose e approfondite analisi che non contemplano né coincidenze, né fatalità. In tal quadro ben si inserisce lo studio glottologico del 1833 di Franz Bopp (filologo orientalista tedesco fondatore della  Scienza Indoeuropeistica - Magonza, 14 settembre 1791 / Berlino, 23 ottobre 1867), che arrivò ad accostare la lingua sanscrita con quella persiana, greca, latina, lituana, gotica, tedesca ed, in seguito, anche con lo slavo, il celtico, l’illirico e l’armeno.

Compare quindi per la prima volta l’aggettivo  indoeuropeo (in linguistica indica una grande famiglia, gruppo o insieme di lingue dalle comuni origini, comprendente sia lingue morte che viventi in una parte del globo), oltre al termine Ario (nobile), da quelle popolazioni che si definivano tali nei confronti degli stranieri conquistati promovendosi, infatti, nobili rispetto a loro. Gli  Arii (antico ind.  ayra, antico pers.  ariya, avestico  airyo., europeizzato  ari o  arii), si possono riconoscere in un complesso di popolazioni che risiedevano in un’area geofisica localizzabile a nord dell’India e nelle zone del Mar Caspio; vissuti intorno al III-II millennio a.C., con le migrazioni esportarono costumi, usanze e consuetudini che generarono linee di vita simili con un idioma pressoché identico.

Da ovest verso est, le lingue ariane si possono così definire:

- il germanico, impiegato in Danimarca, in Scandinavia meridionale e in Germania settentrionale nel periodo antecedente al 500 a.C., tuttora espressione continuata nelle lingue scandinave, nel tedesco, olandese e inglese;

- il  celtico, usato storicamente nelle isole Britanniche, Gallia, alcune zone della Spagna, Italia del nord e, in modo più ampio, ad ovest e sud della Germania (da cui proveniva  originariamente lo stesso antico popolo), in Irlanda e in ristrette zone del Galles, della Scozia e della Bretagna;

- le parlate italiche, multiple e distintamente differenti come il latino-falisco (usato sul basso corso del Tevere e sui Colli Albani), il  veneto (compreso tra l’Adige e l’Istria), l’osco-umbro (usato dalle genti umbro-sabelliche circoscritte nell’area dell’Italia centrale appenninico-adriatica), con linguaggi minoritari compresi tra il sud del Lazio (ausoni) e la Sicilia (siculi);

- l’illirico, ancora oggi presente anche se profondamente modificato nell’albanese, storicamente diffuso tra la Grecia settentrionale, l’attuale Jugoslavia e l’Austria; un esempio di parlata illirica vi fu anche nella Puglia arcaica (iapigi e messapi);

- il  tracio, nella Romania, Bulgaria (daci), Ungheria dell’Est e, dai Carpazi, fino alla fonte del fiume Dniester; una ramificazione del tracio è la parlata dei frigi che popolavano la Frigia antica (regione dell’Anatolia centrale), da mettere a ragguaglio con i cimmerii che risiedevano invece nel sud Ucraina;

- il  greco suddiviso in  ionoco,  eolico,  dorico e  macedone (anche se quest’ultimo contaminato dall’illirico);

- il baltico, con i suoi linguaggi lettone, lituano e prussiano;

- lo slavo, odiernamente utilizzato in ampie estensioni in Europa orientale e Asia (polacco, cecoslovacco, bulgaro, serbo-croato e russo), ma in principio diffuso in un ambito territoriale compreso tra Vistola e le paludi del Pripjat e Dneper;

- l’ario, adoperato dai  nobili delle steppe prima  che della scissione politica del territorio da cui ebbe origine la Persia, il Kashmir e il Gange;

- l’ittita, parlata in Anatolia all’inizio del secondo millennio;

- il tocario, presente nel Turkestan cinese sino al VII secolo d.C. .La stretta affinità tra le lingue non può far altro che condurre a: un’unica radice (Ursprache), un unico popolo (Urvolk), un’unica antica patria (Urheimat); un massiccio fenomeno migratorio.

Con gli spostamenti gli indoeuropei incontrano la betulla, la quercia, il pioppo, le conifere e gli animali come il lupo, il cervo, il castoro; assegnano i nomi alle stagioni; imparano come le foreste, radure, tutto viene illuminata dai raggi di luce che, spezzando le tenebre della immensa selva, riconobbero come sacra e divina.Un altro simbolo, tra i più importanti, nella ritualità indoeuropea e rappresentato dal Fuoco; espressione della luce che, con la sua sacralità trascendente, permette la visione degli angoli più oscuri del cosmo, finisce per assumere il nome di dyeus(dio supremo), emblema della purezza ascetica assoluta. Identico nucleo sacrale è riconoscibile anche nei riti romani della purificazione delle armi, nell’Armilustrium(officiato il 19 Ottobre) e quelli delle  Parilie (21 Aprile); nelle popolazioni indoeuropee di ramificazione orientale (satem, gli odierni persiani); in Grecia con Hestia (da hestiàò, ovvero, accogliere nel focolaio domestico), la dea del fuoco che arde in ogni focolare.

Eppure, sebbene il fuoco è annoverato nella simbologia del principio maschile, esso riconduce all’eterno femminino in quanto forza di vita procreatrice in ambito domestico. A tal proposito Julius Evola scriveva: “di contro alle acque quale principio femminile, il principio maschile fu frequentemente associato al fuoco”. Come in molti altri casi, qui si deve però tener presente la polivalenza propria ai simboli tradizionali (…)”.

A conferma di ciò, tra i numerosi cerimoniali antichi, è opportuno far menzione del cosiddetto battesimo del fuoco che, diretto ai neonati, gli iniziava ad una dimensione, una Realtà Superiore; in Grecia, per esempio, l’infante, fin già dal quinto (o decimo) giorno di vita, veniva sottoposto a tale rito che era in sostanza identico anche in India e Roma, dove però il nono giorno, dopo l’esecuzione del cerimoniale, il padre eseguiva l’imposizione del nome (dies lustricus).

Anche dopo la morte del corpo, il fuoco manifesta la sua forma simbolica prestandosi al rito della cremazione, secondo il rogo funerario, attuando quella forza che grazie al consumo degli ultimi resti  terreni, spinge il morto in forma folgorante verso l’immortalità.

Ecco dunque mostrarsi uno tra i simbolismi più antichi: la  croce. La sua forma geometrica è costituita da due semirette che si intersecano tra loro formando un angolo retto, a rappresentare due elementi uguali ma contrari nel loro significato: la parte orizzontale costituisce la valenza negativa, la terra, che separa gli inferi dal mondo celeste; la verticale riproduce quella positiva che fa interagire la vita celeste con quella sotterranea;  il punto d’intersezione delle due parti simboleggia invece la Realtà Assoluta, il Tutto…., l’Uno. Infatti la figura archetipica della croce era costituita da una forma circolare (equivalente all’Universo), divisa in quattro quadranti. Spesso la si ritrova come cerchio, come il Sole, cui venivano tolte parti del suo perimetro per meglio descrivere il movimento rotatorio e la sua funzione di dispensatore di energia.

La croce, simbolo antichissimo di certa origine precristiana, è quindi emblema di vita. Conosciuta col nome di Ankh (chiave della vita) nella civiltà egizia, diffusa in Fenicia e in Grecia come Tau (croce ansata), arrivò a rappresentare il dio Hu dei Druidi celtici; in India era invece diffusa come Svastica (croce uncinata) nella cui forma i tratti circolari del sole sono rettificati.

La Svastica, il più antico simbolo della razza indogermanica, allude: all’Est, al Sole, alla Luce, alla Conoscenza; al Sud che con il suo clima caldo sviluppa la crescita; all’Ovest, regno del tramonto del buio, dei misteri e della rinascita; al Nord che con il suo clima rigido tempra e promuove la trasformazione positiva, come l’affermazione dell’Ordine sul Caos.

Luca Cadoni

 

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Qabbalah: Le Sefirot

La parola ebraica  Qabbalah (che troviamo scritta anche come  Kabbalah, Cabala e altri modi) significa letteralmente “ricezione”.

Con questo termine si e’ soliti indicare, sostanzialmente, l’insieme degli insegnamenti esoterici (segreti) del misticismo ebraico con particolare riferimento al movimento sorto in Europa a partire dal XII secolo.

Il significato di  “ricezione” richiama il concetto di continuita’ con il tempo passato e il senso di responsabilita’ nella trasmissione degli insegnamenti culturali tramandati dai Padri: e’ compito di ogni  generazione di Ebrei,  recepire tali valori e instillarli nella generazione successiva di modo tale che questo patrimonio culturale non vada irrimediabilmente perso.

I mistici ebraici adottarono quindi il termine Qabbalah per evidenziare come anche gli insegnamenti esoterici  fossero un bene che il tempo passato affidava  loro per continuarne l’opera di diffusione sebbene in ambiti piu’ ristretti dato il loro carattere “oscuro”.

Fin dall’inizio, la Qabbalah volle esere prima di tutto, un approfondimento spirituale che sarebbe servito a dare vigore alla vita religiosa ebraica e, a fornire una spiegazione simbolica sia delle immagini e temi biblici che, delle comuni azioni quotidiane prescritte  a ciascun ebreo: derek ha-hemet, “il cammino della verita’” o hokmat ha –emet, “la sapienza veritiera” sono gli appellativi che vennero usati per definire tale dottrina.

Punto d’inizio per i cabbalisti, fu la simbologia presente nella Bibbia ebraica: con l’intento di scoprire i significati nascosti-occulti, i maestri ebrei iniziarono a elaborare una serie di raffinati strumenti esegetici che li portarono a concentrarsi anziche’ sul significato dei libri della Bibbia o su determinate unita’ narrative, su singoli versetti e su singole parole

Inizio’ un’opera di “deframmentazione” dell’opera biblica che, porto’ ad una metamorfosi del significato originario: singole frasi, singole parole, singole lettere venivano riassociate per cercarne significati non rilevabili dalla semplice lettura del testo.

Queste procedure di ricerca di corrispondenze fra parole/frasi (mediante assonanze, rapporti etimologici, legami numerici e permutazioni di lettere) , erano gia’ ben presenti nel mondo ebraico con l’Haggadah (racconto).

Questo termine indica sia la parte narrativa della letteratura rabbinica, sia il testo che viene letto durante la Pasqua: il metodo haggadico e’ quindi il metodo di interpretazione del testo biblico che sta alla base dell’esegesi cabalistica.

A questa fondamenta (l’haggadah) si aggiunsero nei secoli nuove componenti che guardarono non solo al mondo ebraico, ma anche alle idee provenienti dalla Grecia su Gnosi e Neoplatonismo sull’idea del mondo divino, della creazione e dell’emanazione.

Base di questa commistione di idee, fu il primo testo cabalistico: il Sefer  yesirah (il libro della formazione), testo il cui autore e’ sconosciuto (anche se su alcune versioni si dice che Abramo oralmente lo avrebbe tramandato ai suoi discendenti) e, che, si fa risalire circa al VII secolo.

Questo testo fondamentale manca quasi completamente di citazioni bibliche e, si lancia, in un strabiliante intreccio fra le lettere dell’alfabeto ebraico e le  SEFIROT: è l’inizio della speculazione cabalistica!

La parola sefirah (al plurale sefirot) che fino ad allora era stato usato col signifi

cato di “conta” (misura di un ciclo), assume un valore allusivo molto piu’ ampio: le sefirot diventano “manifestazioni del Divino”-“Emanazioni della Luce primordiale” strettamente connesse col valore numerico dieci (il sefer yesirah infatti  recita: “ Dieci Sefirot senza niente, dieci e non nove, dieci e non undici; considera nella tua saggezza e saprai nell’intelligenza.”).

Le Sefirot sono quindi dieci e, sono disposte a formare un diagramma detto: “Albero della vita”.

 

Il diagramma di  cui sopra e’ quello classico, in realta’ (vedi il libro Qabbalah Visiva di Busi) abbiamo Alberi della Vita a forma di sfera, cerchi concentrici,ruote intersecate, etc.

Il  concetto di sefirot subira’ comunque delle evoluzioni, dei cambiamenti soprattutto fra il XII E XIII secolo ( Zohar, Sefer-ha-Bahir) anche se e’ comunque possibile evidenziare tratti comuni alle diverse scuole cabbalistiche.

Prima di tutto, tutti i cabbalisti  ritengono le sefirot dei “gradi”, cioe’ livelli attraverso i quali Dio si manifesta nel suo creato.

Queste emanazioni sono invisibili ma, il loro agire sostiene la realta’ alimentandola, cosa questa percepita sia nel macrocosmo che nel microcosmo.Furono create in uno specifico ordine (la creazione fu chiaramente intenzionale, non casuale) e, non sono differenziate dall’Ein Sof, e’ invece differenziata la loro attivita’ nel regno finito della Creazione:  ci sono diverse immagini che rappresentano l’apparizione di  questa pluralita’ nell’Uno come per esempio, quella della candela che brilla in mezzo a dieci specchi posti uno nell’altro e, ognuno,  di un colore diverso dall’altro.

Tutte anche se disposte in un determinato modo, sono egualmente vicine alla fonte Emanante e, si congiungono in unioni mistiche grazie ai ventidue canali di unione ( 22 come le lettere dell’alfabeto ebraico), verso l’alto e verso il basso.

L’ordine classico delle Sefirot è il seguente:

1) Keter Elyon (corona suprema) o semplicemente Keter;

2) Hokmah (saggezza);

3) Binah (intelligenza);

4) Hesed ((clemenza/amore) o Gedullah (grandezza);

5) Gevurah  (potenza) o Pahad (terrore) o Din (giudizio);

6) Tiferet (bellezza) o Rahamin (misericordia);

7) Netzah (eternita’/vittoria);

8) Hod (fasto);

9) Yesod (fondamento) o Saddiq;

10) Malkut (regno) o Atarah (diadema).

Come gia’ detto il loro  numero e’ dieci anche se ne esisterebbe una undicesima chiamata Da’at (conoscenza) che unisce e  fonde la forza di Hokmah e Binah, simboleggiando il divario tra Dio e L’uomo.

La caratterizzazione delle Sefirot e dei loro attributi è stata ed è di fonte di inesauribili speculazioni meramente soggettive per cui i cabbalisti erano soliti ripetere: “ tutto è visto dalla prospettiva di colui che riceve” intendendo così,  l’impossibilita’ di tradurre compiutamente con parole “l’intraducibile”…….

Comunque detto questo, continuando a descrivere i caratteri generali del pensiero cabbalistico, possiamo evidenziare per esempio, una  prima divisione in due gruppi delle Sefirot: un primo gruppo composto dalle prime tre e un secondo dalle restanti sette.

Il primo gruppo (Keter, Hokmah, Binah) viene definito “delle sefirot superiori/occulte” intendendo una maggiore vicinanza all’Emanatore, il secondo gruppo e’ detto “delle sefirot inferiori o della costruzione” e  permeano il mondo della manifestazione regolato dalle leggi della dualita’.

Un’altra divisione separa l’uno dal nove, per cui Keter e’ distinta dalla nove piu’ basse come Malkut dalle nove superiori: come la prima è staccata dalle altre perché  inconoscibile ed impenetrabile ( qualcuno addirittura la identifica con il 5principio emanatore….), così Malkut  e è separata dalle altre perché prossima al mondo materiale.

Un ulteriore raggruppamento viene poi fatto distinguendo nell’albero sefirotico tre diversi assi:l’asse di destra (Hokmah, Hesed e Netzah)  vede la discesa delle forze celesti e rappresenta L’Amore, quello di sinistra (Binah, Gevurah, Hod) è l’asse della risalita e simboleggia la Forza, quello centrale (Keter, Tiferet, Yesod e Malkut) è l’asse della Compassione che unifica gli opposti manifestando la presenza e pienezza del divino.

Senza quest’ultimo, l’albero sefirotico diventerebbe l’albero biblico della conoscenza del bene  del male (viene anche definito come Via Regale).

Spostiamoci ora sul vero e proprio processo di emanazione.

Per i cabbalisti (vedi soprattutto il testo dello Zohar e testi ad esso ispirati) tale processo viene distinto in quattro mondi: quello dell’emanazione vero e  proprio, quello della creazione, quello della formazione e quello della realizzazione.

Questi diversi nomi stanno a significare la trasformazione del tipo di influsso delle sefirot sul cosmo per cui mentre  il mondo dell’emanazione è retto da forze immateriali, dal mondo della creazione agli altri, l’agire delle sefirot avviene attraverso mezzi sempre piu’ concreti: nel mondo della creazione si realizza il trono della gloria divina, nel mondo della formazione le schiere angeliche e, nell’ultimo, quello della realizzazione, il firmamento con i pianeti e anche, gli influssi malvagi.

Ogni mondo ha in sé una diminuzione di livello di energia rispetto al precedente che l’uomo (studiando e contemplando) puo’ arrivare a comprendere secondo un percorso a ritroso dal mondo della realizzazione fino a quello dell’emanazione.

Ma come il mistero dell’ Ein Sof da’ origine all’emanazione?

Qua’ la risposta dei cabbalisti è veramente originale e sorprendente per affinità  alla teoria del Big Bang:

L’Ein Sof si ritrae completamente “da se stesso” in un punto ben preciso come  “… di persona che raccoglie e contrae il suo respiro…” e poi, in un moto spontaneo e benefico, un’immane propagazione di luce si irradia senza confini nel cosmo..

La luce dell’emanazione diede vita a vasi (kelim) entro i quali tale luce si raccolse: tali vasi erano le Sefirot.

I primi vasi  riuscirono a sopportare quest’energia, gli altri si ruppero e diverse particelle luminose si persero nell’oscurita’.

La luce torno’ subito verso l’alto ma questi disordinati frammenti rimasero staccati da questa risalita di energia, segui’ una seconda discesa dall’alto al basso dell’energia che, pero’, notevolmente attenuata in potenza, potè essere sopportata dai vasi inferiori, ponendo fine al moto di discesa.

I frammenti di vasi rimasti separati (con le loro scintille di luce  primordiale) diedero vita ad un residuo nocivo per il cosmo: queste sono l’origine delle Qellipot (scorze), le forze negative del male.

L’incapacità dei vasi sefirotici di contenere la luce divina, diede luogo alla necessità di ripristinare l’idea originale  in tutto il creato e, per i cabbalisti (in particolare Luria),  la liberazione delle scintille divine rimaste imprigionate, puo’ avvenire solo con l’aiuto dell’uomo che diventa così, elemento fondamentale dell’intero cosmo.

Questa idea dell’emanazione viene definita Zimzum che significa, appunto, “contrazione”.

Secondo altre idee cabbalistiche, L’Ein Sof creo’ miliardi di mondi prima di arrivare a quello attuale e, dal continuo nascere e morire di questi mondi ancora  imperfetti, il residuo avrebbe determinato la negatività che ancora percepiamo nel nostro mondo.

In un difficile capitolo dello Zohar, chiamato “Idra rabba”, abbiamo le conversazioni fra diversi mistici che espongono il processo dell’emanazione divina, attraverso due figure di luce in forma di macroantropi (sostanzialmente grandi uomini)  chiamate: Arik Anpin  e Ze’er Anpin.

Arik Anpin  è un termine aramaico che significa di “volto/naso lungo” (riferito a Dio “lento all’ira,longanime) e rappresenta l’aspetto inconoscibile di Ein Sof e della sefira Keter, Ze’er Anpin significa “di volto/naso piccolo” (riferito a Dio “Irascibile”)  e rappresenta la sefira della sapienza (Hokmah) e quelle ad essa inferiori; questi due macroantropi simboleggiano la discesa dell’energia divina dalle sefirot superne (rappresentate dall’Arik Anpin) verso le sefirot inferiori (rappresentate dallo Ze’er Anpin).

Questi due gradi del Divino, verranno descritti  nei minimi dettagli con particolare attenzione alla testa (…… il bianco del cranio della sua testa diffonde quattrocentomila mondi… da esso gocciola rugiada…) dove le ciocche dei capelli, gli occhi, la bocca, il naso diventano simboli della potenza di Dio.

Qualcuno potrebbe rimanere stupito da tale rappresentazione antropomorfa in considerazione dell’aniconismo ebraico, ma la cosa venne diciamo risolta, intendendo con tali immagini, non direttamente la divinita’, ma solo il suo riflesso visibile: accanto a questo ve ne è uno occulto praticamente inafferrabile.

Miele d’aranci

 

 

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Betile. Solo pietra?

Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carrai [10]. Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo  [11]. Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa (omissis) [12].  Ebbe timore e disse: «Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo» [17]. Alla mattina presto Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità  [18].  E chiamò quel luogo Betel, mentre prima di allora la città si chiamava Luz (omissis) [19]. Questa pietra, che io ho eretta come stele, sarà una casa di Dio[22] (Il sogno di Giacobbe, Genesi 28, 10–22).

Dal racconto nella Genesi sembra quasi normale che Giacobbe abbia decretato la presenza del Dio nella Pietra, dando per scontato fosse essa stessa la causa del sogno, quale unione fra Terra e Cielo e che il posto dove veniva collocata sarebbe divenuto sacro.

È dalla notte dei tempi che le comunità preistoriche hanno innalzato verso il Cielo le  grandi pietre, adorandole come manifestazione divina, utilizzandole come calendari solari e lunari, erigendole come steli funerarie degli eroi di allora. Una cultura megalitica, questa, che fiorì principalmente in Europa ma che si spinse ben oltre, finanche in India e Sud America, dove si possono facilmente trovare splendidi allineamenti di menhir

Menhir, dal bretone “men hir” (pietra lunga), è solo una delle espressioni con cui vengono identificate questi elementi. Fra le altre:  Bautasten (pietra eretta); Runestone (pietra delle rune);  Perda fitta (pietra conficcata) e poi  Betile (dall’ebraico “beth ‘El” o dal cananeo “Baith ylia”).

Inserite verticalmente nel terreno, isolate o insieme a monoliti similari a formare cerchi (cromlech) o allineamenti, si possono ammirare come silenziosi guardiani di antiche sepolture….., come misteriosa presenza davanti alla facciata di una Tomba dei giganti.

La loro dimensione varia considerevolmente: i più piccoli hanno un’altezza di circa venti centimetri, mentre il più grande risulta essere stato il  Grand Menhir Brisè (Gran Menhir Spezzato), che ora giace diviso in quattro frammenti nella 2campagna bretone (originariamente doveva essere alto circa venti metri e pesare 330 tonnellate).

Quando si parla di megaliti la mente li accomuna abitualmente alla cultura celtica o bretone ed ai rituali druidici […]. Oggigiorno, grazie alle nuove tecnologie, si ha praticamente la certezza che il  megalitismo si sia evoluto, con infinite sfaccettature, dal neolitico sin quasi all’attualità, e che la parentesi celtica sia stato solo un momentaneo riappropriarsi di precedenti elementi.

Tuttavia, malgrado le numerose teorie e le troppe congetture, si conosce ancora poco delle pratiche religiose dei popoli che, circa 5000 a.C., innalzarono i primi menhir. Ragionevolmente si può comunque ipotizzare che questi fossero inizialmente utilizzati nei rituali di fertilità, o quali indicatori dei cicli stagionali, da quelle comunità che non soffrivano la dicotomia scienza/misticismo ed i sacerdoti erano astrologi ed astronomi, assieme.

Col passare del tempo (e delle culture), molti  betili furono distrutti per fornire il materiale per innalzare monumenti di altre, diverse e nuove espressioni megalitiche (che poco o nessun contatto avevano con le precedenti), quali convenienti cave di pietra per realizzare massicciate stradali o, più semplicemente, furono vittima dello spietramento di terreni per uso agricolo.

In Scandinavia e Svezia i  menhir hanno continuato ad essere innalzati (anche successivamente all’Età del Bronzo), principalmente come cippi funerari sulle ceneri di re e valorosi guerrieri, o come steli commemorative di grandi uomini, evolvendosi, fin dal Medioevo, nelle famose  runestones  (così chiamate per le iscrizioni in caratteri runici).

Le più grandi concentrazioni di monoliti si trovano in Francia. A Karnag (Carnac) in Bretagna, si possono ammirare allineamenti con più di 3000  menhir che si ergono in file (lunghe finanche quattro chilometri) in cui le pietre più alte sono localizzate verso Occidentale e le più basse, invece, sul lato orientale; qualche fila termina con un  cromlech (cerchio di pietre). In Sud America si possono trovare menhir in Colombia, dove sono reputati la rappresentazione degli antenati), ed in Argentina, in cui presumibilmente venivano usati nei riti di fertilità. In India ne sono stati censiti e catalogati centinaia, grandi e piccoli; in Italia si trovano in grande concentrazione soprattutto in Sardegna e Puglia.

Sul motivo per il quale i nostri lontani progenitori abbiano eretto queste pietre monumentali è stato immaginato e scritto un po’ di tutto….. Però, nella Bibbia, 3oltre alla divinizzazione del Betilo di cui si è riferito all’inizio, si ritrova anche un utilizzo commemorativo di particolari avvenimenti quali, per esempio, l’attraversamento del Giordano per cui furono eretti dodici pietre a perenne ricordo (Giosuè IV, 1-3, 7, 9).

Particolari raggruppamenti di  menhir in allineamenti, disposizioni circolari o a ferro di cavallo, fanno ipotizzare una loro funzione quali calendari astronomici (a testimonianza di avanzate conoscenze matematiche). I monoliti eretti in Puglia, invece, risultano tradizionalmente utilizzati come segnali per le battute di caccia (specchie), evolutosi, poi, in veri e propri sistemi di comunicazione; allo stesso modo li si può trovare lungo le strade romane quali punti di riferimento.

Certamente, dalla sua origine, il monolito si è trasformato nel tempo, percorrendo rapidamente, nell’ambito della  cultura megalitica, un contesto geografico vastissimo e mescolandosi con genti anche molto diverse fra di loro, che hanno saputo imprimere ciascuna, un’impronta caratteristica ai menhir.

Inizialmente di dimensioni contenute e prive di incisioni, erette progressivamente sempre più alte e decorate, scolpite con veri e propri corredi di armi, queste steli penetrarono via via la  dimesione della natura umana, culminando nella rappresentazione della dualità maschile e femminile con betili mammellari e falliciper la celebrazione di rituali di rinascita.

Anche chi ignora la storia ed il simbolismo di queste pietre, non può non avvertire l’atmosfera di misteriosa sacralità che le circonda; i luoghi dov’erano erette erano considerati sacri dalle comunità locali ne facevano meta di adorazione. Mal tollerato e addirittura condannato dalle religioni rivelate, in particolare dal cristianesimo, il culto dei betili si protrasse in Sardegna sino al 600 (come scrive papa Gregorio Magno), ma, considerati i modesti risultati dell’incessante repressione, si procedette ad una vera e propria cristianizzazione dei luoghi con la santificazione delle stesse steli; si scolpirono quindi, croci sui  betili, si attribuì loro il nome di alcuni santi, si edificarono chiese campestri nelle loro vicinanze, etc., mentre proseguiva senza sosta la demonizzazione anche delle altre divinità pagane (in particolare quella della luce e delle acque). Nel 1800 ca., alcuni solerti curati, dopo aver osservato gli anziani togliersi il berretto allorquando si trovavano al cospetto queste silenziose presenze, imposero perfino una vera e propria rimozione/distruzione fisica delle steli.

Molto si è teorizzato, inoltre, sulla possibilità che un certo numero di menhir sia stato innalzato in determinati punti energetici del reticolo geomagnetico della terra, quali aghi di una gigantesca agopuntura risanatrice di punti patogeni, per irradiare, nella zona circostante, energia positiva. In effetti appare plausibile che alcuni luoghi furono selezionati e modificati per potenziarne la salubrità e quindi per migliorare la vita materiale degli uomini….., per fini terapeutici o, spesso, per elevare lo Spirito umano verso Realtà Superiori. Sicuramente la scelta dei materiali e l’ubicazione delle  grandi pietre non furono casuali e se alcuni  betilifurono trasportati da località lontanissime da antiche culture che non conoscevano la ruota, questo venne fatto in ossequio a leggi dell’energia (di cui si è ormai perduto memoria) e che usava far collimare l’architettura con la medicina, suggerendo di costruire case, templi, tombe, etc., in punti prestabiliti. Anche gli osservatori più scettici o meno attenti, non possono non rilevare di come, quando un sito megalitico viene sconvolto, viene scombussolata anche la natura circostante; gli alberi crescono contorti, come in un tentativo di allontanarsi (i cosiddetti alberi in fuga), sviluppano tumori e rigonfiamenti……., come se oltre alla fisicità del sito fosse stata alterata anche la loro  salute energetica.

Ma questa cultura si è veramente spenta?

Verosimilmente no! Perdura ancora anche se in forma diversa, forse ammantata di superstizione o magari in talune originali prassi new-age. Certamente si conserva nella Tradizione, in quella più vera e sentita, in quella popolare per cui questi luoghi….. , questi simboli hanno conservato le loro virtù e proprietà sanificatrici. Ecco allora il perché alcuni monumenti  megalitici della Gallura, ricevono quotidianamente la visita di sconosciuti da ogni parte del mondo; il perché in Bretagna la Colonna di Santa Brigida è la meta di ragazze da marito che desiderano ricevere auspici per un prossimo matrimonio; il perché il  menhir di Montalgis viene visitato da donne che non riescono a concepire; il perché in Cornovaglia la Men-an-Toll (Pietra Forata), è la sede di leggende che suggeriscono la presenza di un guardiano fatato che prodiga cure miracolose tanto che, da centinaia d’anni, i bimbi malati vengono fatti passare attraverso il foro presente nel monilito.

Mario Camboni

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Dal Pimandro. La visione di Ermete – Sogno o iniziazione?

Il primo libro del Codice Ermetico,  Il Pimandro, si apre con la visione di Ermete. Una visione che porta Ermete ad incontrare Dio. Un Dio che si manifesta indefinito, immenso, incommensurabile quale del resto deve essere. Dio è per definizione inconoscibile, inqualificabile ma, comunque, onnipresente e visibile.  Dio-Creatore e Padre deve necessariamente rivelarsi alla Sua creatura preferita, deve far sentire la presenza del padre affinché l’uomo non si senta solo e abbandonato.

Questa rivelazione è necessaria per far comprendere all’uomo che la sua vita, la sua esistenza, non sono limitate al mondo materiale e tangibile, fargli capire che la sua vita va molto al di là della quotidianità e di ciò che è percepibile con i sensi. Dio, rivelandosi, vuole far comprendere all’uomo che è parte di qualcosa di più grande, indefinito, immenso: Dio.

La rivelazione trasforma i prescelti in strumenti di Dio e la loro opera servirà, per coloro che sanno ascoltarli, alla realizzazione del disegno di Dio. Questo è il cammino intrapreso, tra gli altri, da Ermete. E la descrizione presente nel Pimandro consente di avere una visione più chiara del disegno divino.

L’OPERA E IL SUO DIVENIRE

La prima e fondamentale rivelazione che Dio fa ad Ermete riguarda la natura intellettualedell’intero creato. E questo è comprensibile dal come Dio si presenta ad Ermete:  Io sono Pimandro, l’Intelligenza suprema. Io sono quel che tu vuoi e dovunque io sono con te. Il dovunque non va interpretato solo dal punto di vista fisico ma, soprattutto, dal punto di vista immateriale tanto che Pimandro invita Ermete a raccogliere nel suo pensiero tutto ciò che vuole sapere:  essere istruito sugli esseri, comprendere la loro natura e conoscere Iddio. Questo potrebbe anche significare il fatto che Dio permea di Se l’uomo. Dio è nell’uomo ma l’uomo, per la sua imperfezione e mortalità, non è completamente in Dio. L’uomo, assecondando il volere divino, può raggiungere Dio, fondersi con esso e, praticamente, diventare, tramite la conoscenza, parte di Dio.

LA CONOSCENZA: DALL’INTELLIGENZA ALL’UOMO

La conoscenza è una scoperta interiore, intellettuale ma non spontanea. Una conoscenza che necessita di uno stimolo proveniente dall’esterno: l’Iniziazione.

Questo ha vissuto Ermete nel suo incontro con l’Intelligenza Suprema.

L’Iniziazione di Ermete è completa, Dio gli si rivela e rivela come ha operato per dare origine al tutto. Ermete è l’Iniziato per eccellenza, un privilegiato da Dio affinché diventi Suo strumento.

Ermete vede la mutazione che porta dall’Intelligenza alla materia primordiale, vede e sente. Vede una Luce, Dio, e sente la parola di Dio. E’ il rumore della creazione, è il Verbo di Dio. Pimandro spiega a Ermete  quello che in te vede e intende è il Verbo, la parola di Dio; l’Intelligenza è il Dio Padre. Essi non sono separati poiché l’unione è la loro vita. E’ la Parola di Dio che consente all’uomo di comprendere i significati più reconditi, lo stesso Dio è conoscibile attraverso la Parola in quanto questa promana da Dio Padre, l’Intelligenza Suprema e creatrice. Ermete ha fame di conoscenza e il suo essere limitato, in quanto uomo, lo porta a interloquire continuamente con Dio. Vuole sapere tutto ciò che riguarda il suo mondo sensibile, l’origine degli elementi della natura. E’ solo all’inizio della scoperta. La risposta è necessariamente una: tutto ha origine dalla volontà di Dio per il tramite del Verbo. Tutto nasce dall’Intelligenza suprema, Dio, il Dio maschio e femmina al tempo stesso. Dalla volontà di Dio che, avendo preso il Verbo e contemplandovi il mondo bello, l’imitò e costruì il mondo con elementi presi da sé stessa e con germi d’anime. L’Intelligenza, il Dio maschio e femmina insieme, che è vita e luce, generò, mediante il Verbo, un’altra Intelligenza creatrice, il Dio del fuoco e dello spirito che formò, a sua volta, sette ministri racchiudenti nel loro circolo il mondo sensibile; e il loro governo dicesi Fato.

Compiuta l’opera, il Verbo di Dio si riunisce al Padre lasciando gli elementi inferiori e privi di ragione allo stato di pura materia, inermi. L’intervento divino si completa dando l’energia necessaria al compimento dell’opera creatrice:  Il pensiero creatore insieme col Verbo, avvolgendo i cerchi e imprimendo loro una rotazione rapida, riportò le sue creazioni su loro stesse e le fece girare dal loro principio indefinito alla loro interminabile fine, poiché sempre esse cominciano là dove finiscono. La rappresentazione in cerchi, o meglio sfere concentriche, esplicita chiaramente quest’ultima affermazione. Da quest’azione ulteriore hanno origine gli elementi inferiori, le creazioni inferiori, la separazione delle acque dalla terra. Nascono gli animali adatti ai diversi elementi. Ma il Dio Padre si riserva un’ulteriore creazione, l’uomo. Si riserva la creazione del suo figlio prediletto, la sua immagine terrena, materiale. Ma l’Intelligenza, origine di tutte le cose, che è vita e luce, generò l’uomo simile a sé e l’amò come la sua creatura poiché era bellissimo e riproduceva l’immagine del padre. Dio amava dunque, in realtà, la sua propria forma. L’uomo nasce dunque dall’amore di Dio. Con l’Uomo Dio è stato benevolo e forse proprio da questa predilezione ha origine la presunzione dell’uomo. L’uomo conosce Dio, ne conosce la potenza e con un estremo atto di presunzione imita Dio. L’uomo diventa creatore   e lo diventa anche per amore. L’amore per la propria immagine. E questo sovrano del mondo e degli esseri mortali e privi di ragione emerse, attraverso l’armonia, rompendo la potenzadei cerchi, e rivelò alla natura inferiore la bella immagine di Dio. E riguardandone la meravigliosa bellezza dove tutte le energie dei sette ministri erano uniti alla forma di Dio, sorrise d’amore poiché aveva visto l’immagine della bellezza dell’uomo nell’acqua e la sua ombra sulla terra. Ed egli, riguardando nell’acqua il riflesso della propria forma, s’innamorò di lei e volle possederla. L’energia accompagnò il desiderio e la forma, priva di ragione, fu concepita. La natura s’impadronì del suo amante  e l’avvolse tutto, ed essi s’amarono. (Creazione della donna ). Qui è evidente la differenza tra questo testo ermetico e il testo biblico.

Ed ecco perché, solo fra quanti esseri vivono sulla terra, l’uomo è duplice, mortale nel corpo, immortale nella sua essenza. Immortale e sovrano di tutte le cose, è sottomesso al fato che governa ciò che è mortale; superiore all’armonia del mondo, egli è schiavo dell’armonia; è maschio e femmina come suo padre e, superiore al sonno, è dominato dal sonno.

La presunzione  dell’uomo, dettata dall’amore per se stesso ne ha determinato l’aspetto mortale. In origine l’uomo, in quanto perfetta creatura di Dio, era androgino e immagine del suo creatore ma, una volta fattosi creatore, causò la separazione dei sessi.  Ecco il mistero che è stato finora nascosto. La natura unita all’uomo ha prodotto la più straordinaria meraviglia. Essendo, come t’ho detto, composta d’aria e di fuoco come i sette principii dell’armonia, la natura non s’arrestò, ma subito generò sette uomini, rispondenti ai sette ministri, androgini e d’un ordine superiore.  La generazione di questi sette uomini, come ho detto, ebbe luogo in questo modo. La terra era femmina, l’acqua generatrice; il fuoco fornì la maturità, l’aria il soffio, e la natura produsse i corpi di forma umana. L’uomo ricevette dalla vita e dalla luce l’anima e l’intelligenza; l’anima gli venne dalla vita, l’intelligenza dalla luce. E tutti i membri del mondo sensibile rimasero così fino alla perfetta evoluzione dei principi e dei generi. Essendo finito il periodo, il legame universale fu sciolto dal volere di Dio, poiché tutti gli animali, prima androgini, furono divisi nello stesso tempo come l’uomo e si formarono i maschi e le femmine. Allora Iddio disse la parola santa : “ Crescete in accrescimento e moltiplicate in moltitudine, voi tutti, opere e creature mie; e colui che ha l’intelligenza sappia che è immortale e che la cagione della morte è l’amore del corpo, e conosca tutti gli esseri.  Dopo queste parole, la sua provvidenza unì le coppie secondo leggi fatali e armoniche, e stabilì le generazioni. E tutti gli esseri si moltiplicarono per generi. E colui che conobbe sé stesso  .arrivò al bene perfetto, ma colui che, per un errore dell’amore, amò il corpo, quegli va errando nelle tenebre, sottomesso, per i sensi, alle condizioni della morte .

L’Intelligenza Suprema, a cui tutto è concesso, non ostacola l’opera dell’uomo e della natura. Accetta l’opera della natura e la creazione dei sette uomini corrispondenti ai sette ministri (principi) dell’armonia, uomini diversi dall’uomo comunemente inteso. Androgini e superiori ad esso. In pratica Dio accetta di condividere in parte il dominio con degli dei di rango inferiore.

IL LIBERO ARBITRIO  DELL’UOMO  - L’OSCILLAZIONE TRA MORTALE E IMMORTALE

Una volta dato origine al tutto, Dio interrompe il legame stretto con la sua creazione e lascia che le sue creature (ormai distinte in maschi e femmine) proseguano la Sua opera.Nel rompere questo legame universale ammonisce l’uomo (l’unico dotato d’intelligenza), ricordandogli la sua immortalità e indicandogli la causa della morte: l’amore per il corpo ”perché il nostro corpo proviene da quella lugubre oscurità ond’è uscita la natura umida di cui il corpo è formato nel mondo sensibile, donde deriva la morte. La morte non riguarda solo l’aspetto corporeo, infatti ad essa è associato il destino di colui che per amore eccessivo del corpo tralascia il suo aspetto determinante ovvero il fatto di essere nato dalla luce e dalla vita. Dio e il Padre dal quale l’uomo è nato sono luce e vita. Quindi solo la conoscenza, il sapere di provenire dalla Luce e dalla vita potranno consentire all’uomo di ricongiungersi con il Creatore. Se dunque tu sai d’essere uscito dalla vita e dalla luce e d’esserne formato, tu correrai verso la vita.

Pimandro rivela quindi ad Ermete la strada da seguire:  L’uomo che ha l’intelligenza  -rispose il Dio – conosca sé stesso.

L’affermazione potrebbe sembrare semplice e scontata ma giustamente Ermete, l’illuminato, sottolinea con la sua domanda un aspetto insito nella stessa L’uomo che ha l’intelligenza. Quindi esiste una distinzione tra gli uomini, ovvero la distinzione tra coloro che sono dotati d’intelligenza e quindi vicini al Dio Padre e quelli che invece ne sono privi e destinati a vagare nelle tenebre primordiali.

Pimandro spiega le cause di tale distinzione:  Io, l’Intelligenza, assisto i santi, i buoni, i puri, i caritatevoli, coloro che vivono in pietà. Il mio potere è per loro un soccorso e così essi  conoscono tutto ed invocano il Padre con amore e gli dedicano le azioni di grazia, benedicendolo, e gli cantano gl’inni con passione, e, prima d’abbandonare il loro corpo alla morte, detestano i sensi di cui conoscono le opere, o piuttosto, io, l’Intelligenza, non lascerei compiere le opere del corpo; come un portinaio io chiuderei la porta alle opere cattive e detestabili, rimovendone i desideri. Ma in quanto agli stolti, ai cattivi, ai viziosi, agli invidiosi, agli avidi, agli assassini ed agli empii, io sono lontano da loro e li abbandono al dèmone vendicatore che versa nei loro sensi un fuoco penetrante, li spinge sempre più verso il male per aggravare la loro pena e, senza posa, eccita le loro passioni con insaziabili desideri e come nemico invisibile, li tortura e ravviva in essi la fiamma inestinguibile.

DALLA MORTE ALL’ETERNITÀ IN DIO

Ora Ermete ha la conoscenza del tutto e il suo percorso iniziatico è quasi concluso. Manca solo un aspetto.

Ermete vuole arrivare alla conoscenza del percorso finale, l’ascensione al Padre. Pimandro, avendolo scelto per stimolare nell’uomo la conoscenza e impedirgli di smarrirsi sulla strada che lo porterebbe a vagare nelle tenebre non può certo negargli una risposta sull’argomento.  Sul principio,  - disse Pimandro  - nella dissoluzione del corpo materiale, questo consegna sé stesso alla trasformazione; sparisce la forma che tu avevi; il carattere, perdendo la sua forza, è consegnato al dèmone: i sensi tornano alle loro sorgenti e, diventati delle parti, si confondono tra le energie. Le passioni e i desideri rientrano nella natura irrazionale; ciò che resta s’innalza così attraverso l’armonia, abbandonando alla prima zona la facoltà di crescere e decrescere, alla seconda l’industria del male e l’inganno divenuto impotente, alla terza l’illusione ormai incapace di desideri, alla quarta la vanità del comando che non può più essere soddisfatta, alla quinta l’arroganza empia e l’audacia temeraria, alla sesta l’attaccamento alle ricchezze ora senza effetto, alla settima la menzogna insidiosa. E, spogliato così di tutte le opere dell’armonia, giunge all’ottava zona, non avendo più che il suo proprio potere, e canta, con gli esseri, inni in onore del Padre. Quelli che sono colà gioiscono nella sua presenza, ed egli, divenuto simile a loro, ode la voce melodiosa delle potenze che sono al disopra dell’ottava natura e cantano le lodi di Dio.

E allora salgono, per ordine, verso il Padre e s’abbandonano alle potenze e, divenuti tali, nascono in Dio. Questo è il bene finale di quelli che posseggono la Gnosi: divenir Dio. E tu che aspetti? Perché, avendo tu saputo tutto, non mostri la via agli uomini affinché, per tuo mezzo, il genere umano sia salvato da Dio?

CONCLUSIONE

Si compie così il percorso, finisce lì dove era iniziato sottolineando quanto già affermato, ovvero che tutto inizia lì dove finisce.

L’uomo, o meglio l’anima dell’uomo parte dall’alto (l’ottava zona) e nel passaggio attraverso i cerchi sottostanti (i sette ministri che rappresentano il mondo sensibile) diventa l’essere che noi conosciamo.

Nella sua discesa l’anima umana arriva a perdere cognizione di sé e viene corrotta dal materialismo. Il materialismo è il vero nemico della nostra parte immortale, ci porta a dimenticare e a volte a negare la nostra originaria immortalità.

Nel percorso inverso l’uomo si riunisce al Dio Padre e conosce ciò che noi aspiriamo a conoscere: noi stessi e Dio. L’Iniziazione diventa così lo strumento che ci consente di percorrere la lunga strada che inizia nel mondo sensibile e arriva a Dio.

p.l.m.

 

 

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Come il cielo stellato in terra 2

 

Il cielo stellato è, da sempre, uno spettacolo affascinante. Dinanzi ad esso qualsiasi parola è inadeguata, superflua e vana; il silenzio è, di diritto, un dovere perché, sebbene molti (e altri) spettacoli naturali abbiano la stessa capacità d’impressionare, il cielo stellato libera le più profonde riflessioni sulla Natura e sul Significato dell’esistenza umana. Leopardi ne “L’infinito” scrive: “…e questa siepe che dell’ultimo orizzonte il guardo esclude […]”; forse anch’egli sentiva il cielo come irraggiungibile….., come  Ultimo Orizzonte oltre al quale l’uomo, per sua natura, non può inoltrarsi se non col pensiero e, se ammesso, con lo Spirito?

È proprio questo lo Spirito che apre la Porta Celeste

È proprio questo lo Spirito della tauroctonia.

Ecco allora che ben si inquadrano anche le figure di  Cautes e  Cautopates (i portatori di fiaccola), che provano l’importanza degli equinozi:  Cautes, infatti, porta la fiaccola rivolta verso l’alto (a simboleggiare il momento in cui il sole si alza sull’Equatore…..l’Equinozio di Primavera), e Cautopates, invece, la fiaccola la indirizza verso il basso (a simboleggiare la discesa del sole al di sotto dell’Equatore……l’Equinozio Autunnale). A tal proposito già 300  anni a.C., il filosofo Porfirio nel saggio “Antro delle Ninfe”, commentava di come le anime scendevano dal Cielo per reincarnarsi sulla Terra e, una volta compiuto il loro ciclo vitale, ritornavano al Cielo oltrepassando la  Porta degli Dei  (le cosiddette Porte Solstiziali). Tale associazione richiama chiaramente il simbolismo della Luce….., quello della Vita; richiama chiaramente il cammino ascensionale delle anime per tramite del sacerdote (Pater), che agisce da intermediario tra Terra e Cielo, che apre la Via, che governa il viaggio verso la Realtà di Ordine Superiore.

La sensazione di irraggiungibilità, di estensione illimitata (nello spazio e nel tempo) suscitata dalla Visione col cielo stellato, genera sempre una mescolanza di sentimenti di meraviglia e inquietudine, finanche di timore per la piccolezza umana. Perciò, anche per coloro che, privilegiati, riescono a ri-conquistare la Visione del Cielo, riemerge sempre un’insopprimibile domanda, non certo su chi o che cosa ha generato tutto, non certo se c’è una qualche attinenza tra l’esistenza materiale dell’uomo sulla Terra e quella del Cielo sovrastante, ma piuttosto: come ri-divenire pienamente partecipi dell’Universo?

La sensazione di irraggiungibilità, di estensione illimitata (nello spazio e nel tempo) suscitata dalla Visione col cielo stellato, genera sempre una mescolanza di sentimenti di meraviglia e inquietudine, finanche di timore per la piccolezza umana. Perciò, anche per coloro che, privilegiati, riescono a ri-conquistare la Visione del Cielo, riemerge sempre un’insopprimibile domanda, non certo su chi o che cosa ha generato tutto, non certo se c’è una qualche attinenza tra l’esistenza materiale dell’uomo sulla Terra e quella del Cielo sovrastante, ma piuttosto: come ri-divenire pienamente partecipi dell’Universo?

È la Natura della ragione, il Principio, che spinge nel 1543 un astronomo e medico polacco, Niccolà Copernico, verso quel nuovo modo di fare i calcoli……, verso una nuova e diversa immagine fisica dell’universo (non quella metafisica, comunque), come ben rappresentato nel “De revolutionibus orbium coelestium”. I calcoli proposti da Tolomeo non reggono più e, anche se la teoria di Copernico non si presentava altro che come una semplice correzione, appare subito chiaro che si trattava di una radicale rivoluzione del pensiero, perché i calcoli (quelli di Copernico), implicavano che al centro dell’universo vi fosse il Sole e che la Terra fosse, in realtà, un corpo celeste che ruota su se stessa e, assieme, intorno al Sole. L’immagine del mondo, ma anche dell’uomo e della sua posizione nel Cosmo, ne risultò sconvolta, scompigliata, quasi con violenza sbriciolata, come ben traspare nei versi di una celebre poesia del 1611 del poeta inglese John Donne, intitolata “Anatomy of the world” che testualmente recita:

La nuova filosofia richiama tutto in dubbio,l’elemento fuoco è per intero spento.Il sole è perduto e la terra, in nessun uomo.

La mente gli insegna più dove cercarla.Spontaneamente gli uomini confessanoche è consumato questo mondoquando nei pianeti e nel firmamentocercano in tanti il nuovo e vedono che il mondoè sbriciolato ancora nei suoi atomi

Tutto va in pezzi, ogni coerenza è scomparsa,ogni giusta provvidenza, ogni relazione: principe, suddito, padre, figlio, sono cose dimenticate, perché ogni uomo pensa d’esser riuscito, da solo, a essere una fenice…

È la Natura della ragione, il Principio, che spinge l’uomo a concepire di non riuscire (da solo), a essere Fenice.

È la Natura della ragione, il Principio, che spinge Copernico nei suoi calcoli.

È la Natura della ragione, il Principio, che spinge nel 1609 Galileo Galilei a puntare per la prima volta il suo cannocchiale verso cielo stellato, per scoprire che l’Ultimo Orizzonte è in realtà diverso e più lontano di quello che l’osservazione ad occhio nudo aveva indotto a formulare.

L’uomo ha bisogno di identificare lo spazio e il tempo in maniera fisica, affinché possa ricollegarli col mondo; ha bisogno di identificarsi nello spazio e nel tempo, affinché possa ricollegarsi col mondo, coi sensi di cui è dotato…….., gli stessi che suggerirono a Tommaso: se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò! In questo passo del Vangelo secondo Giovanni, Tommaso rappresenta l’uomo, quello portato a credere solo attraverso i suoi sensi, quello che li crede perfetti mentre invece lo ingannano fornendo percezioni limitate e limitanti……, paradossali.

Il senso percettivo che da sempre l’uomo predilige come portatore di verità, è la vista (se non lo vedo coi miei occhi, non ci credo!). La stessa scienza ha però mostrato di come la vista sia invece uno dei sensi più a rischio di abbagli per l’eccesso di luce. Ebbene, oggi potenti telescopi offrono continuamente immagini di galassie lontane, lontanissime; però, il fatto che una pura costruzione mentale trovi sempre riscontro nella descrizione del mondo fisico, non fa altro che confermare il legame (biunivoco), tra la razionalità (limitata) dell’uomo e quella del Creato; non fa altro che confermare l’opera del dio Costruttore; non fa altro checonfermare che il Creatore non ha bisogno né di un tempo né di uno spazio. Nel “Summa Teologica” di San Tommaso d’Aquino, si può (a ragione) ben leggere: Dio è perfettamente semplice, non è unito ad altro e non ha parti.

Le prime tracce d’osservazioni astronomiche risalgono a ca. 20.000 anni fa. L’interpretazione del Cielo nella Tradizione, era un elemento fondamentale non solo per l’individuo, ma anche per la comunità che vi ri-trovava (sempre) coerenza strutturale, Dentro e Sopra di sé. Nella Tradizione  ogni cosa trova (sempre) la propria collocazione in un Tutto Organico e la contrapposizione (certamente apparente) fra Cielo e Terra, costituisce invece l’unione armonica di una macchina simbolica in cui la vita è intrisa di Significato. Nella Tradizione l’individuo è inserito in una catena, in una scala, che unisce le Stelle alla Terra, in un legame tanto concreto e solido da attuare quel mondo tendente alla Perfezione e, quindi, al soddisfacimento. Il Toro dell’iconografia mithraica rappresenta, dunque, quel legame, quella catena; rappresenta l’incarnazione dello Spirito, il vivere con profondità e completezza il proprio status (anche fisico); rappresenta l’eterna battaglia tra mondanità e Spiritualità che, per l’Iniziato, richiede senz’altro una lotta vittoriosa. Il Toro è come, per i Cretesi, il percorrere il labirinto (con una facciata rivolta verso l’esterno e l’altra verso l’interno), dove si cela il Minotauro che deve essere sconfitto affinché l’animus umano di Arianna possa ri-divenire divino.

Nella  complessa fede mithraica, ricca com’è di contrapposizioni dualistiche, l’uccisione del Toro assumeva allora, il valore di una lotta di alto significato allegorico e l’Iniziato doveva essere soldato del Bene. Per il mithraismo, in effetti, l’umanità non è metafisicamente separata dalla divinità ed esclusa da un destino divino, ma di converso può partecipare (allorquando debitamente preparata), alla funesta e incessante guerra contro il male, in alleanza col dio. Le iscrizioni dei mitrei ben documentano che l’esistenza del culto misterico rimase costantemente collegata (come quella scala) alla sfera terrena, alle umane virtù, in un tempo che, evidentemente, aveva già dimenticato l’Età dell’Oro. Pertanto, dall’esperienza della vittoria di Mithra nasceva l’atto  di Fede nei suoi poteri di Creatore/Redentore; nasceva l’impegno virile per l’adempimento del proprio Dovere; nasceva la gioia di poter celebrare, insieme, i riti misterici in eterno; nasceva il vincolo di Solidarietà e Carità con gli altri Iniziati che rinnovano se stessi, ma anche la comunità e il mondo.

Mithra è il dio della vita attiva, non muore….. non resuscita, è semplicemente un combattente vittorioso. Fu proprio questo il motivo dell’enorme successo presso la truppa che, al contrario dello strato più colto della società, non né interpretava i misteri, bensì li applicava direttamente. Pur tuttavia, malgrado il dualismo culto/dottrina (religione passiva/sofisticata filosofia), nel mithraismo l’atto del singolo trova sacralità in seno alla comunità, attraverso il forte vincolo della Fratellanza. Essa non è un rapporto innato, piuttosto é un rapporto da costruire; non è un vincolo di sangue, bensì è un vincolo di Ri-nascenza, perché figli di uno stesso sentire.

Fratellanza é un Tempio da costruire giorno per giorno col cemento degli Ideali puri della Tradizione.

Fratellanza è come il Cielo stellato in Terra.

 

e.m.

 

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