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ETICA E CONFLITTO NELLA TRAGEDIA GRECA DALLA LETTURA DI “SE’ COME UN ALTRO” DI PAUL RICOEUR

Il concetto di “nomos” (norma-legge) è in stretta connessione con quello di “ethos” (luogo in cui vivere). Il “demos” (popolo) necessita del “nomos”, perchè senza di esso avrebbe come conseguenza una società in perenne conflitto, in cui prevarrebbe unicamente la cura dei propri interessi individuali. Allo stesso modo il “demos” ha bisogno di un “ethos”, che non è solo il luogo in cui vivere, ma anche il modo in cui vivere, secondo giustizia e secondo volontà divina. Da “ethos” deriva il termine “ethikos”, “etica”, ossia l’insieme delle concezioni morali proprie di una determinata società e, in senso assoluto, la scienza della morale in quanto tale. Pertanto, se l’ethos è il costume, l’ethicos è la sua elevazione a norma morale, ossia il suo trascendimento in una istanza superiore, impegnativo per tutti i membri della comunità, e, in prospettiva, dell’umanità intera. L’elemento che funge da supremo regolatore del passaggio dall’”ethos” all’ “ethikos”, ovvero dal costume alla legge, è, appunto, il “nomos”: la volontà degli dèi, che si pone a fondamento della legge umana e le conferisce valore assoluto. Nel dramma di Antigone viene messo in risalto il conflitto tra legge umana e legge divina, intendendo quest’ultima come legge imprescrittibile della coscienza. Antigone sfida la legge umana per dare degna sepoltura al proprio fratello. Ella considera superiore la legge divina, ma incorre consapevolmente nella condanna della legge umana, accettandone le tragiche conseguenze. In questo modo Antigone afferma il principio che quando le leggi umane sono ingiuste, come nel caso di Creonte che vuole negare la sepoltura di un morto, esse non discendono dagli dei e, pertanto, non gli si può attribuire la dignità e il carattere d’inviolabilità del nomos. Lo scarto che si viene a creare tra nomos ed ethos, legge umana e legge divina, condanna l’uomo della praxis a rimettersi in discussione e a rielaborare la propria azione e il proprio giudizio, tenendo conto di una saggezza tragica, dalla quale in qualche modo discende il diritto positivo e pratico. Il percorso etico e morale, oggetto dello studio ricoeuriano, che va dal virtuosismo aristotelico al rigorismo kantiano, non sembra tener conto del conflitto generato da una saggezza tragica e una saggezza pratica, come evidenziato nel dramma di Antigone. Conflitto, questo, che invece viene ben descritto e messo in evidenza da Hegel, che però lo risolve e lo supera attraverso una dialettica universalizzante e sistematica che conduce alla teoria dello stato e pretende di porsi al di fuori e al di sopra dell’etica stessa. Il tragico, afferma Ricoeur in polemica con Hegel, non è peculiare all’epoca aurorale della vita etica greca, ma è sempre in atto e si ripresenta nei conflitti che emergono ripetutamente durante il percorso che va dall’applicazione della regola al giudizio morale in situazione. La questione posta è se vi sia una contrapposizione tra la Sittlichkeit hegeliana, in cui la libertà si concretizza oggettivandosi in forme sempre più ampie (famiglia, società, stato) e la Moralitat kantiana; ovvero se sia preponderante l’obbligo di servire le istituzioni dello stato considerandole di altra natura rispetto all’obbligo morale, fosse, questo, anche di ordine e di natura superiore. Tale opposizione, scrive Ricoeur, perde molta della sua forza se si assegna alla giustizia distributiva kantiana, vista come diritto privato, e al diritto astratto della dottrina hegeliana, un campo di applicazione più vasto. Una cosa, infatti, è ammettere la derivazione dello stato non da individui, ma da altre istituzioni, altra è conferirgli una spiritualità distinta da quella degli individui. La tesi hegeliana crolla rovinosamente a seguito dei tragici avvenimenti del xx secolo, in cui i popoli percepiscono le istituzioni come nemiche e assassine, creando una lacerazione profonda tra la Sittlichkeit e la coscienza morale. A creare questo tipo di conflitto politico è la gravità della confusione interpretativa che crea lo scarto tra potere e dominio, in cui, all’interno della stessa istanza si contendono il primato la forma, che si esprime nella Costituzione, e la forza, che si esprime nella costrizione e nell’uso legittimato della violenza. In questo modo viene ribadita, parossisticamente, l’irresolutezza del tragico dell’azione. Altro campo di conflitto, scrive Ricoeur, è quello stagliato nel secondo imperativo categorico kantiano, che si propone di trattare l’uomo e l’umanità come fine e mai soltanto come mezzo. Ma la suggestione di una inscindibilità tra l’individualità e l’umanità viene meno nel momento in cui emerge l’alterità degli individui e l’eccezione fa crollare la pretesa universalità della regola morale. In altre parole Kant, nel suo concetto di universalizzazione delle massime appartenenti all’imperativo categorico, non tiene conto dell’eccezione che si rivolge verso il beneficio dell’altro, ovvero dell’applicazione della legge a situazioni particolari. La condanna della falsa promessa, ad esempio, dimostra come l’altro possa essere preso scarsamente in considerazione. La regola, allora, sostiene Ricoeur, deve essere sottoposta ad un esame che passi dal confronto tra le circostanze e le conseguenze; ovvero deve seguire sempre la regola della reciprocità. Citando Kemp : ”è necessario situare la felicità all’interno dell’etica, ma senza che questa entri in contrasto con il dolore”. Con tale spirito, allora, si possono affrontare temi spinosi come “la vita che comincia” e “la vita che finisce”, nel senso di una visione improntata sulla responsabilità dell’agente e del rispetto verso l’altro. In questo spazio dell’eccezione, lasciato vuoto dall’etica kantiana è situato il preciso limite in cui si attua il conflitto tra il tragico della morale e la saggezza pratica. Questo spazio vuoto, tuttavia, è anche il terreno di ricomposizione del conflitto. In altre parole, nel dubbio dell’applicazione del principio etico alla “vita che comincia”, che afferma il diritto alla vita, ad esempio su un embrione, questo va rimodellato come diritto ad una “possibilità” di vita, che esclude il rischio di commettere un omicidio. Nel conflitto tra scienza e saggezza, come afferma Hans Jonas, deve prevalere il “timore del peggio”. Pertanto, una scienza che si sostituisca a Dio o alla natura, pretendendo il diritto esclusivo della sentenza, non potrà che fare male. Anche la ricerca del “giusto mezzo” talvolta non è altro che un debole compromesso, poiché il bene risulta spesso un estremo e non una medietà, come afferma lo stesso Aristotele. Rimane la questione se di un sistema morale che non abbia un supporto giuridico si possa affermare che esso possegga una coerenza propria e indipendente. Ricoeur nega la possibilità sostenuta nella tesi kantiana, di una autonomia della legislazione in quanto meta-criterio della moralità, sostenendo che non ci sarebbe un tragico dell’azione se universalismo e contestualismo non fossero, di volta in volta, considerati nelle differenti situazioni in cui vengono a trovarsi e che solo attraverso una mediazione pratica, che si affidi alla “saggezza del giudizio morale in situazione” si può superare questa antinomia. La linea tracciata da Ricoeur in questo studio è quella di porre al centro una dialettica del sé e dell’altro da sé, introducendo il principio di reciprocità e di responsabilità. La nozione di responsabilità possiede al suo interno le nozioni di prospettico e retrospettivo. Si tratta di riconoscere il proprio debito verso coloro che ci hanno preceduto e ci hanno permesso di essere quelli che siamo e, contestualmente, di riconoscerlo verso coloro che verranno dopo di noi. La responsabilità del presente, che si integra tra passato e futuro, consiste nella dialettica tra ipseità e medesimezza. L’ipseità è l’aspetto mutevole che il soggetto costruisce e modifica attraverso il “racconto di sé”; la medesimezza riguarda l’identità come medesimo, ovvero l’aspetto immutabile dell’individuo, che alcuni definiscono carattere. La “Piccola etica” ricoeuriana si conclude con il superamento della virtù e del dovere, di memoria aristotelica e kantiana, attraverso un movimento, cosiddetto, a spirale, che non chiude mai il cerchio e non si fa sistema, ma è mosso e governato da un etica della responsabilità, collocandosi in una posizione di continua e sempre rinnovata relazione e intermediazione con l’altro.

Sandro Secci

IL CHANNELLING COME FONTE DI NUOVE RIVELAZIONI

Da sempre l’uomo ha desiderato dialogare con i morti cosicchè da sempre sono esistiti medium che hanno messo in contatto gli uomini con coloro che si trovano nell’aldilà.

Il Channelling, elemento fondamentale della dottrina del NEW AGE, è una forma moderna di spiritismo, ci si mette in contatto con l’aldilà, come si sintonizza su un canale televisivo o radiofonico: un Channel.

Molti Acquariani sostengono che l’umanità sprofonderebbe nel caos se non prestasse ascolto agli ammonimenti che l’entità giunte sull’altra riva sono pronte a indirizzare agli uomini.

Il Channeling attira l’attenzione soprattutto in America nel grande pubblico e dei mass media. Ma in che cosa il Channelling si distingue dallo spiritismo classico?

In primo luogo, mentre nello spiritismo classico la maggior parte delle entità che si manifestavano, erano spiriti di morti, nel Channelling si manifestano entità di tutti i tipi: Dio, angeli, maestri cosmici, fate, elfi, gnomi, folletti, extraterrestri.

In secondo luogo nel Channelling sono rare le manifestazioni di tipo fisico, frequenti nello spiritismo classico. Non bisogna dimenticare che le opere di Allan Kardek e gli altri famosi spiritisti sono tra le letture preferite dagli Acquariani che attribuiscono grande importanza al pensiero di questi autori.

Riteniamo opportuno a questo punto esporre in maniera sintetica le principali dottrine dello spiritismo classico che è una dottrina fondata sulla credenza della esistenza, delle manifestazioni e dell’insegnamento degli spiriti. Gli spiritisti sono anche convinti che sia possibile conoscere l’aldilà utilizzando gli insegnamenti degli spiriti.

Con lo spiritismo, fin dalle origini si propose di raggiungere due fini per mettere agli uomini di entrare in contatto con le persone care morte e dimostrare in maniera oggettiva l’esistenza di un aldilà nel quale i morti conservano la loro individualità e la loro personalità. Ma si può considerare lo spiritismo compatibile con tutte le tradizioni religiose esistenti?

Per fare un esempio Allan Kardek (il più famoso spiritista della storia) ha sempre creduto che rivelazioni che aveva ricevuto dagli spiriti servissero a completare e chiarire la dottrina tradizionale della religione cattolica. Per Kardek lo spiritismo era la terza rivelazione della legge di Dio, mentre il Vecchio testamento era la prima rivelazione, il Nuovo Testamento la seconda.

Fin dall’ inizio del movimento gli spiritisti si preoccuparono di unirsi di formare il movimento con collegamenti a livello internazionale. Probabilmente gli spiritisti sono in tutto il mondo molti milioni se si contano coloro che lo praticano per ottenere contatti con parenti morti e coloro che frequentano con regolarità le conferenze spiritiche.

In sintesi possiamo dire che la intera dottrina spiritistica poggia sulle idee di evoluzione progresso indefinito e giustizia: ognuno subisce le conseguenze delle sue azioni e dei suoi pensieri e l’evoluzione degli esseri umani avviene attraverso una lunga serie di esistenze e di prove. Gli spiritisti hanno sviluppato una propria complessa concezione dell’aldilà basata sull’ informazione ricevuta dagli spiriti inoltre gli spiritisti sostengono che l’uomo é costituito da tre parti: il corpo fisico ; l’anima ( il principio immateriale che sopravvive alla morte) ; il perispirito ( esso corrisponde al corpo astrale che gli esoteristi ed è il fluido vitale che anima il corpo fisico ).

La dottrina spiritista si basa anche sulla credenza nell’esistenza di una intera gerarchia di spiriti: gli spiriti imperfetti, gli spiriti buoni, gli spiriti puri.

Alla sommità di tale gerarchia lo spiritismo pone un Dio eterno infinito e onnipotente.

Torniamo ora ad occuparci del Channelling che oltre a essere una forma moderna di spiritismo è anche una delle cause della nascita di nuove religioni in quanto crea le premesse per l’esistenza di “rivelazioni continue” in grado di dare origine a nuove religioni nate per la predicazione dei nuovi profeti. Il Channelling è una fonte di rivelazioni continue perché stabilisce un contatto permanente con entità di vario tipo in grado di rivelare in ogni momento concetti riguardanti qualsiasi argomento attinente alla dimensione religiosa. Per dirla in altro modo il Channelling permette una serie potenzialmente infinita, di rivelazioni private e la presenza di un numero altissimo di nuovi profeti il Channelling da anche luogo a un modello di religiosità incontrollabile e selvaggia dal momento che nessuno può prevedere l’evoluzione e l’andamento di queste nuove rivelazioni.

Gli storici delle religioni hanno studiato con attenzione il channelling proprio per i motivi appena detti dal momento che tale modello di religiosità derivante da esso è alla base di molte nuove religioni.

Gli Acquariani proprio perché credono nel Channelling ritengono che ogni individuo possa diventare un nuovo profeta e che le entità impegnate nel channelling forniscano continuamente nuove rivelazioni per facilitare il progresso dell’umanità e l’arrivo della nuova era.

In sintesi gli Acquariani credono nel concetto rivelazione continua e nella possibilità che nuove rivelazioni possano correggere contraddire, integrare le rivelazioni del passato oppure addirittura dire cose non presenti nelle antiche rivelazioni. Ma quale è l’atteggiamento della chiesa cattolica nei confronti del Channelling e dello spiritismo classico?

Dobbiamo dire che la Chiesa Cattolica condanna in maniera assoluta lo spiritismo e il Channelling e rifiuta in maniera altrettanta assoluta il concetto di rivelazione continua. Per quanto riguarda lo spiritismo dobbiamo dire che esso è condannato in maniera esplicita dalla Bibbia (il Deuteronomio dice che non deve essere nessuno che pratichi la magia o la divinazione oppure che consulti gli spiriti e interroghi i morti). La religione cattolica ritiene che nelle sedute spiritiche intervengono due specie di entità: i demoni e le anime dannate. Gli esorcisti mettono in evidenza che coloro che partecipano alle sedute spiritiche corrono il rischio di andare incontro a fenomeni di possessione in quanto risulta agli esorcisti che molte possessioni si verificano nel corso di sedute spiritiche. Inoltre gli stessi esorcisti mettono in evidenza che sono possibili durante le sedute spiritiche fenomeni di infestazione ambientale dovute proprio all’azione delle anime dannate che violano la legge divina che proibisce di interrogare i morti.

Per quanto riguarda il concetto di Rivelazione continua dobbiamo dire che esso viene rifiutato in maniera categorica dalla religione cattolica che ritiene che la Rivelazione si è chiusa definitivamente con la venuta di Cristo e con la morte dell’ultimo Apostolo. In sintesi per la Chiesa cattolica Cristo rappresenta lo’ ultima parola della Rivelazione ragion per cui non ci possono essere altre rivelazioni che perfezionino quella di Cristo in quanto il dialogo tra Dio e gli uomini ha raggiunto il suo apice in Cristo di conseguenza dopo le due rivelazioni (antico Testamento e Nuovo Testamento) non ci sarà una terza rivelazione. Ricordiamo che il New Age sostiene che è necessaria la rivelazione continua perché le esigenze spirituali degli uomini cambiano con il passare del tempo cosicchè servono sempre nuovi tipi di rivelazione.

Concludiamo tale articolo ribadendo che il Channelling Acquariano è la forma più sofisticata di rivelazione continua in quando a detta degli Acquariani è in grado di completare e perfezionare le rivelazioni del passato.

 

Prof. Giovanni Pellegrino

Prof. Ermelinda Calabria

I Cinque Periodi della missione del Buddha: un confronto con l’I Ching

I Cinque Periodi della missione del Buddha: un confronto con l’I Ching

[ SUDDIVISO IN DUE PARTI ]

 

[PRIMA PARTE]

Mi è capitato di leggere in Storia della filosofia orientale, libro di cui ammetto di avere ignorato anche l’esistenza poco prima di trovarlo, una pagina interessante sulla diffusione della dottrina buddistica:

 

Uno dei più illustri pensatori cinesi del VI secolo tentò un’ardita sintesi delle opposte opinioni [sulla dottrina del Buddha] allo scopo di trarre un sistema organico da tanta confusione: questo fu Chi-kai, nato nel 531 d.C.

Egli ammetteva che tutti gli esseri possiedono la natura del Buddha, ma sosteneva che la sua realizzazione dipende dallo sforzo personale. Vi è quindi bisogno dell’istruzione, e anche di un profondo impegno, onde rimuovere l’errore e giungere alle idee veraci. Questa era la pietra angolare del nuovo sistema di Chi-k’ai. Un profondo studio della letteratura buddistica lo convinse che nonostante le apparenti diversità e contraddizioni riscontrabili negli insegnamenti del Buddha, vi è in essi una profonda unità d’intenti. L’esistenza di diverse teorie filosofiche non deve far dimenticare che lo scopo ultimo è sempre il medesimo, cioè quello di superare i mali e conseguire la verità e il bene ultimo. [...]

Fu partendo da queste premesse che Chi-k’ai tentò una classificazione ordinata della letteratura e una sintesi della dottrina. Il sistema da lui elaborato era tanto ragionevole, che venne adottato da tutte le scuole buddistiche in Cina e negli altri Paesi dell’estremo Oriente,  ed è pervenuto fino a noi. [...]

Rispetto agli insegnamenti del Buddha quali sono incorporati nella letteratura, Chi-k’ai propose di classificarli in ordine cronologico. Egli suddivise la carriera attiva del Buddha in cinque periodi, in relazione ai quali classificò anche la sua predicazione.

Il primo periodo è [quello in cui] il Buddha, proprio subito dopo il conseguimento della bodhi [illuminazione o risveglio] trascorse 21 giorni sotto l’albero, abbagliato dalla luce della rivelazione. [...]

Il secondo periodo incomincia non appena egli lascia l’albero della bodhi e inizia la sua opera di insegnante religioso popolare. I suoi insegnamenti di questo periodo [...] sono riservati ai novizi e non contengono alcuna «verità sublime». Questo periodo durò 12 anni.

Nel terzo periodo, di 8 anni, si impegnò in un attacco a fondo contro le varie scritture religiose e filosofiche che predicavano dottrine contrarie alla sua fede.

Il quarto fu un periodo in cui gli attacchi delle altre scuole divennero così accesi da costringere il Buddha a rivelare ai suoi discepoli le verità metafisiche più profonde. [...] Tale periodo durò 22 anni.

Il quinto periodo fu quello culminante. Gli avversari erano stati costretti al silenzio e il buddhismo si era ormai stabilito su solide fondamenta. [...] Fu un periodo di 8 anni, che terminò con il nirvana del Buddha.[1]

 

Se, facendo un esperimento, mettiamo gli anni dei cinque periodi della vita di Buddha dopo l’illuminazione in parallelo con il libro classico dell’antica Cina, l’I Ching, Libro dei Mutamenti, e consideriamo gli anni di età di Buddha durante i periodi individuati da Chi-k’ai, emergono legami sorprendenti inerenti proprio la dinamica dell’ascesi, sia in riferimento al Buddha sia in generale:

                                                                           

Periodo

Durata

Età del Buddha

Esagramma dell’I Ching

I

21 giorni

30 anni

30, Li, L’Aderente (il Fuoco)

II

12 anni

30-42 anni

30, Li, L’Aderente (Il Fuoco) – 42, I, L’Accrescimento spirituale

III

8 anni

42-50 anni

42, I, L’Accrescimento spirituale – 50, Ting, il Crogiolo

IV

22 anni

50-72 anni

- – - (l’I Ching si ferma all’esagramma 64)

V

8 anni

72-80 anni

- – -

L’esagramma 21 è Chi-ho, il Morso che spezza:

 

Il segno rappresenta una bocca aperta, ma tra i denti si trova un ostacolo (linea al quarto posto). Di conseguenza le labbra non possono riunirsi. Per ottenere la loro ricongiunzione, bisogna mordere energicamente l’ostacolo da parte a parte.

 

Gli ostacoli sarebbero

 

i turbamenti della convivenza armoniosa portati da criminali e calunniatori. [...] Quando un ostacolo si oppone all’unione, un energico morso che spezza provoca riuscita. [...] L’unità non si può stabilire laddove è sempre compromessa da delatori e traditori, da qualcuno che ostacola e impedisce. [...] Occorre però procedere nella maniera giusta. Il segno è composto dai trigrammi Li, chiarezza, e Chên, eccitazione. Li è tenero, Chên è duro. Durezza ed eccitazione da sole sarebbero troppo violente nel punire. Chiarezza e dolcezza da sole sarebbero troppo deboli. Riunite, producono la giusta misura.[2]

 

Si tratta dunque del primo e indispensabile passo nell’ascesa (e nell’ascesi) spirituale: una netta recisione di ogni compromesso con il Male. Coloro che ostacolano e impediscono, soprattutto mediante la calunnia, sono le forze maligne: il significato greco della parola diàbolos, diavolo, è appunto questo: colui che separa, divide, che crea ostacolo (skàndalon); e il primo “luogo” in cui essi possono esercitare questa azione è ovviamente l’interiorità dell’individuo umano.

Il numero 21 è prodotto della moltiplicazione 3 × 7, e gli esagrammi rappresentati da questi ultimi due numeri implicano significati simbolici che si rivelano condizioni necessarie al significato simbolico dell’esagramma 21:

• il 3 è Chun, La Difficoltà iniziale o la Confusione iniziale, così composto:

 

Il segno inferiore, Chên, è l’Eccitante: è diretto verso l’alto; per immagine ha il tuono; il segno superiore, K’an, è l’Abissale, il pericoloso: il suo moto va verso il basso; per immagine ha la pioggia. La situazione indica dunque una pienezza densa, caotica. Tuono e pioggia riempiono l’aria, ma il caos si rischiara. [...] Nel temporale le forze in tensione si scaricano, e tutto respira di sollievo. [...] È come un primo parto. Queste difficoltà derivano dall’affollarsi di ciò che sta lottando per formarsi. [...] Nel caos della difficoltà iniziale, l’ordine è già predisposto. Così il nobile deve, in questi tempi iniziali, suddividere e ordinare la caotica abbondanza.[3]

 

Come in un temporale il tuono e il buio delle nubi precedono la distensione, anche nella sfera umana il tempo dell’ordine è preceduto da un’epoca di caos. [...] Nubi e tuono corrispondono alla struttura del segno. Qui si parla dello stato che precede la pioggia e simboleggia il pericolo. Per superarlo bisogna prima separare e poi unire, come avviene quando il temporale si scarica: dapprima nubi sopra e tuoni sotto, poi tuoni sopra e pioggia sotto.[4]

 

Dal punto di vista dell’ascesi, il caos è, naturalmente, quello interiore, proprio, della persona che si mette sulla via ascetica, e le forze che si scontrano tra loro sono le sue dimensioni psicologiche, emozionali, passionali, ognuna delle quali a sua volta in conflitto con la volontà di distacco dalla dimensione mondana dell’esistenza. Si tratta dunque di strutturare le forze disordinate in un ordine finalizzato.

• il 7 è Shih, l’Esercito, segno formato

 

dai segni primordiali K’an, acqua, e K’un, terra. Così è simboleggiata l’acqua sotterranea, quella che si raccoglie nel sottosuolo. Allo stesso modo si accumula la forza militare entro la moltitudine di un popolo: invisibile in tempo di pace, ma sempre a disposizione come fonte di potenza.

 

Per questo la sua Immagine dice «Nel grembo della terra vi è l’acqua: l’immagine dell’esercito»:

 

L’acqua sotterranea sta invisibile nel grembo della terra. Allo stesso modo la potenza militare di un popolo sta invisibile in seno alle masse.[5]

 

In virtù della coscrizione obbligatoria in uso nell’antichità, i soldati sono presenti nel popolo come l’acqua sotto la terra. Avendo cura della prosperità del popolo, si ottiene un esercito valoroso.[6]

 

Il significato del 7 – la molteplicità preparata per gli eventuali conflitti – è quindi la logica evoluzione del significato del caos atmosferico rappresentato dal 3, tanto più che si tratta di acqua assorbita dalla terra, nelle falde freatiche diremmo oggi: esattamente quello che avviene in natura dopo un temporale; vale a dire, sul piano psicologico-spirituale, le passioni e le forze interiori della persona disciplinate e addestrate alla lotta spirituale (in arabo: jihad) contro le forze avversarie (avversario, in ebraico, è: satan).

Altri due significati simbolici dei numeri 3 e 7 si legano benissimo alla vicenda umana e ascetica del Buddha – e in generale all’ascetismo – e ai legami di questa con la simbologia espressa dall’I Ching:

• 3 sono le razze e le città dei demoni affrontati dal dio indù Shiva in un mito, descritto da Giuseppe Lanza del Vasto (1901-1981), discepolo del Mahatma Gandhi, che ebbe modo di osservarlo rappresentato in un bassorilievo di un tempio indiano:

 

L’arco impugnato dal dio è Vishnu stesso, e la freccia è Brahma. [...] Sciva mira con la freccia il pilastro di faccia, su cui si trovano figurate in bassorilievo le Tre Città: la Città di Ferro, la Città d’Argento e la Città d’Oro, abitate rispettivamente dai demonii del ventre, dai demonii del cuore e dai demonii della testa. E distruggerà le tre città e i demonii che le abitano: è il distruttore delle tenebre, del desiderio e delle illusioni: è il Principe degli Yoği, il Redentore dello spirito.[7]

 

Le Tre Città, ognuna costruita e denominata con un metallo prezioso in progressione – la Città di Ferro abitata dai demonii del ventre; la Città d’Argento abitata dai demonii del cuore; la Città d’Oro abitata dai demonii della testa – possono essere confrontate con le tre tentazioni di Gesù nel deserto, che, prima dell’inizio della sua vita pubblica, mirano a sedurlo proprio dal punto di vista del ventre, del cuore e della testa:

 

Gli si avvicinò il tentatore e gli disse: «Se sei il Figlio di Dio, dì che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo condusse con sé nella Città santa e, postolo sul pinnacolo del tempio, gli disse: «Se sei il Figlio di Dio, gettati giù; sta scritto infatti: Darà ordini per te ai suoi angeli perché ti sorreggano sulle braccia, e perché non urti in qualche sasso il tuo piede». Gli rispose Gesù: «Sta scritto anche: Non tenterai il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e di qui gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro magnificenza, e gli disse: «Tutte queste cose io le darò a te, se, prostrato a terra, mi adorerai». Allora Gesù gli disse: «Vattene, satana! Sta scritto: Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo presterai culto». Allora il diavolo lo lasciò…[8]

 

L’analogia fra le Tre Città distrutte da Shiva nel mito indiano, e le tre tentazioni affrontate da Cristo è possibile perché gli organi del corpo umano e le funzioni fisiche e psichiche che essi svolgono e rappresentano sono quasi le medesime sia nel caso delle Tre Città, sia nel caso delle tre tentazioni:

- il ventre, punto debole della fame, dei bisogni essenziali ma anche simbolicamente degli istinti e degli impulsi immediati: “ragionare con la pancia” (collegato ai demonii della Città di Ferro);

- il cuore, subito sopra, per molte culture antiche sede dei sentimenti e delle emozioni, quindi anche dell’orgoglio di sé e della soddisfazione personale nel vedersi – nel caso di Gesù – oggetto di un salvataggio miracoloso e spettacolare da parte degli angeli (collegato ai demonii della Città d’Argento);

- la testa, per definizione traslata simbolo del potere, del comando (si pensi alla doppia accezione del termine «capo»), dell’assenza di superiori cui sottostare; e infatti Gesù, in quanto Dio, non può sottostare all’invito di satana e adorarlo (collegata ai demonii della Città d’Oro).

Si sarà notato che la progressione dei metalli preziosi, delle Tre Città che essi definiscono, e delle tre tentazioni di Cristo, è parallela all’ordine delle stesse parti del corpo umane dal basso all’alto, così che in entrambi i racconti – mito indiano ed episodio evangelico – è implicata anche la loro crescente preziosità spirituale.

• 7 luci sono, nella Bibbia, l’attributo tipico di Dio: l’oggetto-simbolo cui si pensa subito al riguardo è la menorah, il candelabro a sette bracci tipico degli Ebrei. L’interpretazione forse più antica della menorah si trova nel libro del profeta Zaccaria:

 

L’angelo che mi parlava venne a destarmi, come si desta uno dal sonno, e mi disse: «Che cosa vedi?». Risposi: «Vedo un candelabro tutto d’oro; in cima ha un recipiente con sette lucerne e sette beccucci per le lucerne». [...] Allora domandai all’angelo che mi parlava: «Che cosa significano, signor mio, queste cose?». Egli mi rispose: «Non comprendi dunque il loro significato?». E io: «No, signor mio». [L’angelo disse quindi] «Le sette lucerne rappresentano gli occhi del Signore che scrutano tutta la terra».[9]

 

Secondo alcune tradizioni, la menorah simboleggia il roveto ardente in cui la voce di Dio si manifestò a Mosè sul monte Horeb; secondo altre rappresenta il sabato (al centro) e i sei giorni della creazione.[10] Il rabbino Simon Philip De Vries scrisse: «Il candelabro è un albero della luce, che si sviluppa nella massima fioritura. La luce risplende fino a Dio, e verso di Lui risplendono tutte le altre luci» (Riti e simboli giudaici [Jüdische Riten und Symbolen, Wiesbaden 1986]).[11] Per altre fonti, «rappresenta la diffusione verso l’uomo della luce della sapienza proveniente da Dio».[12]

 

«Gli sono stati dati tanti bracci – scrive Giuseppe Flavio – quanti sono i pianeti»; è «imitazione terrena», secondo Filone, «della sfera celeste archetipa». Zaccaria ne dà una descrizione mistica che lascia supporre un simbolismo di origine astrale: corrisponderebbe ai sette pianeti e ai sette cieli; le sette lampade sono, per Zaccaria, i sette occhi di Dio (sette è il numero perfetto) che vedono su tutta la Terra. Alcuni scrittori ebraici posteriori, come Filone, Flavio Giuseppe e perfino qualche testimone dell’antico rabbinismo, sviluppano esplicitamente questo simbolismo. Per Filone (Vita di Mosè, 2, 105), il candelabro rappresenta il cielo con il sistema planetario al centro del quale brilla il Sole, di cui il fusto centrale è simbolo. [...] Simbolo della divinità e della luce che essa dispensa agli uomini, la menorah è stata spesso utilizzata come motivo ornamentale, ma ricco di significati, sui muri delle sinagoghe o sui monumenti funerari.[13]

 

Allo stesso modo, Richard Wilhelm, nella sua spiegazione dell’I Ching, in riferimento alla Sentenza dell’esagramma 24, Fu, Il Ritorno, la quale recita: «Al settimo giorno si ha il ritorno», commenta: «il sette è il numero della luce giovane».[14]

[FINE PRIMA PARTE]

 

[SECONDA PARTE]

Tutto ciò che è luminoso e allo stesso tempo a portata di mano, per l’uomo antico si collega all’accensione del fuoco: il numero degli anni del Buddha durante questi primi 21 giorni è il 30, e il numero 30 nell’I Ching è Li, l’Aderente-il Fuoco:

 

Il fuoco non ha una figura determinata, ma aderisce alle cose che ardono e perciò è luminoso. [...] Tutto ciò che splende nel mondo, dipende da qualcosa cui aderisce: così può splendere durevolmente. [...] Così la doppia chiarezza dell’uomo di valore aderisce al giusto e per questo può plasmare il mondo.[15]

 

I corpi sono anch’essi necessari affinché per loro tramite le forze della luce e della vita possano manifestarsi. Lo stesso vale per la vita umana: la natura psichica deve aderire alle forze della vita spirituale per riuscire a trasfigurarsi e a influire sulla terra.[16]

 

A sua volta torna possibile un parallelo con il Cristo, anche lui trentenne: Giovanni Battista disse di lui: «Egli è venuto per battezzare nello Spirito Santo e nel fuoco»,[17] Gesù disse di se stesso: «Sono venuto a portare il fuoco, e come vorrei che fosse già acceso!»,[18] e infine si lasciò attaccare al legno della croce – così come al legno aderisce il fuoco – per essere «luce del mondo» attraverso la sua morte e risurrezione.

Al numero 30, nella periodizzazione della vita pubblica del Buddha in relazione alla sua età,  segue il numero 42: gli anni iniziali della sua predicazione furono dunque 12, da quando ne aveva 30 a quando ne ebbe 42. Dodici anni sono per l’uomo gli anni che trascorrono dal concepimento alla possibilità di generare figli. Iniziare un percorso ascetico e, dopo un determinato tempo, ottenerne i risultati-figli, è un ri-nascere, un ri-generare se stessi, un diventare padre o madre di se stessi: da questo punto di vista si comprende benissimo la frase di Gesù:

 

In verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio. [...] Quel che è nato dalla carne è carne, e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto.[19]

 

Nell’I Ching, l’esagramma 42, è I, l’Accrescimento spirituale, che appunto non avviene subito dopo l’Adesione a ciò che è degno (esagramma 30), ma dopo 12 segni-mutamenti:

 

L’idea dell’accrescimento è qui espressa dal fatto che la linea forte [cioè intera, non spezzata in due segmenti] del trigramma superiore si è abbassata e si è posta sotto il trigramma inferiore. L’idea fondamentale del Libro dei Mutamenti si palesa anche in questa concezione: il vero dominare deve essere un servire. Un sacrificio del superiore, che provoca un accrescimento dell’inferiore, viene chiamato semplicemente accrescimento, con allusione al fatto che solo lo Spirito è in grado di aiutare il mondo. [...]

Il vero accrescimento avviene quando se ne creano in se stessi le condizioni necessarie: apertura e amore per il bene. Così la cosa ambita arriva da sé, per necessità della Legge naturale. Se l’accrescimento viene a trovarsi in piena armonia con le supreme leggi dell’universo, esso non può essere impedito da nessuna combinazione di circostanze.[20]

 

Per questo il Commento alla Decisione recita tra l’altro: «Dall’alto porsi sotto l’inferiore: questa è la via della grande luce. E intraprendere è propizio: centrale, conforme, prospero».[21]

Gli otto anni successivi, dai 42 ai 50, implicano il passaggio dall’accrescimento spirituale (esagramma 42) alla trasformazione dell’energia in azione, cioè in insegnamento e pratica: l’esagramma 50, Ting, il Crogiolo, è allo stesso tempo strumento per la trasformazione e la mescolanza: da questo punto di vista, un “impasto” di divino e umano:

 

Il crogiolo serve per sacrificare a Dio. La più eccelsa cosa terrena deve essere sacrificata al divino; ma ciò che è veramente divino non si mostra avulso dall’umano. La più eccelsa venerazione di Dio sta nei profeti e nei santi. La loro venerazione è la venerazione di Dio. La volontà divina da loro rivelata deve essere accolta con umiltà, e nascono allora l’illuminazione interiore [bodhi] e la vera comprensione del mondo che conducono a grande salute e successo.[22]

 

Il Commento alla Decisione dice infatti: «Grazie alla mitezza, orecchio e occhio diventano acuti e chiari. Il tenero incede e va verso l’alto. Raggiunge il centro e trova corrispondenza presso il solido; perciò vi è sublime riuscita».[23]

Otto come gli anni dal 42 al 50, a loro volta, sono le Nobili Vie di Buddha: «il Santo Sentiero Ottopartito: retta cognizione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retto sapere, retto raccoglimento»,[24] nonché le Beatitudini dell’insegnamento del Cristo:

 

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché erediteranno la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.[25]

 

In totale, gli anni della carriera di Buddha paralleli agli esagrammi dell’I Ching sono quindi 20, e nell’I Ching l’esagramma n. 20 è Kuan, la Contemplazione:

 

Il nome cinese del segno ha, con un leggero cambiamento di tono, un duplice significato: da un lato significa il contemplare, dall’altro l’essere visto (come modello). Queste idee vengono suggerite dal fatto che il segno può essere interpretato come una torre quali ne esistevano molte nell’antica Cina. Da queste torri si godeva un’ampia vista e, d’altra parte, una torre simile sopra un monte era visibile da lontano.[26]

 

Il Commento alla Decisione dice infatti: «Una grande visione sta in alto. Devoto e mite, centrale e conforme, egli [il saggio, il mistico] è una visione per il mondo intero. Gli inferiori lo guardano e vengono trasformati. Egli lascia che essi mìrino la divina via [Tao] del cielo…».[27]

 

Inoltre, seguendo ancora il parallelismo con i significati e il numero d’ordine degli esagrammi dell’I Ching, emerge anche che:

● il primo dei cinque periodi, quello di 21 giorni, si rivela un po’ un embrione che contiene tutto lo sviluppo successivo della struttura o della situazione: 21 moltiplicato per 3 dà il risultato di 63, cioè un ciclo completo di tutti i mutamenti degli esagrammi del Libro cinese (escluso l’ultimo, il 64, che è Wei Chi, Prima del Compimento, e indica appunto una situazione in corso, aperta, e da un certo punto di vista rappresenta la possibilità accanto ad ogni esagramma di mutare in un altro), vale a dire una vita umana completa o una completa descrizione del mondo. Ora, 63 diviso per 3, che dà 21, rivela a sua volta gli esagrammi che indicano le tre tappe fondamentali della vita ascetica e dell’evoluzione spirituale:

I – 21: la rottura assoluta con il Male (il Morso che spezza l’ostacolo);

II – 42 (21 × 2): l’accrescimento spirituale, dovuto appunto alla rottura del rapporto con il Male;

III – 63 (21 × 3): Chi Chi, Dopo il compimento, cioè oltre la condizione di vita terrena, sia dal punto di vista biografico, naturale (il trapasso), sia da quello della conoscenza, la quale, in conseguenza dell’accrescimento spirituale, non è più limitata alle dimensioni soltanto tangibili e spazio-temporali:

 

L’esagramma è una derivazione del segno T’ai, La Pace (n. 11). Il passaggio dalla confusione all’ordine è compiuto, e ora ogni particolare è al suo posto. Questo è un aspetto molto favorevole, ma dà anche da pensare: proprio quando si è raggiunto l’equilibrio perfetto, ogni movimento può turbare l’ordine e provocare un ritorno alla disgregazione. [...] L’esagramma allude dunque a una situazione culminante che esige un’estrema cautela.[28]

 

Nell’Immagine infatti si dice: «Il nobile pondera la disgrazia e se ne premunisce per tempo».[29]

La situazione è appunto molto simile a quella di una persona che ha compiuto la propria vita, ma è estremamente esposto ai rischi a causa della propria anzianità.

● Gli anni dal momento della bodhi in poi, se messi in parallelo con gli esagrammi dell’I Ching, vanno dal 30 al 64 e quindi sono 34 o 35, a seconda che si conti a partire dal trentesimo o dal trentunesimo. Gli esagrammi 34 e 35 sono rispettivamente Ta Chuang, La Potenza del Grande, e Chin, Il Progresso, entrambi ben attribuibili a una figura di santità come il Buddha: il primo

 

indica un tempo in cui il valore interiore emerge con impeto e giunge al dominio. [...] Per questo è aggiunta [nella Sentenza] la frase: «Propizia è perseveranza», giacché la potenza veramente grande è quella che non degenera in mera violenza, ma resta interiormente connessa con i principii del diritto e della giustizia. [...] La vera grandezza si basa sulla concordanza con ciò che è retto.[30]

La forza fa sì che l’egoismo degli istinti più bassi si possa vincere; il moto fa sì che si metta in atto la ferma determinazione della volontà. [...] Quando si dice che il grande deve essere retto, si intende che grandezza e rettitudine non sono due cose diverse, e che senza rettitudine non vi è grandezza.[31]

 

Il segno 35, Il Progresso,

 

rappresenta il sole che si leva sopra la terra; è quindi l’immagine del progresso rapido e facile, il quale significa, nel contempo, crescente espansione e chiarezza. La luce del sole che si innalza al di sopra della terra è chiara per natura, ma quanto più il sole si leva, tanto più esce dalla foschia e splende nella sua originaria purezza, in tutte le direzioni. Così la natura dell’uomo è anch’essa originariamente buona, ma è offuscata dal legame con l’elemento terrestre. Richiede quindi una purificazione per poter splendere.[32]

 

Il relativo Commento alla Decisione dice infatti: «Il chiarore si innalza al di sopra della terra. Devoto e aderente al grande chiarore, ciò che è debole progredisce e va verso l’alto».[33]

● Gli anni restanti, una volta chiusi i 20 anni già presi in considerazione, sono 14; nell’I Ching l’esagramma 14 è Ta Yu, Il Possesso grande, che ha quasi sempre i significati precisi di: tesoro spirituale, patrimonio di sentimenti puri, fede nel Divino, amore autentico per qualcuno/a, strettamente e necessariamente legati all’unione tra modestia e elevatezza spirituale:

 

Il possesso grande è determinato dal destino e corrisponde al tempo. A chi è modesto e mite in posizione elevata, a lui ogni cosa appartiene. Il senso del segno concorda con le parole di Gesù: «Beati i mansueti, poiché erediteranno la terra»,

 

fa notare acutamente R. Wilhelm.[34] Nel Commento alla Decisione infatti si dice: «Il suo carattere e saldo e forte, ordinato e chiaro, trova corrispondenza nel cielo e si muove in armonia con il tempo; per questo si dice [nella Sentenza] “Sublime riuscita!”».[35]

Descrizione, quest’ultima, che è quasi un icastico ritratto del Saggio o dell’Illuminato – Buddha, Cristo, un Sufi islamico, Gandhi, un Lama tibetano… – nei suoi tratti caratteristici di legame interiore con il Senso (Tao) profondo e metafisico dell’Universo, quiete, fermezza, profonda comprensione dell’istante e quindi della necessità, o meno, di inserirvisi con la propria azione.

 

Piervittorio Formichetti

 



[1] Prabodh Chandra Bagchi, L’influsso indiano sul pensiero cinese, in Sarvepalli Radakrishnan (a cura di), Storia della filosofia orientale, Milano, Feltrinelli, 1978 (ed. or. London, Allen and Unwin ltd., 1952), tomo II, pp. 730-731.

[2] I Ching. Il Libro dei Mutamenti, a cura di Richard Wilhelm, trad. it. Milano, Adelphi, 1991, pp. 130-131.

[3] I Ching, ed. cit., pp. 66-67.

[4] I Ching, ed. cit., p. 418.

[5] I Ching, ed. cit., pp. 81-82. I regimi politici europei del secolo scorso hanno ricalcato questa realtà nelle politiche demografiche: nel ventre (terra) delle madri (acqua: si pensi al liquido amniotico) i futuri soldati (l’esercito). Emerge anche qui il tradizionale legame simbolico tra Femminile, acqua e terra.

[6] I Ching, ed. cit., p. 482.

[7] Giuseppe Giovanni Lanza del Vasto, Pellegrinaggio alle Sorgenti. L’incontro con Gandhi e con l’India, Milano, Jaca Book, 1978, p. 38.

[8] Vangelo secondo Matteo, 4, 3-11.

[9] Zaccaria, 4, 1-2, 4-5, 10; cfr. Manfred Lurker, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, Milano, San Paolo, 1990 (ed. or. München 1989), pp. 104-105.

[10]  http://it.wikipedia.org/wiki/Menorah.

[11] Cit. in Hans Biedermann, Enciclopedia dei simboli, Milano, Garzanti, 1991 (ed. or. München 1989), pp. 86-87.

[12] Scialom Bahbout, Ebraismo, Firenze, Atlanti Universali Giunti, 1996, p. 32.

[13] Jean Chevalier, Alain Gheerbrant (a cura di), Dizionario dei simboli, Milano, BUR Rizzoli, 1986-87 (ed. or. Paris 1969), vol. I, A-K, pp. 183-185.

[14] I Ching ed. cit., pp. 140-141. Non è possibile non pensare al ritorno per eccellenza, quello del Cristo risorto dalla morte, avvenuto appunto al settimo giorno, cioè il primo della settimana ebraica.

[15] I Ching, ed. cit., pp. 159-160. Con «doppia chiarezza», Richard Wilhelm allude alla doppia presenza del medesimo trigramma nell’esagramma cinese (il segno Li ripetuto, da cui l’esagramma prende nome).

[16] I Ching, ed. cit., p. 537.

[17] Matteo, 3, 11.

[18] Luca, 12, 49-50.

[19] Vangelo secondo Giovanni, 3, 3-7.

[20] I Ching, ed. cit., pp. 200-201.

[21] I Ching, ed. cit., pp. 590-591.

[22] I Ching, ed. cit., p. 229.

[23] I Ching, ed. cit., p. 629.

[24] Buddha, I quattro pilastri della saggezza, a cura di K. E. Neumann e G. De Lorenzo, Roma, Newton & Compton, 1993 (ed. or. Leipzig, Reclam, 1921), p. 39.

[25] Vangelo secondo Matteo, 5, 3-10.

[26] I Ching, ed. cit., p. 126.

[27] I Ching, ed. cit., pp. 492-493.

[28] I Ching., ed. cit., p. 274.

[29] I Ching, ed. cit., p. 275.

[30] I Ching, ed. cit., pp. 173-174.

[31] I Ching, ed. cit., p. 554

[32] I Ching, ed. cit., pp. 176-177.

[33] I Ching, ed. cit., pp. 557-558.

[34] I Ching, ed. cit., pp. 105-106.

[35] I Ching, ed. cit., p. 467.

Gesù Cristo e l’esagramma 25 dell’ I Ching: legami e analogie.

Gesù Cristo e l’esagramma 25 dell’ I Ching: legami e analogie

 

PRIMA PARTE

Nel 1923 a Pechino, l’orientalista, teologo e missionario protestante Richard Wilhelm (Stoccarda, 1873 – Tubinga, 1930), amico dei poeti Rabindranath Tagore ed Hermann Hesse, dei filosofi Martin Buber e Carl Gustav Jung, e del missionario luterano in Africa Albert Schweitzer – dopo un lavoro decennale portava a termine la prima traduzione occidentale, in tedesco, dell’antico classico cinese I Ching. Libro dei Mutamenti, probabilmente la migliore traduzione tra quelle in circolazione ancora oggi (almeno stando alla traduzione italiana pubblicata da Adelphi nel 1991). Tra le righe conclusive dell’Introduzione, di Wilhelm stesso, si legge:

La traduzione del Libro dei Mutamenti è stata condotta secondo criteri che sarà bene esporre per facilitare sostanzialmente la lettura. La traduzione del testo è data nella forma più breve e concisa possibile per rendere adeguatamente l’impressione arcaica che si ricava dal cinese. Era quindi tanto più necessario che venisse dato non solo il testo, ma anche un estratto dei più importanti commenti cinesi. Questo estratto è ordinato in modo da permettere il miglior orientamento possibile. Esso contiene una rassegna di ciò che di più importante si è prodotto, da parte cinese, per la comprensione del Libro. Opinioni personali e paragoni con scritti dell’Occidente, spesso molto affini, sono stati ridotti al minimo e sempre segnalati come tali, così che il lettore possa considerare testo e commento come una resa fedele del pensiero cinese. È un punto da sottolineare, perché certi principii coincidono talmente con principii cristiani, da destare spesso addirittura un senso di sorpresa.[1]

Carl Gustav Jung, il celebre psicoanalista, nel 1949 scrisse una prefazione alla edizione inglese dell’I Ching tradotto da Richard Wilhelm; egli, dal suo punto di vista, pose in evidenza i rapporti tra la mente dell’interrogante e il Libro dei Mutamenti.[2]

Si può indicare qualcuna delle analogie tra il Taoismo espresso dall’I Ching da una parte, e il Cristianesimo e l’Ebraismo dall’altra, individuate da Richard Wilhelm stesso:

 

I Ching / Taoismo

Bibbia / Ebraismo e Cristianesimo

«A chi è modesto e mite in posizione elevata, a lui ogni cosa appartiene» (spiegazione della sentenza dell’esagramma 14, Ta Yu, Il Possesso grande) «Beati i mansueti, perché erediteranno (il regno del)la terra» (Gesù; Vangelo secondo Matteo, 5, 5)
«Il grande possesso, per lui [i. e. l'uomo meschino] si risolve in danno perché egli, anziché rinunciare, vuole trattenere» (spiegazione del 9 al terzo posto dell’esagramma 14, Il Possesso grande) «Chi cerca di salvare la propria vita la perderà, chi invece la perde la salverà» (Gesù; Vangelo secondo Luca, 17, 33)
«Il nobile riduce ciò che è troppo e aumenta ciò che è poco. Egli pondera le cose e le rende eque» (testo dell’Immagine dell’esagramma 15, Ch’ien, La Modestia) «Tutte le valli siano innalzate e tutte le montagne e le colline siano abbassate; ciò che è accidentato diventi piano, ciò che è scosceso diventi liscio» (Isaia, 40, 4);

«Chi si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato» (Gesù; Vangelo secondo Matteo, 25, 12);

«Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili» (Lettera di Giacomo, 4, 6).

«In questo esagramma [il n. 33, Tun, La Ritirata] trova espressione un’idea simile a quella contenuta nelle parole di Gesù: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio” (Matteo, 5, 39)».
«Siccome vuole ciò che è giusto, ed è determinato nella sua volontà, raggiunge la sua meta» (spiegazione del 6 al secondo posto nell’esagramma 33, La Ritirata, che dice: «Egli lo vincola con giallo cuoio di bue; nessuno è in grado di strapparlo»). «È qui accennata un’idea simile a quella della lotta notturna di Giacobbe con Dio a Penuel: “Io non ti lascerò se prima non mi avrai benedetto” (Genesi, 32, 23 ss.)»
«Un re si avvicina alla propria casata. Non temete. Salute».

Testo del 9 al quinto posto nell’esagramma 37, Chia Jên, La Casata. Wilhelm spiega: «Un re è l’immagine di un uomo paterno, ricco nell’animo. Egli non agisce in modo che si debba temerlo, anzi tutta la famiglia può avere fiducia, perché nei rapporti reciproci regna l’amore», e aggiunge in nota:

«Nell’amore non vi è timore» (I lettera di Giovanni, 4, 18).
«…Si adoperino pure due ciotoline per il sacrificio» (fine della Sentenza dell’esagramma 41, Sun, La Diminuzione). Wilhelm spiega: «Davanti a Dio non occorrono false apparenze. I sentimenti del cuore si possono manifestare anche con mezzi modesti»; e, in nota: «Cfr. l’episodio ["la parabola" nella trad. it. cit.] evangelico dell’obolo della vedova (Luca, 21, 1 ss.)». «Alzàti gli occhi, Gesù vide alcuni ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro [del tempio].Vide anche una vedova povera che vi gettava due spiccioli, e disse: “In verità vi dico: questa vedova povera ha messo più di tutti; tutti costoro, infatti, hanno deposto come offerta del loro superfluo, lei invece, nella sua miseria, ha dato quanto aveva per vivere.”» (Vangelo secondo Luca, 21, 1 ss.)

 

Oltre a questi esempi, altre concordanze sono riscontrabili anche da parte del lettore che conosca a sufficienza la Bibbia, come nei casi seguenti da parte di chi scrive:

 

I Ching / Taoismo

Bibbia / Ebraismo e Cristianesimo

«Si finisce nella buca. [Ma] Ecco che arrivano tre ospiti non invitati. Onorali, e alla fine viene salute» (ultima linea dell’esagramma 5, Hsü, L’Attesa-Il Nutrimento) «Abramo alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra [...], prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: “Dov’è Sara, tua moglie?”. Rispose: “È là nella tenda”. Il Signore riprese: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda ed era dietro di lui. Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. Allora Sara rise dentro di sé e disse: “Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. Ma il Signore disse ad Abramo: “Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio”.» (Genesi, 18, 2 ss).
«Per l’abbondanza del cuore, la bocca parla» (Wilhelm, sul 6 al secondo posto nell’esagramma 15, Ch’ien, La Modestia) «L’uomo buono trae il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo, dal suo cattivo tesoro trae il male; poiché la bocca parla traendo dalla pienezza del cuore» (Gesù; Vangelo secondo Luca, 6, 45).
«Il nobile, al tempo del crepuscolo, rincasa per ristorarsi e riposare» (dall’ Immagine dell’esagramma 17, Sui, Il Seguire). Wilhelm commenta citando Goethe: «È giorno ancora, si muova alacre l’uomo; vien poi la notte, ed ogni oprare è vano» (Goethe, Divano occidentale-orientale, Libro delle Sentenze, v. 30 ss.). «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo, ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce» (Gesù; Vangelo secondo Giovanni, 11, 9-10).
«Chi si accompagna all’uomo forte perde il ragazzino. Seguendo si trova ciò che si cerca» (spiegazione del 6 al terzo posto dell’esagramma 17, Il Seguire) «Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma, divenuto adulto, ciò che era da bambino l’ho abbandonato» (san Paolo, I lettera ai Corinzi, 13, 11).
«All’ignobile va in frantumi la casa» (spiegazione del 9 al sesto posto dell’esagramma 23, Po, La Frantumazione). Wilhelm commenta: «Il male finisce, nelle sue estreme conseguenze, con l’annientare se stesso, poiché dovendo la sua esistenza soltanto alla negazione, non può sussistere di per sé». «Il diavolo è stato omicida fin dal principio, e non ha perseverato nella verità perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla di ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna» (Gesù; Vangelo secondo Giovanni, 8, 44).

(Cfr. la frase con cui, nel Faust di Goethe, si presenta il demonio Mefistofele: «Io sono lo spirito che sempre nega»).

«Il sette è il numero della luce giovane [...] il sei è il numero delle grandi tenebre» (commento alla Sentenza dell’esagramma 24, Fu, Il Ritorno, che include inoltre la frase «Al settimo giorno viene il ritorno»). La menorah, il candelabro ebraico simbolo della luce di Dio, ha sette rami con sette luci; nell’Antico Testamento (Zaccaria, 3, 9) e nel Nuovo Testamento (Apocalisse, 1, 12), si trova la metafora dei «sette occhi del Signore»; Gesù, che è giovane e «luce vera» (Giovanni, 1, 9) muore e risorge (il massimo ritorno!) il settimo giorno. Viceversa, nell’Apocalisse il 666 è il numero dell’Anticristo e della sua Bestia che traviano l’Umanità più gravemente che mai perché alle soglie della fine del mondo, quindi un tempo di «grandi tenebre» moltiplicate.
«La luce si è immersa nella terra: l’immagine dell’ottenebramento della luce. Così il nobile vive tra la grande moltitudine: egli vela il suo splendore, pur rimanendo chiaro» (l’Immagine dell’esagramma 36, Ming I, L’Ottenebramento della Luce). «La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta [ma anche: «non l'hanno coperta, sopraffatta»]. È venuta nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo, eppure il mondo non la riconobbe» (Vangelo secondo Giovanni, 1, 5; 9-10).
«Ella [la donna] è la dovizia della casa. Grande salute!» (spiegazione del 6 al quarto posto dell’esagramma 37, Chia Jên, La Casata). «Una donna perfetta: chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Essa gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Ella è simile alle navi di un mercante, fa venire da lontano le provviste. Si alza quando ancora è notte, prepara il cibo alla sua famiglia e dà ordini alle sue domestiche. Pensa ad un campo e lo compra, e con il frutto delle sue mani pianta una vigna. Si cinge con energia i fianchi e spiega la forza delle sue braccia. È soddisfatta, perché il suo traffico va bene, neppure di notte si spegne la sua lucerna. Stende la sua mano alla conocchia e mena il fuso con le dita. Apre le sue mani al misero, stende la mano al povero. Non teme la neve per la sua famiglia, perché tutti i suoi di casa hanno doppia veste. Si fa delle coperte, di lino e di porpora sono le sue vesti. Suo marito è stimato alle porte della città, dove siede con gli anziani del paese. Confeziona tele di lino e le vende e fornisce cinture al mercante. Forza e decoro sono il suo vestito, e se la ride dell’avvenire. Apre la bocca con saggezza, e sulla sua lingua c’è dottrina di bontà. Sorveglia l’andamento della casa; il pane che mangia non è frutto di pigrizia. I suoi figli sorgono a proclamarla beata, e suo marito a farne l’elogio: “Molte figlie hanno compiuto cose eccellenti, ma tu le hai superate tutte!”. Fallace è la grazia e vana è la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Datele del frutto delle sue mani, e le sue stesse opere la lodino alle porte della città».

(Proverbi, 31, 10 ss.).

«Se smarrisci il tuo cavallo, non rincorrerlo: tornerà da sé» (spiegazione della prima linea dell’esagramma 38, K’uei, La Contrapposizione) «Getta il tuo pane sulle acque, perché con il tempo lo ritroverai. [...] Chi bada al vento non semina mai, e chi osserva le nuvole non miete» (Qohelet, 11, 1-4).

 

Particolarmente interessante è infine il caso dell’esagramma 46, Shêng, L’Ascendere, che letteralmente “anticipa” l’esagramma 25 di cui stiamo per occuparci:

 

I Ching / Taoismo

Bibbia / Giudaismo e Cristianesimo

Se consideriamo come mutanti tutte e sei le linee dell’esagramma 46 e sommiamo il loro valore dal basso verso l’alto:

6+9+9+6+6+6

otteniamo il totale di 41. Nella Bibbia, Mosè ascese alla vetta del monte Sinai durante 40 giorni di digiuno, alla fine dei quali, il quarantunesimo giorno, udì la voce di Dio «nella nube oscura»; la prima parte della spiegazione dell’ultima linea dell’esagramma 46, grazie alla quale è possibile il risultato di 41, dice: «Ascendere nel buio».

Inoltre, se – passando dall’ipotesi al caso concreto – tutte e sei le linee dell’esagramma 46 mutano, l’intero esagramma si trasforma esattamente nell’esagramma 25, Wu Wang, L’Innocenza, che come stiamo per vedere risulterà legatissimo alla figura di Gesù Cristo, così che l’ascesa di Mosè per ricevere la Legge di Dio per il popolo ebraico, si rivela l’anticipazione e la condizione necessaria per la seguente discesa di Gesù che diffonde la Legge di Dio in tutto il mondo.

A sua volta, Gesù percorse il deserto per quaranta giorni – nel suo caso fu un’ascesa interiore, anziché sulle balze di una montagna – e il quarantunesimo giorno fu tentato dal diavolo. In parallelo, l’ultima linea dell’esagramma 46 è spiegata, nella sua seconda parte, con la frase: «Propizio è essere incessantemente perseveranti».

Mosè:

Esodo, capitoli 19 e 32;

Deuteronomio, 9, 9-29: «Quando io [Mosè] salii sul monte a prendere le tavole di pietra, le tavole dell’alleanza che il Signore aveva stabilita con voi, rimasi sul monte quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiare pane né bere acqua; il Signore mi diede le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle quali stavano tutte le parole che il Signore vi aveva dette sul monte, in mezzo al fuoco, il giorno dell’assemblea. Alla fine dei quaranta giorni e delle quaranta notti, il Signore mi diede le due tavole di pietra, le tavole dell’alleanza. Poi il Signore mi disse: “Scendi in fretta di qui, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dall’Egitto, si è traviato; presto si sono allontanati dalla via che io avevo loro indicata: si sono fatti un idolo di metallo fuso”. Il Signore mi aggiunse: “Io ho visto questo popolo; ecco, è un popolo di dura cervice; lasciami fare; io li distruggerò e cancellerò il loro nome sotto i cieli e farò di te una nazione più potente e più grande di loro”. Così io mi volsi e scesi dal monte, dal monte tutto in fiamme, tenendo nelle mani le due tavole dell’alleanza. Guardai ed ecco, avevate peccato contro il Signore vostro Dio; vi eravate fatto un vitello di metallo fuso; avevate ben presto lasciato la via che il Signore vi aveva imposta. Allora afferrai le due tavole, le gettai con le mie mani e le spezzai sotto i vostri occhi. Poi mi prostrai davanti al Signore, come avevo fatto la prima volta, per quaranta giorni e per quaranta notti; non mangiai pane né bevvi acqua, a causa del gran peccato che avevate commesso, facendo ciò che è male agli occhi del Signore per provocarlo. Io avevo paura di fronte all’ira e al furore di cui il Signore era acceso contro di voi, al punto di volervi distruggere. Ma il Signore mi esaudì anche quella volta. Anche contro Aronne il Signore si era fortemente adirato, al punto di volerlo far perire; io pregai in quell’occasione anche per Aronne. Poi presi l’oggetto del vostro peccato, il vitello che avevate fatto, lo bruciai nel fuoco, lo feci a pezzi, frantumandolo finché fosse ridotto in polvere, e buttai quella polvere nel torrente che scende dal monte. [...] Io stetti prostrato davanti al Signore, quei quaranta giorni e quelle quaranta notti, perché il Signore aveva minacciato di distruggervi. Pregai il Signore e dissi: “Signore Dio, non distruggere il tuo popolo, la tua eredità, che hai riscattato nella tua grandezza, che hai fatto uscire dall’Egitto con mano potente.”». (Vedi anche Deuteronomio 10, 1-5 per quanto riguarda la ricezione delle nuove tavole della Legge).

Gesù:

• «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame. Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti  sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: Non tentare il Signore Dio tuo». Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto». Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano» (Vangelo secondo Matteo, 4, 1-11).

 

FINE PRIMA PARTE

 

SECONDA PARTE

I – Si era nel dicembre del 2008 quando mi accorsi delle prime analogie con la figura di Gesù Cristo implicite nell’esagramma 25, Wu Wang, L’Innocenza, che risulta composto dai due trigrammi Ch’ien, il Creativo, il Cielo, il Padre, la Luce (tutte qualità di Dio), e Chên, il Tuono, il Primogenito, il Giovane, «il segno in cui Dio si manifesta». .Il simbolismo di quest’ultimo trigramma è ben rappresentato nell’omonimo esagramma 51, Chên, l’Eccitante (il Tuono, lo Scuotimento), che è appunto il raddoppiamento di questo trigramma e «significa l’apparire di Dio, il risveglio della forza vitale».[3] L’esagramma 25, infatti, è descritto così dalla sua stessa Immagine:

Sotto il cielo passa il tuono: tutte le cose acquistano lo stato naturale dell’innocenza.

Così gli antichi re curavano e nutrivano, ricchi di virtù e in armonia con il tempo, tutti gli esseri.

 

Tutte queste qualità ben si attagliano alla figura di Gesù Cristo: anch’egli “passava sotto il cielo” curando gli infermi e beneficando ai poveri, ma anche «parlando le parole del Padre»,[4] il Quale, secondo la Bibbia, ha voce come di tuono (cfr. Esodo, 19, 16-19; Apocalisse, 10, 3-4), ed «insegnando come uno che ha autorità e non come gli scribi» (Matteo, 7, 28-29). Gesù che soprannominò «figli del tuono» due dei suoi apostoli, i fratelli Giacomo e Giovanni. Di costoro, Giovanni anni dopo scrisse – o fece scrivere – che, nel momento in cui il suo Maestro entrava in Gerusalemme,

 

venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e ancora lo glorificherò». La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato».[5]

 

Va notata anche la coincidenza, almeno apparente, nella somiglianza tra i nomi dei due esagrammi; cosa però che necessiterebbe della competenza di un sinologo che ne conosca l’esatta pronuncia, e tenendo conto del fatto che tale apparente similarità si ha nella traslitterazione wade dall’alfabeto cinese a quello latino – che è quella seguita da Wilhelm e dalla traduzione italiana di cui ci si sta servendo – ma si perde nella traslitterazione pinyin, con la quale, anziché Ch’ien e Chên, i due nomi si ottengono traslitterati rispettivamente come Qian e Zhen.

Come accennato precedentemente, in ogni esagramma dell’I Ching la quinta linea partendo dal basso è sempre «il posto del sovrano», «il luogo del re», «il signore del segno». Nel caso dell’esagramma 25, L’Innocenza, il testo relativo al mutamento della quinta linea (9 al quinto posto) dice:

 

In caso di malattia senza colpa non adoperare farmaci. Passerà da sé.

 

e – parafrasa efficacemente Wilhelm –

 

la linea è per natura immune da malattie, ma la sua naturale tendenza a prendere su di sé le malattie degli altri è dovuta alla sua posizione centrale, conforme, dominante.[6]

 

Il parallelismo con il ruolo di Redentore innocente di Gesù Cristo è evidente:

 

«Egli si è caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori, è stato trafitto per i nostri delitti e schiacciato a causa delle nostre iniquità» (Isaia, 53, 4-5);

«Pur essendo di natura divina, uguale a Dio, spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, e umiliò se stesso fino alla morte in croce» (san Paolo, Lettera ai Filippesi, 2, 6-8);

«Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri [cioè del popolo ebraico], ma anche per quelli di tutto il mondo» (I Lettera di Giovanni, 2, 2).

 

Anche ciascuno dei tre attributi caratteristici della posizione della quinta linea può essere collegato a tre precise qualità di Cristo:

 

Centrale

in quanto seconda Persona della Trinità di Dio «Io sono nel Padre, e voi in me, e io in voi» (Vangelo secondo Giovanni, 14, 20); «[Gesù] Centro nel cuore di un sistema di  centri» (Pierre Teilhard de Chardin, Il Fenomeno umano, tr. it. Brescia, 1995, p. 244).

Conforme

in quanto conforme alla volontà di Dio «Padre, se è possibile, passi lontano da me questo calice; ma sia fatta la tua volontà, non la mia» (Vangelo secondo Luca, 22, 42).

Dominante

in quanto unico Maestro (nella sua natura umana) e unico Signore (nella sua natura divina) «Io Sono» (Vangelo secondo Giovanni, 8, 58; cfr. con Esodo, 3, 14); «Tu mi hai dato potere sopra ogni essere umano» (Giovanni, 17, 2); «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Vangelo secondo Matteo, 28, 18).

 

È rilevante che, quando la stessa quinta linea – il «signore del segno» – muta, l’esagramma 25 si trasforma nell’esagramma 21, Shih Ho, Il Morso che spezza, che rappresenta la Legge che vince sui «turbamenti della convivenza armoniosa provocati da criminali e calunniatori», poiché «l’unità non si può stabilire là dove è sempre compromessa da delatori e traditori, da qualcuno che ostacola e impedisce».[7] Tutto ciò non può non far pensare alla sconfitta del Maligno da parte di Cristo stesso, tanto più che il termine «calunniatore» potrebbe essere benissimo tradotto in greco con «diàbolos» (da cui il nostro «diavolo»), colui che calunnia e ostacola, l’avversario/nemico (in ebraico satan).

Alla luce di tutto questo, è come se il trigramma Chên, che può rappresentare Cristo, si riassumesse tutto nella linea (seconda e centrale dell’esagramma superiore) di Ch’ien (Dio Padre), così che Chên risulta analogo a Gesù Cristo quale uomo storico, mentre la quinta linea di Ch’ien ha il ruolo della Persona divina (Dio Figlio) della Trinità di Dio.

 

II – Quasi un anno dopo, a ottobre del 2009, avrei scoperto altri sorprendenti parallelismi (forse molto più di casuali analogie). Leggendo il numero della rivista “Confronti – Quaderni” del passato settembre 2008, a pagina 25 m’imbattei in quanto segue:

 

Re (Wang), scritto con tre tratti orizzontali che rappresentano, secondo gli etimologi, il Cielo, l’Uomo e la Terra, uniti da un tratto verticale individuato come il re, colui che ha il compito di unire i tre livelli. Compito del sovrano era infatti quello di trasmettere la volontà celeste, di cui egli stesso era il portatore, e spettava a lui solo presiedere il sacrificio al Cielo e alla Terra. Il sovrano doveva essere un modello di virtù per svolgere le sue funzioni regali.[8]

 

La parola cinese wang, «re», è dunque molto simile al trigramma superiore (Ch’ien, il Creativo, il Padre, il Cielo) dell’esagramma 25 dell’ I Ching, e questo esagramma è l’unico, in tutto il Libro dei Mutamenti, a includere nel proprio nome la parola wang (re). In questo senso, l’esagramma si può leggere ancora come una sorta di sorprendente sintesi: l’Innocente, il Re, il Sacrificio e la Legge riuniti tutti in una sola figura di persona, che sarebbe il Cristo.

Vale la pena di considerare anche i suggerimenti offerti dall’aspetto grafico e geometrico del segno. La parola wang assomiglia molto, oltre che al trigramma cinese Ch’ien, al simbolo egizio della Colonna Zed, interpretato come Asse del Mondo e del Tempo, colonna vertebrale di Osiride (dio del mondo terreno e ultraterreno, raffigurato di colore verde, come il verdastro dei cadaveri ma anche come la Natura fertile), segno dell’equilibrio cosmico incarnato e garantito sulla terra dal Faraone regnante, e per questo – forse – struttura centrale, e nascosta, della Grande Piramide di Cheope nella piana di Giza. A sua volta, lo Zed e la parola wang sono simili alla croce cristiana, sia greca (cioè con entrambi i bracci di eguale lunghezza) sia latina (cioè con il braccio verticale più lungo di quello orizzontale. La parola cinese è composta infatti dal tratto verticale (in greco stauron, in latino stipes, da cui il nostro «stipite» e il romeno tepes, «palo»), che attraversa tre tratti orizzontali che possono essere collegati ai tre elementi orizzontali della croce:

 

 cartello con il titulus «Gesù Nazareno Re dei Giudei»;

il patibulum, braccio orizzontale della croce, per inchiodare le braccia;

 

la tavoletta cui erano talvolta inchiodati i piedi del condannato, in modo da piegare le ginocchia e allungare così il tempo del supplizio.

 

 

 

 

La croce con il condannato Gesù Cristo, Re Innocente, è leggibile anch’essa come una “colonna regale” anche senza un confronto obbligato con il segno cinese wang:

 

 

 

(immagine: particolare da Andrea Mantegna, Crocifissione, 1457, Parigi, Louvre)

 

Punto spaziale

 

Realtà cosmica

 

Realtà anatomica

 

Apice

Cielo

Testa

Centro

Uomo

Cuore

Base

Terra

Arti

 

Con un’operazione originale, il Crocifisso si può persino stilizzare e geometrizzare: ponendolo su un ipotetico piano orizzontale, unendo le parti anatomiche indicate come nella tabella sopra, e introducendo il movimento verso l’alto, esso si “trasforma” in una sorta di struttura a tenda o, meglio, a piramide, una “casa regale”. Nell’antica lingua egizia, «grande casata» si diceva pher’ao, da cui deriva il termine «faraone», che designa appunto l’uomo che è allo stesso tempo Re (in cinese wang), Dio e Legge cosmica perenne. Per questo, anche la piramide può accostarsi, in senso lato, al tempio quale casa del Dio; nel Cristianesimo, Gesù Cristo è unico Re e definitivo Sacerdote tra l’Umanità e Dio; e la «casa di Davide», annunciata nell’Antico Testamento, si concretizzò infatti sia nello spazio, nella costruzione del Tempio del re Salomone (figlio di Davide), sia nel tempo, nella discendenza di Gesù proprio da parte di uno dei molti rami della stirpe di Davide (cfr. I Libro di Samuele, cap. 7; I Libro delle Cronache, cap. 7; Lettera agli Ebrei, 3, 4-6).

La struttura geometrica che risulta dallo sviluppo verticale del Crocifisso posto in posizione orizzontale è quindi quella indicata nella tabella seguente. La “costruzione” di tale struttura è dovuta essenzialmente a tre fasi: Convergenza (A), Centratura (B), e Vettorialità (C), che avvengono in ordine cronologico e, dal punto di vista spaziale, implicano un movimento coestensivo dal basso verso l’alto (come lo sviluppo degli esagrammi dell’I Ching, ma anche come l’evoluzione naturale degli esseri senzienti, dall’Anfibio strisciante alla stazione eretta propria dell’Uomo) e restano corrispondenti alle realtà spaziali e anatomiche considerate:

 

 

Vettorialità

(C)

Apice

Cielo

Testa

Centratura

(B)

Centro

Uomo

Cuore

Convergenza

(A)

Base

Terra

Arti

 

In questo modo si nota ancora che il movimento ascendente è lo stesso movimento dell’intera evoluzione del cosmo verso una meta alta, il «Punto Omega» presentato da Pierre Teilhard de Chardin, per il quale il Motore Primo e la Meta Ultima di tutto l’Universo sono proprio lo stesso Gesù Cristo, insieme Dio coestensivo all’universo e vero uomo storico. Si nota anche, anzi soprattutto, che il punto cui convergono i quattro punti base, e dal quale l’elevazione inizia, è il cuore/centro e non la testa/apice (che in questa struttura assonometrica diventa infatti uno dei quattro punti base), in sintonia con le metafore poetiche di molte culture umane passate e presenti, in parallelo ad alcuni moderni indirizzi scientifici secondo i quali il motore principale di ogni azione umana risiede nel suo patrimonio emotivo-sentimentale, più che in quello puramente razionale e cognitivo, e ad alcune ipotesi secondo le quali il cuore sarebbe dotato di un proprio sistema nervoso autonomo da quello del cervello, e addirittura di un proprio campo magnetico…!

Si possono citare ancora due parallelismi (ma forse più che semplici parallelismi!). Il ricorrere della centralità dell’Uomo tra la Terra e il Cielo, e del cuore tra gli arti e la testa, ricorda questa frase tratta dall’appassionato discorso che il personaggio di Maria rivolge agli operai-schiavi nel romanzo Metropolis, scritto nel 1912 da Thea von Harbou (moglie del regista Fritz Lang, che ne trarrà il famoso film espressionista del 1926):

 

Il Cervello e le Mani hanno bisogno di un mediatore.

Il Mediatore tra il Cervello e le Mani deve essere il Cuore.[9]

 

Frase riferita alla costruzione della Torre di Babele – e in generale alla costruzione di ogni monumento grandioso della storia umana – ma quanto più valida se relativa alla “costruzione” dell’individuo umano…! Frase che si trova, nel romanzo, al capitolo 5; il numero 5 – altro parallelismo – numero chiave nella comprensione e nell’attuazione delle attività “paranormali” da parte del famoso sensitivo torinese Gustavo Adolfo Rol, che in molte delle sue sedute si concentrava ripetendo a se stesso «Je suis le numéro cinq» (io sono il numero cinque).[10] Forse e soprattutto perché, come egli scrisse nel suo diario nel 1927 a Parigi, aveva «scoperto una tremenda legge che unisce il colore verde, la quinta musicale ed il calore». Compare il ruolo… centrale del colore verde, che a sua volta, nello spazio, è letteralmente centrale tra la terra e il cielo, proprio come l’Uomo stesso e come Gesù Cristo tra l’Umanità e Dio; santa Ildegarda di Bingen, nel XII secolo, figura eccezionale di donna medievale, scrisse che l’Universo, che è in Cristo il quale è in Dio, è creato, conservato e avviato in evoluzione da Dio attraverso tre forze: la vis (energia), la virtus (potenza positiva) e – singolarmente – la viriditas, cioè «l’eterno verde germogliare del Cosmo».[11]

 

III – Un altro collegamento, successivo e inaspettato, tra l’esagramma 25 e la figura di Gesù Cristo è quello che ho poi potuto congetturare alla fine dell’estate del 2010, imbattendomi in questa tabella esemplificativa (da me copiata) della scrittura ideografica cinese nei suoi caratteri antichi e moderni, a p. 134 del volume XI dell’Enciclopedia Universo (Novara, De Agostini, 1962), alla voce “Scrittura”:

 

 

Come si vede, sia nell’ideogramma antico, sia in quello moderno, per la parola che significa sia «pecora» (yáng) sia «capra» (shānyáng) sono riconoscibili le due corna stilizzate in cima al segno, più marcate in quello antico, nel quale ricordano sia le corna dello stambecco, sia – se prolungate idealmente verso il basso – quelle dell’ariete. Nella forma moderna dell’ideogramma ritroviamo tuttavia le tre righe orizzontali unite dalla riga verticale, che designavano il termine «re» (wang) e che nell’I Ching costituiscono il trigramma Ch’ien (Dio, il Creativo, il Cielo, il Padre) e che è il segno superiore nell’esagramma 25, Wu Wang, L’Innocenza, collegabile – come si è visto – a Cristo Re innocente e alla croce. Ora l’ideogramma cinese per «pecora» e «capra» permette un altro collegamento alla simbologia giudaico-cristiana e quindi alla successiva iconografia cristiana: il Cristo quale «agnello di Dio», portato al sacrificio senza che dalla sua bocca esca un solo lamento (cfr. Isaia, 53, 7), l’agnello trafitto per cancellare i peccati del mondo (cfr. Vangelo secondo Giovanni, 1, 29), e tuttavia risorto e vivente (cfr. Apocalisse, capitoli 5-8, 14, 17, 21-22), e infine anche Agnello mistico, come ricorda il celebre dipinto dei fratelli van Eyck.

Concludo con una ennesima coincidenza riscontrabile tra l’esagramma 25 dell’I Ching, implicante il legame tra Dio Padre/Ch’ien e Dio Figlio/Chên, e il fatto che quest’ultima parte del mio articolo implica a sua volta un rapporto tra padre e figlio. Infatti, fino al mese di maggio del 2010, il volume citato dell’Enciclopedia Universo era uno dei tre volumi finali dell’opera ancora assenti da casa nostra, in quanto nei primi anni ’80 mio padre ne aveva interrotto l’acquisto al volume IX (il nono). Soltanto a maggio del 2010 io avevo imprevedibilmente trovato in un mercatino dell’usato di Torino al confine con Grugliasco, in cui peraltro mettevo piede per la prima volta, la medesima enciclopedia (vecchia di più di quarant’anni, perciò abbastanza rara), completa però di tutti i dodici volumi e invenduta da tempo; anche per questo, uno dei gestori mi aveva lasciato scegliere i volumi mancanti da acquistare a un prezzo simbolico (appunto gli ultimi tre che mancavano a casa nostra). Dopo quasi trent’anni, l’enciclopedia era così completata, e mi permetteva di aggiungere in conclusione questi collegamenti ulteriori riguardo l’esagramma 25 dell’I Ching, grazie a una scoperta inaspettata avvenuta nel mese di maggio, il mese numero 5 del nostro calendario, che moltiplicato per se stesso dà proprio 25.

 

Infine, delle tre fasi in cui le circostanze hanno fatto sì che si realizzasse questa mia ricerca, quella decisiva – la seconda e centrale – si è svolta, come detto, nel 2009: l’anno in cui io stesso avevo 25 anni.

 

Piervittorio Formichetti

 

 

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Fonti per le immagini:

 

• Colonna Zed: parete della Stanza degli Avi del faraone Tutmosi III (XV secolo a. C.), ricostruzione al Louvre, Parigi (da www.gaeword.it).

• Croce ortodossa: Occultismo, mistero e magia, Grandi temi De Agostini, Novara, 1976, p. 11.

• Andrea Mantegna, Crocifissione, 1457, Parigi, Louvre (da www.artleo.it).

• Jan van Eyck e Hubert van Eyck, particolare dal Polittico dell’Agnello mistico, 1426-1432, Gand, cattedrale (da wikipedia.org).

    

 



[1] I Ching. Il Libro dei Mutamenti, a cura di Richard Wilhelm, prefazione di Carl Gustav Jung, Milano, Adelphi, 1991, pp. 50-51.

[2] I Ching. Il Libro dei Mutamenti cit., pp. 15-33.

[3] I Ching. Il Libro dei Mutamenti cit., p. 634.

[4] Vangelo secondo Giovanni, 3, 34, cit. in Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II Sulla divina Rivelazione.

[5] Vangelo secondo Giovanni, 12, 28-29.

[6] I Ching. Il Libro dei Mutamenti cit., pp. 516-517.

[7] I Ching. Il Libro dei Mutamenti cit., p. 130.

[8] Debora MARZI, La natura nel pensiero cinese, “Confronti – Quaderni”, n. 9 / settembre 2008, p. 25. Soltanto trascrivendo mi accorgo che anche la pagina su cui ho letto ciò è appunto la numero 25; si tratta di un altro dettaglio numerologico incredibilmente correlabile con il contenuto delle osservazioni che seguiranno.

[9] Thea VON HARBOU, Metropolis, Roma, Compagnia del Fantastico- Gruppo Newton, 1996, p. 39.

[10] Maurizio TERNAVASIO, Gustavo Rol: la vita, l’uomo, il mistero, Torino, Lindau-L’età dell’Acquario, 2002, p. 71. Soltanto nel cercare il presente riferimento bibliografico, scopro che Rol, anche sul citofono della sua abitazione a Torino, aveva applicato al posto del proprio cognome, la parola «Cinque»: Catterina FERRARI (a cura di), “Io sono la grondaia”. Diari, lettere, riflessioni di Gustavo Adolfo Rol, Firenze, Giunti, 2000, p. 15 (in questo libro, tra le molte parole di Rol citate, si fa anche opportunamente presente che il colore verde – vedi le righe successive di questo saggio – è centrale anche nello spettro cromatico – l’arcobaleno – percepito dall’occhio umano).

[11] Il grande libro dei Santi, a cura di Claudio LEONARDI, Andrea RICCARDI, Gabriella ZARRI, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, vol. II, p. 1112 ss..

LA MITOLOGIA DI CIRCE

La mitologia di Circe

 

La maga Circe è colei che nel mito conduce al mondo dell’oltretomba. E’ questa la mitologia a cui spesso sono legate le antiche religioni. Anche il culto della fertilità può dirsi legato al mondo dell’oltretomba, poiché nella circolarità delle stagioni è sotteso il principio di morte e rinascita ciclici, il cui potere sta in mano alla terra.

Circe in effetti vuol dire ruota, cerchio, circolarità della vita. Nel buddismo c’è la ruota del samsara o ruota dell’esistenza intesa come prima e dopo la vita. Gli etruschi parlano di pre – vita e di post – vita. Circe appartiene ad una religione precedente a quella di Ulisse, in cui si conosceva il mondo prima e dopo la vita ovvero l’oltre vita.

Il neolitico è l’epoca della grande madre, perché è l’epoca dell’agricoltura, quando comanda la donna, mentre l’uomo si dedica alla caccia. In questo periodo nasce la dea madre che, inizialmente, è un animale. Narrandola in questo modo la dea madre non rappresenta un fatto etico religioso innato nell’uomo, ma è un  fatto culturale, prodotto di una epoca. Questa è una prospettiva assolutamente diversa da quella evidenziata da Maria Gimbutas e dai suoi seguaci, in  quanto si basa  su una serie di eventi storici o protostorici, e non su un innato sentire religioso. Ciò che l’uomo trova in se stesso attraverso l’ascolto della propria spiritualità non sarebbe pertanto un sentimento religioso innato, ma la consapevolezza di uno sedimento antico della propria filogenesi e della propria storia.

E cosa ci dice Circe rispetto a questo? Lei parla della trasformazione dei maschi umani in animali. Circe è legata alle stagioni e alla fertilità. Ma è anche legata all’astronomia quindi alla circolarità della comparsa degli astri nella volta celeste. E’ colei che compie il passaggio dalla religiosità di natura femminile, costituita da dee e sacerdotesse, fino alla religiosità di tipo maschile, trasformando il maschio in animale sacro.

Cibele, la maga Circe, e alcuni culti femminili italici

Virgilio nell’Eneide descrive la maga Circe come una seduttrice, una femme fatale. E’ possibile che il luogo natio della maga Circe sia il monte Circello, il quale forse prese il nome dalla maga seduttrice. Anticamente è possibile che il monte Circello fosse un’isola, quell’isola di Eea (anche se altre ipotesi dicono rispondente forse all’odierna isola di Zannone), lontana,  descritta nel libro X dell’Odissea, come assai distante da qualsiasi continente. Quel monte probabilmente era il luogo nel quale abitava la maga Circe, un monte attualmente collegato al continente e posto all’interno dell’odierno promontorio, nel quale si trova il monte Circello.

Nel settimo libro dell’Eneide, Virgilio parla di Circe e le sue scritture fanno riflettere anche sulla antica madre Cibele, il cui culto è diffuso in molte zone della penisola italiana. Come ad esempio testimonia il pozzo chiamato La magna madre, che è il pozzo più vecchio di Roma. Omero e Virgilio descrivono entrambi la maga Circe, ma in maniera differente, Virgilio, nell’Eneide, scrive che gli uomini vengono da lei trasformati in varie specie animali, nell’Odissea Omero narra invece che tutti i compagni di Ulisse vengono trasformati in porci. La dea Cibele è simile, per tante definizioni date dai due antichi narratori, alla dea Circe, ma assai distante geograficamente e culturalmente dalla terra nella quale si narrano storie della maga Circe.

La dea Cibele è originaria molto probabilmente della penisola anatolica, come gli etruschi, originari anch’essi di quella terra. I veneti, provenienti dalla Siria, che si trovano a vivere nell’Anatolia durante la guerra tra Troia e la Grecia, offrendo un improvvisato aiuto ai troiani nell’ultima parte della guerra, passato quel breve momento che termina con la conquista di Troia da parte dei greci, vengono lasciati liberi di continuare il loro viaggio che li porterà a spostarsi fino a giungere nella penisola italiana, come narrato nel mito degli Argonauti. Anche constatando la lontananza geografica e culturale tra i popoli che professano le religioni delle due deità, si associa forse una comune origine tra la dea madre definita Cibele e la maga Circe, entrambi forse hanno l’antico ruolo di signore degli animali e appartengono all’epoca pre-neolitica, nella quale venivano praticate la caccia e la raccolta, un epoca dove la caccia veniva praticata dai maschi e la raccolta dalle femmine ed il fatto che entrambi le donne mitiche non fossero sposate sottolinea che non dipendessero da famiglie e uomini, ma appartenessero alla sfera sacerdotale.

Nel mito di Circe narrato da Omero, all’interno del decimo canto dell’Odissea, si racconta che, nell’isola Eea, a guardia delle case della maga Circe, figlia del sole, c’erano lupi montani dalle forti unghie e leoni, che grazie ai filtri maligni dati loro erano scodinzolanti come docili cani di fronte al gruppo dei marinai, che si erano avventurati nella remota isola immersa nel mare e distante assai dalle altre terre. Circe trasforma i compagni di Ulisse in porci con un filtro, mentre egli viene protetto dal farmaco procuratogli da Ermete e ricavato da una pianta dalle nere e solide radici e dai fiori bianchi come il latte. Così protetto dall’antidoto, nulla possono il beverone ed il farmaco offerti da Circe ad Ulisse.

I leoni sono anche gli animali sacri della grande madre mediorientale Cibele, importata nell’antichità a Roma e  decantata nel capitolo settimo o dodicesimo dei canti di Ovidio. Ella, nata nel monte Ida, viene definita “grande idea”, cioè “dea di Ida”, dal cantore Ovidio. Gli animali selvatici sono quelli che la hanno allattata su quel monte e lei probabilmente riveste il ruolo, nella cultura classica, di “signora degli animali”, cioè la dea delle società pre-neolitiche, prima dell’avvento dell’agricoltura, che probabilmente nasce a causa del veloce surriscaldamento terrestre che distingue la  post-epoca glaciale del Riss-Wurm, iniziata circa diecimila anni fa.

La maga Circe è colei che nel mito conduce al mondo dell’oltretomba. E’ a questa mitologia che spesso sono legate le antiche religioni. Come abbiamo già visto, anche il culto della fertilità può dirsi legato al mondo dell’oltretomba, poiché nella circolarità delle stagioni è sotteso il principio di morte e rinascita ciclici, il cui potere sta in mano alla terra.

Circe inoltre nutre l’ospite con cibi quali il miele la farina d’orzo e il formaggio, che sono cibi che si ritrovano anche tra le divinità femminili  etrusche e venete, e lo disseta con vino. Questo è il cibo di cui nutre Ulisse quando esercita i propri poteri magici, se poi guardiamo alle fasi successive del racconto, essa offre abbondante carne ad Ulisse ed ai suoi compagni, invitandoli addirittura a sacrificare, sgozzandoli, i migliori animali. Ma in questa fase è concluso l’effetto del farmaco e i porci son tornati uomini, è una Circe già passata ai culti religiosi maschili, legati alla cacciagione.

A casa di Circe lavorano come domestiche quattro ancelle, nate da fonti, da boschi e da fiumi sacri, esse preparano il cibo e lavano gli ospiti con acqua bollita, molto somigliano alle divinità femminili etrusche e venete.

Infine Circe conduce all’Ade, lungo un viaggio che solo lei può propiziare attraverso i profondi gorghi di Oceano, prima che Ulisse possa rientrare a casa. Così come le suddette divinità compiono ciclici e simbolici passaggi al mondo dell’oltretomba attraverso sorgenti d’acqua  ed anfratti nascosti tra fitti boschi.

In Virgilio si dice che Circe trasformasse gli uomini in vari animali, leoni, orsi, lupi, porci, nell’Odissea si narra invece che tutti i compagni di Ulisse siano stati trasformati in porci. Nel libro settimo dell’Eneide, in cui Virgilio narra di Circe, si parla dell’ <<antica madre>> Cibele, il cui culto, proveniente dall’Anatolia, è diffuso in varie zone d’Italia. Cibele era una divinità Vergine, non nel senso che rinunciasse all’accoppiamento, ma perché non era sottoposta all’uomo. Questo è il senso antico del concetto di “vergine”, diffuso nell’area asiatica e mediterranea. Virgo appartiene alla casta delle sacerdotesse, non appartiene ad alcune famiglia, nemmeno a quella dominante. Le famiglie sono di carattere maschile (dea della caccia).

Note sulla Grande Madre

Il legame tra il culto di San Michele Arcangelo e il culto della “Grande Madre”.

Il culto di San Michele Arcangelo è sempre localizzato in ambiti in cui è necessario opprimere presenze e credenze pagane. E’ altresì un culto legato al potere catartico delle acque, come San Giovanni Battista, che battezzò Gesù Cristo con l’acqua, cui egli rispose che come Giovanni avrebbe battezzato con l’acqua, egli avrebbe battezzato con lo spirito.

L’Arcangelo Michele è molto vicino a San Giovanni Battista, colui che battezza con l’acqua il figlio di Dio e che annuncia la nascita di Cristo. Anche l’Arcangelo Michele è estremamente collegato con le acque sacre e pure lui annuncia la nascita del Salvatore. San Michele Arcangelo è un santo escatologico e catarchico, per questo è collegato alle acque, che nel simbolismo cristiano ed ebraico sono sia acque punitivo-escatologiche, che acque catarchiche e quindi di salvezza. I due opposti, la morte terrena e la vita eterna, in San Michele Arcangelo si toccano profondamente.

Al di la del forte legame con il simbolismo delle acque, molto evidente nell’iconografia, nell’architettura sacra e negli scritti religiosi su San Michele Arcangelo, è potente la presenza del santo anche in luoghi di morte e rinascita, infatti il suo legame con le acque è potente proprio per questo motivo, un motivo legato alla caratterizzazione di San Michele Arcangelo a quella che è la sua missione, essere l’elemento primario dell’apocalisse. lnfatti lo troviamo come personaggio fondamentale nell’Apocalisse di San Giovanni e a questo proposito, anche nel comune dell’Aquila, ad Amiternum, nella chiesa dedicata appunto a San Michele Arcangelo, la quale fu eretta nel VI secolo, sopra alcune catacombe paleo-cristiane. Per un motivo analogo, nella Basilica di San Apollinare in Classe a Ravenna eretta nel 546 d. C. il celeberrimo abside presenta le figure a mosaico degli Arcangeli Gabriele e Michele a protezione della cristianità contro il culto Ariano; dove ora vi è la Basilica, precedentemente gli ariani avevano il proprio luogo di culto.

Questo lega molto il Santo Arcangelo Michele alla Dea Madre, anch’essa, come il Santo dell’apocalisse e dell’escatologica catartica salvezza, era suddivisa nei culti preistorici addirittura precedenti al neolitico in tre sotto-divinità, la divinità della nascita, la divinità della vita e la divinità della morte. Sia San Michele Arcangelo che la Grande Madre sono i primi battezzatori dell’umanità e le prime figure escatologico-catarchiche. Le tre moire della mitologia greca si rifanno appunto a queste tre divinità che nate probabilmente in un periodo ancora precedente a quello della grande Madre, di cui già si nota l’esistenza nelle immagini religiose di 15ooo anni fa, si trasformarono in personaggi divini che costituivano l’identità monoteista della Grande Madre.

Il culto di San Michele Arcangelo è possibile che abbia trovato diffusione nelle aree della penisola occupate dai Longobardi nel periodo a partire dal 500 d.C. I Longobardi dapprima erano pagani, poi divennero cristiani.

A Novi di Modena per esempio vi è una Pieve romanica del XII sec. dedicata a San Michele Arcangelo, che sorge sopra una pieve preromanica del IX sec. (gli absidi sono sovrapposti) dedicata a Santa Maria Maddalena. In un terzo tempo, nel XVI sec. fu costruita e sovrapposta una nuova pieve dedicata sempre a San Michele Arcangelo. Ciò avvenne per paura del diffondersi dei movimenti eretici. Le precedenti costruzioni probabilmente furono abbattute a causa di inondazioni. Recentemente sotto l’abside preromanico sono stati scoperti resti di età romana, manufatti prodotti da una fornace e forse un altro abside. E’ importante notare che il basamento preromanico è costruito con sassi fluviali e in un secondo tempo con mattoni.

Per quanto riguarda la presenza nel Veneto, ne parlano Paolo Diacono e Ariperto I. Questi autori offrono anche testimonianze sugli antichi alvei dei fiumi che hanno formato la laguna prima della grande alluvione descritta da questi autori avvenuta nel 586 d.C. (Brenta, Muson, Marzenego e Sile). Brenta e Muson portano ancora testimonianze del culto di San Michele Arcangelo. A Venezia esistono tre siti dedicati a questo culto: San Michele in Isola (l’attuale cimitero) sede di una antica biblioteca camaldolese in parte custodita ora a Camaldoli e in parte alla Biblioteca Marciana di Venezia, e luogo dove operò anche il cartografo fra’ Mauro, che la leggenda vuole visionario e ispirato dal diavolo;  San Michele degli zoppi, chiesa rasa al suolo da Napoleone, di cui pare non si sia salvato nulla, resta solo un attiguo vecchio oratorio e il nome del campo, Campo San Angelo; San Michele delle polveri o San Michele di Contorta, che ospitò un convento di monache “corrotte”. Se osserviamo la presenza di luoghi religiosi dedicati a San Michele Arcangelo, ma anche a San Giorgio, santo anch’egli di carattere escatologico-catarchico, lungo il Canal Grande a Venezia, possiamo capire come mai in questi luoghi dove è forte la presenza dei due santi citati, si situino due luoghi negativi tristemente famosi, Palazzo Dario per la morte violenta di ogni suo proprietario e Palazzo Mocenigo dove Giordano Bruno il quale confidò a Cagliostro le sue arti di stregoneria nell’ultimo tentativo di salvarsi. Ma anche nell’isola di Burano vi è una zona si dice del diavolo e una zona d’acqua dalla quale pare esca del gas metano. Questi luoghi nei quali venivano vissute situazioni peccaminose, tra le quali quelle di carattere stregonico sopra dette, avevano bisogno dell’intervento di questi due santi nell’immaginario della città di Venezia.

 Le sacerdotesse nelle antiche religioni di area veneta

Qui si pone la domanda se le antiche religioni di area veneta siano o meno legate al culto della Grande Madre. Vi è l’influsso dell’Ecate greca nella simbologia delle antiche religioni di area veneta, in particolar modo euganea. E vi sono similitudini con la simbologia etrusca: per esempio piccole edicole appese agli alberi o oggetti votivi o cibo sempre appesi agli alberi, per ingraziarsi le cornacchie.

Altre tracce si trovano nei riti delle sacerdotesse paleo – venete. Il Santuario situato nella località Meggiaro a Este (V – IV sec. a. C., andò abbandonato nel I sec a.C.) e scoperto a partire dal 1999 presenta similitudini con i santuari di Cosa (Ansedonia – Orbetello), Forentum (provincia Potenza), Marzabotto (Bologna) e Bantio (tra Apulia e Lucania): sono santuari del tipo cosiddetto “templum in terris”. A Meggiaro sono stati ritrovati circa 8000 resti ossei di animali, in prevalenza giovani e di genere femminile, di cui quasi la metà sono di scrofe e feti, il che fa supporre al sacrificio di scrofe gravide. E’ stato ritrovato anche un pozzo, che fu costruito in un secondo momento e sono stati ritrovati anche reperti che riconducono a libagioni. Questa tipologia di santuari è legato ai miti di fondazione così come li descrive Virgilio nel I libro dell’Eneide alludendo alla fondazione di Cartagine ad opera di Didone con un tempio dedicato a Giunone.

L’aspetto linguistico in area euganea ci associa al legame tra indoeuropei e preindoeuropei, infatti la lingua veneta è un incrocio c tra lingue locali e lingue che sono venute attraverso le migrazioni indoeuropee. Attraverso lo studio delle lingue si può scoprire la relazione tra popoli preindoeuropei e quelli indoeuropei di provenienza aria. Il termine Euganeo deriverebbe dal greco e significa di nobili stirpe, ma potrebbe essere collegabile con gli Ingauni antichi abitanti della Liguria, quindi di probabili origini preindoeuropee. Studiosi come Giovenale Marziale Comelisio Italico e Lucano usano il termine euganeo per definire all’epoca di Roma imperiale l’Italia nord orientale.

La lingua paleoveneta sarebbe invece originaria delle popolazioni indoeuropee che si sono stanziate nel nord della penisola. Gli indoeuropei si sono stanziati nel nord est della penisola italica attorno al VI sec. a.C. e con l’arrivo dei romani nel II sec. a.C,. si sono inglobati con loro. Precedentemente hanno avuto rapporti con gli etruschi. Si suppone che con l’arrivo dei veneti, gli euganei si siano spostati dai colli euganei verso le prealpi. Le iscrizioni paleovenete si trovano su ceramiche, vasi e monumenti funerari, sono spesso iscrizioni votive.

Secondo alcuni studiosi il veneto più puro anzi il paleoveneto più puro chiamato anche venetico, sarebbe quello della parlata slava, lo slavo insomma sarebbe una lingua in parte di origine veneta indoeuropea. Ma è vero anche che all’epoca dei castellieri popolazioni istriane si spinsero fin dentro il veneto al confine tra le attuali provincie di Belluno e Treviso costituendo enclavi linguistiche antropologiche resistenti fino ai nostri anni, tanto che fino a pochi anni fa in quelle zone si riconoscevano nuclei fisionomici e tradizioni di derivazione istriana.

Vi sono poi similitudini tra il linguaggio scritto etrusco ed euganeo e venetico. Secondo alcuni autori le varie popolazioni presenti in area venetica erano in origine Ari, o comunque provenienti da quell’area. Gli euganei erano il nucleo originale ed erano probabilmente di diversa origine. Lo afferma anche Tito Livio (padovano di origine). Virgilio parla invece di Antenore, principe troiano che venne in Italia attraverso la Croazia a capo di una schiera di Eneti (o Veneti), e fondò Padova.

 Il culto del serpente

Anche il culto del serpente ci riporta alla connessione tra indoeuropei e preindoeuropei,  come infatti è possibile notare nelle immagini che raffigurano la donna con mani e gambe a forma di serpente e in posizione che odiernamente sarebbe definita ypogica, essa appartiene alla cultura preindoeuropea. Lo stesso mito serpentario lo ritroviamo nel racconto biblico che è anch’esso preindoeuropeo. Nella tradizione indoeuropea il serpente è invocato in senso nefatico, ma è sempre presente nelle tradizioni mitologiche.

Nella Bibbia e nell’Eneide si parla del culto della Grande Madre, simboleggiata dal serpente, che è legato alla terra. Il demonio è legato al serpente, così come il drago. Chi ammazza un drago è sempre un santo. Nell’isola di Malta è molto presente il culto del serpente legato al culto di san Paolo, in Svizzera il serpente è chiamato arcobaleno, mentre tra gli indiani il serpente scaccia il fulmine. Quindi il serpente è legato all’acqua. Nell’Eneide gli animali di colore nero venivano sacrificati da Enea per propiziare la pioggia. Gli sloveni hanno il culto della vacca nera che viene sacrificata e l’usanza del sacrificio animale è ancora molto diffusa nelle zone tra il Kosovo e la Macedonia. Il fiume Timavo citato da Virgilio quando parla del mito di fondazione della città di Padova, è un fiume che nasce in Croazia, si sviluppa in Slovenia e sfocia nei pressi di Trieste, il cui percorso in parte sotterraneo è ancora sconosciuto, avvolto nell’enigma.

La Grande madre prima nasce dalla terra, poi nasce il serpente e succhia la terra, così nasce il demonio. Poi la Grande Madre diviene animale nero cosicché l’animale viene ammazzato per propiziare la pioggia (il serpente arcobaleno per far piovere). Dalla pioggia nasce l’anima. Enea ammazza ancora animali per propiziare la pioggia. Infine dall’anima nasce la concezione di un Dio  – Zeus che determina la pioggia e la terra. Così dalla Grande Madre si arriva al Dio astratto: questa è l’ipotesi positivista – funzionalista.

 Sui Serpari di Cocullo (testimonianza orale, agosto 2016)

Mi trovo nel paese di Filetto mt 1090 sul l. m., vicino alle frazioni di Camarda e Paganica (Jovi Paganico Sacro) nel Comune dell’Aquila, sulle pendici del Gran Sasso verso Campo Imperatore. La località anticamente in un territorio di confine tra i popoli dei Sabini e dei Vestini.

Chiedo ad un anziano se nei pressi vi siano località o tradizioni dedicati ai serpari. Risponde che solo a Cocullo esiste questa tradizione. Mi descrive la strada per arrivarci ed aggiunge “Ma ora nun è stagione”. Gli suggerisco che la stagione è maggio, il primo di maggio. Egli afferma “Quando si svegliano”. Provo a farmi spiegare cosa voglia dire questa affermazione. Egli continua a ripetermi “Quando si svegliano”. Penso che si riferisca ad una sorta di letargo invernale, ma non capisco. Egli col viso e col corpo fa un cenno di fastidio, più volte, e aggiunge “Ma come fanno a metterli sul collo?” Mi mostra come, a mo’ di sciarpa. “Ma come fanno, sembrano addormentati” ribadisce. Gli dico che forse sono ubriacati o drogati, egli fa un altro cenno di fastidio e repulsione. Intuisco che questo argomento lo infastidisca, infatti mi saluta ed entra nel portone di casa.

 La madre terribile 

La Grande Madre chiamata anche madre terribile era nata in Mesopotamia, era la grande madre Tiamat ovvero l’oceano primordiale. Era vicina come simbolismo a Saturno, che in greco è Kronos, il tempo non cronologico, Saturno e la Grande Madre sono simili archetipicamente.

Faccio spesso il paragone tra le “facce” nere che sono mesopotamiche e gli egiziani preclassici. Sono molto differenti: la grande madre è mesopotamica, mentre in Egitto comandano il dio Epafo figlio di Io – Iside, sacerdotessa di Era. Io fu trasformata in vacca da Era per gelosia ma, liberata da Ermes su richiesta di Zeus, fu di nuovo perseguitata da Era, e andò vagando per molti luoghi fino a giungere in Egitto. Ritornata nelle vesti di donna divenne moglie di Osiride, che è un dio che ogni anno muore e ogni anno rinasce attraverso l’accoppiamento. Sono molto vicini al culto ebraico e successivamente cristiano, infatti la vacca è la dea della fertilità per gli egizi e si trova anche nel racconto della nascita di Gesù, insieme all’asino che è un simbolo, il dio asino, di cui parla il re sapiente Salomone.

Le dee avevano la coda di coccodrillo, leone, ippopotamo come la Tueret egizia perchè erano dell’età dei cacciatori, paleolitico inferiore, che precede la cultura della rivoluzione agraria del neolitico, erano le dee gravide. Gli ebrei possono aver attinto dal mito di Didone perché la Fenicia, e Didone è fenicia, è confinante col loro regno.

La dea gravida veniva chiamata “donna gravida”, era la Grande Madre. In Mesopotamia ci sono la dea benevola e la dea malevola. La dea benevola è chiamata Tiamat, mentre la dea malevola è chiamata Istar. Inanna – Istar coincide con Urano (il cielo), è figlia del Cielo o della Luna e sorella del Sole. La dea benevola accettava il movimento dei figli, e dunque accettava il divenire temporale. La dea malevola invece si arrabbiava quando i figli si muovevano, voleva che stessero fermi, e li uccideva: in ciò era simile a Saturno. Questa divinità non accettava il divenire e quindi il tempo.

Il Caos, il mare in Mesopotamia, genera Tiamat, la dea che pure ammazza i figli, tranne due. Tiamat è la divinità femminile che nasce dal mare, essa viene assorbita nella cultura dei Greci divenendo Afrodite. Urano – Kronos – Zeus secondo Esiodo sono i tre stadi della teogonia. Urano e Gea vengono dal Caos, sono l’ultima coppia dei figli di Caos. Tiamat, il Caos, ha anch’essa vari figli che uccide, tranne due.

In Italia i precristiani e i preindoeuropei fondano il paese di Saturnia e insegnano a lavorare la terra. Ma in alcuni culti l’agricoltura è un’arte femminile, insegnata delle deità femminili. Ciò appartiene alla religione della Grande Madre. Tiamat è entrambe le cose, Urano e Kronos. Da Kronos successivamente nasce Zeus e da questi nasce Venere, che in realtà però di Zeus sarebbe la sorella. Dalla Venere preindoeuropea, cioè Tiamat mesopotamica, che è appunto simboleggiata dalle stella ad otto punte che rappresenta il pianeta Venere, si passa alla Venere greca che è figlia sorella di Zeus.

Tifone, il drago, il serpente, è stato creato da Rea, la quale voleva uccidere Zeus, il quale aveva mandato sotto terra i Titani, figli di Rea. Zeus va in Egitto. Dalla cenere di Dioniso e dei Titani nasce l’uomo. Le religioni patriarcali sono centrate sul potere degli dei, mentre le religioni matriarcali sono centrate sulla fertilità. Esse inoltre sono diverse per il culto delle acque dove l’acqua è quella che dà fertilità e fa crescere la possibilità di trovare marito, fa venire il latte e questo uso delle acque paragona la pianta all’uomo.

Marco Viti, Stefania Pomiato

ACQUE CATARCHICHE ED ESCATOLOGICHE

ACQUE CATARCHICHE ED ESCATOLOGICHE

 

C’è un passo evangelico, nel quale Gesù Cristo dice che Giovanni Battista lo ha battezzato con l’acqua e che lui battezzerà con lo Spirito Santo. Questo passo apre a un interessante collegamento tra il cristianesimo e le religioni pre­cristiane, tra le quali quella che nella religione wicca è definita “vecchia religione”, termine dato da Margareth Murray, un’egittologa inglese, studiosa di antiche religioni. Tra queste religioni, ad esempio, c’è quella, di cui sono deità le tre Moire, una religione probabilmente legata alla Grande Madre.

Altre figure, probabilmente definite da Margareth Murray, all’interno della “vecchia religione”, sono le fate dei racconti ladini e le ondine dei racconti tedeschi del Tirolo, le quali possiedono il dono della chiaroveggenza e vivono nelle grotte, da cui sgorgano acque di sorgente. Queste figure mitiche fanno pensare alle deità greche, come le Moire, ad esempio, che vivevano nelle grotte, dove si trovavano fonti di acque dolci e nei luoghi acquei dolci, che avevano forse origini legate ai culti matriarcali. Queste deità probabilmente adoravano i serpenti, culti dei quali si constata ancora oggi la sopravvivenza nella festa detta dei Serpari di San Domenico, celebrata a Cocullo, in Abruzzo, dove vengono catturati i serpenti nei boschi e portati nel paese, il giorno della celebrazione, per poi essere lì liberati. Le deità primadette, legate ai culti matriarcali pre­cristiani, come le ninfe, le egerie, le naiadi, erano molto probabilmente le guardiane dell’acqua, esse forse erano le antropomorfizzazioni dei serpenti, che vivevano nei pressi degli stagni, che nella religione della Grande Dea erano considerati animali mitici. Le ninfe sono simboleggiate da un animale che ama nell’immaginario culturale greco, stare attaccato al suolo terrestre, il serpente. Questa è una delle figure simboliche più potenti, relativamente alla divinità della Grande Madre.

Le ninfe talvolta sono esse stesse antropomorfizzazioni di serpenti, molto probabilmente, infatti, si diceva che stessero a guardia delle fonti. Anche la figura mitica dell’anguana, presente nell’area piemontese, lombarda e soprattutto veneta, talvolta è legata a questo genere di antropomorfizzazioni. Se ci soffermiamo a considerare l’etimologia della parola anguana, scopriamo come questo termine derivi dal latino aquana, ninfa, creatura delle acque, ma l’etimologia popolare la associa all’etimologia della parola anguilla, dal latino anguilla, diminutivo di anguis, serpe. E’ molto singolare che la parola veneta bisatto, indicante l’anguilla, derivi da biscia, a sua volta derivante dal latino bestia, che dal V° sec. d.C. comincia ad indicare il serpente. Se poi si guarda alle caratteristiche di questo pesce, si scopre come esse siano simili a quelle attribuite all’anguana. L’anguilla è’ un pesce di abitudini notturne, che si muove in prevalenza con l’assenza di luna, poiché esso è lucifugo e possiede caratteristiche simil­anfibie, poiché si muove anche sul terreno al di fuori dei corsi d’acqua ed è amante del fango, dove ama cacciare e dove anche può sopravvivere a lungo. Altre sue caratteristiche lo pongono anche in diretto contatto col mistero e la morte. Per esempio è ancora poco chiaro il suo ciclo riproduttivo, per lungo tempo del tutto avvolto nel mistero. L’anguilla parte per un lungo viaggio, di cui si sa ancora poco con certezza, così come l’anguana, nelle tradizioni orali, ciclicamente si reca in luoghi solo a lei conosciuti. L’anguilla infine ha capacità necrofaghe e saprofaghe, amando cibarsi di animali morti. Le anguille, come rappresentazioni delle anguane e probabilmente in seguito, delle ninfe, delle moire e di molte altre figure mitiche femminili pre­cristiane, si rifugiano spesso nelle grotte d’acqua dolce e ogni anno forse, secondo le culture pre­cristiane, andavano oltre il concepibile, cioè in luoghi geografici immaginari, paragonabili al luogo dell’oltrevita.

La figura mitologica dell’anguana prevalentemente è vestita di bianco, che simbolicamente per certe culture è il colore dell’aldilà ma, a volte, nelle narrazioni di tradizione orale del Veneto, del Trentino e del Friuli, si racconta che essa indossi abiti colorati, rossi, neri o verdastri e assuma le sembianze proprie dell’anguilla femmina. A volte infatti l’anguana nelle narrazioni delle culture orali venete, è descritta con la coda di pesce, attorno alla quale si avvolgono i lunghi capelli, in effetti l’anguana ricorda molto quell’animale mezzo pesce e mezzo serpente, che nell’immaginario popolare è l’anquilla. Altre volte invece è raffigurata con i piedi di capra,come in un disegno attribuito a Tiziano Vecellio, il grande pittore cadorino. È un’ipotesi e forse un paradosso, da paradoxa, opinione oltre la verità, ma i colori dell’anguana suscitano simbolismi legati al rapporto tra i colori e un’immaginario popolare arcaico, forse pre­cristiano, tanto da dovere essere definito come forma archetipale. I colori in esame sono il nero, il rosso e soprattutto il bianco, rappresentato nell’immaginario popolare e nell’arte medioevale, sopratutto veneta, dal colore delle vesti dell’anguana. Il nero la può ricollegare al mondo dei morti, il rosso alla fecondità, il verdastro al suo contatto con l’acqua e con la terra.

Le anguane in alcuni accezioni dei dialetti veneti e trentini sono chiamate vane. Questo ci apre a una fantasia interpretativa interessante, è possibile infatti che le vane siano collegate alle popolazioni pre- indoeuropee e matriarcali di origine germanica, i Vani. Questi erano una delle poche popolazioni pre- indoeuropee, ancora memoria storica dell’occidente, la cui lingua ancora oggi è parlata in una delle poche aree che gli Asii non poterono invadere.  Nel periodo post­glaciale, che probabilmente suscitò la ricerca da parte degli indogurganici di nuovi territori da colonizzare, la zona abitata dai Vani, che si colloca nell’attuale Finlandia, era troppo fredda per loro, che venivano in Europa da zone molto più calde. Questo mi fa supporre il motivo per cui in Finandia, ancora oggi c’è probabilmente il ceppo linguistico dei Vani. Nella loro lingua, insieme a quella dei baschi, ancora oggi persiste un nucleo linguistico pre- indoeuropeo.

La ridefinizione veneta, trentina e ladina delle anguane, con il termine vane, può derivare da un sincretismo linguistico germanofilo. Tale germanismo, è presente in due culture: in quella connotata dal dialetto veneto e trentino, linguisticamente nel contempo germanico e italico e in quella connotata dalla lingua ladina, più specificamente, quella riguardante il dialetto ladino della val di Fiemme, uno dei quattro dialetti ladini di questa antichissima lingua italico­germanica, parlata da una popolazione di origine retica, proveniente dall’area germanica orientale, che incontrandosi con la cultura italica, durante la colonizzazione romana, prese il nome odierno di ladina. Anche simbolicamente le anguane sono legate alla vita e alla morte, così come alla purificazione. Pensare che lavare la biancheria, tipico di queste figure, era un lavoro che un tempo si svolgeva in primavera ed in autunno, al risveglio della vita e all’arrivo della morte. Ma si faceva anche in altre situazioni, alla nascita, durante il puerperio, durante la vecchiaia (pensiamo ai panni dei neonati e dei bambini, così come ai panni di un anziano). Si lavava poi tutta la biancheria di un morto subito dopo il funerale; così come si lavava il sangue mestruale. Tutto il resto poteva attendere il cambio delle stagioni, questi panni invece andavano lavati subito. Ma le donne gravide e le puerpere non potevano lavare, rischiavano la loro vita, così intervenivano le fate e le anguane, costituite in quell’immaginario culturale, spesso da donne morte di parto, da fanciulle e bimbe morte prematuramente o addirittura abortite, ancora avvolte nel sacco.

Queste figure antiche rappresentano, in tale immaginario tradizionale, il veicolo psicopompo tra il luogo della vita e il luogo dell’oltretomba, la morte, rappresentano il veicolo comunicazionale, all’interno delle ritualità stagionali delle antiche religioni, tra la primavera e l’autunno, tra spirito e carnalità. Nella loro essenza vive il serpente, e l’etimologia dei loro nomi ne è testimonianza. Sarebbe interessante interpellare anche la biologia, che ci insegna come il grado di salinità del sangue umano sia uguale al grado di salinità dell’acqua marina, retaggio della nostra primitiva origine. Mi piace fare questo parallelismo, seppure fantasioso, però considero bello pensare che le anguane, come le anguille che si riproducono in un mare salino per poi emigrare verso le acque dolci dei fiumi, immaginare che le anguane, appunto, siano figure, che attraverso l’acqua, siano veicolo di un lungo cammino che riconduce a dimensioni antiche e soprannaturali.

Da questa supposizione ne scaturisce un’altra: anche i serpenti e le apparizioni dei serpenti, che fanno la guardia ai tesori nascosti sotto terra, come nel caso della leggenda del cacciatore che si rifugia in una notte di pioggia in una grotta presso San Rabano e trova la gallina d’oro, che lo porta a scoprire dove è nascosto il tesoro, al quale però fa la guardia il serpente che gli impedisce di appropriarsene. Sembra che la figura mitica del serpente sia una antropomorfizzazione di deità femminili,come le egerie, le ninfe, le naiadi, probabilmente appartenenti al culto legato alla grande Madre, culto che verrà inglobato dalla religione cristiana.

Nella leggenda maremmana del cacciatore che scopre il tesoro posto dentro alla grotta nel bosco, dove si trova l’Abbazia di San Rabano, il serpente non è simboleggiato, è un protagonista vero e proprio della narrazione di tradizione orale e sta a guardia del tesoro, impedendo al cacciatore di appropriarsene. La figura del serpente, in questa narrazione, potrebbe teoricamente essere rappresentato anche da San Michele Arcangelo o essere la sua rappresentazione, come lo è probabilmente rispetto alle naiadi, alle egerie, alle moire, alle ninfe greche e romane, alle fate venete, friulane e trentine e alle ondine tirolesi. Infatti, sia lui, che San Domenico, sono legati entrambi alla figura serpentaria. San Domenico, celebrato in una festività a lui dedicata, in un paese del centro Italia e che ho già citato, è un santo serpentario, in onore del quale vengono catturati i serpenti per essere poi esposti e liberati in paese, durante la celebrazione a lui dedicata.

Sia San Domenico, che San Michele Arcangelo, sono probabilmente delle figure sostituitrici di deità pre­cristiane legate al culto del serpente, una religione probabilmente appartenente alla cultura matriarcale della Grande Madre. Quindi San Michele Arcangelo e San Domenico, sarebbero sostituzioni cristiane di figure divine legate alla Grande Madre e le celebrazioni laiche fatte nei racconti a veglia, nei tempi in cui non esisteva ancora la cultura scritturale e vigeva la tradizione orale, come modalità di continuità sociale e trasmissione delle conoscenze, che usava i racconti di tradizione orale, trasmessi durante le veglie, nelle quali venivano tramandati, in un ordine sociale di carattere gerontocratico, la memoria storico­culturale e religiosa che raccoglieva in se tutto, anche le competenze tecniche lavorative, ad esempio. La trasmissione attraverso le narrazioni di tradizione orale, delle competenze di ogni genere, ad esempio quelle professionali, all’interno di una memoria storico­culturale di carattere implicitamente religioso, nel senso di religere, unire l’uno alla molteplicità, l’individuo al kosmos, sarebbe legata a celebrazioni religiose antichissime, alle quali esse sono pervenute e nelle quali gli antichi rituali religiosi, dei culti legati alla Grande Madre, sarebbero semplificati proprio grazie alla immissione nei racconti di tradizione orale, apparentemente laici, giunti fino a noi, oggi.

Così, quando in queste narrazioni si parla del serpente che fa la guardia al tesoro posto dentro a grotte, in realtà si rinnovano le ritualità di simbolismi religiosi antichissimi, di culti oramai perduti e inglobati nella religione cristiana. San Michele sarebbe quindi l’antropomorfizzazione divina della figura sacra del serpente, figura liturgica legata a una precedente religione? La risposta non è certo definitiva, ma riallacciandomi alla narrazione di tradizione orale del cacciatore che scopre il tesoro di San Rabano, narrazione, la quale, pur non essendo legata all’acqua, è comunque una leggenda legata cripticamente alle divinità femminili delle religioni arcaiche matriarcali, in quanto il serpente è raffigurato nei miti delle acque dalle deità femminili e come le naiadi fa la guardia alle fonti, il serpente di San Rabano e San Michele Arcangelo, fanno entrambi la guardia a ciò che di sacro contiene la grotta: l’uno il tesoro, l’altro la sacra acqua miracolosa. Tra l’altro la leggenda di San Rabano ubbidisce ai quattro canoni che costituiscono la similarità tra le grotte che possiedono acque terapeutiche:

1° sta in zone boscose e lontane dalla presenza umana,

2° sta in grotte profonde, infatti la parte più importante della narrazione del tesoro di San Rabano, si sviluppa nel luogo dove sta nascosto il tesoro, proprio in una grotta profonda.

3° si trova sopra monti o rialzamenti di terreno,

4° l’avere al proprio interno un tesoro sacro, sacro come le acque considerate miracolose, entrambi tesori, nel caso di San Rabano, letterale e nel caso di San Michele Arcangelo, metaforico nel caso di San Michele Arcangelo.

La figura protettrice è espressa letteralmente ed il tesoro, costituito dall’acqua, espresso metaforicamente, nel caso invece della narrazione di San Rabano, la figura protettrice è espressa metaforicamente ed il tesoro espresso letteralmente. Questa dualità diametralmente opposta, che raffigura immaginari simili è, a mio parere, un dato fondamentale, dal quale si può immaginare più da vicino la contiguità tra l’arcaica religione matriarcale e quella più recente del cristianesimo. Nelle grotte dedicate a San Michele si trova l’acqua sacra, un tesoro metaforicamente definito e nella grotte di San Rabano, protetta dal serpente, di cui sono antropomorfizzazioni le deità femminili precristiane, si trova un tesoro letteralmente definito. Ci sono i riallacciamenti alle acque sacre, al serpente, similarità molto forti, che mi fanno pensare al legame con i culti pre­cristiani, ai quali con una certa probabilità i due argomenti erano legati.

Penso che possa esserci un legame tra le religioni matriarcali legate alla Madre Terra e le credenze popolari nelle acque miracolose delle fonti lattaie e di altre sorgenti curative, come ad esempio quelle che si trovano in Sardegna, le quali hanno origine nelle loro caratteristiche cultuali dai santuari dell’antica Fenicia e dai punici, da cui deriva la cultura sarda.

Stefania Pomiato, Marco Viti

Tanakh, Bibbia e Corano sono libri sacri? Certamente sì, per le dottrine iniziatiche lo sono!

L’essere umano ha inventato le religioni, l’essere umano ha elaborato complessi riti e dogmi al fine di rendere più credibile, l’incredibile: che esiste un dio invisibile che ci osserva e ci giudica, in base ai nostri comportamenti più o meno sottomessi; che ogni cosa che accade nel nostro mondo è la conseguenza di un potere “superiore” all’umanità, un potere il cui unico fine è punire o premiare.

Un giorno l’intera umanità scoprirà che nulla di più lontano dalla verità è stato mai elaborato: siamo noi gli artefici dei nostri destini individuali e collettivi, con le nostre “scelte”.

Possediamo il libero arbitrio, ma non lo adoperiamo! Questo è il potere dell’élite: farci credere inermi, incapaci, indifesi alla merce di qualche divinità “superiore”.

Grazie a uomini come Anton van Leeuwenhoek e Louis Pasteur, abbiamo scoperto, che quelli che i medici antecedenti alle loro scoperte definivano “demoni invisibili”, altro non erano che “batteri”.

I batteri sono organismi, invisibili a occhio nudo, hanno fatto più morti di qualunque altra cosa nella storia umana.

Con tutta probabilità un giorno si scoprirà che quel che definiamo dio è qualcosa di cui noi tutti facciamo parte e non qualcuno a cui sottometterci o da temere e non di certo qualcuno che ci ama o teme.

Gli esseri umani un giorno comprenderanno di essere polvere di stelle, di essere un tassello dell’intera esistenza.

Se una qualsiasi cellula del vostro corpo prendesse “coscienza” di sé, e iniziasse a porsi domande sull’esistenza e quant’altro, a che conclusione giungerebbe?

Probabilmente crederebbe di essere “speciale”, prescelta da un potere superiore. Il problema è, che quella cellula potrebbe iniziare a comportarsi in maniera “non armonica”, indipendente dalle altre, questo produrrebbe in voi o in me, la condizione che comunemente definiamo “malattia”.

Ma quando le cellule sono “consapevoli” d’esser un tutt’uno con il corpo che le ospita, anzi di formare il corpo che le ospita, allora esse faranno tutto il necessario per il “mutuo benessere e reciproco rispetto”, armonia o omeostasi, è questo produrrebbe in voi e in me “benessere”.

L’intero sistema Solare, di cui facciamo parte non è altro che un granello di sabbia nel cosmo… Quanto potremmo allora noi, comprendere di Dio?

Siamo arroganti esseri sensienti, che giocano a circoscrivere il tutto “Dio” in un’unità individuale e selettiva.

Noi esseri umani siamo polvere di stelle, togliamo la polvere e ridiventiamo stelle!

Ogni dottrina religiosa della storia umana, ha da sempre manifestato una volontà scatologica nel rendere poco accessibile la conoscenza tenuta, gelosamente, nascosta nelle mani dei più alti ranghi iniziatici.

Dovuto a tale comportamento possiamo suddividere ogni dottrina religiosa in: esoterica e essoterica.

Esoterismo è il termine con cui si indicano, in senso lato, le dottrine di carattere almeno in parte segrete o riservate. La verità occulta o i significati nascosti di tali dottrine sono accessibili solo ai cosiddetti iniziati, prevedendo spesso diversi gradi di iniziazione.

Il termine appare per la prima volta in una lingua moderna, il francese, nel 1828. Si contrappone a essoterico, parola che indica una conoscenza aperta a chiunque.

In altre parole, indistintamente, ogni dottrina ha diversi gradi di “interpretazione”, in base all’estemporanea prospettiva del seguace. Il livello acquisito all’interno della propria congregazione religiosa, oltre all’egocentrico stato mentale determinato dal credere d’esser diversi, dona una conoscenza superiore, per contenuti informativi, rispetto al livello di provenienza.

Concettualmente anche le dottrine religiose sono state elaborate a forma piramidale, man mano che si sale di gradino nella piramide (grado iniziatico) si può accedere ad una conoscenza più ampia. Stesso sistema adoperato per ogni percorso scolastico: asilo, elementari, medie, superiori, università, dottorato.

Si “la conoscenza” è tutto, infondo noi esseri umani siamo esseri immortali (anime) che provano un’esperienza mortale (la vita), attraverso il corpo (cervello) e grazie alla mente (software operativo) e lo spirito (energia bioelettrica).

Io credo in “Dio”, ma non credo nelle religioni, come unico mezzo di comunione tra noi e il tutto. Come gli albigesi (catari) e gli esseni, credo che ognuno di noi può indistintamente, accedere alla condizione necessaria per esser ispirati, guidati da un “sé” superiore.

Dottrine iniziatiche

Il termine iniziazione, proveniente dalla lingua latina (initiatio), identifica un inizio. Il verbo relativo, iniziare, sta a significare l’avviare una particolare azione o evento. L’iniziato è colui formalmente è stato invitato da una forza maggiore, di natura umano o non, a intraprendere il percorso necessario per ricodificare la propria esistenza, smettendo d’esser uno schiavo dei sensi, per possibilmente divenire “il vero proprietario della propria esistenza”. Il termine utilizzato nella dottrina cristiana per indicare questo strumento è stato codificato come “libero arbitrio”: essere artefici del proprio percorso evolutivo (fato).

Iniziati famosi nelle narrazioni allegoriche, sono per esempio, Pinocchio il figlio non naturale di Giuseppe, che compie un “viaggio” iniziatico che lo vede “burattino”, grazie a diversi gradi di iniziazione la sua storia “finisce” dove inizia la vita del bimbo vero; altro esempio famoso, è l’allegoria voluta dall’élite di un uomo che diventa un “super uomo”, Yeoshua Ben Yosef figlio non naturale di Giuseppe, attraverso una lunga ricerca interiore diviene dopo la morte, il vero figlio di dio; altri esempi provengono dalle storie di Edmond Dantès (il conte di monte Cristo), Eracle, Sansone, Luke SkyWalker, He man, etc. etc.

Le tre consorelle figlie di Abramo

Le tre grandi religioni monoteiste, dopo un attento studio risultano essere “dottrine iniziatiche” di natura archetipa/astronomica/astrologica/alchemica e scientifica.

Le tre religioni allegoricamente hanno un’unica matrice “Abramo” il nuovo “Adamo”, padre di Ismaele (Musulmani) e Isacco (Israeliti). Abramo il “papa” degli Arcani maggiori. Abramo che insieme al figlio Ismaele eresse la Kaʿba (o al-Kaʿba) anche nell’adattamento in lingua italiana Caaba o Kaaba; in arabo: كعبة†, Kaʿba, che deriva dal sostantivo kaʿb, che significa “dado” o “cubo”. Abramo il primo Cabalista. La Caaba è il sacro monolite a forma di masso nero, in cui è incastonata la Pietra Nera della Mecca (Alhajar Al-Aswad), inglobata nell’angolo sudorientale della Ka’ba, attorno alla quale i pellegrini compiono ritualmente sette giri in senso antiorario, una pratica che fa riferimento al culto degli astri (i sette pianeti dell’antichità – i sette chakra principali – i sette pianeti interni). Lo stesso masso nero sembra essere stata oggetto di venerazione anche prima di Maometto, ritenuta caduta dalla luna. Abramo il primo “massone”. La Caaba tanto omaggiata da Stanley Kubrick in uno dei suoi capolavori, 2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey), ma anche da Luc Besson nel film “Lucy” (Lucifer, il portatore di Luce).

Abramo il Monolatra e Re Giosia il Monoteista

Abramo erroneamente definito “padre del monoteismo”, era consapevole dell’esistenza di diverse divinità e per proprio tornaconto ne scelse una da seguire. Per Abramo è stato coniato il termine “Monolatra”.

L’enoteismo (dal greco antico εἷς “uno” e θεός “dio”), termine coniato da Max Müller, indica un tipo di religiosità che prevede la preminenza di un dio su tutti gli altri, tale da accentrare su di esso tutto il culto; è pertanto una forma di culto intermedia tra politeismo e monoteismo, in cui è venerata in particolar modo una singola divinità, senza tuttavia negare l’esistenza di altre divinità, di cui però di solito è sottolineata l’estraneità e/o l’inferiorità.

Sebbene siano concetti molto simili, enoteismo e monolatria (dal greco μόνος, “unico”, e λατρεία, “culto”) differiscono su alcuni punti. Nell’enoteismo ad esempio non è escluso che gli altri dèi, per quanto inferiori, siano oggetto di forme di culto significative e talvolta preminenti rispetto alle divinità maggiori. Sul piano temporale enoteismo e monolatria possono succedersi: accade dunque che nell’enoteismo il culto di un unico dio, all’interno di un più vasto pantheon, sia un sistema momentaneo per avere favori nell’immediato, da quella determinata forza divina; nella monolatria questo schierarsi dalla parte di un’unica divinità risulta essere più longevo nel tempo, vera passerella per il monoteismo.

Ampie notizie sul regno di Giosia si trovano nella Bibbia e in particolare nel Secondo libro dei Re 22-23, 35 e nel Secondo libro della Cronache 34-35). Giosia divenne re a 8 anni e regnò per 31 anni. Nel suo dodicesimo anno di regno cominciò a restaurare il culto esclusivo di Yahweh, distruggendo dai santuari tutti gli oggetti di culto degli altri dei come Baal (“riempiendone il posto con ossa umane”), trucidando tutti i sacerdoti ancor vivi, e arrivando a dissotterrare e bruciare sui loro altari le ossa di quelli morti (Secondo libro dei Re 23, 4-16).

Giosia fu a ragion o torto il “fautore” del Monoteismo dottrinale, imposto con severità e a volte con estrema ferocia. Il comportamento di Giosia fu riproposto da altri due condottieri; da Costantino il grande, che con estrema ferocia impose il cristianesimo romano evangelico apostolico; da Maometto, che con estrema ferocia impose l’islamismo.

3 condottieri, 3 guerrieri, 3 conquistatori fondamentalisti, repressivi e autocratici, che si sono arrogati il diritto di “sapere” cosa vuole dio. Ma quale dio? Il loro… un dio che rispecchia la loro natura, violenta e repressiva.

Abramo e Melchidesech

La figura di Melchidesech appare nel libro della Genesi 14,18: 17 Quando Abram fu di ritorno, dopo la vittoria su Chedorlaomer e dei re che erano con lui, il re di Sodoma gli uscì incontro nella Valle di Save, cioè la Valle del re. 18 Intanto Melchidesech, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo 19 e benedisse Abramo con queste parole: “Sia benedetto Abramo dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, 20 e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici”. Abramo gli diede la decima di tutto.

Abramo, antenato degli Ebrei, rispettava Melchidesech come suo superiore, ma Melchidesech non apparteneva al popolo ebraico, in quanto Abram non lo aveva ancora fondato…

Abramo è esistito?

Non esistono prove storiche inequivocabili dell’esistenza di Abramo, ma esistono “similitudini”, come per ogni personaggio biblico, con personaggi mitologici o storici antecedenti alla presunta nascita dei personaggi biblici.

Abramo condivide bizzarramente, alcune similitudine con il dio celeste della mitologia mesopotamica “An” in lingua sumerica, Anum o Anu in accadico.

Abramo come Re “An” ebbe due figli, il maggiore con una concubina e il minore con la propria sorellastra. Come nella storia di Re An è il minore a ereditare il trono.

Abramo il papa, padre, papà dei due popoli, Ismaeliti e Israeliti, Abramo il “Papa” degli Arcani Maggiori.

Il libro: La Bibbia

La Bibbia dell’Imperatore Costantino, con oltre 5 miliardi di copie vendute è il libro più “letto” al mondo.

Urge una correzione: la Bibbia Giudaico/Cristiana è il libro più diffuso al mondo.

Poiché la maggior parte dei possessori del suddetto libro, non lo hanno “mai” letto, ma unicamente tenuto come “monile” o oggetto di potere e protezione!

La sorte della sua diffusione, proviene principalmente dall’operato dell’imperatore Costantino, che inizialmente dopo la sua falsa conversione, “IMPOSE” come religione di stato del vasto impero romano, la “neo fondata” religione imperiale cristiana romana apostolica.

Falsa conversione, perché Costantino non ha mai smesso di far parte dei cultori del “Sol Invictus”, primo culto antropomorfo del Sole e delle sue consorelle “le stelle” (il Sole è una stella).

Primo, per modo di dire… l’umanità consapevolmente o meno, ha fin dagli albori della “paleocorteccia” venerato tutti gli oggetti della volta celeste, visibili a occhio nudo e incredibilmente anche quelli non visibili, senza “moderni” strumenti, quali telescopi spaziali.

Nel globo terrestre sono stati ritrovati “osservatori” spaziali, e monumenti megalitici in pietra, che ricalcavano sulla superficie terrestre alcuni tra i più importanti “monumenti” della volta celeste (come in alto così in basso).

In pietra, perché è l’unico materiale in grado di resistere al tempo, agli agenti atmosferici, alle radiazioni solari e in taluni casi alle bombe atomiche.

Albert H. disse: Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta sì: con bastoni e pietre.

Albert, aveva ben compreso la ciclicità dei fenomeni ambientali e geopolitici, per cui le civiltà vengono distrutte o si autodistruggono, per dar spazio a nuove e fiorenti civiltà, che in parte adottano usi e costumi dei malcapitati predecessori.

Fin dagli albori dell’intelletto (la neocorteccia, il fuoco sacro), l’umanità ha onorato e adorato gli oggetti che illuminavano il buio.

Il buio… la primordiale paura intrinseca nell’inconscio collettivo descritto da Carl Gustav Jung nel suo studio dei ricordi “primordiali” o archetipi.

La parola archetipo deriva dal greco antico ὰρχέτυπος col significato di immagine: arché (“originale”), típos (“modello”, “marchio”, “esemplare”); è utilizzata per la prima volta da Filone di Alessandria e, successivamente, da Dionigi di Alicarnasso e Luciano di Samosata.

Il termine viene usato, attualmente, per indicare, in ambito filosofico, la forma preesistente e primitiva di un pensiero (ad esempio l’idea platonica); in psicologia analitica da Jung ed altri autori, per indicare le idee innate e predeterminate dell’inconscio umano; per derivazione in mitologia, le forme primitive alla base delle espressioni mitico-religiose dell’uomo.

Il buio… morte certa per i primi ominidi, che non potendo “vedere” i predatori notturni, divenivano facili prede per quegli esseri, divenuti i nostri “demoni”.

Il buio… morte lenta (dissenteria, parassitosi, etc.) per i primi ominidi, che non disponendo dell’illuminante fuoco, non potevano “cuocere” le carni occasionalmente mangiate.

Il buio… che per molti millenni ha fatto della Luna, l’oggetto più venerato, essendo essa presente sia di notte che di giorno.

La Bibbia cristiana o più precisamente dell’Imperatore Costantino è un vero e proprio sunto e connubio, delle più antiche tradizioni esoteriche ed essoteriche del nostro globo. Per redarla è stata utilizzata in parte la “Bibbia ebraica”, termine solitamente usato per indicare i testi sacri della religione ebraica, l’etimologia di Bibbia è greca e significa semplicemente “libri”, il termine più frequentemente usato è tuttavia Tanakh, acronimo privo di significato nella lingua ebraica e formato dalle iniziali delle parti nelle quali vengono raggruppati i 24 libri:

Torah (= Legge o anche Insegnamento; Pentateuco = 5 Testi (Libri) in greco)

Neviim (= Profeti) a loro volta divisi in profeti anteriori e posteriori

Ketuvim (= Scritti; Agiografi = scritti sacri in greco)

Per comprendere “la Bibbia”, dobbiamo ripercorre brevemente il percorso storico di un popolo “misterioso”, per certi versi “inesistente”, il popolo di Abramo, detto “l’ebreo”.

SECONDO LA TRADIZIONE EBRAICA, l’ascendenza ebraica è fatta risalire ai patriarchi biblici Abramo, Isacco e Giacobbe, che vivevano a Canaan intorno al XVIII secolo p.e.v. Storicamente, gli ebrei si erano evoluti in gran parte dalla Tribù di Giuda e Simeone, e in parte dalle tribù israelite di Beniamino e Levi, che tutti insieme formavano l’antico Regno di Giuda. La prima apparizione del termine “ebreo” o di una parola assonante, risale agli archivi egizi: i khabiri erano un popolo nomade del territorio a ovest del Giordano, una regione alla quale tali documenti si riferiscono come R-t-n-u (pronuncia Rechenu). La parola semitica “ever”, da cui deriva la parola ebreo, significa “colui che attraversa” o “colui che passa”. Secondo alcuni dietro questa denominazione si potrebbe celare il significato di “nomadi”, mentre secondo altri deriverebbe dall’espressione ever a Jarden, “al di là del Giordano”.

Tutto ciò secondo la tradizione orale tramandata da padre in figlio, di generazione in generazione dai tempi dei Sumeri!

Perché troppo spesso “dimentichiamo”, che qualunque sia la verità storica sul fantomatico popolo “ebraico”, di certo tutti i racconti narrati, inerenti il fantomatico popolo, hanno tratto ampio spunto dai racconti narrati nelle tavole di argilla scritte in una delle prime forme di scritture (cuneiforme), dopo L’ULTIMO DILUVIO UNIVERSALE (ultimo cronologicamente, ma non l’ultimo…).

La stessa Bibbia indica i natali di Abramo (circa 4000 anni fa) presso quell’area geografica oggi nota come Iraq (Ur dei Caldei). L’Iraq di 4000 anni fa, faceva parte di una delle prime grandi civiltà storicamente documentate, la civiltà Sumera dell’area Mesopotamica.

Per comprendere a fondo, “la bibbia ebraica” e le sue consorelle “la bibbia Cristiana” e “il Corano”, dovremmo studiare minuziosamente il popolo Indù della tradizione Vedica, il popolo Sumero, il popolo Assiro Babilonese e il popolo Egizio. Perché attraverso la correlazione storica mitologica di questi popoli ch’è stato possibile, creare uno dei libri più “meravigliosi”, fantasiosi, ma minuziosamente esatti in termine di “trasposizione” della storia dell’umanità.

Costantino seguace del Sol Invictus, fu solo l’ennesimo uomo di potere, che grazie alla bacchetta del comando, servi un “élite”, che fin dopo l’ultimo diluvio universale si contende le sorti dell’umanità, attraverso il controllo e la manipolazione della “conoscenza” e delle “coscienze” umane. Tale élite è stata definita in tantissimi nomi lungo la storia occulta della razza umana.

L’élite si è frammentata nei millenni ed a volte autodistrutta o quasi, vi è traccia indelebile dei suoi membri e fautori. Gli ultimi 2000 anni della storia umana, sono stati brillantemente manipolati dagli appartenenti di questo gruppo di potere, che non ha una finalità oggettiva reale, ma lo scopo di mantenere l’umanità nel buio delle incertezze, perché essa non possa ridiventare “meravigliosa”, potente e indipendente.

L’élite non ha una nazione, non ha unna bandiera, non ha un credo, non ha dogmi da seguire, ha solo uno scopo: dominare e controllare dividendo. “Divide et impera”.

Gli appartenenti all’élite sono diretti discendenti dei fautori delle più grandi atrocità della storia umana, sono diretti discendenti di chi ha detenuto il “potere” in ogni parte del globo.

Dell’élite fanno parte personaggi di ogni nazione e religione, non avendo essi un vero credo e sentendosi “i dominatori del pianeta terra”.

Uno dei prossimi passi, fondamentali per l’élite è la creazione di un “nuovo ordine mondiale”, nuovo, perché lungo la storia ve ne sono stati molti, prima e dopo l’ultimo diluvio universale:

Sumer, Babilonia, Egitto, London, New York.

Attualmente il centro di comando è stato innalzato nello Stato transcontinentale del Kazakistan presso la capitale “Astana”, anagramma di “Satana”. No, non quel satana, prepotentemente voluto, dagli artefici della campagna denigratoria ai danni di una delle massime divinità Sumere, “il dio Enki” signore della terra, signore della medicina, signore dell’acqua, etc.

Il satana cristiano è servito e serve all’élite per far allontanare le coscienze dal risveglio necessario per illuminare il cammino dell’evoluzione.

La campagna denigratoria dell’élite ha lo scopo di far allontanare le persone dalle corrette chiavi di lettura di uno dei libri di potere più importanti della storia umana.

I templari erano entrati in possesso, di quelle chiavi di lettura, scoprendo per i loro tempi e anche per i nostri, qualcosa di “inverosimile” di assolutamente “inimmaginabile”; ma stranamente e minuziosamente narrato nelle tavole di argilla delle civiltà dell’area mesopotamica e nelle biblioteche dell’area mesoamericana.

La confusa storia ufficiale, narra di come Colombo (la colomba) inviato con tre caravelle portatrici del sigillo templare (croce rossa), abbia scoperto il nuovo mondo… Come prima di lui un nuovo mondo era stato scoperto dai colombi di Noè e dalla Colomba proveniente dalla Luna, la regina Semiramide. La croce rossa simbolo del pianeta Nibiru, il pianeta del passaggio, con onore portato al petto di Jacques de Molay (ufficialmente, ultimo gran maestro templare) e dal personaggio principale dei “dominatori dell’universo” He Man, abitante del pianeta “Eternia”. La croce rossa, forma della chiesa di Saint George, una delle 11 scavate nella roccia a Lalibela, in Etiopia. La cappella è un monolite a forma di croce simmetrica, scavato per una dozzina di metri nella roccia tufacea (rossastra).

Grazie agli studiosi delle mummie Egizie e Mesoamericane, abbiamo prove certe, che vi è stato un qualche tipo di “contatto”, tra le due civiltà apparentemente distanti nel tempo e nello spazio.

La dottoressa Svetla Balabanova, tossicologa dell’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Ulm, specializzata nell’identificazione di tracce di stupefacenti nei capelli dei cadaveri di tossicodipendenti. La scienziata nel 1992 stava conducendo studi sulle mummie peruviane precolombiane nella speranza di documentare l’uso della cocaina, conosciuta, come dimostrano i reperti archeologici, fin dal 2500 a.C. Animata da una simile scoperta, la Balabanova radunò una squadra di esperti in medicina legale con cui eseguì ulteriori test su mummie sia egizie sia peruviane, nonché su scheletri rinvenuti in Sudan e nella Germania meridionale. Ad infittire il mistero, anche questi campioni presentavano tracce di stupefacenti. Alla fine del 1992 gli studiosi avevano esaminato undici mummie egizie, trovando nicotina in ognuna di esse, cocaina in otto ed hashish in dieci; delle circa settantadue mummie peruviane, almeno ventisei presentavano tracce di nicotina, sedici di cocaina, venti di hashish. Nei due scheletri sudanesi venne riscontrata nicotina, mentre cocaina e hashish erano assenti; infine, otto dei dieci scheletri tedeschi contenevano tracce di nicotina, ma in nessuno di essi venne identificata la presenza di cocaina o hashish.

La nicotina, sotto forma di tabacco, giunse nel Vecchio Mondo solo dopo Colombo, e si diffuse in seguito ai viaggi del famoso comandante inglese sir Walter Raleigh, che introdusse l’uso del fumo. Prima di allora anche la cocaina era sconosciuta nel Vecchio Mondo, e divenne una droga popolare solo nel tardo XIX secolo. La utilizzava anche Sigmund Freud, il padre della psicanalisi.

La cocaina è un alcaloide che si ottiene dalle foglie della coca (Erythroxylum coca), pianta originaria del Sud America, principalmente del Perù, della Colombia e della Bolivia, o per sintesi dall’ecgonina.

Le scelte strategiche dell’élite, e l’operato degli agenti inviati appositamente per depredare e cancellare le prove di uno scomodo passato, hanno reso quasi del tutto inaccessibile la conoscenza necessaria per poter esser certi che hai tempi delle piramidi, una società globale esisteva.

Grazie all’operato di ricercatori e studiosi, non tutto è perduto… Vi sono le documentate scoperte di Padre crespi, la città di Tenochtitlan (capitale dell’impero Azteco) in onore di Enoch figlio di Caino, la scoperta di William Gadoury, di appena 15 anni, che soprapponendo la mappa delle costellazioni ha compreso che i Maya costruivano le città rispecchiano la mappa delle costellazioni.

Esistono altre prove documentate, come quelle esposte da un accademico anticonformista che sta sfidando il sapere convenzionale diffuso sulla preistoria del Canada. Egli sostiene che un sito archeologico nel sud Alberta sia davvero un grande tempio del sole all’aperto, con un calendario molto preciso, antico di 5.000 anni, antecedente sia a Stonehenge in Inghilterra che alle piramidi d’Egitto. Gli archeologi classici considerano quel tumulo circondato da rocce, essere solo un’altra ruota della medicina lasciata dai primi aborigeni. Ma un nuovo libro del professore Gordon Freeman, professore in pensione dell’Università dell’Alberta, sostiene che il tumulo sia in effetti il centro di una raffigurazione in pietra con una dimensione di 26 chilometri quadrati che segna il passaggio delle stagioni e le fasi della luna, con una precisione maggiore rispetto anche al nostro calendario attuale. “La genialità esisteva nelle praterie di 5.000 anni fa”, sostiene Freeman, ex capo del dipartimento di chimica fisica e teorica di quell’università. La fascinazione di Freeman per la preistoria della prateria risale alla sua infanzia “indiana”. Ed altre ancora…

L’élite non venera gli Astri, non venera la Luna, ma ne comprende l’influenza e l’interazione negli scambi energetici tra micro e macrocosmo, tra l’uomo, la terra e il cosmo. Attraverso la conoscenza ha manipolato indistintamente le sorti di ogni civiltà del passato e del presente…

La bibbia è un trattato alchemico/archetipo/astronomico/astrologico/mitologico e dunque scientifico.

Alchemico perché tratta la chimica del cervello umano (dio nel corpo).

Archetipo perché il modello allegorico utilizzato per dar vita ai protagonisti, specialmente i 22 principali del vecchio testamento, ricalca i 22 archetipi della coscienza umana (i 22 modi di base di essere e comportarsi).

Astronomico perché in special modo il nuovo testamento attraverso l’allegoria “il cristo sole” ricalca il sistema solare di cui il pianeta terra fa parte (dunque molto prima di galileo, l’élite era a conoscenza del sistema eliocentrico).

Astrologico perché anche un astrologo neofita, potrà verificare come ogni personaggio biblico, subisca l’influenza dell’astro che gli viene attribuito. Non molto conosciuto è la correlazione tra le 12 tribù ebraiche e lo zodiaco. Normalmente si tende a ricordare unicamente la tribù di Giuda (il leone). Più conosciuta è la correlazione tra i 12 apostoli e le 12 costellazioni:

Simone/ariete, Taddeo/Toro, Matteo/Gemelli, Filippo/Cancro, Giacomo Magg./Leone Tommaso/Vergine, Giovanni/Bilancia, Giuda/Scorpione, Pietro/Sagittario, Andrea/Capricorno, Giacomo Min./Acquario, Bartolomeo/Pesci.

Mitologico perché attraverso una continua trasposizione, ogni popolo ha assorbito i culti ancestrali, revisionandone nomi e ambientazione. Esemplare il culto dell’eroe solare Sansone (figlio del sole, piccolo sole; quello che doveva essere il salvatore del popolo ebraico, il nazireo/nazareno), che a sua volta ricalca le orme di Eracle (Ercole) nelle diverse culture, andando a ritroso nel tempo fin riscoprirlo in Enkidu e Gilgamesh (il primo re eroe, dopo l’ultimo diluvio universale). Da chiarire, che ogni racconto “mitologico” ha anch’esso una basa storica/allegorica, un linguaggio a volte poco comprensibili, se non attraverso lo studio della cultura e del simbolismo che gli ha prodotti.

Gli esseri umani non hanno sempre ragionato alla stessa maniera, dunque il loro modo di concepire e interpretare il mondo esterno (al loro cervello), si è modificato gradualmente.

Per questa nozione antropologica, ritroviamo lungo la storia umana diversi modi di “interpretare” la conoscenza acquisita o esternata: graffiti, petroglifi, geroglifici, ideogrammi, alfabeto, musica, matematica, etc. Gli archetipi sono il punto di partenza e il punto di arrivo dell’espressione umana… Comunicare per archetipi, vuol dire essere “connesso” con i diversi modi di comunicare che possiede il nostro organismo: i sensi e le onde elettromagnetiche.

In principio il dio Biblico, creo tutto attraverso il verbo, così come la massima divinità Brahman, generatore della trimurti Indù, Brahama, Vishnu e Shiva, crea tutto attraverso il sacro verbo “l’OM”, che non è un’espressione gutturale, ma energetica e sensoriale.

Abramo il Brahma della tradizione Indù, Vishnu (Enlil, Isacco) e Shiva (Enki, Ismaele).

Esistono buone probabilità che la razza umana, evolva ulteriormente da un punto di vista antropologico, generando uno strato cerebrale superiore alla neocorteccia. Probabilmente avremo la capoccia (cranio) più grande, per ospitare l’ulteriore strato cerebrale. Quel passo evolutivo potrebbe “ridarci” le capacità cerebrali, necessarie a comprendere con estrema chiarezza i messaggi implicitamente lasciati dai nostri avi, messaggi che parlano di una nuova fine del mondo e di un nuovo inizio di era.

Come dice l’illuminato Yeshua Ben Yosef: In Luca (22:10), quando i discepoli chiedono a Gesù dove si preparerà la Pasqua dopo la sua morte, Gesù replicò:” Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà.”

Dopo la morte di Gesù dei pesci, noi (la terra) seguiremo la casa astrologica dell’acquario!

Il valore dei tre libri sacri del falso monoteismo

I potenziali massoni, come i cultori delle tre grandi religioni monoteiste, non si rendono conto dell’universalità della massoneria e delle tre consorelle. Ogni neo massone giura fedeltà dinanzi ai tre testi sacri, ogni massone crede in dio, così come i seguaci delle tre consorelle.

Il valore dei tre testi non è semantico ma scientifico, dovuto a le nozioni contenute in essi, nozioni che narrano di un antico passato, dove dio plasmo l’umanità, dove i grandi sauri regnavano, dove i discendenti dei grandi sauri camminavano in mezzo a noi, dove i figli di dio si univano carnalmente alle donne, dove una bomba atomica distrusse Sodoma, dove l’inseminazione artificiale assistita era possibile, dove una banca dati di sequenze genomiche era già stata ideata per dar vita a un nuovo mondo, dove i profeti viaggiavano in mezzi volanti, dove è stato possibile la selezione artificiale del bestiame, dove è stato possibile l’addomesticamento dei cereali grazie, alla manipolazione genetica delle piante, come fanno i genetisti della compagnia Monsanto, dove attraverso droghe psicotrope si accedeva ai reami del “sé” superiore, e tanto, tanto altro ancora.

Parte di questo articolo è stato estratto da “La Bibbia dell’Ermeneuta”

Autore dell’articolo, Ben G.R.A. (l’Ermeneuta)

LA DESTITUZIONE DEL SENSO INIZIATICO NELL’EPOCA MODERNA

Qual’è il significato oggi del decreto nietzschiano che annuncia la morte di Dio? Ha ancora senso parlare di Dio in un epoca, la nostra, dove tutto è ridotto a merce e quelli che un tempo erano considerati dei mezzi per soddisfare i bisogni, cioè il denaro e la tecnica, oggi sono diventati i fini primi, tali da sostituire perfino Dio nella concezione del senso esistenziale ? Cos’è diventato l’uomo in questo contesto se non un mezzo anch’esso, da asservire a quei nuovi fini che prima abbiamo nominato?  E ancora, si può enunciare che insieme a Dio anche l’uomo muore con lui e che questo condurrà inevitabilmente al declino e alla morte anche della civiltà occidentale? E quando affermiamo che i mezzi hanno sostituito i fini invertendone i ruoli, quella che i filosofi chiamano l’eterogenesi dei fini, abbiamo nominato la causa prima di questa morte annunciata? Esiste, infine, ancora una possibilità di liberazione e di riscatto della dignità cosmica dell’uomo, in quanto essere pensante?

La morte dell’uomo

Quando l’uomo da fine diviene mezzo è possibile decretarne la propria morte?

Nell’etica aristotelica col denaro non si può produrre ricchezza in quanto questo non è un bene, ma il simbolo di un bene e con i simboli non si produce ricchezza. Hegel formulò la teoria basata sulla necessità che il denaro dovesse essere considerato solo un mezzo idoneo al raggiungimento di determinati scopi, che sono la produzione dei beni e il conseguente soddisfacimento dei bisogni. Qualora il denaro fosse divenuto la condizione universale per realizzare qualsiasi altro scopo, allora sarebbe diventato esso stesso il fine primo, con la conseguenza che non necessariamente si sarebbero soddisfatti i bisogni e, di volta in volta, si sarebbero decise la quantità, la qualità e la tipologia dei beni da produrre, in base a leggi eterogenee di mercato. Secondo Hegel in occidente viene considerata persona colui che possiede ricchezza, ovvero colui che è in grado di pagare una sanzione qualora trasgredisca una legge. Tutti gli altri sono considerati individui, uomini esclusi dalla società: “L’uomo senza denaro è l’immagine della morte”. Siamo giunti a questo: la nostra società percepisce e riconosce il denaro come l’unico generatore di tutti i valori. Ma una società che fonda se stessa riassumendo i propri valori in un unico valore universale e relega l’uomo a un ruolo di semplice ingranaggio di una macchina complessa, è destinata disastrosamente a  franare su se stessa. Nel suo “L’uomo è antiquato”, la riflessione antropologica di Günther Anders, (filosofo ebreo e primo marito della ben più nota Hannah Arendt) maturata nel contesto degli eventi storici in cui è vissuto, ci fornisce una analisi tragica sul destino dell’uomo dei tempi moderni. La condizione dell’uomo inserito in un contesto di produzione e di consumo esasperati, dove l’unica legge è quella di ottenere il massimo risultato da un impiego minimo di mezzi e di risorse, è di essere relegato a semplice funzionario asservito alla tecnologia, ovvero a divenire, egli stesso, un ingranaggio e un fattore produttivo, il cui apporto è considerato utile nella misura in cui valgono le sue competenze specifiche. Tale limite riguarda anche la sua responsabilità soggettiva, circoscritta e limitata alle sole mansioni che gli sono assegnate, delineate in base alle proprie competenze. Ad esempio, in una fabbrica di armi atomiche, la realizzazione di una bomba da impiegare per lo sterminio di intere popolazioni innocenti richiede parecchie competenze e molti sono coloro che partecipano alla sua realizzazione. Nessuno di essi, tuttavia, sarà ritenuto responsabile degli effetti che quest’arma causerà, ma risponderà solamente in termini di efficienza produttiva e per la parte di competenza relativamente alle proprie mansioni.  Ma c’è di peggio: la morte stessa  può essere considerata un prodotto. Così  i morti di Hiroshima e dei campi di sterminio nazisti, nel pensiero dell’autore, sono considerati alla stregua di un laboratorio, come prodotti dell’efficienza organizzativa e tecnico-scientifico. Tutto assume la parvenza di una fabbrica in cui la tecnica è l’autrice del misfatto, mentre gli esseri umani sono semplici operatori o ingranaggi che svolgono la propria mansione e fanno funzionare una macchina complessa. L’uomo tecnologico, in quanto “mezzo” di produzione, oltre che della responsabilità soggettiva è stato così privato, per conseguenza, anche della sua libertà di giudizio e di decisione. L’uomo ha alienato da se la propria anima, fondando i propri precetti morali sulla produzione e sul consumo dei prodotti. Di fatto, l’homo faber ha soppiantato l’homo cogitans nel mondo della produzione, ma si scopre impreparato e inadeguato di fronte alla perfezione della macchina e del mondo dei congegni, deve solo obbedirle. Scopertosi superato nel proprio essere finito e obsoleto di fronte alla perfezione della tecnica, getta se stesso nel vortice indifferenziato del «dislivello tra il fare e l’immaginare, l’agire e il sentire, la conoscenza e la coscienza, la macchina e il corpo».

Nel saggio “L’uomo e la tecnica” Spengler ci fornisce la sua visione apocalittica del momento attuale: “Oggi ci troviamo all’apice, là dove comincia il quinto atto. È l’ora delle decisioni ultime. La tragedia si conclude. Ogni civiltà superiore è una tragedia; la storia dell’uomo nel suo insieme è tragica” .

La perdita dell’identità dell’uomo coincide con la sua morte e consiste nella metamorfosi della forma mentis in modalità univoca, che è causa prima nell’ignoranza delle differenze nella distinzione degli opposti: non sappiamo più cosa è giusto e cosa è ingiusto, cosa è bello e cosa è brutto, ma sappiamo bene solamente cosa è utile. La mente umana ha disimparato a pensare in termini qualitativi, essa pensa solo in termini quantitativi e di calcolo. La domanda che precede ogni intenzione-azione è posta in termini di utilità: “è conveniente?”. Pensare poco significa vivere in modo acritico e affidarsi a idee generali o, peggio ancora, precostituite, le quali conducono tutte, inevitabilmente, verso un pensiero uniformato e unico. Tale pensiero solitamente è tranquillizzante e protettivo e consiste nella mancata problematizzazione dei concetti e nella creazione di falsi miti, quali sono ad esempio il mercato e la crescita economica. Problematizzare un concetto consiste nel discernerne il significato, ad esempio tra crescita e progresso: il progresso è un concetto qualitativo, mentre la crescita (economica) è un concetto quantitativo. All’interno di questo scenario, tutto ciò che l’homo cogitans è stato capace di produrre nei secoli passati in termini di cultura, arte, religione, filosofia, letteratura, musica e poesia, non  è più capace di creare se non all’interno di spazi utili; egli esiste solo attraverso una collocazione specifica di mercato, in grado, cioè, di generare profitto. Un opera d’arte è tanto più “artistica” quanto più elevata è la sua quotazione di mercato. Siamo giunti all’epilogo. La parola occidente significa terra del tramonto. Il suo destino sta scritto nella genesi del nome.

La scelta amletica e il senso iniziatico del domandare

«Il dio: giorno-notte, inverno-estate, guerra-pace, sazietà-fame; come il fuoco si tramuta quando ad aromi si mescola, prende nome secondo l’olezzo di ognun d’essi» (Eraclito). 

La ragione umana ha terrore del sacro e per questo il suo scopo nel tempo della storia è stato quello di alienarsi dal sacro, per la sua salvazione e per il suo riscatto. Essa infatti si basa sulla univocità del giudizio e sul principio di non contraddizione: una cosa è se stessa e non altro, mentre il sacro è il luogo del linguaggio simbolico, dove una cosa è se stessa ma anche altro. E’ il luogo dell’indifferenziato e dell’armonia degli opposti, dove la cosa è pregna di ulteriorità. In una parola è’ il luogo della follia, abitato dal dio che non distingue il giusto dall’ingiusto, il bello dal brutto, la notte dal giorno e il vero dal falso. Un luogo sacro, dunque, è un luogo assai pericoloso e chi si avvicina o alberga in esso senza una adeguata preparazione e in maniera improvvida, a lungo andare rischia la folgorazione e la malattia mentale. Ciò nonostante continuiamo a recarci, forse non del tutto consapevoli, in luoghi che consideriamo sacri. Ci domandiamo, nel momento in cui varchiamo la porta di un tempio, di una sinagoga, di una chiesa o di una moschea, il senso del nostro ingresso e del nostro permanere in un luogo considerato sacro? E’ prudente, di questi tempi, varcare quella soglia? E’ prudente attribuire un senso irrazionale a un luogo fisicamente concreto e tangibile, cioè collocato in un tempo e in uno spazio determinati? La ragione, lo sappiamo, ha terrore dell’infinito e dell’imponderabile. Allora ci domandiamo il senso di questo paradosso, della nostra presenza in questo luogo, quale esso sia nel contesto di una coabitazione con la prerogativa, tutta umana, che consiste nella razionalizzazione del senso delle cose. Perfino azzardare una risposta a questa domanda potrebbe nascondere delle insidie e potrebbe rivelarsi pericolosa se tentata in maniera avventata e frettolosa.  Dunque, per il momento soffermiamoci a meditare solo sul senso del nostro domandare, ma intanto prendiamo atto che un senso, sebbene del tutto irrazionale, a questo luogo che abitiamo, è stato già attribuito: il senso del sacro, appunto. Ancora secondo Anders, rispondendo alla domanda fondamentale dell’antropologia filosofica: «che cosa è l’uomo?»  andrebbe negata una «differentia specifica» rispetto alle altre specie. Proprio le domande sul «che cosa» e sul «chi» sia l’uomo farebbero parte dell’impareggiabile autocompiacimento umano, secondo il quale egli sarebbe beneficiario di una posizione metafisica e teologica del tutto particolare. In altre parole, la domanda sull’essere ha significato solo se ha presupposti teistici. Chi è allora quest’uomo, che osa domandare il senso delle cose? Secondo Anders l’uomo è un errore della natura, una specie di mostruosità, o un incidente, destinato all’estinzione in quanto con la sua presenza e il suo domandare disturberebbe l’equilibrio naturale. Pertanto l’uomo sarebbe un folle a domandare, una sorta di disturbato mentale. Senonché Jung ci dice che: “La psiconevrosi è, in ultima analisi, una sofferenza della psiche che non ha trovato il proprio senso”. Quindi saremmo dei pazzi in ogni caso! Siamo giunti al bivio amletico: sprofondare ancor di più nel nichilismo più profondo, o aggrapparci disperatamente alla ricerca del senso.

“Il camminare nella direzione di ciò che è degno di essere domandato non è avventura, ma Ritorno in patria. Seguire una via, che una cosa ha già di per se presa, si dice senso”. In tedesco la parola  è sinn, la cui estensione in sinnen significa musa. “Impegnarsi nel sinn, cioè nel senso di una cosa, è l’essenza della meditazione, besinnung. Questa significa di più del semplice divenire di qualcosa, ma non siamo ancora nel besinnung quando siamo ancora nella coscienza. La meditazione è qualcosa di più, che va oltre la coscienza. Essa è il tranquillo abbandono a ciò che è degno di essere domandato. Tuttavia, anche quando per un favore particolare si giungesse al grado più elevato della meditazione, essa dovrebbe pur sempre contentarsi di predisporsi a ricevere quella parola, di cui la nostra umanità ha estremo bisogno. Che cosa riusciamo a capire se riflettiamo adeguatamente su questo? Che il tratto fondamentale del pensare non è l’interrogare, bensì l’ascoltare ciò che viene suggerito da ciò che deve farsi problema. Fare esperienza di qualcosa significa che quel “qualcosa” al quale aneliamo, proprio mentre siamo in cammino per raggiungerlo ci sopraggiunge, ci colpisce, ci pretende e ci trasforma secondo se stesso.”                        Da “Saggi e discorsi” di Martin Heiddegger. 

Qual’è, allora, il senso del nostro domandare sulla presenza dell’essere razionale per eccellenza in un luogo sacro? La risposta richiede una grande umiltà. Essa non tiene conto del livello della scala sociale che ognuno di noi ha raggiunto, o del grado di cultura a cui siamo pervenuti, dal momento che è la medesima per tutti. Si tratta di riconoscere, umilmente, ciò che sentiamo come una insufficienza nelle risposte razionali al nostro domandare, che si tramuta in una insufficienza di qualità nella vita che conduciamo. Sentire questo vuoto, questa mancanza di qualità nelle risposte razionali equivale a riconoscere l’insufficienza di noi stessi.  Nasce così il bisogno di colmare questo vuoto e questa mancanza di pienezza qualitativa. Ma i luoghi in cui a volte ci rechiamo per cercare di colmarlo, proprio questi luogo sacri, sono luoghi inconsueti, irrazionali e fuori dalla concezione esistenziale moderna. Qui sono vivi concetti che la ragione ha ucciso e sepolto da tempo: il concetto di sacro appunto, di iniziazione, di simbolismo, di sapienza. Ma solo qui e in pochi altri luoghi, questo tipo di domanda riacquista un  senso, che non è più razionale. Nel frammento di Heiddegger che abbiamo citato, comprendiamo il significato della Conoscenza Iniziatica, la riassumiamo in: “diventare ciò che vogliamo conoscere”. Tuttavia, tutta la Tradizione è d’accordo e Heiddegger lo riafferma, non siamo noi a pervenire alla Conoscenza con la nostra ricerca, ma è lei che si rivela a noi quando il nostra domandare, il nostro desiderare va nella giusta direzione, ovvero verso la ricerca del giusto senso. Ma la Conoscenza, ci insegnano tutte le Tradizioni, non ci è mai data senza una nostra collaborazione, ovvero senza una nostra predisposizione a riceverla. Collaborare significa crescere e creare, dare un senso alla propria esistenza e riacquistare la propria dignità. La questione assume in questo modo una dimensione collettiva e non più solo personale, perché in gioco non c’è solo la dignità e la libertà personale, ma la disumanizzazione e la schiavitù dell’umanità intera. Pertanto è indispensabile, nella ricerca del giusto senso, modificare la forma della nostra mente, predisponendola e preparandola ad accogliere l’intuizione e la rivelazione della Parola. Dice  Heiddegger:

“Il senso è un esistenziale dell’esserci (di stare nel mondo), e non è una proprietà che inerisce all’ente”.

Dunque è l’uomo che da il senso alle cose del mondo: le cose di per sé non hanno alcun senso se non è l’uomo ad attribuirglielo. Nessun altro essere al mondo, tranne l’uomo, si domanda quale sia il senso delle cose; quale il senso del venire al mondo, dell’esistere e quale il senso della morte. Ad ogni azione della sua vita l’uomo attribuisce un senso razionale, ma domanda il perché anche di ciò che razionale non è. Questo domandare, prerogativa esclusiva dell’essere umano, è in grado, da solo, di mandare in frantumi ogni teoria filosofica meccanicistica e riduzionista tentata da molti filosofi sull’essenza dell’uomo. Si tratta però di riconoscere l’elevatezza della natura umana, di prenderne coscienza, rinvenendola proprio in quel “bisogno di qualità mancante o perduta” di cui abbiamo poc’anzi parlato. A dirla anche dal punto di vista heiddeggeriano, siamo liberi di scegliere se vivere in forma autentica oppure inautentica. Il nichilismo è esattamente lo stato contrario a questa visione dell’esistenza. Esso è la conseguenza della morte annunciata nietzschiana di Dio che porta alla mancanza di senso e di scopo, alla mancanza dei perché, alla svalutazione di tutti i valori, al precipitare in un infinito nulla, all’implosione del senso della storia. Ma un Dio che muore è un Dio che è esistito: se pensassimo il medioevo senza Dio non avrebbe più senso storico e diventerebbe incomprensibile; mentre con la morte di Dio la nostra epoca rimane comprensibile, ma non lo sarebbe più se togliessimo le parola tecnica e la parola denaro dal senso antropologico moderno. Tutto nel medioevo, infatti, è impregnato della presenza di Dio: arte sacra, inferno, purgatorio e paradiso, donna angelo. Nietzsche distrugge quel mondo scoprendo la grande menzogna bimillenaria, che consiste in una visione metafisica distorta dell’uomo egocentrico, vittima e perdente. L’uomo, schiacciato dalla sua stessa debolezza di fronte alla debordante grandezza di Dio e dell’universo, precipita lo stato dell’essere nel nichilismo più profondo. Il nichilismo, dice Heiddegger, è l’epoca in cui l’essere viene dimenticato nella rappresentazione dell’ente: “l’uomo dimentica se stesso per rivolgere la sua attenzione all’oggetto”. Ma Zarathustra annuncia il sacrificio e l’uccisione dell’io egocentrico e annuncia la venuta sulla terra de ”l’oltre uomo”:

“In realtà, ogni grande crescita comporta un enorme sbilanciamento e deperimento. Il dolore dei sintomi di decadenza fanno parte delle epoche di enorme avanzamento. Ogni fruttuoso e potente movimento dell’umanità ha creato contemporaneamente anche un movimento nichilistico. In determinate circostanze sarebbe sintomo di crescita, incisiva ed essenzialissima, di passaggio a nuove condizioni di esistenza, il fatto che venisse al mondo una forma estrema di pessimismo, il vero e proprio nichilismo. Questo ho compreso!” (Nietzsche, aforisma: “Visione complessiva”).

Dunque l’umanità si trova di fronte a un bivio: il senso o il non senso dell’esistenza.

Ci ritroviamo ad oscillare continuamente come dei pendoli tra questi due stati, come tirati da due corde legate alle braccia, con alternanza, di volta in volta più violentemente da una parte o dall’altra. E’ qui che ritorna attualissima e prende forma la concezione di libertà e di dignità umana nel “De hominis dignitate” di Pico della Mirandola. Tutte le Tradizioni parlano di anima straniera sulla terra, di estraneità di fronte al mondo. L’origine dell’uomo è lontana e proviene da un ordine superiore rispetto alla natura della terra. Anche in questo le Tradizioni concordano, sul fatto che la verità dell’uomo, del suo essere, non è indagabile con le leggi manifestate della natura, ma appartiene ad un ordine superiore.

 «L’armonia invisibile è superiore all’armonia visibile» (Eraclito).

Cosa ci fa dire questo? L’uomo porta nel mondo ciò di cui l’universo non è capace, il problema del senso. Riconoscere ed esaltare questa singolarità umana significa confrontarsi con le Tradizioni e riconoscerne la serietà dei suoi enunciati:

“Ciò che da sempre è stato da tutti creduto merita di essere preso in seria considerazione” 

(Carl Gustav Jung).

 

Sandro Secci

 

IL SENSO RELIGIOSO E LA SOFFERENZA PSICHICA FEMMINILE

Andando per le vecchie strade ed i crocicchi del Veneto s’incontrano frequentemente piccole edicole o capitelli dedicati alla Vergine o ai Santi, specialmente a San Antonio da Padova. Non è certo che i templi dedicati a Sant’Antonio da Padova siano originati all’interno del contesto di una religione pre-cristiana che costruì ab origine un santuario dedicato alle acque sacre, ma spesso è vicina la presenza di canali, fiumicelli o torrenti, di cui questa terra è ricchissima, alla cui guardia, si racconta nelle narrazioni di tradizione orale venete, stavano un tempo le fate.

Da sempre considerate custodi di questo bene naturale, fonte di vita e salute, esse ammonivano l’uomo nel farne buon uso. Non avendo la presunzione di farne un lavoro esaustivo, pensiamo di mettere in risalto questa realtà attraverso alcuni siti esemplari, di certa devozione popolare e che annoverano alcune caratteristiche comuni.

Procedendo nello studio ci accorgiamo di quanto numerosi siano in questo territorio i luoghi con tali caratteristiche.

Nel Veneto, la ricerca iniziò casualmente un mattino in cui, passeggiando tra vecchie strade, mi imbattei in una minuscola edicola affissa ad un albero, al crocicchio tra due canaletti con un piccolo ponticello. Vi riporto l’iscrizione che vi trovai,a cura di un anonimo:

La Madonéta del Ponte.

Situata tra le località ai Boschi e la Frusta.

La Vergine, rappresentata in questa sacra immagine, è stata presente in questo luogo campestre a difesa della popolazione contro credenze magiche e presenze maligne.

Ha conservato per secoli nella fede generazioni di Salzanesi, ed è stata promotrice di grazia e favori celesti per chiunque a lei si fosse rivolto. E’ stata anche presente durante l’epidemia di colera che ha infestato queste terre nell’estate del 1873, muta testimone di un fatto riferito dallo storico prof. Eugenio Bacchion (1899 – 1976):

Il trasporto dei defunti al cimitero veniva fatto di notte per ragioni igieniche; nel mese di agosto, durante il trasporto di un… morto di colera a soli 21 anni, i necrofori ubriachi si reggevano male sulle gambe, giunti in questo luogo detto “Ponte dea Madonéta”…..

Come lo fu per i nostri predecessori, questa sacra immagine ti sia propizia per tutte le tue necessità spirituali e materiali.

Questo racconto contiene alcuni elementi, non tutti, propri dei luoghi di culto pagani legati alle acque: una figura sacra femminile, l’acqua salvifica o guaritrice. Non sono presenti le caratteristiche sulfuree dell’acqua ed il culto di San Michele Arcangelo. Ma tanto bastò a suscitare la necessità di una ricerca che andasse a dipanare le figure sacre pagane di questo territorio così intriso di strighe (fate, streghe) e maranteghe (la vecchia madre, la donna anziana), che era la strega (o fata) più vecchia della congrega.

Il termine strega ora ha un’accezione negativa ma, in origine, questa figura che poi è stata rinominata come strega, era positiva. Il termine strega o fata si rifà probabilmente al culto della Dea Madre, di tradizione pre-indoeuropea. In seguito, dopo il concilio di Trento, questa divinità è diventata negativa e alcuni dicono che dopo questo concilio siano spariti definitivamente i culti pre-cristiani e le fate o le streghe, ma anche le anguane  siano state uccise. Questi culti di antica origine non esistono più a livello ufficiale, in coincidenza con altri culti che la chiesa ha eliminati, come quello dei catari, ad esempio.

Ma le leggende  e la storia che, dopo il Concilio di Trento, non sono più ufficiali, vengono tramandate dalle generazioni matriarcali (i culti che seguono quelli della grande madre erano patriacali) soprattutto sulle Alpi, ad esempio nella Valle del Waltser, e sono legati ai culti di antica origine. Sopravvivono ancor oggi, con fatica, nonostante il perpetuo ostracismo rivolto loro dalle istituzioni e la distruzione dell’ambiente che, in questa straordinaria terra veneta, purtroppo complottano ogni giorno contro la natura e le sue protettrici e madri.

C’e’ chi dice che questi spiriti femminili e maschili siano definitivamente scomparsi al tempo del concilio di Trento, quando la Chiesa li paragonò al diavolo, declassando così la loro natura. Le fate  e le anguane divennero streghe o meglio il termine strega assunse una connotazione negativa, così come gli esseri maschili furono ridotti tutti a maghi connotati negativamente.

Raccontano gli anziani che le streghe non hanno mai fatto niente di bene, e anche adesso, quelle poche che ci sono, non fanno che rovinare bambini, bambine, donne, uomini e tutti. Le fate invece quando c’erano, facevano anche del bene: facevano diventare ricco chi fosse povero, bello chi fosse brutto, e giovane chi fosse vecchio. Ma delle fate si è distrutta la razza. E, a proposito degli spiriti maschili, si dice che non avessero mai fatto niente di cattivo. Anch’essi però sono stati messi al confino, non si sa dove, dal santo Ufficio, così come le streghe, le fate e i maghi.

Penso che non sia stato così. Ritengo inoltre che in talune zone dell’area veneta strighe, anguane, fate o ninfee si confondano nella nomea popolare, ma che proprio tale confusione abbia consentito loro di sopravvivere nascoste in molti luoghi, non necessariamente nei loro veri e propri santuari.

A tal proposito una questione particolare che mi pongo è quella della sopravvivenza del culto della divinità Sainate e delle sue sacerdotesse, accertato da ritrovamenti archeologici in Veneto,ad Este e Lagole. La ritualità tipica di queste sacerdotesse è costituita dalle libagioni di gruppo seguite dalla rottura dei contenitori usati (situle, simpuli) e dai sacrifici di interi animali bruciati sul focolare perenne di cui esse erano custodi. Offrono cibo e si ingraziano gli uccelli, in particolare i corvi. Alcune di queste ritualità sono simili o uguali a quelle delle fate, per esempio le libagioni di gruppo nelle acque solforose e guaritrici, la custodia del focolare e delle fonti di acque guaritrici, la localizzazione in luoghi lacustri e con anfratti, l’offrire cibo agli animali. Altre tradizioni invece sono pienamente discordanti, per esempio il sacrificio animale, infatti caratteristica delle fate è di non uccidere mai alcun essere, uomo o animale. Erano infatti esseri dediti non solo al lavoro ma anche all’amore e alla spiritualità, muse del canto e delle melodie e delle danze, amanti della natura e degli animali. La convivenza nello stesso luogo di questi due gruppi femminili risultava talmente difficoltoso che addirittura sorgevano veri e propri contrasti.

Esemplificativo mi pare, a tal proposito, il sito di Lagole, localizzato nell’attuale Calalzo di Cadore (Belluno)e una particolare leggenda ad esso legato.Si tratta di un luogo incantato situato lungo le pendici di un bosco alpino nel quale emergono dal fondo roccioso numerosissime fonti, venti delle quali sono accertate essere solforiche e curative. Negli anni ’40 è iniziato uno scavo che ha portato alla luce circa settanta ex voto, statuette in bronzo, appartenenti all’epoca che va dal IV sec. a.C. al IV sec. d.C., più suppellettili rituali nella fattispecie numerosi e variegati esempi di simpuli, una situla,lamine bronzee,anforette,figure in bronzo, un piccolo santuario in muratura a forma di pozzo, alcune iscrizioni, ossa e zone combuste. Il tutto risultava seppellito sotto un fronte di frana, a cui si sono aggiunti i lavori eseguiti per la ferrovia inaugurata nel 1914. Interessantissimi i reperti, che contribuiscono a definire i contorni di un’area paleoveneta più ampia nel Cadore e nella valle del Piave, ma gettano le basi di uno studio anche sui legami con i popoli alpini del nord e con gli etruschi a sud, anche da un punto di vista linguistico. Fu un’area dedicata a ad una divinità Sahnate o divinità sanatrice (non è chiaro se questa divinità fosse maschile o femminile) custodita da sacerdotesse che con libagioni rituali mantenevano fertili e giovani e soprattutto curavano infezioni cutanee e altre malattie della pelle, come dimostrano gli ex voto rappresentati da statuine di soldati. Fu quindi un luogo di religiosità paleoveneta con la venerazione di Trumusiatei Sahnate o Trumusiatis sainatis e successivamente romana con la venerazione di Apollo (le due divinità possedevano caratteristiche simili). All’epoca cristiana il santuario fu abbandonato e andò sepolto e dimenticato. Mentre a monte del paese, nella valle d’Oten, si trova una chiesetta campestre intitolata alla Madonna del Caravaggio, fino a pochi anni or sono meta di una processione annuale,su un precedente capitello dedicato a Santa Margherita, patrona delle partorienti. Tutta l’area dalla valle d’Oten a Lagole al Lago di Centro Cadore era inoltre zona di transumanza di ovini e caprini, come testimoniano i reperti di campanellini per gli animali, ma sono state ritrovate anche ossa combuste di maiale.

Ciò che colpisce però dell’area di Lagole è che la zona subito a valle del santuario, poche decine di metri più in basso, era considerata abitata dalle Anguane o Lagane. In particolare il Lago delle Tose (ragazze, ndr) era il lago delle Anguane in cui tutte le donne della zona andavano a immergersi nella notte di plenilunio di agosto, perché tale rituale concedeva il dono della giovinezza e della fertilità. Ancora più a valle il Lago di Centro Cadore, un lago artificiale (ahimè!), quando viene parzialmente prosciugato, rende visibili ancora molti anfratti abitati dalle Anguane o Lagane.

Anguane e sacerdotesse di Sahnate non andavano d’accordo, e questo è oggetto di una leggenda popolare ripresa e raccolta in varie versioni, che evidenzia il carattere astioso e vendicativo delle Anguane di Lagole, ma anche le differenze culturali con le sacerdotesse: non compivano sacrifici animali, erano dedite al lavoro e curavano essenzialmente le donne in quel genere di problemi che le mettevano in forte difficoltà con i maschi, la giovinezza, la bellezza, la fertilità, i lavori domestici, soprattutto il lavare la biancheria nelle gelide acque di montagna. Le Anguane con le acque di sorgente e solforiche, non solo potevano lavare lenzuola e altra biancheria, e con un’acqua di temperatura costante intorno ai quindici gradi, circondate dal ghiaccio e dalla neve, ma potevano anche sbiancarle grazie all’azione dei minerali contenuti in quelle acque, ed infine asciugarle velocemente appendendole negli stretti canaloni delle valli alpine (in particolare in quella dove sorge la chiesetta della Vergine del Caravaggio).

Ecco una delle versioni della leggenda di Bianca:

“Tra queste fanciulle vi era anche Bianca, una bellissima ragazza figlia del capo del villaggio. Nessuno era al corrente che in quel bellissimo specchio d’acqua dimorassero le malvagie Anguane, le quali, oltre ad essere sempre più infastidite dall’invadenza delle giovani bagnanti erano invidiose della bellezza di Bianca. Così una sera, quando gli uomini del villaggio andarono a caccia, le mostruose ninfe decisero di tendere un agguato alle donne per liberarsi definitivamente di loro e godere in via esclusiva dei prodigiosi poteri benefici delle acque del laghetto. Appena Bianca e le sue compagne si immersero nell’acqua le Anguane le trascinarono sul fondale e colpendole con gli zoccoli nel volto le uccisero in pochi minuti.

Subito dopo appiccarono il fuoco al villaggio con lo scopo di spingere gli abitanti ad andarsene. Gli uomini, vedendo le lingue dell’incendio in lontananza, corsero subito indietro, ma ormai era troppo tardi per salvare vite e abitazioni. Quando le fiamme furono spente questi ritrovarono solo il corpo esanime di Bianca. Decisero allora di deporre il cadavere ancora sanguinante su di una barella e di seppellirlo presso la Cima della Croda Bianca sulle montagne delle Marmarole. La Natura, assistendo a tale terribile spettacolo, fu così dispiaciuta per la morte della giovane e bellissima Bianca che, per renderle omaggio, fece spuntare delle nuvole di fiorellini bianchi per ogni goccia del suo sangue che toccava terra. In più, impietosita e disgustata per il comportamento crudele ed indegno delle sue ninfe punì le Anguane cacciandole dal laghetto di Lagole, del quale vanificò tutti i prodigiosi poteri di modo che queste fossero costrette a vivere da quel momento nelle grotte, dove il buio e l’asprezza delle rocce le rese ancora più brutte e intrise d’odio”.

Ebbene, come è possibile che le fate e le anguane, più antiche nel tempo, siano sopravvissute nei racconti popolari fino a pochi anni fa, e il loro culto, legato a quello delle acque salvifiche soprattutto per le donne, sia inossidabile nel tempo senza essere alterato, mantenendo le caratteristiche originali? Mentre, del culto di Sahnate e di Apollo, curato da vere e proprie sacerdotesse, non sia sopravvissuta traccia, se non nella trasposizione del culto della Vergine e che, senza gli importanti scavi effettuati, poco o nulla se ne sarebbe saputo?

La distruzione dei culti pagani da parte del governo dell’antica Roma è avvenuta solo parzialmente. Gli antichi romani, infatti, pur con alcuni limiti, rispettavano i culti pagani, perché questo faceva parte della loro strategia colonizzatrice. Infatti quando i comandanti degli eserciti legionari invadevano i paesi di altri popoli, non li privavano dei loro gerarchi ne’ tantomeno delle divinità, cui questi popoli credevano.

Da questa strategia colonizzatrice nasce la strategia di espansione della chiesa cristiana cattolica, che si sviluppa all’interno della madre chiesa romana. La grande espansione della chiesa cattolica, dovuta al sincretismo religioso che essa attua rispetto alle religioni dei paesi che va ad evangelizzare, questa forma di colonializzazione occidentale industrialista e plutocratica, rispecchia la strategia attuata duemila anni fa dall’antica Roma, antesignana nell’uso del diritto pubblico e nell’amministrazione politica che tuttora vige nei paesi occidentalizzati. Per esempio si ritiene che le fate avessero potere sui cippi romani messi ai confini di proprietà e considerati sacri, così come erano sacre le divinità casalinghe dei Lari; le fate infatti potevano varcare i confini senza incorrere in alcun sacrilegio, e questo solo a loro era concesso.

L’idea che fate, streghe ed anguane siano scomparse del tutto potrebbe essere vera nel senso che la cultura definita della informazione ha divorato e fatto diventare altro ciò che un tempo era un culto antico. Ma credo che l’idea di sopravvivenza culturale di questo elemento in realtà sia stata trasformata in altro, e che l’entrata massiccia nella nostra cultura di religioni come il taoismo e l’induismo, e il conseguente grande accrescimento di concezioni che allontanano da una visione economicistica del mondo, ne costituisca una buona chiave di lettura. Inoltre bisogna tener presente che i culti dell’antica religione preindoeuropea legati alla Grande Madre si sono sincretizzati con il culto patriarcale indoeuropeo della liturgia degli indemoniati e questa è un’altra e complementare chiave di lettura.

Accade per esempio che, nella non lontana Fanzolo di Vedelago, nella provincia di Treviso, nella seconda metà dell’ottocento sia stato eretto un Santuario, per ottenere la grazia di un buon raccolto dopo un decennio di carestia, e che esso sia dedicato alla Madonna del Caravaggio, così come è universalmente conosciuto in questi territori, o Santa Maria del Fonte di Caravaggio. Situato lontano dalla frazione in un luogo campestre, è meta continua di pellegrinaggi. Secondo la tradizione il simulacro della Vergine ha il potere di guarire gli ammalati e gli indemoniati. Il simulacro della Madonna veniva esposto ogni anno alla ricorrenza del 26 maggio e, per proteggerlo dagli ammalati che andavano in trance per opera del demonio o diventavano aggressivi, fu necessario costruire una gabbia di ferro e, per questo, è conosciuta come la “Vergine in gabbia”. E’ da precisare come la titolazione del santuario di Fanzolo sia riferito a quello madre di Caravaggio in Lombardia e che i nomi siano Nostra Signora del Caravaggio o Santa Maria del Fonte o Santa Maria alla Fontana. Tutti ricordano la presenza di una fonte sacra e miracolosa le cui acque guariscono. La zona di Caravaggio è peraltro conosciuta per essere una zona ricchissima di fontanassi, fenomeni spontanei di risorgiva, proprio come quella di Vedelago.

Il miracolo di Caravaggio richiama ad una guarigione corporale e spirituale e, solo come corollario, vi è per chi non ha avuto abbastanza fede, il miracolo della trasformazione di un bastone di legno secco in un virgulto fiorito. Pertanto appare quanto meno singolare che, in una zona pullulante di acque come è la parte meridionale del territorio comunale di Vedelago, anche i toponimi ricordano con forza la massiccia presenza di acqua boschi e di lavori legati ad essi, Pozzobon, Fossalunga, Albaredo, Carpenedo, Fossa Storta, Cavasagra, Casacorba, in una Vedelago appunto famosissima per i suoi fontanassi, ci si preoccupasse di sconfiggere la carestia con un sacello dedicato alla Madonna protettrice contro gli ammalati e gli indemoniati. Le frazioni di Barcon e Fanzolo si trovano sempre nel comune di Vedelago, ma a nord della linea delle risorgive, in un territorio più aspro ma comunque ricco di canali costruiti dalla Serenissima che deviavano torrenti e fiumi provenienti dalle colline a nord per irrigare le campagne, come il canale Brentella.

A nostro avviso non basta a giustificare la decisione di dedicare il sacello alla Madonna del Caravaggio nemmeno il fatto che spesso, e anche in quegli anni, quei territori e altri limitrofi fossero colpiti da colera. Si tratta dei luoghi delle fate, anticamente abitati, in particolare la zona dei fontanassi tra le località di Cavasagra e Torreselle nel Comune di Piombino Dese, come testimoniano i reperti palafitticoli da varie fonti citati. Le ritualità di guarigione erano custodite dalle fate già in epoca precristiana, come anche tutta la ritualità sulla protezione della terra e dell’agricoltura, fino almeno agli settanta del Novecento, quando il territorio si trasformò da agricolo in artigianale ed industriale. Sopravvivono tutt’ora alcuni riti, legati principalmente al passaggio tra l’inverno e la primavera, come i Pan e vin, I brusa a vecia, El bater marso, precisando che questi territori appartennero per lungo tempo alla Serenissima, che datava l’inizio dell’anno il 25 di marzo, festa dell’annunciazione di Gesù e di fondazione della Serenissima, poi convenzionalmente anticipato al 1 marzo. Ma soprattutto sono presenti nel territorio altri importanti culti, per esempio nella frazione di Barcon la chiesa ha come titolare l’Apparizione di San Michele Arcangelo, che è il patrono della località.  E’ peraltro presente il culto di San Biagio di Sebaste, medico, vescovo e martire, protettore della gola e degli animali. Ed è presente anche il culto di san Mamante o Santa Mama, dal nome del martire Manete di Cesarea, protettore delle puerpere e delle balie, con un oratorio a lui dedicato tra Fanzolo e Vedelago: nella tradizione veneta Santa Mama si accompagna sempre ad una fonte sacra le cui acque donano latte abbondante e sostanzioso.

La malattia fisica o mentale e quella spirituale, sono tradizionalmente collegate, infatti il paziente per legge, fin oltre il medioevo, doveva prima farsi visitare dal sacerdote e soltanto dopo dal medico. Dentro a questo contesto di legame tra malattia fisica, mentale e spirituale, anche nella Maremma toscana, quando una persona prendeva la malaria, era spesso considerata indemoniata. La stessa cosa è presente nel caso delle donne, che nelle regioni italiane del sud soffrivano di quella che De Martino denominò come crisi di presenza, la cui cura era costituita dal rituale religioso della taranta, piuttosto conosciuto nell’espressione musicale della tarantella.

Il termine taranta deriva dalla tarantola, che a dire delle leggende pizzicava le raccoglitrici durante la raccolta del grano, ma questo fa parte in gran parte dell’immaginario popolare, l’origine vera è scatenata dalla dea Aracne, che nel periodo della Magna Grecia era ben conosciuta nel meridione d’Italia, proprio nelle aree dove è maggiormente sviluppata la tarantella, da Napoli, la cui origine etimologica significa nea polis, nuova città, e fu fondata dai greci, fino a tutto il meridione d’Italia, soprattutto in una zona dove ancora oggi si parla il greco antico, una zona situata in Puglia, nella quale la taranta è maggiormente conosciuta.

In Toscana meridionale ci sono molte fonti che permettevano alle donne in età da marito, compiendo dei rituali, di riuscire a sposarsi o ad avere il latte se ne scarseggiavano. È sempre un mondo piccolo, il mondo che fisicamente e  metaforicamente è concepito localmente. È chiaro che è un mondo in cui il credere storico e il sentire magico si danno più lievemente la mano, nel quale le madri bevendo l’acqua sacra alla fonte del Santo, compiono un rituale che le porta a credere di sentire di poter ricominciare a produrre il latte materno per il proprio bambino, come avviene nel caso delle fonti lattaie oppure, grazie al rituale propiziatorio, che compiono, possono sentire il matrimonio vicino, quando, nelle società pre-industriali, sono in età da marito. Era un mondo nel quale la benedizione acquea che, fino a qualche decennio fa, veniva distribuita annualmente, agli animali domestici, presso la fonte di acqua sulfurea del paese di Saturnia, situato nella Toscana meridionale, un’acqua considerata sacra da un’infinità di anni, ricollegante, molto probabilmente,la tradizione religiosa della Grande Madre a quella cristiana cattolica.

A nostro avviso, come nel caso della malaria (e della pellagra in Veneto), alcuni sintomi riconducevano ad una malattia mentale, ed era considerata una caratteristica femminile, e spesso il genere femminile era visto come indemoniato. Le fonti che aiutavano le donne in età da marito a maritarsi e sempre a quelle a far venire il latte, serviva per risolvere una crisi esistenziale della donna, una crisi di presenza che era particolarmente forte presso il genere femminile, perché le donne dovevano sempre essere subalterne al potere dominante maschile. Quindi come la ritualità della taranta nel meridione, anche il rituale del far venire il latte alle madri serviva per aiutare loro nella loro crisi post partum. Nel caso in cui la donna non trovasse marito, attraverso il rituale della fonte risolveva il problema di ruolo, perché con il matrimonio la donna nella nostra cultura tradizionale poteva essere più valorizzata. Infatti le donne che non si sposavano erano definite zitelle, cioè coloro che non dovevano parlare, che dovevano stare sempre zitte e se non ci stavano erano considerate prostitute o malate di mente. Basti pensare a “La bisbetica domata” di Shakespeare che è un frutto emblematico di una cultura medioevale dove è grande questa crisi, e infatti la commedia racconta di una donna che non si voleva sposare perché voleva comandare lei medesima la propria vita, e alla fine trova un uomo più forte  di lei che la doma.

La stessa situazione della tragedia shakespeariana la si ritrova anche negli episodi di malattia mentale che si sono rivelati nella seconda metà dell’ottocento, quando molte donne giovani andavano a finire in un ospedale psichiatrico del sud della Francia. Ciò avvenne finché un medico capì e scrisse che la loro malattia non era organica ma funzionale e che nasceva dalla impossibilità di esprimere loro stesse, così quelle donne si ammalavano.

Questa caratteristica non è propria solo delle donne ma anche di alcuni uomini, come per esempio Vincent Van Gogh,che fu ricoverato nella stessa clinica proto psichiatrica per problemi legati alla impossibilità di espressione del sé. Pensiamo alla malattia sociale che porta la cultura maschilista violenta a definire le donne malate di isteria come malate nell’isterion cioè nell’apparato genitale. Il termine isterion infatti indica l’apparato genitale femminile,e perciò la derivazione di isteria, perché si pensava che solo le donne potessero ammalarsi di isteria. Questo è il frutto della perversione maschilista della maggior parte delle società, nelle quali il genere maschile è considerato forte ma in realtà è solo rigido e bloccato a livello psichico, infatti un poeta dell’immagine come Van Gogh niente affatto rigido e bloccato a livello psichico, si ammalò della stessa malattia funzionale di cui soffrivano molte giovani donne.

Marco Viti e Stefania Pomiato